venerdì 27 marzo 2015

INTO THE WOODS

di Matteo Marescalco 
 
Basato sull'omonimo musical di Stephen Sondheim, incredibile macedonia di celebri fiabe tradizionali dei Fratelli Grimm quali Cenerentola, Cappuccetto rosso e Raperonzolo, con l'aggiunta di Jack e il fagiolo magico, Into the woods segna il ritorno dietro la macchina da presa di Rob Marshall, tre anni dopo aver diretto il quarto capitolo della saga di Pirati dei caraibi

Il film costituisce una sorta di estensione delle suddette fiabe dei Fratelli Grimm, prova ad analizzare le reali pulsioni dei personaggi portati in scena e a chiedersi cosa accade dopo lo sbandierato lieto fine. 
Il primo sintagma narrativo, incentrato sulla presentazione dei diversi protagonisti, effettuata in montaggio alternato, mostra un panettiere e sua moglie che si rendono conto di non poter avere figli perchè maledetti da una strega. Se vogliono spezzare la maledizione, devono incamminarsi nel bosco per procurarsi gli oggetti necessari per rompere l'incantesimo e dar vita ad una famiglia: un mantello rosso sangue, una mucca bianco latte, una scarpetta dorata e delle setole color grano.

Il ritmo di questa prima sezione è davvero elevato e getta lo spettatore nel cuore pulsante della storia narrata. I singoli personaggi, con le loro vicende e le immancabili digressioni in cui si imbattono, vengono relegati in uno spazio oscuro e cupo in cui sembrano materializzarsi i fantasmi delle loro esistenze. 

A differenza di altre riduzioni Disney (sorge spontaneo pensare a Cenerentola di Kenneth Branagh e all'affastellamento barocco di dettagli inutili), Into the woods è un film serio e privo di chissà quali voli pindarici sul versante visivo. Particolarmente esaltata risulta essere la dimensione orrorifica e crudele delle vicende a scapito del sentimento ironico, incarnato unicamente dai personaggi dei due principi, fratelli rivali, più preoccupati dal loro aspetto fisico che dal conquistare le donzelle dei loro sogni. L'impressione è quella che il regista e gli autori del libretto del musical si siano divertiti a ribaltare la tradizionale figura del principe senza macchia, mostrando il risvolto della medaglia. 

Centro focale del lungometraggio è rappresentato dal rapporto genitori-figli e dalle aspettative di vita della prole. Le dinamiche comportamentali di Jack, Cappuccetto Rosso e Raperonzolo risultano essere attenzionate. I tre giovani desiderano solo distaccarsi dai membri familiari ed intraprendere un loro autonomo percorso di vita che li porti a contatto con gli aspetti più estremi della realtà. 

Nessuno è veramente puro ed innocente in questo adattamento Disney e l'inventiva e l'originalità generale consentono, senza ombra di dubbio, di chiudere un occhio su alcuni risvolti diegetici poco precisi. Into the woods risulta essere, in definitiva, uno dei prodotti Disney più intelligenti e riusciti degli ultimi tempi, collocandosi sullo stesso piano de Il grande e potente Oz di Sam Raimi

NICCOLO' AMMANITI ALLA SAPIENZA: IL SUO PERCORSO LETTERARIO

di Matteo Marescalco
 
Giovedì 26 Marzo, nell'ambito delle attività del Master in Editoria, giornalismo e management culturale del Dipartimento di Scienze documentarie, linguistico-filologiche e geografiche della Sapienza, si è tenuto un incontro con lo scrittore Niccolò Ammaniti. Il programma ha previsto la lettura della raccolta di racconti Fango da parte di Alberto Asor Rosa e l'intervento dei corsisti del Master che hanno posto all'autore una serie di domande sul suo percorso artistico. 

Emaciato e smagrito rispetto alle ultime apparizioni pubbliche per lo sprint finale nella stesura dell'ultimo libro, Ammaniti ha partecipato attivamente all'incontro dimostrando profondo interesse nonostante l'esiguità e lo scarso livello qualitativo delle domande poste dai corsisti. 

Ad aprire le danze è stato Asor Rosa che ha definito lo scrittore come una delle voci più innovative della nostra recente narrativa che ha sperimentato con grande audacia le possibilità nuove contenute nel nostro linguaggio e ha dato una serie di testimonianze sullo scavo sulla realtà e sui linguaggi contemporanei più vicini a noi. 

Ammaniti ha debuttato nel mondo della letteratura con il romanzo Branchie nel 1994, edito inizialmente da Ediesse e poi da Einaudi nel 1997 con sostanziali modifiche, in seguito all'attribuzione dell'etichetta mediatica dei Cannibali
Il romanzo, seminale a livello stilistico e ancora indeciso sul versante dello sviluppo narrativo, trova nella fallimentare esperienza universitaria dell'autore (Niccolò ha studiato Biologia senza mai laurearsi) il suo punto di partenza. Il libro narra il trip in India allucinato e psicotropo di un ragazzo malato terminale di tumore deciso a non curarsi. Nonostante le evidenti incertezze, Branchie contiene, in stato embrionale, tutti quegli elementi che, da lì a poco tempo, avrebbero caratterizzato la scrittura di uno dei più brillanti narratori italiani contemporanei.

«Branchie è stato il primo romanzo che ho scritto e ha creato un po' tutto senza che nemmeno me ne rendessi conto. Il libro è scritto in prima persona perchè vedevo, in questa scelta, la straordinaria possibilità di narrare eventi che raccontassero le mie passioni principali. Non sapevo cosa dovessi scrivere e mi sono ritrovato con l'idea di fare qualcosa di nuovo».

