venerdì 23 dicembre 2016

ALLIED

di Emanuele D'Aniello

Ci sono due film, separati e distinti, dentro Allied.
Due film, due modi di vedere una storia cinematografica, che messi insieme si tolgono vicendevolmente mordente, ma sopravvivono uniti per regalarci due ore di un solido e affascinante prodotto d'intrattenimento.

Da un lato infatti, Allied è un vero e proprio film d'amore. Nascosto sotto la spy story, facendosi strada tra le location esotiche e gli scenari di guerra, il film indubbiamente racchiude una metafora sulla seduzione, sugli spigoli del rapporto coniugale e soprattutto sull'impossibilità di fidarsi, fino in fondo, fino all'ultimo, della persona che abbiamo accanto, pur se crediamo di conoscerla meglio di noi stessi. Negli sguardi, nei gesti, persino nei giochi stupidi della prima metà del film, Allied dimostra di azzeccare la tematica, servendosi del genere, la spy story appunto in questo caso, per raccontare altro, ovvero un'analisi sulle difficoltà del matrimonio.
Ma poi Allied è anche altro, ovvero un purissimo prodotto commerciale. Non si tratta tanto di spionaggio, non si tratta tanto di guerra, il vero genere del film è quello dell'intrattenimento classico, due ore con popcorn in mano a vedere luoghi stranieri incantevoli, a vivere la tensione, ad appassionarsi alle vere stelle del cinema. C'è un innegabile gusto old fashioned da cinema anni '50 che affascina senza vergogna.

Cosa è quindi, alla fine, Allied? O meglio, cosa rimane? Probabilmente, se fosse stato solo una spy story, non avrebbe avuto un briciolo di attaccamento emotivo nello spettatore. Al tempo stesso, se fosse stato solo la metafora di un amore tormentato, avrebbe rischiato di annoiare senza una sceneggiatura e un regista all'altezza. E quando al timone c'è Robert Zemeckis, un autore cult che nell'ultimo decennio ha smarrito molto consistenza, gli aspetti da cinema più commerciale trionfano (e anche un pizzico di inutile melodramma, come nell'epilogo).

La soluzione, a questo punto, è semplicemente godersi il film per quello che propone sul grande schermo. Indubbiamente avrebbe potuto essere molto di più con una diversa attenzione ad altri aspetti della storia, ma così abbiamo comunque due ore di intrattenimento e cinema fatto per il gusto di catturare l'attenzione del pubblico.

I FILM PIU' ATTESI DEL 2017

di Matteo Marescalco

THE LOST CITY OF Z di James Gray
Il 2016 avrebbe dovuto assistere al ritorno nelle sale di uno dei maggiori autori americani contemporanei, James Gray, con il suo ultimo The Lost City of Z. Il film è stato presentato al New York Film Fest ma non è ancora stato distribuito. L'uscita è stata posticipata al 2017, ragion per cui, è nostro dovere inserire The Lost City of Z nella classifica dei film più attesi del prossimo anno. Il progetto, ambientato durante la prima guerra mondiale, è ispirato al romanzo scritto da David Grann, che racconta la storia del colonnello Percival Fawcett, esploratore scomparso negli anni '20 mentre cercava una città leggendaria nella giungla del Brasile. Alla fotografia figura Darius Khondji, tra i produttori Brad Pitt. Il cast comprende Robert Pattinson, Sienna Miller e Benedict Cumberbatch. Noi moriamo dalla voglia di gettarci a capofitto in un nuovo mondo portato in scena da Gray che, in passato, ci ha già completamente conquistati con Two Lovers e I padroni della notte

LA LEGGE DELLA NOTTE di Ben Affleck
Il 2017 sarà anche l'anno di Ben Affleck, alle prese con questa trasposizione dall'omonimo romanzo di Dennis Lehane (così caro al cinema americano), con la Justice League di Zack Snyder e con la scrittura e la regia dell'ultimo lungometraggio incentrato su Batman. Tanta carne al fuoco per l'attore che non è mai stato particolarmente amato dalla critica ma che, negli ultimi anni, grazie ad una serie di splendide prove da regista, ha raggiunto il suo completo riscatto. La vicenda segue il figlio del capitano della polizia di Boston che, nel 1920, in pieno proibizionismo, iniziò la sua scalata da ladruncolo di strada a noto e combattuto contrabbandiere. Il cast all-star è composta da Sienna Miller, Zoe Saldana, Elle Fanning, Brendan Gleeson, Scott Eastwood, Chris Cooper, Chris Messina e dallo stesso Ben Affleck, nel ruolo del protagonista. Le prime recensioni americane esprimono pareri contrastanti. In uscita in Italia a Febbraio. 

BLADE RUNNER 2049 di Denis Villeneuve
Proprio pochi giorni fa è stato diffuso il primo teaser di quest'ultimo progetto targato Denis Villeneuve, sequel di un caposaldo dell'immaginario collettivo, il Blade Runner di Ridley Scott del 1982. Il film arriverà nelle sale a Ottobre 2017 e vede la partecipazione nel cast di Harrison Ford, Ryan Gosling, Robin Wright, Dave Bautista e Jared Leto. Produttore esecutivo è Ridley Scott, alla direzione della fotografia Roger Deakins. 

JUSTICE LEAGUE di Zack Snyder
Il 17 Novembre 2017 sbarcherà nelle sale americane il quinto episodio del DC Extended Universe, dopo Man of Steel, Dawn of Justice, Suicide Squad e Wonder Woman. Il tentativo della DC è quello di emulare il progetto che la Marvel, tuttavia, ha costruito in un margine di tempo superiore (con meno fretta e, quindi, almeno sulla carta, più coesione ed attenzione). Numi tutelari del DC Extended Universe sono stati Christopher Nolan, Zack Snyder, Chris Terrio, David Goyer e Ben Affleck, assoluto protagonista dell'one man show che sarà il prossimo Batman. Bruce Wayne, Diana Prince ed altri metaumani, tra cui Flash, Aquaman e Cyborg, si alleano per fronteggiare un nuovo nemico che vuole mettere la Terra in serio pericolo. 

IT di Andy Muschietti
Annata d'oro per i fan di Stephen King che vedranno trasposti sullo schermo due delle principali opere del loro beniamino: IT diretto da Andy Muschietti (che ha preso il posto del più carismatico Cary Fukunaga dopo il suo abbandono per divergenze creative) e La Torre Nera di Nikolaj Arcel. Il romanzo arriverà sugli schermi a Settembre 2017 e proverà a riscattare il parziale fallimento della miniserie televisiva del 1990. 

SMETTO QUANDO VOGLIO: MASTERCLASS di Sidney Sibilia
Due anni Smetto quando voglio di Sidney Sibilia non ha faticato a trasformarsi in un instant cult. Il prossimo anno sbarcherà nelle sale il secondo episodio di una trilogia: Smetto quando voglio: Masterclass. La scalata alla piramide della malavita non ha portato lontano il gruppo di laureati formato da un neurobiologo, un chimico, un economista, un archeologo e due latinisti. La loro avventura, nonostante siano tutti finiti in carcere, non è ancora terminata. Adesso è la legge ad avere bisogno di loro. Che sia un primo gradino per la costruzione di un'industria culturale italiana? I bei risultati raggiunti al botteghino dal primo episodio, da Lo chiamavano Jeeg Robot di Gabriele Mainetti e da Veloce come il vento di Matteo Rovere fanno ben sperare. 

TWIN PEAKS di David Lynch
26 anni dopo. David Lynch, Mark Frost, Kyle MacLachlan, David Duchovny, Sherilyn Fenn, Sheryl Lee, Harry Dean Stanton, Monica Bellucci, Jim Belushi, Michael Cera, Laura Dern, Balthazar Getty, Ashley Judd, Jennifer Jason Leigh, Trent Reznor, Tim Roth, John Savage, Tom Sizemore, Eddie Vedder, Naomi Watts. Ed è subito leggenda. David Lynch torna alla regia della serie-tv considerata una delle più influenti nella storia. Basta conoscere i principali responsabili del progetto ed il cast completo per raggiungere elevatissime vette di hype. La trama è segreta, nulla è trapelato dal set. Non ci resta altro da fare che attendere l'uscita e sperare in un progetto che non sia soltanto un nostalgico revival ma un ritorno in grande stile per un regista in pausa da ben 10 anni. 