Risalgono al 1996 Fango e la raccolta di racconti Gioventù Cannibale che è valsa a Niccolò e ad altri autori (tra cui Luisa Brancaccio, Aldo Nove, Stefano Massaron e Alda Teodorani) la nomina di scrittori Cannibali. L'antologia è stata curata da Daniele Brolli per Einaudi
Ha chiesto un corsista del Master quanto stesse stretta ad Ammaniti questa etichetta e quali fossero state le opere fondamentali per quel gruppo. 
«Le opere che hanno fortemente influenzato la generazione dei Cannibali sono state American Psycho di Bret Easton Ellis e Pulp Fiction di Quentin Tarantino. Il pulp in Italia non era chiaro cosa fosse. Lo abbiamo visto arrivare e abbiamo cominciato a capire cosa fosse proprio con Pulp Fiction. All'epoca ero interessato a sperimentare una commistione tra materiale alto e basso, fumetti, cinema e prime strutture narrative dei videogiochi. Con Gioventù cannibale e Fango, mi sono ritrovato a muovermi all'interno di un genere, quello dell'horror, poco frequentato in Italia. Nel nostro Paese, purtroppo, sono arrivate solo copie sbiadite di autori quali Clive Barker e Stephen King. Il mio obiettivo era quello di unire la realtà italiana a qualcosa che non ci riguardasse, cercare una commistione tra storia prettamente italiana e immagini che potessero provenire dall'estero. Il grande successo fu dovuto, in larga parte, alla prefazione di Daniele Brolli che definì la nostra opera «l'anno zero della letteratura italiana. Il segno di un nuovo inizio». Ovviamente queste dichiarazioni fecero incazzare terribilmente l'opinione pubblica e noi finimmo nell'occhio del ciclone. Volevano i cannibali? E noi facevamo i cannibali», ha detto molto francamente Ammaniti. 

Fango, pubblicato dalla Mondadori nel 1996, è composto da sei racconti: L'ultimo capodanno dell'umanità, Rispetto, Ti sogno con terrore, Lo zoologo, Fango (Vivere e morire al Prenestino) e Carta e Ferro. Comincia ad affermarsi, grazie a questa antologia, la capacità di Niccolò di gestire complesse narrazioni reticolari e di dar vita ad intrecci che coinvolgono una moltitudine di personaggi alle prese con le loro pulsioni più recondite. 
«Dopo aver scritto Branchie, non sapevo se avrei continuato con la scrittura. La prima domanda che mi sono posto, inserendo nel libro ogni residuo anarchico che mi era rimasto, era capire cosa fare. Provare a studiare lo sviluppo di una storia. Fino a quel momento, non sapevo sviluppare e costruire un libro. La mia preparazione giovanile si basava unicamente sui classici inglesi e su Il giovane Holden. Poi ho cominciato a leggere i minimalisti americani. Il mio obiettivo divenne mostrare il mondo dal mio punto di vista, come se fossi un Dio artefice che costruisce attorno ai suoi personaggi un panorama in cui muoversi. E ho provato a scrivere una serie di racconti anzicchè un romanzo. Così è nato Fango. Nel primo racconto, la lezione del montaggio al cinema mi è stata molto utile. Avevo imparato a staccare tra i personaggi alla maniera cinematografica. Ho immaginato un'unità di luogo e di tempo con tanti personaggi di cui potessi osservare, come Jeff ne La finestra sul cortile, situazioni e propositi che, nell'anno incipiente, avrebbero dovuto migliorare le loro aspettative di vita. Provavo un goliardico divertimento nel vedere i miei personaggi massacrati. La struttura di questo primo racconto ricalca quella di America oggi di Altman e di Magnolia di Anderson. Devo molto anche ai racconti di Carver che portava sulla carta le deviazioni di un'America tranquilla di fronte a strane storie. 
Il secondo racconto, invece, parte dall'idea della prima persona plurale. Ho assunto il punto di vista del branco e ho descritto un terribile stupro in cui i resti della nottata bagorda venissero paradossalmente nascosti dal sorgere del sole. 
Nell'ultimo racconto traspare, indubbiamente, l'influenza del cyber-punk e di manga quali Akira e Full Metal Alchemist. Diciamo che alla base di molti miei scritti si può ritrovare lo stesso meccanismo che domina il mondo di Alfred Hitchcock o degli episodi di Ai confini della realtà: personaggi normali a cui capitano fatti assurdi».

Nel 1999 è il turno di Ti prendo e ti porto via, edito da Mondadori, che segna una cesura all'interno della sua carriera artistica.
«In Ti prendo e ti porto via ho abbandonato le mie passioni e mi sono concentrato sui rapporti sociali. Ho provato a costruire una storia d'amore ai margini della società e ho assunto il punto di vista di due adolescenti. Penso che solo attraverso l'ingenuità dello sguardo dei bambini si possa realmente analizzare la società». 
Questo romanzo rappresenta, molto probabilmente, lo zenit della produzione ammanitiana che assume sempre più la veste del viaggio di formazione. Il libro narra la storia di Pietro e Gloria e, attraverso un flashback, mostra anche le vicende di altri personaggi le cui esistenze si aggrovigliano con quelle dei due protagonisti. A fare da padrone è una sensazione di inevitabile fatalismo, continuamente insediato, tuttavia, da fugaci illuminazioni epifaniche. Non sembra esistere alcuna via di scampo per i personaggi del romanzo, condannati tutti quanti ad una esistenza marginale, ad alzarsi per poi cadere rovinosamente. 

La dialettica buio-luce ed il rapporto genitori-figli vengono ampiamente trattati in Io non ho paura (edito da Einaudi nel 2001) e in Come Dio comanda (Mondadori, 2006) che gli vale il Premio Strega
Entrambi i romanzi rappresentano il percorso che porta alla presa di coscienza dei due giovani protagonisti (Michele Amitrano e Cristiano Zena) nei confronti della realtà e dei loro genitori, con una sostanziale differenza. 
Nel primo romanzo, Ammaniti colloca il suo protagonista in bilico tra il mondo degli uomini e il mondo dei mostri, in un luogo liminale tra luce e buio. Michele scopre la sofferenza e il male dell'età adulta in un'oscura buca che nasconde un terribile segreto nella vastità di un dorato campo di grano. Tornare indietro è impossibile e al bambino non resta altro da fare che affrontare i fantasmi che lo porteranno alla maturità, consapevole del fatto che «(...) i mostri non esistono. I fantasmi, i lupi mannari, le streghe sono fesserie inventate per mettere paura ai creduloni. Si deve avere paura degli uomini, non dei mostri».
Nella prosecuzione ideale, Come Dio comanda, Cristiano è precipitato nella buca nera cui era accorso Michele. Anche la progressiva caduta nella reiterazione dell'orrore quotidiano, sotto la pioggia battente, tuttavia, può nascondere una serie di attimi luminosi, che vengono vissuti, probabilmente, solo a livello mentale ma che sono in grado di donare la speranza al giovane protagonista. 

Ammaniti e Asor Rosa si sono soffermati, infine, sui rapporti tra cinema e letteratura. Diverse sono state, infatti, le trasposizioni cinematografiche tratte dai libri dello scrittore romano che ha dichiarato di preferire L'ultimo capodanno di Marco Risi, nonostante sia stato un netto flop commerciale. 

Al termine dell'incontro, Niccolò si è congedato con una frase che esprime in pieno il suo carattere e il suo stile di scrittura: «Lo scrittore deve vivere poco. Piuttosto, deve saper osservare. Siamo, più che altro, dei voyeur. Lo scrittore non è quello che balla al centro della pista, ma più l'osservatore ai margini, quello che nota le dinamiche immerso in un timido silenzio». 
E noi non abbiamo potuto fare altro che notare la timidezza di Ammaniti, la sua ironia ed autoironia (maschera per eccellenza dei timidi), e il sorriso malinconico che sembra aver trasmesso direttamente ai suoi personaggi, sempre in bilico tra parossismo grottesco e realismo più crudo, alle prese con la devastazione della vita, ma sempre in attesa di un qualche lampo che li prenda e li porti via. 

martedì 24 marzo 2015

LO PSEUDO-FEMMINISMO DI HO UCCISO NAPOLEONE

di Matteo Marescalco
 
Si è tenuta al Cinema Adriano di Roma l'anteprima stampa del secondo film di Giorgia Farina, Ho ucciso Napoleone e la successiva conferenza, moderata da Piera Detassis, la plus chic madame de Rome

Micaela Ramazzotti interpreta Anita, single e brillante manager in carriera, la cui vita viene sconvolta nel giro di poche ore. Le inaspettate notizie della gravidanza e del licenziamento la spingono ad organizzare un formidabile piano di vendetta nei confronti degli uomini di cui è rimasta vittima. Algida e sempre sicura di sé, Anita si serve del timido e goffo avvocato Biagio (interpretato da Libero De Rienzo) per riconquistare il suo lavoro, la sua vita e la sua libertà di single senza figli. Ma l'imprevisto è dietro l'angolo e la donna senza scrupoli scopre che anche il «sofficino congelato» che ha al posto del cuore può gradualmente inteporirsi. 

Negli ultimi tempi, registi quali Ivan Cotroneo, Sidney Sibilia e Giorgia Farina sembrano incarnare le istanze rappresentative per una new wave italiana commerciale. Film (e fiction) quali La kryptonite nella borsa, Tutti pazzi per amore, Smetto quando voglio e, last but not least, Ho ucciso Napoleone, provano a porsi come esempi audiovisivi di buona cura formale che cercano una strada alternativa rispetto alla maggior parte dei corrispettivi prodotti. Caratterizzati da un'estetica pop e cromaticamente satura, da inquadrature sbilenche e particolari, questi film rappresentano un po' un unicum sul versante visivo. 

La settimana scorsa ha fatto la sua irruzione nelle sale italiane anche Fino a qui tutto bene, ultimo lungometraggio di Roan Johnson, che ha descritto, con qualche tocco di ingenuità, il periodo immediatamente posteriore alla laurea per cinque ragazzi che hanno vissuto insieme gli anni universitari. Ciò che rende il film realmente apprezzabile risiede, a detta di chi scrive, proprio nell'ingenuità, nello sguardo fanciullesco e privo di particolari fronzoli di chi ha raccontato la vicenda. Fino a qui tutto bene è un ritratto malinconico e nostalgico sugli anni più belli della nostra vita, probabilmente con qualche licenza di troppo, è un manifesto di un'intera epoca storica che vede nel giovane privo di punti di riferimento e da solo, in mare aperto in balia degli squali, la sua figura rappresentativa. 