LA TORRE NERA di Nikolaj Arcel
Finalmente, sappiamo con certezza che l'estate 2017 vedrà l'uscita del contenitore di tutte le storie di Stephen King, La Torre Nera. Il ricco cast vede Matthew McConaughey nel ruolo dell'uomo in nero ed Idris Elba in quello del pistolero Roland di Gilead. Il primo film inizierà nel bel mezzo della vicenda e sarà accompagnato da una serie-tv che ne espanderà la narrazione. Il primo romanzo della serie, L'ultimo cavaliere, costituisce l'ossatura del racconto. Misto tra spaghetti western e fantasy, con chiari riferimenti alle atmosfere de Il Signore degli anelli, La Torre Nera è una serie di sette romanzi che ruota attorno alla figura di Roland Deschain, l'ultimo membro vivente di un ordine di cavalieri armati di pistola. Tra discrasie temporali e salti nel futuro, il suo compito è quello di trovare la Torre Nera, una struttura che contiene la chiave del passaggio verso tutti gli universi. 

SUBURBICON di George Clooney 
Suburbicon è una commedia dai risvolti neri scritta da Joel ed Ethan Coen, prodotta da Grant Heslov e diretta da George Clooney. Il cast comprende Matt Damon, Oscar Isaac, Josh Brolin, Julianne Moore. La vicenda è ambientata nella Middle-America di fine anni '50. Lo aspettiamo perchè segna il ritorno di Clooney dietro la macchina da presa dopo il modesto Monuments Men e la collaborazione con la comicità irriverente dei Coen. Che possa essere collocato in apertura alla prossima Mostra del Cinema di Venezia?

HAPPY END di Michael Haneke
Poco si conosce di quest'ultimo film di Michael Haneke se non il cast, che comprende Isabelle Huppert, Jean-Louise Trintignant e Mathieu Kassovitz, ed il fatto che il background della vicenda sarà occupato dalla crisi europea dei migranti. Ovvia la presenza al prossimo Festival di Cannes. 

mercoledì 21 dicembre 2016

LA TOP10+1 DEL 2016

di Matteo Marescalco


Arriva la fine di un 2016 ricchissimo di eventi e di incontri (tra gli ultimi, quello con M. Night Shyamalan, in occasione dell'anteprima italiana di Split) e, inevitabilmente, è tempo di classifiche. Come al solito, evitiamo di parlare dei film migliori della stagione, preferendo concentrarci su quelli che ci hanno maggiormente colpito e su cui abbiamo investito, a partire dalle anteprime per i film già usciti in sala, e sui quali scommetteremo tutto, per i film che usciranno in Italia nel 2017. Per quanto riguarda i criteri di selezione, sono entrati in classifica tutti i film che hanno avuto una proiezione in Italia nel 2016, sia anteprima legata ad un particolare evento sia proiezione festivaliera. 
A voi la famigerata Top10+1!
P.s. Non abbiamo ancora visto Paterson di Jim Jarmusch che, sicuramente, visti i gusti di chi vi scrive, sarebbe finito in Top10+1.

THE HATEFUL EIGHT di Quentin Tarantino
L'ottava sinfonia di Tarantino, il film evento dell'anno: un meccanismo detonatore di conflitti storici mai sopiti che trovano la loro piena realizzazione tra quattro pareti. Il circense del cinema raggiunge l'artificializzazione totale con uno spettacolo multisensoriale dal carattere unico. 

I MIEI GIORNI PIU' BELLI di Arnaud Desplechin
L'antropologo francese Paul Dedalus, dopo un soggiorno all'estero, torna a Parigi. Interrogato su un suo omonimo dai servizi segreti francesi, ripercorre la sua vita, cerca tra i ricordi, sviscera la sua giovinezza tra i fratelli ed il padre vedovo. E giunge ad Esther, il suo primo e struggente amore. Un film-fiume che è un viaggio lungo una vita intera. Scandito dagli eccessi della passione e dai turbamenti giovanili, I miei giorni più belli è incentrato sull'Antoine Doinel del cinema di Desplechin. Uno dei più intensi film dell'anno!

DESIERTO di Jonas Cuaron
L'opera seconda di Jonas Cuaron, figlio di Alfonso, non lascia ampio spazio alla speranza. Il deserto è stato vinto. Ora resta da affrontare il sogno americano, al chiaroscuro di un tramonto che lascia soltanto una fioca luce sul futuro. 

THE BAD BATCH di Ana Lily Amirpour
Nelle prime inquadrature, l'occhio umano si perde nelle desolate lande di un deserto che sembra estendersi all'infinito. Un corpo da modella si aggira in questo ambiente devastato dalla luce solare, sopravvissuto ad un'esplosione nucleare, ad una guerra post-atomica, o forse, semplicemente alla politica di Donald Trump. Sbilanciato e poco coerente, ma tremendamente vivo. Come gli strani personaggi che popolano il film. Da non perdere!

TRUMAN di Cesc Gay
Il viaggio di due amici alla ricerca del tempo perduto. Bastano pochi e discreti tocchi per realizzare un film sull'assenza. Basta uno sguardo, un abbraccio, un'occhiata ed un sorriso, un qualsiasi cenno di intesa, per vivere una vita dignitosa sul versante degli affetti. Nonostante tutto. 

LA LA LAND di Damien Chazelle
Nuova apertura con il botto per la Mostra del Cinema di Venezia grazie allo shekeratissimo La La Land. Il film è una gioia per occhi ed orecchie, porta via un pezzo di cuore, affascina e cattura. Inizia con un ritmo frastornante tra coreografie autostradali e, pian piano, placa il suo baricentro. Fino all'onirico finale che lascia spazio per un ultimo sprazzo di sogno nella city of stars. Il dispositivo cinematografico non è mai stato così attraente ed amaro.

NERUDA di Pablo Larrain
Neruda è un anti-biopic, una poesia, un canto a Neruda e al suo universo. Nel corso della narrazione diventa commedia nera, poliziesco, film storico e western, tutto orchestrato come in un racconto di Borges. L'anima poetica e quella politica del personaggio si mescolano, si confondono e si scindono. In questo road movie metafisico, i protagonisti si rincorrono, cambiano ruolo e si trasformano. Una bomba in attesa di detonare. 

SPLIT di M. Night Shyamalan
Incluso in Top10+1 in via del tutto eccezionale a causa del fan screening romano del 15 Dicembre, in uscita nelle sale mondiali il 26 Gennaio. Split conferma tutto il talento di M. Night Shyamalan, tra i maggiori storyteller del cinema contemporaneo, nonostante i ripetuti attacchi mediatici che hanno costellato la sua carriera. Lineare, in grado di emozionare il pubblico e di sfoggiare un cattivo di prim'ordine, non manca nemmeno il famigerato twist-ending su cui Shyamalan ha sempre giocato. Twist-ending che non prende mai in giro lo spettatore ma che lo pungola a guardare la realtà in modo diverso, superandone i tanti filtri che offuscano spesso lo sguardo. 

ONE MORE TIME WITH FEELING di Andrew Dominik
La macchina da presa danza malinconica sulle note di Nick Cave, in uno dei momenti peggiori della vita privata dell'artista. Ma in uno dei migliori sul versante musicale. La rielaborazione del lutto attraverso la composizione musicale ha dato vita a un'opera sublime e commovente che avvolge completamente lo spettatore. Un romantico esercizio di stile in bianco e nero dotato di un gran cuore.

SING STREET di John Carney
Le migliori sorprese della Festa del Cinema di Roma, durante le ultime due edizioni, le ha regalate Alice nella città. Sing Street di John Carney e Microbe e Gasoline di Michel Gondry hanno profondamente colpito la platea. Nella sua leggerezza di facciata, questo cinema artigianale si fa cantore di una giovinezza ai margini, sempre sull'orlo del precipizio ma mai disposta a cadere vittima dell'omologazione. Due inni al cinema, al lavoro di gruppo e alla speranza, con finali opposti ma con la stessa consapevolezza di aver vissuto un'avventura bigger than life

LA MIA VITA DA ZUCCHINA di Claude Barras
Protagonista del film è un bambino di 9 anni chiamato Zucchina che, dopo la morte della madre, viene mandato a vivere in una casa famiglia: grazie all'amicizia di un gruppo di coetanei, tra cui spicca Camille, Zucchina riuscirà a superare ogni difficoltà, abbracciando infine una nuova vita. Barras e Sciamma raccontano questa storia senza mai cadere nel pietismo e nel politically correct ma infrangendo diversi tabù. Non perdete questo gioiello malinconico, triste e commovente. Ma carico della speranza che soltanto l'amicizia sa dare. 

domenica 18 dicembre 2016

SPLIT

di Matteo Marescalco

Quando si parla del cinema di un autore come M. Night Shyamalan, chi vi scrive è, senza dubbio, di parte. Vedere un film di questo regista indiano adottato dalla Pennsylvania necessita di un atto di fede nei confronti del racconto proposto. Storie di fantasmi dell'immaginario e della coscienza. Segni di un tempo che fu, di amori e di rapporti interrotti, tornati a galla per rimarginare ferite che bruciano ancora. Fantasmi come storie che popolano e che caratterizzano in profondità la vita di tutti. 