Ciò che manca all'ultimo film di Giorgia Farina è questa ingenuità di sguardo. Il fatto che si tratti di
un'operazione pseudo femminista ricca di contraddizioni disseminate nel corso di tutta la diegesi e che finiscono per minare la tenuta stessa del lungometraggio è fin troppo palese e dichiarato.

La caratterizzazione stereotipata di tutti i personaggi cozza fortemente contro l'assunto di base sbandierato più volte dalla Farina: «Il mio obiettivo era quello di raccontare la vicenda di una figura femminile come non se ne vedono nel cinema italiano». Figura femminile che finisce, però, per incarnare i più standardizzati clichè di genere. Il twist ending che conduce alla conclusione non fa altro che confermare l'idea del sottoscritto secondo cui questa falsa invettiva nei confronti della famiglia tradizionale nasconde, in realtà, la più totale adesione a questa struttura organizzativa. 

D'altronde, trattasi pur sempre di film di interesse culturale (finanziato da sovvenzioni statali), che, in quanto tale, deve mostrare un'idea di cultura avanzata dallo Stato. 

giovedì 19 marzo 2015

CONFERENZA STAMPA ROMICS 2015

di Matteo Marescalco
 
Si è svolta, qualche mattina fa, alla Libreria Fandango Incontro in Via dei Prefetti 22, la conferenza stampa di presentazione della Diciassettesima Edizione del Festival del Fumetto, dell'Animazione e dei Games Romics, poche ore dopo la notizia della candidatura di Zerocalcare al Premio Strega con il romanzo a fumetti Dimentica il mio nome.

Il clima è cortese e gioviale, l'atmosfera rilassante, la sensazione che trasmette questo caffè letterario al centro di Roma è quella di trovarsi in un angoletto isolato ai confini del mondo, in cui poter sorseggiare una bevanda calda e, allo stesso tempo, leggere e studiare senza che intervengano agenti esterni a turbare la quiete.

Dopo lo straordinario successo dell'edizione dello scorso ottobre, che ha battuto tutti i record di affluenza di pubblico (si sono contate più di 150.000 presenze) e che ha visto attribuire il Romics D'Oro a Robert Rodriguez e a Frank Miller, accorsi a Roma per la presentazione di Sin City 2-A dame to kill for, il Festival ritorna con numerosi eventi speciali, incontri con grandi autori, cinema, videogames e variegate forme di intrattenimento per tutti i gusti e le età.

Visitando i numerosi stand all'interno dei padiglioni della Fiera, si potranno trovare tutte le novità, le grandi case editrici, le fumetterie, i collezionisti, i videogiochi e i gadget. Saranno tanti i luoghi dedicati agli eventi e alle presentazioni in anteprima; dalle sale incontri ai palchi Movie Village e Romics Games Entertainment per gli eventi speciali, fino alla Sala Grandi Eventi e Proiezioni, il Pala BCC, con circa 3000 posti a sedere.

I grandi ospiti che riceveranno il Romics d'Oro saranno:

Rafael Albuquerque, che vanta importanti collaborazioni con Marvel e Dark Horse e che ha lavorato su un ciclo incentrato sulla gioventù di Bruce Wayne;
Gipi-Gian Alfonso Pacinotti, collaboratore di Repubblica, regista de L'ultimo terrestre, in concorso alla 68esima Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ed autore di unastoria, primo fumetto ad entrare tra i dodici finalisti del Premio Strega;
Silvia Ziche, autrice Disney, Linus, Cuore e Smemoranda;
Bruno Brindisi, tra i maggiori fumettisti italiani, disegnatore di alcuni episodi di Tex, Diabolik e Dylan Dog;
Sergio Tisselli, realizzatore delle copertine di Martin Mystere-L'integrale.

I Romics d'Oro Musicali saranno assegnati a Vince Tempera e Luigi Albertelli, due personalità della musica che tantissimo hanno contribuito in Italia a diffondere la passione per alcuni miti dell'animazione giapponese.
Special Guest dell'edizione sarà Alessandro Rak, fumettista ed animatore, regista del lungometraggio animato L'arte della felicità, trionfatore ai Premi Oscar europei.
 

Infine, la sezione Romics Movie Village si conferma essere come una delle più attese. 
La Walt Disney Company Italia presenterà, infatti, i materiali promozionali e le sequenze adrenaliniche del nuovo trailer di Avengers: Age of Ultron, pochi giorni prima dell'anteprima mondiale che si terrà a Roma e di Star Wars: Il risveglio della Forza.
Warner Bros. Entertainment mostrerà i trailer di pellicole quali Mad Max: Fury Road e San Andreas, con un'intensa attività riguardante serie tv e games. 
Dalla presentazione in esclusiva assoluta di due inediti episodi dell'ottava stagione della sitcom The Big Bang Theory, fino ad un incontro con i doppiatori di Game of Thrones.
Incontri tematici saranno dedicati al 65mo anniversario dei Peanuts e alla trasposizione cinematografica del capolavoro di Antoine de Saint Exupery, Il piccolo principe, in collaborazione con la casa di distribuzione Lucky Red.

Non ci resta nient'altro che attendere pochi giorni e prendere parte a questa gigantesca sbornia che sarà il prossimo Romics!

Per il programma completo, visitate il sito ufficiale: http://www.romics.it/2014/

martedì 17 marzo 2015

THE DIVERGENT SERIES: INSURGENT

di Matteo Marescalco
 
Negli ultimi anni, sta andando parecchio di moda realizzare trasposizioni cinematografiche di romanzi di fantascienza distopica. Prima è toccato ad Hunger Games di Suzanne Collins, poi a The Divergent Series di Veronica Roth ed, infine, a Maze Runner di James Dashner.
La struttura diegetica è, più o meno, basilare: un/una giovane protagonista, investita di speranze messianiche, si trova a dover guidare la rivolta contro il governo dittatoriale che sfrutta il popolo.
Il modello di riferimento è quello della fiaba russa analizzata da Vladimir Propp. Le tappe del viaggio dell'eroe vengono rispettate tutte.
In origine, era stato Battle Royale di Kenta Fukasaku, trasposizione del romanzo di Koushun Takami, a portare in scena la struttura del death game film strutturato sul modello di un videogame, con i protagonisti obbligati a superare una serie di livelli, per portare in salvo la propria vita. In tempi recenti, As the gods will di Takashi Miike, con il pretesto di recuperare e rileggere il filone, ha intessuto un'interessante riflessione sulle dinamiche crossmediali nella società contemporanea.

Dopo essere stati identificati come Divergenti, persone che non rientrano in nessuna classificazione sociale (Pacifici, Candidi, Abneganti, Intrepidi ed Esclusi), Tris e Quattro sono in fuga, inseguiti da Jeanine, la leader assoluta della fazione degli Eruditi. Mentre le truppe di Jeanine vanno alla ricerca dei rifugiati e dei Divergenti tra le rovine di Chicago, Tris attraversa la città nella speranza di trovare alleati e di capire il perchè del sacrificio dei suoi genitori. Si tratta del segreto che porta Jeanine a non fermarsi davanti a nulla per catturarla. Tris affronta le sue paure più oscure, cercando di evitare di causare dolore ai suoi cari, imbattendosi in una serie di sfide impossibili, cercando di far emergere la verità sul passato.

La prima parte del terzo capitolo di Hunger Games, che presenta più di un punto in contatto con Insurgent, sfrutta la fantascienza distopica ed il percorso dell'eroe per costruire un profondo discorso attorno alla natura simbolica della protagonista, alla potenza delle campagne pubblicitarie e alla costruzione di una forte personalità in relazione al contesto pubblico. Gli accenni metacinematografici abbondavano nettamente.

The Divergent Series: Insurgent risulta privo di una più profonda ed ulteriore chiave di lettura, finendo per essere un gioco masturbatorio per ragazzi scarsamente stratificato. Dietro il velo di Maya dell'azione e del ritmo elevato, non c'è nulla.
Il risultato è, quindi, la copia brutta e slavata di Hunger Games, in cui né il cast né il lavoro sull'immagine raggiungono i risultati sperati.

lunedì 16 marzo 2015

FINO A QUI TUTTO BENE-ROAN JOHNSON ALLA SAPIENZA

di Matteo Marescalco
 
Nato a Londra da padre inglese e da madre materese, cresciuto a Pisa, dove ha studiato Lettere, e trasferitosi a Roma, dove si è diplomato in Sceneggiatura al Centro Sperimentale di Cinematografia, il regista Roan Johnson ha presentato lunedì pomeriggio in Aula Odeion alla Sapienza il suo ultimo film, Fino a qui tutto bene. 

Commissionato dall'Università di Pisa come un documentario incentrato sulla vita degli studenti iscritti all'ateneo, Fino a qui tutto bene (in origine L'uva migliore) si è trasformato in un lungometraggio di 80 minuti sugli ultimi tre giorni di convivenza di cinque studenti universitari fuori sede. 
«Il contesto universitario è l'argomento principale del film. Intendevo riferirmi, tuttavia, ad un preciso momento, quello di chi si è appena laureato ed è in attesa di un qualcosa che stenta ad arrivare. Si attendono borse di studio, assegni di ricerca ed esami di dottorato, con la triste consapevolezza, però, che è finita l'età dei giochi ed è cominciata quella delle responsabilità;»- ha detto Johnson durante l'incontro -«fino alla  laurea si può ancora sbagliare. Dopo non più». 

Durante gli ultimi tre giorni di convivenza emergono determinati aspetti tenuti nascosti fino al momento della resa dei conti. Fino a qui tutto bene è anche un film sul profondo sentimento di amicizia che lega cinque ragazzi e sull'inevitabile allontanamento che sarà conseguente alle loro scelte di vita.
Secondo il regista: «Gli amici universitari, in genere, non hanno alcun secondo fine. Dopo si entra nel mondo del lavoro, entra in ballo una tipologia differente di amicizia, piuttosto una collaborazione. La mia volontà era quella di mostrare il momento dell'addio, come una clessidra di tempo che sta per finire, con tutte le derive malinconiche e nostalgiche che ne conseguono, partendo da una serie di situazioni che aiutassero narrativamente a raccontare la storia dei cinque personaggi». 

Centro nevralgico della vita degli universitari fuori sede, è ovviamente, il proprio appartamento. É abbastanza risaputo che il sangue di chi esce indenne da una convivenza con altre tre/quattro persone, durante il periodo universitario, contiene anticorpi contro qualsiasi malattia dell'intero globo. L'ambiente universitario in sé non appare in Fino a qui tutto bene lasciando il posto al luogo di convivenza, alle pareti di casa che assorbono e che vivono le storie di tutti i coinquilini, alle lacrime in cucina, alle sbornie post-esame, ai segreti, alle rivelazioni e alle bugie. 