Da Il sesto senso in poi, M. Night Shyamalan si è affermato come uno dei maggiori storyteller del cinema americano contemporaneo, nonchè come un regista attento al bilanciamento formale ed alla composizione di ogni singola inquadratura. I suoi film vivono degli atti di fede dei personaggi, adulti irrisolti che si trovano ad affrontare eventi irrazionali esperibili soltanto tramite la loro parte più infantile: la purezza e il candore dello sguardo convogliati verso un estremo bisogno di raccontare storie. Come ha affermato durante la masterclass a Roma, organizzata da Fondazione Cinema per Roma in collaborazione con Universal Pictures International Italy, in occasione dell'anteprima di Split, Shyamalan ha sempre utilizzato il genere come pretesto narrativo per ancorare gli spettatori alle vicende narrate, innervando il sottotesto dei suoi film di elementi melodrammatici: -Non penso di fare film di genere. Sono prodotti drammatici con un soggetto di genere. Per parlare di fede e di alieni, è meglio utilizzare una via traversa. Quando mi dicono che i miei film fanno paura, io non condivido mai la loro opinione. Mi piacciono le emozioni forti che solo il genere riesce a creare, quelle che fanno guardare meglio la storia-. 

E, in effetti, Split è un film di emozioni forti. Protagonista della vicenda è Kevin, un uomo con 23 personalità che convivono nel suo corpo ed una 24esima, quella della Bestia, la più pericolosa e terrificante, in procinto di nascere. Una mattina qualunque, Kevin rapisce tre ragazze, conducendole in un luogo sconosciuto. Tra flashback sul passato di una di loro e situazioni al limite del surreale, gli spettatori sono trasportati in un oscuro labirinto che conduce dritto alla psiche umana. La lotta per la sopravvivenza fisica e mentale non è mai stata così difficile. 

Il 2015 ed il 2016 sono stati gli anni della rinascita per M. Night Shyamalan, che è tornato alla ribalta con Wayward Pines e The visit che segnava un differente approccio stilistico del regista alla materia trattata. Split è un'ulteriore evoluzione: per descriverlo, si potrebbe parlare di esercizio di stile depurato. Fondamentalmente perchè il film evolve e si sviluppa in modo assai semplice nell'approfondimento  della personalità di una delle ragazze rapite, Casey, l'unica in grado di affrontare la Bestia per dei motivi che è meglio non svelare. Orrore ed ironia non sono mai andati
così a braccetto nel cinema di Shyamalan che sembra aver imparato a prendersi un po' in giro. Il film più lungo del regista di Filadelfia è anche, paradossalmente, il suo lungometraggio più lineare, quello in cui i diversi personaggi seguono il loro naturale arco di evoluzione. Chi è in grado di leggere e sentire tra le righe sembra, ancora una volta, essere dotato di un sesto senso che gli consente di vedere oltre. Nonostante questa ritrovata purezza, il cinema di Shyamalan si conferma come un gigantesco universo di citazioni e di rimandi in cui affogare e lasciarsi cullare. Il finale eclatante regala alla sala più di un'emozione e conferma quanto il regista sia ancora capace di mirare tanto al cervello quanto allo stomaco dei suoi spettatori. Shyamalan vede il nichilismo nascosto dentro le immagini, con quei movimenti di macchina che sembrano allontanare dalla realtà in un continuo oscillare tra inquietudine e ritorno alla luce. Ecco che ogni suo racconto diventa metafora di un nuovo modo di credere nel reale, un atto di fede che si può raggiungere chiudendo gli occhi e ascoltando e toccando le cose per comprendere cosa sono realmente. Alla ricerca di quel legame invisibile che connette ogni essere umano. 

INCONTRO CON M. NIGHT SHYAMALAN

di Matteo Marescalco

-Le persone si dividono in due gruppi. Se hanno un'esperienza positiva, per il primo gruppo non è solo fortuna o pura coincidenza. E' un segno. La prova che qualcuno lassù li protegge. Per il secondo gruppo, si tratta solo di fortuna, di un evento propizio-. 

A primo acchito, potrebbe sembrare esagerato introdurre quanto sto per raccontarvi con questa frase tratta da Signs. Eppure... 
Il 15 Luglio scorso ho portato a termine il mio percorso di laurea triennale in Arti e Scienze dello Spettacolo, Facoltà di Lettere e Filosofia, alla Sapienza di Roma con una tesi sul cinema di M. Night Shyamalan. Ho applicato al mio lavoro gli strumenti dell'analisi del film, dedicandomi con particolare attenzione al sottotesto dei film del regista di Filadelfia, come una rete di relazioni simboliche che garantiscono il piano della significazione e il meccanismo dell'intreccio, delle componenti formali e dell'immaginario. Ho preso in considerazione il carattere autoriale di Shyamalan, che cura personalmente ogni aspetto della produzione e della realizzazione dei suoi lavori e che ha utilizzato le articolazioni di genere (thriller, horror e fantascienza) come costrutto culturale per costruire complesse forme drammatiche. Da Lady in the water e dallo studio della sua struttura morfologica e della costruzione fiabesca, sono passato a The Village, che ho analizzato per delineare le differenze tra nucleo familiare e societario e per un'analisi sociologica del contesto, per la quale mi sono avvalso delle riflessioni di David Lyon e Zigmunt Bauman sulla moderna società liquida e sulle metodologie di sorveglianza. Infine, hanno trovato spazio anche la costruzione della suspense e delle dinamiche dello sguardo in Signs e i meccanismi epistemologici dei Mind-Game Film. Con un'irremovibile consapevolezza che lega l'intera produzione di M. Night Shyamalan: la necessità del racconto e della fede in esso come modalità di organizzazione della conoscenza umana e degli eventi vissuti in un contesto temporale che, solo in virtù di ciò, diviene pienamente comprensibile.  

L'1 Dicembre ho scoperto che il 15 dello stesso mese (guarda caso, esattamente 5 mesi dopo essermi laureato, il 15 Luglio) M. Night Shyamalan sarebbe venuto a Roma, in occasione di un fan screening di Split al Cinema Barberini. Tutto ciò avrebbe voluto dire non soltanto chiudere, in un certo senso, un cerchio di natura accademica ma soprattutto realizzare un sogno che coltivo fin da piccolo, quando mi lasciai pesantemente suggestionare dalla prima visione del magnetico Signs. Da quel momento ho usurato il dvd per le ripetute seguenti visioni. Grazie a Shyamalan, il mio rapporto con il cinema ha avuto inizio ed il mio approccio ai film ed ai registi è diventato sistematico. E, in effetti, il 15 Dicembre, dopo una lunga attesa durata due settimane, fatta di vero e proprio stalking nei confronti dell'ufficio stampa della Universal Pictures International Italy (a tal proposito, non finirò mai di ringraziare la gentile e disponibile Cristina Casati), l'atteso incontro è avvenuto. Ho avuto modo di scambiare qualche battuta con Night, di mostrargli la tesi, di ricevere un autografo con dedica (sintesi di tantissime emozioni e significati che vanno oltre i suoi film stessi) e di fare una foto insieme a lui. La situazione si è fatta surreale nell'esatto momento in cui è stato lui a chiedermi una foto con me e la mia tesi. Pensare che una foto con Shyamalan, me e la mia tesi sia nel suo smartphone (e sia stata postata, pochi giorni dopo, sul suo profilo Twitter) genera un terremoto emozionale che mi travolge in pieno. Per completare il quadro dell'evento, considerate anche il fatto che, da studente fuori sede, sarei dovuto tornare a casa in aereo proprio la mattina del 15 Dicembre (ragion per cui, se avessi acquistato i biglietti per quella data, avrei perso l'incontro con Shyamalan). Ma una serie di fortuite circostanze ha fatto in modo che io non potessi acquistare il volo di ritorno per quel giorno. Dopo pochi minuti, sarebbe stata diffusa online la notizia del fan screening romano. 

Comprendete, adesso, il senso della citazione iniziale? Durante la masterclass, il cineasta si è dimostrato estroverso e desideroso di interagire con il pubblico. Ha risposto a molte domande degli ospiti in sala e ha svelato tratti del suo carattere e della sua vita sconosciuti ai più. Insomma, i ringraziamenti a Cristina, che ha fatto sì che avvenisse l'incontro, e alla Fondazione Cinema per Roma che, in collaborazione con la già citata Universal Pictures International Italy, ha organizzato la masterclass e la proiezione sono doverosi. 