Johnson si è soffermato, in modo particolare, sul cambiamento in corso riguardante il progetto: «L'Università di Pisa ci ha chiesto un documentario sull'ateneo. La nostra prima idea era stata intitolata L'uva migliore, sulla base dell'affermazione di un ragazzo intervistato che studiava enologia agraria e che ha detto che una delle cose migliori che ha imparato è che l'uva migliore per fare il vino è quella che ha sofferto. Il problema principale, oltre a quello dell'assenza di attori sociali e di un filo conduttore, riguardava il punto di vista da assumere. Ci risultava complesso, infatti, raccontare un ambiente così vasto come quello universitario, con mille difficoltà e situazioni differenti. Abbiamo deciso di optare, quindi, per il lungometraggio di finzione». 

«Io mi sono laureato in Lettere con indirizzo Cinema all'Università di Pisa nel 1999 e mai noi laureati in quel periodo avremmo pensato che la crisi avrebbe raggiunto, quindici anni dopo, livelli così elevati. Allora si faticava ma era molto più semplice trovare lavoro. Oggi, invece, tutte le porte sembrano chiuse. Davvero la situazione è cambiata profondamente. Il cameratismo, l'unione, la complicità con gli amici possono essere i diversi ingredienti di una buona ricetta». 

Ma allora, cosa fare, in un momento delicato come questo? In cui ogni situazione viene vissuta come una sbornia perenne, facendo tesoro di scambi culturali ed umani con le persone più eterogenee, con l'onnipresente senso di vertigine di chi si accinge ad abbandonare il mondo universitario per entrare in quello del lavoro? Continuare a remare, sbracciarsi ed andare avanti, tutti insieme. 
«Dedicato a chi continua a remare». É questa la frase finale del lungometraggio che fa la sua comparsa prima dei titoli di coda e dopo l'ultima scena in cui i personaggi sono in barca alla deriva in mare aperto senza remi, in balia della desolazione più totale. 

Per finanziare il film è stata utilizzata una formula particolare: la realizzazione in partecipazione. Nessuno dei tecnici e degli attori è stato pagato per il lavoro svolto, ma ad ognuno è stata assegnata una parte in percentuale sugli incassi in sala. Secondo quanto dichiarato da Roan Johnson, straripante come un fiume in piena: «Abbiamo scelto il low budget con cognizione di causa. Quelli della produzione e della distribuzione sono due aspetti principali. I principali agenti produttivi in Italia sono il Ministero della Cultura e Rai Cinema ed è ovvio che entrambi gli organi favoriscono film che rispettano un'idea di cultura avanzata dallo Stato. Quindi, insomma, cifre più elevate avrebbero causato minore libertà creativa. Se avessimo voluto fare un film più “ufficiale” saremmo dovuti passare dalle commissioni di questi due enti con il rischio di eccessiva dilatazione dei tempi e di edulcorazione delle situazioni trattate. Il circuito ufficiale mira al denaro e al soddisfacimento dei gusti popolari; il circuito indipendente, invece, può mettere in campo una serie di scelte di cuore». 

Il regista ed Andrea Minuz (docente di Storia del Cinema e di Analisi dei film che ha curato l'incontro) si sono soffermati anche in modo un po' più approfondito sui meccanismi di produzione del film che sfrutta, fondamentalmente, tre forme differenti di finanziamento volte tutte al tentativo di ridurre al minimo le spese: «Il contratto di coproduzione è stato una bella scommessa. Una parte dei finanziamenti proveniva dalla Toscana Film Commission. Esiste una Film Commission per ogni regione italiana. In pratica viene stanziata una determinata cifra che, poi, deve essere reinvestita nel territorio stesso. Ed, infine, abbiamo scelto il tax credit interno ed esterno che ha consentito la detrazione delle tasse». 

Pupillo di Paolo Virzì, già regista di un episodio del film 4-4-2 – Il gioco più bello del mondo e de I primi della lista, Roan Johnson è anche l'autore del romanzo Prove di felicità a Roma Est. L'ovvio riferimento è da individuare nella più tradizionale commedia all'italiana. «L'eredità della commedia all'italiana classica è più che scontata. Si va da Divorzio all'italiana a C'eravamo tanto amati fino a I soliti ignoti. Parliamo di film che avevano fatto dell'ironia, dell'autoironia e del cinismo il proprio tratto distintivo. L'influenza di Paolo (Virzì n.d.r.) e di Francesco Bruni si sente. E pure quella di Furio Scarpelli che è stato il loro maestro. Boia, che culo avere Scarpelli come maestro!».

A noi studenti, alle prese con un sistema universitario fossilizzato sulla parte teorica e che offre ben poche opportunità pratiche, non resta altro che far tesoro della lezione di Roan Johnson che, durante l'incontro di un paio d'ore, ha messo a disposizione i propri consigli e le proprie conoscenze, in attesa di tempi migliori che consentano a noi cinque coinquilini alla deriva in mare aperto di tornare a metter piede sulla terra ferma. Senza, ovviamente, nel frattempo, smettere di remare.  

venerdì 13 marzo 2015

CHI È SENZA COLPA-THE DROP

di Egidio Matinata
 
Un film di Michael R. Roskam. Con Tom Hardy, Noomi Rapace, James Gandolfini, Matthias Schoenaerst, John Ortiz. USA 2015. Noir, drammatico. 106 minuti.

Dennis Lehane è una delle fonti a cui il cinema americano sta attingendo a piene mani dal 2000 a questa parte; da suoi romanzi sono stati tratti film del calibro di Gone Baby Gone, Mystic River e Shutter Island
Arriva ora in sala Chi è senza colpa, tratto da un suo racconto breve (Animal rescue), ambientato in una Brooklyn fredda e cupissima, dove le vite del barista Bob (Tom Hardy), di suo cugino Marv (James Gandolfini) e di Nadia (Noomi Rapace) si muovono sul sottile filo dell’incertezza e della paura; il dominio pressante sul bar da parte di malavitosi ceceni e una rapina finita male faranno precipitare definitivamente la vicenda nella violenza e nel sangue.

Partendo da un soggetto noir/drammatico a tinte pulp che non spicca propriamente per originalità, il regista Michael R. Roskam è riuscito comunque a costruire un film solido e coinvolgente, per diversi motivi. La sua regia non è mai banale e riesce, insieme all’ottima fotografia, a creare immagini fortemente suggestive, e insieme al montaggio e al sonoro, a creare un clima di tensione che si protrae per tutta la durata del film. La macchina da presa segue costantemente i personaggi da una distanza ravvicinata, ed è qui l’intuizione che rende il film non banale, quella di mettere la storia al servizio dei personaggi. 
E di fondamentale importanza sono le interpretazioni attoriali, tutte di primo livello. Il compianto James Gandolfini si congeda con un’ottima prova, dando vita al personaggio che più di tutti è lo specchio del mondo in cui è immerso; un corpo stanco, provato dalla vita, sia interiormente che esteriormente. Tom Hardy, dimostrando una certa bravura anche nella scelta dei ruoli, si sta costruendo una filmografia molto varia e si conferma sempre più come una certezza; Bob è un uomo mite all’apparenza, ma che nasconde un lato oscuro e violento che affiora per pochi attimi, e Hardy riesce a rendere perfettamente questa dualità sullo schermo. Buone anche le prove di Noomi Rapace e di Matthias Schoenaerst, anch’essi succubi di un passato e di un presente burrascoso, ai quali però rispondono in maniere opposte. Da non sottovalutare poi l’importanza del piccolo pitbull Rocco, animale che non rimane un mero strumento accessorio, ma un ingranaggio fondamentale nella struttura narrativa.
The Drop (titolo originale che si riferisce ai “drop bar”, utilizzati per il riciclaggio di denaro sporco) è un ottimo film di genere, costruito con intelligenza, capace di coinvolgere ed emozionare lo spettatore. Un ritratto cupo di un’America decadente, di luoghi in cui l’ “american dream” sembra non aver mai messo piede, regolati da leggi proprie e popolati da personaggi succubi di un’esistenza precaria. Duro, per niente consolatorio, ma non privo di speranza.

lunedì 9 marzo 2015

THIS IS THE END

di Matteo Marescalco

"Non me ne intendo molto di arte." (Jay Baruchel) 

"Che c'è? Non ti piace l'arte?" (James Franco)

"Beh, dai..." (Baruchel)
"Giochi ai videogames?" (Franco)
"Si." (Baruchel)
"Beh, indovina un po' amico, ti piace l'arte." (Franco) 
"Già." (Baruchel)
"Sei mai stato da Subway?" (Franco)
"Si." (Baruchel)
"Ordini un panino, qualcuno l'ha preparato per te. Questa è arte. Lasciatelo dire Jay. La figa di tua madre era la tela. Il cazzo di tuo padre era il pennello. Boom! Tu sei l'arte." (Franco)

Cosa c'è di meglio di un mega party a base di alcool, erba e donne disponibili, in compagnia di James Franco, Seth Rogen, Jay Baruchel, Jonah Hill, Emma Watson e Rihanna? Niente, se non il corrispettivo paradisiaco con tanto di live dei Backstreet Boys.
"Facciamola finita" (il titolo originale è "This is the end") è una horror comedy apocalittica, scritta e diretta da Evan Goldberg e Seth Rogen (che si sono basati su "Jay and Seth vs. The Apocalypse", cortometraggio ideato ed interpretato nel 2007 da Baruchel e Rogen), "figli" ideali di Judd Apatow. 
Il film ha inizio con l'arrivo a Los Angeles dello schivo Jay Baruchel, poco amante di Hollywood, invitato dall'amico Seth Rogen alla festa che si terrà, la stessa sera, nella nuova villa di James Franco. Nel bel mezzo dei festeggiamenti deliranti, un terremoto di vaste proporzioni preannuncia l'arrivo dell'Apocalisse.
In attesa della versione britannica della fine del mondo, inscenata dal trio Wright-Pegg-Frost, non ci resta altro da fare che godere del puro entertainment sboccato e senza freni messo in scena da Rogen e Goldberg. L'elemento che distingue questa commedia dai prodotti comici americani più dozzinali è, oltre alla curiosa idea di partenza, la particolare attenzione con cui viene curata la sceneggiatura (che non è esente, comunque, da alcune pecche in fatto di delineazione dei personaggi e di uscite di scena).
"Facciamola finita" è, innanzitutto, un buddy movie dedicato ai valori dell'amicizia e della lealtà, con l'Apocalisse che fa da sfondo e che offre l'occasione, quasi documentaristica, per concentrarsi su un 
microcosmo fatto di autoreferenzialità, di vanitas e di citazioni (ad emergere su una serie di ammiccamenti abbastanza scontati, è l'iniziale sequenza che riunisce quelli che furono i tre giovani protagonisti di "Superbad", Jonah Hill, Michael Cera e Christopher Mintz-Plasse). L'impressione, infatti, è quella di guardare attraverso lo spioncino delle loro reali abitazioni. Il tocco particolare del lungometraggio risiede nel fatto che ognuno interpreti se stesso, esagerando e rendendo nettamente caricaturale il proprio personaggio con una buona dose di autoironia: si ironizza, infatti, sulla versatilità e sulla passione per l'arte di James Franco (è spassoso un dialogo tra Baruchel, Rogen e lo stesso Franco sul carattere popolare ed universale dell'arte, in completo accordo al cortometraggio di "Venezia 70 Future Reloaded"), sulla viltà di Seth Rogen, sul carattere schivo di Jay Baruchel e sull'apparente bonarietà new-age di Jonah Hill. I personaggi che ne escono fuori sono, quindi, delle copie differenziali di se stessi al quadrato, vanitosi, isterici, egoisti e bamboccioni. L'efficacia del film è da individuare in particolari trovate volte a presentare gli attori come dei veri abietti che meritano