Per ulteriori dettagli sulla masterclass e per la recensione di Split, che arriverà in sala il 26 Gennaio grazie a Universal Pictures, vi rimando al prossimo articolo che sarà pubblicato a breve!

venerdì 16 dicembre 2016

IL GGG - IL GRANDE GIGANTE GENTILE

di Matteo Marescalco


Non c'è alcun dubbio sul fatto che Roald Dahl e Steven Spielberg siano tra i maggiori storyteller di ogni tempo. Il lavoro del primo è stato sfruttato da molti registi (si ricordino Matilda 6 mitica di Danny De Vito, James e la pesca gigante di Henry Selick, La fabbrica di cioccolato di Mel Stuart e poi la versione di Tim Burton e Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson). Il secondo è uno dei cardini attorno a cui si è giocata la rivoluzione della New Hollywood, nonchè pilastro indiscusso dell'industria culturale americana. L'incontro tra i due autori, viste le tematiche affrontate, non era così imprevedibile. Da oltre 40 anni, Steven Spielberg racconta le sue storie al pubblico di tutto il mondo, introducendo nell'immaginario collettivo una serie di personaggi straordinari e catapultando intere generazioni in mondi meravigliosi, affascinanti ma nel frattempo anche spaventosi. Il GGG di Roald Dahl è stato pubblicato per la prima volta nel 1982, lo stesso anno nel quale la storia su un'amicizia inusuale e profonda, raccontata da Spielberg, ha catturato il cuore e l'immaginazione di grandi e piccoli. Si tratta, ovviamente, di E.T. L'extraterrestre

Il GGG racconta la fantastica storia di una ragazzina e del gigante che la introduce alle meraviglie ed ai pericoli del Paese dei Giganti. Nel bel mezzo della notte (con precisione alle 3 di notte che sarebbe la vera ora delle streghe, almeno secondo la protagonista del film), tutti gli esseri oscuro escono fuori dai propri nascondigli e si aggirano nei luoghi meno sospetti. Questo è ciò in cui crede Sophie, una bambina di dieci anni dedita all'immaginazione ed alla lettura, abituata a trascorrere da sveglia buona parte della nottata. Sophie vive in un orfanotrofio a Londra e si sporge spesso dalla finestra per osservare il mondo mentre tutti gli altri dormono. Alla luce spettrale della luna, appare, improvvisamente, un gigante che la afferra e la porta via, conducendola in una terra lontana. Si tratta del Gigante Gentile, vegetariano, ingenuo e solitario. Tra i due nasce un'amicizia che porterà Sophie e il Gigante Gentile ad affrontare le proprie difficoltà e la magia ed il mistero dei propri sogni. 

Il Grande Gigante Gentile, oltre al primo rapporto Spielberg-Dahl, segna anche il ritorno del regista americano ad un racconto favolistico spiccatamente per bambini (era dal 1991, anno di Hook-Capitan Uncino, che, escludendo Le avventure di Tintin, Spielberg non si dedicava ad una storia del genere). Ne scaturisce una meravigliosa fiaba, per citare Aldo Spiniello -un sogno di condivisione capace di vincere il mostro della solitudine. Perchè forse, il segreto della gentilezza è proprio la solitudine, con tutto ciò che si porta dietro e dentro. Il bisogno di non sentirsi più orfani, di immaginare evasioni, il desiderio e il timore che lo accompagna, di stabilire un contatto con l'altro. Con la delicatezza del tocco-. Il GGG è anche una storia di sogni che riflette sulla natura creatrice di questi ultimi: non a caso, il Gigante è anche un cacciatore di sogni. In una delle sequenze più immaginifiche del lungometraggio, Sophie ed il gigante vanno a caccia di sogni, in una sorta di altro-mondo che ricorda l'upside down del recente Stranger Things di Netflix. L'utilizzo della CGI è funzionale alla vicenda narrata e regala al film panorami di rara bellezza, abilmente uniti ad un buon utilizzo dei dialoghi che giocano sulle creazioni linguistiche di Dahl, sfiorando solo poche volte l'accumulo eccessivo ed una prolissità che, a tratti, stona.

Il richiamo della favola è sempre irresistibile e, grazie ad essa, il cinema di Steven Spielberg spicca il volo. Insieme a tutti gli esseri umani che lo compongono e che, di fronte all'incredibile, riescono ad abbandonare i freni inibitori per diventare protagonisti di eventi fantastici che li attendono dietro l'angolo. Credendoci. E, naturalmente, oltrepassandolo. 

venerdì 9 dicembre 2016

THE ART OF THE BRICK

di Matteo Marescalco

Se c'è una parola che, questa mattina, alla conferenza stampa di presentazione di The Art of The Brick, è stata utilizzata più volte, si tratta, senza dubbio, di magia
A grande richiesta, dopo l'incredibile successo di pubblico dello scorso anno, con oltre 120.000 spettatori, torna all'Auditorium Parco della Musica di Roma dal 9 Dicembre al 26 Febbraio, la mostra The Art of The Brick

Sono tante le novità tra le oltre settanta sculture d'arte create con più di un milione di mattoncini LEGO, opere dell'artista statunitense Nathan Sawaya. Una mostra che la CNN ha proclamato come una delle dieci mostre da vedere al mondo e che ha già conquistato ogni luogo, da New York a Los Angeles, da Melbourne a Shanghai, da Londra a Singapore. 

Le opere esposte, di notevoli dimensioni, spaziano dalla figura umana tradizionale a quella in preda a trasformazioni fisiche. Notevole successo riscuotono anche i grandi classici dell'arte: La Gioconda di Leonardo Da Vinci, La ragazza con l'orecchino di perla di Vermeer, La notte stellata di Van Gogh e L'Urlo di Munch. Fino ad installazioni imponenti come il T-Rex, costruito con oltre 80.000 mattoncini Lego.
La mostra comprende anche una zona interattiva che invita i partecipanti ad esprimere la propria creatività utilizzando i LEGO ed una serie di postazioni con console per divertirsi insieme. 

Durante la presentazione della mostra, abbiamo avuto l'opportunità di scambiare qualche battuta con Nathan Sawaya che, da avvocato di successo, ha deciso di dedicarsi alla propria passione perchè mi piace vedere le reazioni della gente alle opere d'arte create da qualcosa con cui hanno familiarità. Voglio elevare questo semplice giocattolo ad un ruolo che non ha mai occupato prima. Ancora, Sawaya ha concentrato la propria attenzione sulla magia della mostra e sulla sua sensazione di chiusura di un circolo tra genitori che guardano le opere d'arte e i bambini che giocano con i LEGO. Ogni artista utilizza uno strumento ed un materiale peculiare. Sawaya ha detto di aver scelto i mattoncini LEGO, oggetto infantile per eccellenza, per rendere l'arte accessibile a tutti, e per la sensazione di morbidezza nonostante le loro forme siano caratterizzate da angoli netti e definiti. 

Il percorso della mostra si snoda attraverso differenti sale: Sala Blu, Sala dei Ritratti, Lo studio
dell'artista, Condizione umana, I maestri del passato, Dinosauri, Giallo.
Vi consigliamo caldamente di visitare la mostra in compagnia dei vostri bambini, soprattutto durante il periodo natalizio, e magari di approfittare della pista da pattinaggio su ghiaccio costruita sul piazzale antistante l'Auditorium. Per vivere un Natale davvero magico!

sabato 3 dicembre 2016

OCEANIA

di Matteo Marescalco

Anno d'oro per la Walt Disney Pictures! Dopo Zootropolis, il 22 Dicembre arriverà nelle sale italiane anche Oceania, per emozionare e divertire famiglie e persone di tutte le età. Si tratta del 56esimo lungometraggio animato dell'azienda americana, uno dei migliori dell'ultimo periodo, quello della rinascita commerciale ed artistica con John Lasseter come nuovo direttore creativo. Questa volta, la direzione del film tocca a John Musker e Ron Clements, principali artefici del periodo d'oro degli anni '90 con La Sirenetta (1989), Aladdin (1992) ed Hercules (1997). La necessità di far convivere tradizione ed apertura al nuovo sembra già riflettersi nella scelta di affidare Oceania a Musker e Clements. 

Protagonista di questa avventura d'animazione è una vivace adolescente di nome Vaiana, che si imbarca in una coraggiosa missione per salvare il suo popolo. Mentre suo padre vuole che lei segua le sue orme per arrivare, un giorno, a guidare il loro popolo, Vaiana è attratta dall'oceano. Agli abitanti dell'isola è propibito spingersi oltre la zona di sicurezza circoscritta dalla barriera corallina (il reef) eppure il mare aperto sembra chiamare Vaiana. Quando la sua isola viene minacciata da una terribile oscurità e dall'infertilità, la ragazza infrange le regole stabilite da suo padre e si imbarca verso un'epica avventura per salvare il suo popolo e trovare le risposte che ha cercato per tutta la vita. In questo suo viaggio, Vaiana verrà assistita da Maui, potente semidio alla presa con il proprio altrettanto potente narcisismo, e da Heihei, uno stupido gallo più inutile che altro. 

Oceania è fondamentalmente un film di confini: il reef è una soglia naturale che non viene superata dagli abitanti dell'isola in cui vive Vaiana; allo stesso modo, il popolo sembra aver dimenticato il proprio passato da navigatori. In tal senso, è necessario non soltanto superare il confine naturale ma anche quello mentale che rappresenta per Vaiana e gli abitanti dell'isola il modo principale per l'affermazione della propria identità. Vaiana è la prima principessa Disney a non essere una vera e propria principessa: non si scontra con il padre per problemi sentimentali, sa già di essere la futura guida del proprio popolo che la accetta, tra l'altro, con serenità e partecipazione. Alla ragazza manca
un compagno maschile ma il film non ruota minimamente attorno a grossolane questioni di genere sullo scontro maschile-femminile. Vaiana lotta per restituire al proprio popolo la memoria che sembra aver perso e per modificarne la situazione sociale, per il proprio desiderio di conoscere e per spingersi oltre i propri limiti. L'amore familiare trionfa, accompagnato dalla nuova consapevolezza della necessità di ascolto di tutti gli elementi naturali e, in genere, del diverso. Infatti, la stessa resa dei conti con il nemico non avviene per mezzo di una lotta ma grazie all'astuzia e alla comprensione dell'altro la cui cattiveria è, spesso, solo di facciata. 

Oceania è un perfetto prodotto di intrattenimento per il prossimo periodo natalizio che conferma l'assoluto predominio della Disney nel mondo dell'animazione ed il fatto che il cinema animato riesca sempre più a veicolare contenuti e stili che sono spesso irraggiungibili dal cinema in live action. 

giovedì 1 dicembre 2016

UNA VITA DA GATTO

di Matteo Marescalco

Da deputato del Partito Democratico a gatto. Dura la vita per Kevin Spacey.

Una vita da gatto è l'ultimo film diretto da Barry Sonnenfeld ed approderà nelle sale italiane il 7 Dicembre. Ne è protagonista Tom Brand, miliardario di grande successo ma con uno stile di vita che lo ha totalmente allontanato dalla sua famiglia. Intento a recuperare il rapporto iniziando con la figlia, decide di regalarle, per il compleanno, il gattino che desidera da molto tempo. Sulla strada verso casa, però, Tom rimane coinvolto in un incidente e quando riprende conoscenza scopre di essere intrappolato nel corpo del gatto appena acquistato. Adottato dalla sua stessa famiglia, sperimenterà una nuova prospettiva di vita all'interno di casa sua, riscoprendo il piacere di stare accanto ai suoi cari e desiderando di ridiventare, per loro, un marito e un padre migliore.


Una vita da gatto è, a tutti gli effetti, un pasticcio natalizio, destinato al pubblico di tutte le età. Nonostante alcuni interessanti elementi di critica sociale, tuttavia, il target di riferimento, probabilmente, è quello dei bambini: non si spiegherebbero altrimenti luoghi comuni, elementi splapstick e la svolta buonista che, nel finale, premia i buoni e colpisce i cattivi. Kevin Spacey è il direttore di un'azienda che, tra le altre cose, persegue un'obiettivo: quello di costruire il palazzo più alto dell'America del Nord. Quindi, la storyline sentimentale è intrecciata a quella che analizza i risvolti lavorativi conseguenti alla trasformazione di Tom Brand in gatto. Realtà e fantasia si intrecciano in una commedia leggera che potrebbe annoiare gli adulti ma far ridere i più piccoli. Per il resto, sarebbe inutile analizzare ulteriormente un blando prodotto natalizio che avrebbe potuto spingere maggiormente sul versante surreale della vicenda e che, invece, si accontenta di rimanere in superficie e di navigare, senza troppa fatica, verso il porto sicuro della riconciliazione con happy end.

È SOLO LA FINE DEL MONDO

di Matteo Marescalco

Louis, racconta qualcosa, una delle tue storie.
Quali storie? Non ho nulla da raccontare.

Negli ultimi tre anni, il regista che, probabilmente, ha fatto parlare di sè più di chiunque altro è Xavier Dolan, enfant prodige del cinema canadese, 27enne in grado di dirigere ben sei film nonostante la giovane età, tuttofare che si è mosso tra la regia di videoclip, la recitazione e persino il doppiaggio, mantenendo inalterato il proprio carattere fiero e scontroso ed alimentandolo con gli argomenti trattati nei lungometraggi. Protégée del Festival di Cannes, che gli ha assegnato il Premio della Giuria per Mommy nel 2014 ex-aequo con Adieu au langage di Jean-Luc Godard (quale migliore battesimo?) e il Grand Prix Speciale della Giuria, quest'anno, per E' solo la fine del mondo, Dolan ha anche calcato il suolo veneziano con Tom à la ferme, dove ha vinto il premio Fipresci. Insomma, parliamo di un predestinato, per lavorare con il quale i maggiori attori della scena mondiale farebbero follie.

E di altissimo livello è il cast del suo E' solo la fine del mondo, kammerspiel atipico che vede Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard e Nathalie Baye duettare e scontrarsi senza pietà alcuna. Tratto dall'omonimo testo teatrale di Jean-Luc Lagarce, il film mostra il ritorno a casa di Louis, giovane scrittore di successo che da tempo ha lasciato il suo paese di origine per dedicarsi solo alla sua vita e che decide di comunicare una notizia importante ai suoi familiari. Verrà accolto dal grande amore di sua madre, dal fratello nevrotico e vittima di un evidente complesso di inferiorità, dalla sorella che lo ha mitizzato e dalla cognata incuriosita e disposta a conoscerlo in profondità. Louis troverà nuovamente le stesse dinamiche che, dodici anni prima, lo avevano spinto ad abbandonare la casa d'origine. 

La regia di Dolan sovverte le regole di messa in scena dei tradizionali kammerspiel e, fin dai primi minuti, gioca con il senso di claustrofobia di personaggi e spettatori: la musica ad alto volume e i primissimi piani ingabbianti ricattano, a tutti gli effetti, gli spettatori, costretti nella trappola costruita dal regista che vorrebbe compensare tutte le carenze di cui soffre la struttura narrativa. Infatti, il prodotto si basa su una costruzione fin troppo lineare (dialoghi tra singoli personaggi alternati ad incontri collettivi e a flashback dalla natura onirica) che anestetizzano e bloccano il cuore pulsante e vulcanico di E' solo la fine del mondo, alimentato unicamente da piagnistei, isterismi ed urla. L'approfondimento caratteriale dei personaggi e dei legami interpersonali non si trasforma mai in emozione pura, l'originalità e la sincerità vengono puntualmente soppiantate dalla sensazione di una superficiale dimostrazione di bravura. I personaggi non vivono veramente sullo schermo ma, carichi ed esasperati come sono, finiscono per restare preda delle fobie e delle ingenuità di chi li ha trasposti in film. Tutto il vero che palpita nelle profondità del testo filmico è soppiantato dall'atteggiamento puerile di Dolan, vittima del suo egocentrismo autoriale. La sensazione finale è di aver assistito ad un gioco al massacro troppo preso da se stesso, che fallisce nel suo intento di portare lo spettatore a provare empatia nei confronti dei personaggi. Incapace, quindi, di raccontare le vicende dei suoi attanti durante l'arco narrativo dell'intero film se non in singoli quanto brevi momenti che bruciano immediatamente. E' solo la fine del mondo è un film da fast food che vive di artificio e che crolla su se stesso, finendo per essere dimenticato come fosse una qualsiasi pessima canzone di pochi minuti. 

mercoledì 30 novembre 2016

SULLY

di Egidio Matinata

Un film di Clint Eastwood. Con Tom Hanks, Laura Linney, Anna Gunn, Aaron Eckhart, Sam Huntington.  Biopic/Drammatico. USA 2016. Durata: 95 Min.

Il 15 Gennaio 2009, il mondo assiste al "Miracolo sull'Hudson" quando il capitano Chesley "Sully" Sullenberger effettua un atterraggio di emergenza col suo aereo nelle acque gelide del fiume Hudson, salvando la vita a tutti i 155 passeggeri presenti a bordo. Tuttavia, anche se Sully viene elogiato dall'opinione pubblica e dai media, che considerano la sua un'impresa eroica senza precedenti, le autorità avviano delle indagini che minacciano di distruggere la sua reputazione e la sua carriera.

Ho quarant’anni di volo alle spalle, ma alla fine, sarò giudicato in base a 208 secondi.
Questa battuta riassume in parte ciò che viene raccontato nel film: lo straordinario che irrompe nell’ordinario, e il modo in cui da quel momento ci si relaziona ad esso.
Il capitano Sully, accolto all’unanimità come eroe dopo l’ammaraggio sull’Hudson, sarà costretto a fare i conti con se stesso e con coloro che avrebbero voluto trovare una crepa all’interno di una manovra perfetta, seppure fuori da ogni schema o regola manualistica.
Non a caso il film mostra più volte simulazioni di volo che si risolvono in falsi e tragici tentativi di atterraggio che membri dell’aeronautica (forse alla ricerca a tutti i costi di un colpevole) erano convinti fosse possibile.  
Giudici e boia (mascherati, in realtà) che però faranno l’errore di non tenere conto del fattore umano, altro tema portante della pellicola.

La storia, pur essendo straordinaria, viene raccontata facendo leva sull’umanità dei suoi protagonisti, senza voler premere il pedale della retorica, dell’enfasi o della spettacolarizzazione.
La sceneggiatura di Todd Komarnicki si lascia alle spalle qualunque schema da biopic classico per trovare una sua strada: la narrazione è semplice e diretta, ma non banale. La linea narrativa principale è perennemente interrotta da altre linee temporali e anche l’incidente viene decostruito più volte nell’arco dei novanta minuti. Tutto ciò non finisce per rendere il film frammentario, ma in realtà lo porta verso una coesione e concretezza maggiore.
E il volto che poteva dar vita ad una storia così profondamente umana non poteva che essere quello di Tom Hanks, il quale ha già dato modo nella sua carriera (anche recentemente con Captain Phillips) di poter impersonare l’everyman in una situazione fuori dall’ordinario.

Con Sully, Clint Eastwood si riconferma (come se ce ne fosse bisogno) uno dei più grandi maestri di cinema viventi. Il suo approccio alla materia trattata e l’opera in sé combaciano alla perfezione. Il film infatti è sobrio, sincero, diretto e senza sbavature.
Volendo, si potrebbe fare un paragone con Snowden di Oliver Stone, un buon film (con al centro un protagonista più problematico) che però eccede nel suo schierarsi da una parte per giungere ad una sorta di “beatificazione”.
Eastwood si limita a raccontare meravigliosamente bene, senza lasciare da parte le paure che questa storia evoca, ma con eleganza e pudore.

mercoledì 23 novembre 2016

IL SEGRETO DI PULCINELLA

di Matteo Marescalco

Segreto di Pulcinella è un'espressione idiomatica della lingua italiana: viene usata per indicare un segreto che non è più tale, qualcosa che è diventato di pubblico dominio nonostante i tentativi di tenerlo nascosto da parte di chi lo detiene. Quest'espressione, per certi versi, è molto simile ad un altro idiomatismo, questa volta, però, tipico della lingua inglese: elefante nella stanza indica una verità che, per quanto ovvia e appariscente, viene minimizzata o addirittura ignorata. L'idea alla base dell'espressione è che un elefante all'interno di una stanza sarebbe impossibile da non notare. Le persone presenti, quindi, fanno finta di non vederlo in modo tale da evitare di affrontare un problema serio. 

Mary Griffo, co-fondatrice della Socialmovie s.r.l., società di produzioni e distribuzioni cinematografiche, ha sfruttato l'espressione Segreto di Pulcinella come titolo per il documentario incentrato sulla Terra dei Fuochi che ha scritto e diretto. Il lavoro della Griffo inizia con una serie di totali sulla città di Napoli: una terrazza affacciata sul panorama, le case, il golfo, il porto ed il Vesuvio sullo sfondo, con il sole che si appresta a sorgere e a svegliare un'intera città dal suo profondo sonno notturno. Ma il vero incipit del documentario è affidato a Bruno Leone, che da quasi vent'anni indossa 'o cammesone di Pulcinella e prolunga la tradizione che risale a girovaghi e saltimbanchi medievali. Leone è il burattinaio che fa da collante ai diversi punti di vista che il documentario presenta e da raccordo alle varie interviste. In un certo senso, è l'anima stessa di Napoli, rappresentata da una maschera della commedia dell'arte, per l'appunto quella di Pulcinella, a farsi inserto diegetico e a raccontare la storia della propria passione. 

C'era una volta un re, anzi no. C'era una volta un regno chiamato Campania Felix, dove la terra era fertile e bellissima e la gente aveva tanta roba buona da mangiare ed era felice. Uno degli aspetti più riusciti del documentario risiede nell'atmosfera fiabesca che lo caratterizza. Sarà proprio il burattino Pulcinella ad anticipare le storie che poi i personaggi intervistati raccontano, traghettando lo spettatore in una Campania Felix, quasi come fosse un luogo onirico, ormai lontano dall'attuale realtà dei fatti. Nella gran parte dei siti compresa tra la provincia di Napoli e quella di Caserta si consuma uno dei delitti ambientali più atroci: lo sversamento illegale di rifiuti industriali tossici che vengono poi dati alle fiamme per occultare le prove e che provocano anche un notevole livello di inquinamento atmosferico. Per tale ragione, il tasso di malattie tumorali che colpiscono gli abitanti della zona, è pericolosamente elevato. Secondo una ricerca condotta dall'Istituto superiore di sanità ci sarebbe un eccesso di mortalità e di ospedalizzazione nella popolazione residente nella Terra dei Fuochi per diverse patologie tumorali di cui soffrono anche bambini ricoverati nel primo anno di vita. Del problema della Terra dei Fuochi si parla da anni attraverso servizi e reportage che hanno descritto il biocidio locale. L'approccio di Mary Griffo alla materia trattata è differente: l'obiettivo della regista non è unicamente la realizzazione di un documentario-denuncia ma soprattutto di un lavoro che fosse, a tutti gli effetti, specchio della condizione umana, della fragilità dell'essere umano che vive quotidianamente in questo territorio di 1076 km2. 

L'apparizione di Bruno Leone e di Pulcinella, di Carmine Schiavone e di don Maurizio Patriciello, simbolo della lotta contro la distruzione del territorio campano, rappresentano il completamento di un quadro di cui madri che hanno perso i loro bambini e ragazzi e ragazze spaventati dal cibo che mangiano sono tante altre tessere fondamentali. Fino all'ispettore superiore della Polizia di Stato Roberto Mancini che, come un moderno Don Quijote della Terra dei Fuochi, ha provato a lottare contro i mulini a vento che massacrano il territorio campano. E che pochi altri Sancho Panza sono disposti a riconoscere. 

Gli ultimi dati non sono incoraggianti, i controlli e i pattugliamenti si sono ridotti progressivamente, le denunce sono crollate e il numero di roghi nel casertano è aumentato del 10% nel 2016. Insomma, la Terra dei Fuochi è ben lontana dall'immagine iniziale dell'alba che sfiora dolcemente la città di Napoli. Che sia solo un'utopia? No, finchè si lotta per assicurare un futuro migliore ai giovani e finchè la voglia di raccontare continui a tramandare senza avere paura e nascondere ma mettendo a nudo eventuali elefanti nelle stanze. 

*pubblicato per Cinemonitor.it

martedì 22 novembre 2016

MISS PEREGRINE-LA CASA DEI RAGAZZI SPECIALI. NUOVI SPOT-TV!

di Matteo Marescalco

L'ultimo film di Tim Burton, Miss Peregrine-La casa dei ragazzi speciali, sbarcherà nei cinema di tutta Italia il 15 Dicembre, dopo una serie di anteprime in sale selezionate l'8 Dicembre. Tratto dal romanzo La casa per bambini speciali di Miss Peregrine di Ransom Riggs, il film è incentrato sulla figura dell'adolescente Jacob Portman che, in seguito alla tragica morte dell'amato nonno, si reca in una piccola isola del Galles, alla ricerca della casa di Miss Peregrine, sulla quale il nonno aveva lasciato indizi misteriosi attraverso mondi e tempi alternativi. Il mistero si fa sempre più fitto man mano che Jake entra a conoscenza degli abitanti della casa, dotati di poteri speciali e di pericolosi nemici. Sarà compito suo e della sua "peculiarità" salvare i nuovi amici. 

Il cast del film annovera interpreti quali Eva Green (che aveva già lavorato con Tim Burton in Dark Shadows), Asa Butterfield (già visto in Hugo di Martin Scorsese ed alla sua prima collaborazione con il regista di Burbank), Judi Dench, Terence Stamp, Rupert Everett e Samuel L. Jackson

Il film, in uscita negli Stati Uniti il 30 Settembre, ha già incassato ottimi pareri da parte della critica oltreoceano. In occasione dell'uscita italiana, anche il regista Tim Burton sarà presente a Roma per presentare Miss Peregrine-La casa dei ragazzi speciali e per una conferenza con la stampa specializzata. 

Di seguito, vi sveliamo in anteprima, grazie a 20th Century Fox Italia che si occupa della distribuzione del film, tre nuovi spot TV del film, in attesa del 15 Dicembre! 
I restanti due spot sono disponibili ai seguenti link: 



venerdì 18 novembre 2016

LA MIA VITA DA ZUCCHINA

di Matteo Marescalco

In un contesto in cui la maggior parte dei film di animazione è realizzato tramite tecnologie digitali, un prodotto in stop-motion viene visto sempre con notevole sorpresa. Arriverà dal 2 Dicembre al cinema, distribuito da Teodora Film, La mia vita da zucchina, diretto da Claude Barras e scritto da Celine Sciamma (che ha tratto la sceneggiatura dal libro Autobiografia di una Zucchina di Gilles Paris), presentato trionfalmente alla Quinzaine des Realisateurs di Cannes.
Protagonista del film è un bambino di 9 anni, soprannominato Zucchina, che dopo la morte della madre viene mandato a vivere in una casa famiglia: grazie all'amicizia di un gruppo di coetanei, tra cui spicca Camille, Zucchina riuscirà a superare ogni difficoltà, abbracciando infine una nuova vita. 

La mia vita da Zucchina, come giù detto, è un film d'animazione in stop-motion, una tecnica simile a quella dell'animazione tradizionale, in cui però i disegni sono sostituiti da pupazzi, filmati fotogramma per fotogramma. Dal momento che i pupazzi restano immobili quando vengono filmati, la fluidità dei movimenti e le sottigliezze espressive sono determinati dalla qualità dell'animazione. Il diretto dell'animazione del film è Kim Keukeleire, già animatore di alcuni dei capolavori in stop-motion degli ultimi anni, da Galline in fuga degli Studi Aarman a Fantastic Mr Fox di Wes Anderson, fino ancora a Frankenweenie di Tim Burton. Questo tipo di animazione così artigianale si ricollega direttamente ai primordi del cinema, al lavoro manuale sulla pellicola ed alla magia legata alla possibilità di creare sogni con le proprie mani. 

Per questo semplice ed apparentemente motivo, La mia vita da zucchina non fatica a scaldare l'animo dello spettatore, cui contribuisce la vicenda portata in scena, racconto di formazione che spazia da I 400 colpi a Belle e Sebastien. La grafica del film è, al tempo stesso, realistica nella delineazione degli ambienti e stilizzata nelle espressioni dei personaggi: i loro occhi enormi, spalancati sul mondo, danno un contributo essenziale all'empatia e alle emozioni. E' la stessa forma del film che contribuisce ad ancorare la narrazione alla realtà e a non slegarla in modo eccessivo dal mondo che vuole raccontare: nel cinema, spesso, gli orfanotrofi sono rappresentati come ambienti opprimenti, in contrapposizione al mondo esterno, sinonimo di libertà. Nell'orfanotrofio in cui trascorrerà molti suoi giorni, Zucchina ha modo di conoscere altri bambini vittime di violenze e di soprusi, che riescono tuttavia a reagire grazie alla forza dei sentimenti e della loro amicizia. Tutto ciò è raccontato da Barras e Sciamma senza cadere nel pietismo e nel politically correct ma infrangendo diversi tabù, tra cui quelli sul sesso e sulle vicende raccontate dal punto di vista dei più piccoli (che spesso fa rima con semplicismo). Insomma, il nostro consiglio è di non perdere assolutamente questo piccolo gioiellino di animazione. Malinconico, triste e commovente. Ma carico della speranza che sa dare soltanto l'amicizia.

mercoledì 16 novembre 2016

ANIMALI FANTASTICI E DOVE TROVARLI

di Matteo Marescalco

Il 16 Novembre 2001 arrivava nelle sale inglesi ed americane il primo episodio della saga di Harry Potter, che si sarebbe rivelata una delle più redditizie di sempre, tratta dal fenomeno editoriale creato da J.K. Rowling. La storia della letteratura per ragazzi si accingeva a cambiare per sempre. Chi ha avuto la fortuna di crescere con il magico mondo di Harry Potter e dei suoi amici, ha inevitabilmente fatto una serie di esperienze legate all'immaginazione che chi non ha letto i sette libri non ha mai provato.

Il 17 Novembre, a qualche anno di distanza dalla fine della saga cinematografica, arriverà al cinema Animali Fantastici e Dove Trovarli, spin-off del mondo di Harry Potter, creato dalla stessa penna che ha partorito l'universo del maghetto inglese e diretto da David Yates, autore degli ultimi quattro film a lui dedicati. Animali fantastici sposta l'attenzione verso l'altra metà del globo. La vicenda è ambientata negli Stati Uniti: il magico mondo newyorkese degli anni '20 è minacciato da pericoli sempre crescenti. Qualcosa di misterioso sta seminando la distruzione per le strade, rischiando di far uscire allo scoperto la comunità magica dinanzi ai No-Mag (il termine americano per Babbani). Nel frattempo, il potente ed oscuro mago Gellert Grindelwald, dopo aver messo in subbuglio l'Europa, è misteriosamente svanito nel nulla. Ignaro della difficile situazione, Newt Scamander arriva in  USA, alla fine di un viaggio che lo ha portato in giro per il mondo alla ricerca e al salvataggio di molte creature magiche, che porta continuamente con sè all'interno di un borsone dalle dimensioni insospettabili. A New York, ha modo di conoscere Jacob Kowalski, No-Mag che vivrà magiche avventure al fianco dell'eroe, l'ex Auror Tina Goldstein e la sorella Queenie. Tutti e quattro daranno vita ad un gruppo che affronterà le forze oscure che tormentano la città di New York. 

Era parecchio atteso dai fan di tutto il mondo il ritorno in sala dell'universo di Harry Potter e il debutto della Rowling come sceneggiatrice, ruolo che, tutto sommato, ha svolto con maestria ed attenzione. Ciò che può definirsi più soddisfacente riguarda, senza dubbio, la delineazione dei personaggi di contorno e la varietà delle situazioni descritte. La narrazione regge, nel suo essere a sè stante rispetto al mondo inglese di Harry Potter, è autoconclusiva ma getta comunque una serie di appigli per i quattro futuri episodi del brand Animali fantastici: vengono nominati Hogwarts, Albus Silente e una componente della famiglia Lestrange.  L'apparato visivo è ricco e restituisce l'ampiezza dell'elemento legato all'immagine Nella scrittura della Rowling. Come già detto, un plauso lo meritano i personaggi secondari: Jacob, Tina e Queenie sono più di meri comprimari. Sono degli outsider che si collocano sul solco scavato da Ron Weasley, Hermione Granger e gli altri perdenti che, nella saga di Harry Potter, grazie alla magia ma soprattutto all'amicizia e ai sentimenti, hanno la possibilità di riscattarsi. Risulta essere poco digeribile il personaggio di Newt Scamander, protagonista della vicenda incarnato da Eddie Redmayne, completamente privo di carisma e, per fortuna, relegato spesso ai margini della narrazione. Anche il cattivo è spesso sotto le righe e viene tolto di mezzo in un modo fin troppo ridicolo.

Il film nel complesso funziona, nonostante alcuni difetti nella delineazione dei suoi personaggi principali. Non ci resta che attendere gli ulteriori sviluppi cui incorrerà questo mondo magico per avere una visione totale di quest'operazione commerciale. 

lunedì 14 novembre 2016

QUEL BRAVO RAGAZZO

di Emanuele Paglialonga


-La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti-, sentenziava laconico in Boris-Il film René Ferretti (aka Francesco Pannofino), regista di fiction orride, quando Sergio gli proponeva di girare un film per il grande schermo. Non ci credeva minimamente che avrebbe funzionato, tant’è che La casta divenne Natale con la casta
Come da tradizione, tutti i comici televisivi italiani finiscono per compiere il passo verso il grande schermo. Per alcuni è andata bene (Aldo, Giovanni e Giacomo, Ficarra e Picone e ovviamente Checco Zalone), per altri meno (I Soliti Idioti, Pio e Amedeo, per citare i casi più recenti).  
Per quanto divertenti sembrino in televisione, il film a soggetto è un’altra cosa, e prima di tutto bisogna scriverlo bene. Se regge nella sua interezza si potranno inserire tutti i lazzi e le trovate comiche che si ritengono necessarie. Se non regge, diventa mediocre e fastidioso. 

Con Quel bravo ragazzo è il turno di  Herbert Ballerina, al secolo Luigi Luciano: la spalla secolare di Maccio Capatonda si affranca e diventa protagonista. Il plot è piuttosto semplice: un boss mafioso vicino alla morte scopre di avere un figlio di trentacinque anni e il suo ultimo desiderio è che a lui venga affidato il suo impero mafioso, ignorando che il giovane, Leone (Herbert Ballerina appunto), sia un ingenuo e goffo combinaguai. 
Leone non è quindi evidentemente all’altezza dell’incarico affidatogli. E Herbert Ballerina invece è in grado di reggere un film da protagonista? Assolutamente sì. La sua è ormai a tutti gli effetti una maschera: se quella di Zalone è diventata quella dell’ignorante e dello scemo che non vuole andare in guerra, quella di Herbert Ballerina è invece quello scemo che nemmeno sa cos’è la guerra, dell’ingenuo di buonissimo cuore che crederà a qualsiasi bugia gli venga raccontata (vedi il suo Fernandello nella sitcom Infinity Mariottide). 

Pur essendo la storia assai semplice, il film è onesto, privo di qualsiasi tipo di volgarità, banalità e ipocrisia: Quel bravo ragazzo rispetta lo spettatore e si colloca nel nobilissimo settore del cazzeggio fatto con professionalità. I fan (ma anche non i fan) non rimarranno delusi e ne usciranno senz’altro divertiti. Senza impegno, ma neanche con superficialità.
Dietro ogni battuta “stupida” e surreale di Maccio Capatonda e Herbert Ballerina c’è l’intelligenza di Marcello Macchia e Luigi Luciano, così come dietro questo film c’è il buon lavoro svolto in fase di sceneggiatura da Luciano assieme a Gianluca Ansanelli, Enrico Lando, Andrea Agnello e Ciro Zecca, e in fase di regia da Enrico Lando. 

In un inizio di stagione non scoppiettante dal punto di vista degli incassi per il cinema italiano, Quel bravo ragazzo potrebbe rivelarsi un’interessante sorpresa, come accadde nel 2009 per Cado dalle nubi, il film che lanciò Zalone sul grande schermo. L’appuntamento è per giovedì 17 novembre.
Quando la spalla diventa protagonista (e funziona).

giovedì 10 novembre 2016

COME DIVENTARE GRANDI NONOSTANTE I GENITORI

di Matteo Marescalco

Se c'è un genere cinematografico che in Italia difficilmente si produce ed arriva in sala, si tratta, senza dubbio, della categoria del film per adolescenti. Alla decima edizione della Festa del Cinema di Roma, è stato presentato Microbo e Gasolio di Michel Gondry. Quest'anno, invece, abbiamo avuto l'occasione di vedere Goodbye Berlin di Fatih Akin. Quindi, mi riferisco a due prodotti rigorosamente young-adult (rivolti ad un ben preciso target, quello compreso tra i 14 e i 20 anni di età, all'incirca) diretti da registi di spicco dei loro rispettivi Paesi (Francia e Germania/Turchia), autori di film che hanno ottenuto, negli anni, ampio consenso critico.
I recenti Un bacio di Ivan Cotroneo e L'estate addosso di Gabriele Muccino hanno provato a colmare questa carenza produttiva nel cinema italiano, con un'ulteriore campagna di promozione (almeno nel caso del primo film) lungo tutta la penisola italiana. 

Come diventare grandi nonostante i genitori ha nel brand di Alex&Co., sit-com targata Disney Channel, il proprio punto di partenza, da cui si sono abilmente smarcati, nello sviluppo della narrazione, lo sceneggiatore Gennaro Nunziante ed il regista Luca Lucini, che torna al genere young-adult dopo Tre metri sopra il cielo. Il film ruota attorno al classico scontro genitori-figli: in un liceo di Milano arriva una nuova preside (Margherita Buy) che decide di non aderire al concorso scolastico nazionale per band. Il gruppo di Alex, con la passione sfrenata per la musica, subisce un duro colpo. Anche i genitori corrono a protestare ma non ricevono alcuna risposta dalla preside. Continuare a dare libero sfogo alla propria passione o concentrarsi unicamente sugli studi scolastici? I genitori consigliano ai ragazzi di sottostare alla decisione della preside ma i giovani, con orgoglio, decidono di iscriversi ugualmente al concorso, sfidando scuola e genitori. In questo loro cammino, conosceranno la musica, approfondiranno il loro rapporto d'amicizia ed incontreranno anche un celebre musicista e produttore internazionale interpretato da Matthew Modine. 

Se l'idea di creare a tavolino un prodotto del genere (senza finanziamenti pubblici) per un target di adolescenti è lodevole, il risultato finale è un po' problematico. Il peso di una recitazione fittizia si scaglia contro i giovani protagonisti, artificiosi e patinati al limite del sopportabile, anche nelle sequenze in cui dovrebbero semplicemente interpretare se stessi. Non è soltanto la recitazione a causare una sensazione del genere. Per tutta la durata del lungometraggio, infatti, è tutto fin troppo pulito: dalla scuola che gli Alex&Co. frequentano fino alle canzonette che cantano; o, ancora, dalle abitazioni dei genitori fino alle passioni sentimentali che nascono tra i ragazzi. L'anestetizzazione totale delle sensazioni è il problema principale di cui soffre Come diventare grandi nonostante i genitori. I ragazzi protagonisti non sfiorano minimamente le vette di realismo e "sporcizia" raggiunte dai loro coetanei di Sing Street di John Carney, presentato all'ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, rimanendo in sospeso tra le figurine da almanacco e gli "artisti" da talent-show. Il twist-ending finale, poi, non riesce ad evitare l'immancabile morale che precipita il prodotto in un inutile didascalismo. 
Peccato. Non è il caso di stroncare un film del genere ma il paragone con Sing Street, Microbo e Gasolio e Goodbye Berlin sorge spontaneo e non fa bene al film di Lucini e Nunziante. Ed è inevitabile rintracciare una falsità di fondo che ne inficia il risultato finale. 

lunedì 7 novembre 2016

FAI BEI SOGNI

di Matteo Marescalco

Nella prima parte di Fai bei sogni, ultimo film di Marco Bellocchio, è sorprendente la quantità di inquadrature che recano, ai propri margini o sullo sfondo, icone religiose. Ciò è segno di una cura e di un'attenzione formale nei confronti dell'immagine che risulta essere costantemente elaborata e mai lasciata al caso, sinonimo indelebile di un lavoro pittorico che commistiona tematiche sociali a bellezza di natura eidetica (considerando la radice del termine). Non c'è un'immagine che scampi ad una certa tensione etica, così come il protagonista del film, da bambino e dopo la morte della madre, cerca il Dio che gliel'ha sottratta, identificandolo nella luce che, probabilmente, è la caratteristica che più manca al film tratto dal romanzo di Massimo Gramellini. Le atmosfere sono cupe, la religiosità opprime le immagini che, tuttavia, restano grigiastre, laiche, concentrate sugli esseri umani che le popolano, travestiti da animali sociali ma che, più volte, vengono smascherati dal protagonista, interpretato da un intenso Valerio Mastandrea. Dalla scena del funerale che sancisce la morte della madre e di una modalità di concepire la vita, vittima anch'essa di una buona dose di omologazione sociale, fino al luciferino uomo ricco interpretato da Fabrizio Gifuni, la cui integrità dura pochissimi minuti.

La Storia deflagra in mille schegge in Fai bei sogni, accostandosi all'intimismo della vicenda vissuta dai suoi protagonisti. Scorre lungo gli argini dei mezzi di comunicazione, come fosse un semplice riflesso, venendo sovente attraversata e realmente vissuta nell'ambito di particolari plot-point. Frammenti di eventi e personaggi misteriosi appaiono e si congiungono, vengono restituiti dalle finestre-sul-mondo, si riflettono vicendevolmente e finiscono per mescolarsi, come materia vivente e plasmabile. Quest'ultimo film di Bellocchio è una giostra di fantasmi i cui numi tutelari sono Belfagor e Nosferatu, creature della notte, volti iconici e macchinici, che rappresentano la totale assenza umana ma che si ergono a consiglieri del piccolo Massimo. Il cinema stesso, con le sue ombre e le sue apparizioni, vive nella narrazione seriale e nel racconto spezzato di Fai bei sogni che applica un costante ridimensionamento dell'ambiente familiare. Dall'intero appartamento ad un semplice cerchio in cui lasciarsi andare, per una volta, e ballare, rivivendo emozioni mai più provate dopo la morte della madre. Fino ad una scatola di ricordi in cui rinchiudersi, nella placidità di un sogno, ed evadere. E fuggire la transitorietà della vita. Che è un po' quello che si fa al cinema, dove si sogna di svegliarsi per le due ore del film e di fuggire l'assenza che ci perseguita giorno dopo giorno.