l'eliminazione e che si comportano secondo principi di mera convenienza, nei dialoghi fatti di botte e risposte sempre scoppiettanti e nelle gag disseminate lungo tutto l'arco dei 100 minuti (la camera degli oggetti-ricordo dei film in cui ha lavorato Franco, la scultura fallica kubrickiana, la presunta omosessualità dell'attore di Palo Alto). Goldberg e Rogen sono riusciti ad evitare che il film crollasse su se stesso, costruendo una discreta sceneggiatura che evitasse di concentrare tutte le battute in un punto del film, generando quindi squilibrio, e tratteggiando quasi tutti i personaggi con una buona dose di approfondimento psicologico, per poi cadere, però, in un finale banale, semplicistico e forzato. Anche gli effetti speciali sono buoni, da film di genere di serie B, e la tensione è costruita come se si trattasse di un vero sci-fi horror. Quello messo in scena è un mondo unicamente maschile, in cui non c'è spazio per le donne, l'unico ingresso di una donna nel microcosmo maschile (Emma Watson) getta nello scompiglio più totale il gruppo di amici. 

Nel complesso, si tratta di un film di cui godere senza pretendere molto e da prendere come puro divertissement senza secondi fini.

 

venerdì 6 marzo 2015

BLACKHAT E LE DINAMICHE PERCETTIVE

di Matteo Marescalco


Dopo ben sei anni di assenza, torna sul grande schermo Michael Mann, con la sua ultima fatica, Blackhat.
Michael Mann è uno di quei registi i cui film sono attesi da critici e pubblico come un grande evento. Sarebbe superfluo nascondere l'elevato livello di aspettative che ha alimentato l'attesa, come sempre, enormemente ripagata.
Protagonista di Blackhat è Chris Hemsworth, che interpreta Nick Hathaway, criminale informatico arruolato dall'FBI per individuare l'autore di un cybercrimine che ha, nel giro di pochi minuti, causato l'esplosione di una centrale nucleare nei pressi di Hong Kong e l'improvviso aumento del prezzo della soia in seguito ad un attacco alla borsa di Chicago. Hathaway si troverà coinvolto in un'enorme rete di crimine che lo costringe ad intraprendere una battaglia personale per portare in salvo la sua vita.
Superficialmente, la trama sembra rispettare i più stantii e logori clichès di genere. Tuttavia, una lettura più attenta consente di cogliere la profonda riflessione intessuta da Mann attorno alla natura delle immagini, che fa della forma e della percezione filmica il proprio punto di forza. I film dell'autore americano ci hanno sempre insegnato che, al cinema, ciò che più conta non è quanto si racconta ma il modo in cui lo si fa. Ecco il motivo per cui il cinema di Michael Mann non si può e non si deve assolutamente etichettare come mero action.

Attento entomologo della vita metropolitana, tra masse di persone, luci al neon, cartelli e vie buie e fredde, Mann affianca il suo sguardo sull'ambiente artificiale a quello, altrettanto presente, che ha nell'uomo il suo oggetto. Non sono, infatti, pochi i momenti in cui il regista compie la scelta (suicida per un qualsivoglia film d'azione tradizionale) di soffermarsi sulla reazione e sulle espressioni dei suoi personaggi un attimo prima di una scena particolarmente concitata. La solitudine, le paure e le angosce, l'alienazione metropolitana caratterizza profondamente ogni singolo carattere manniano. Gli attimi di sospensione in cui Hathaway (o i protagonisti di Collateral e di Heat) deve prendere una scelta che potrebbe condannarlo per il resto della sua vita restano impressi nella memoria dello spettatore.
Il cinema di Mann è anche profondamente umanista. Gli uomini (e l'ambiente in cui vivono), pur essendo spesso defilati nell'economia del quadro visivo, sono il cuore pulsante di ogni suo film. 
 
Le prime sequenze del film di forte impatto sono un manifesto programmatico. Quello che il regista porta in scena è un mondo chiuso su se stesso, una scatola perfettamente e continuamente riproducibile, sempre uguale a se stessa. La base di questo universo informatico ipersemiotizzato, in cui ogni informazione rimanda ad un'altra senza, però, un corrispettivo oggetto fisico tangibile, è un semplice codice binario, di volta in volta estendibile. Ecco che gli eroi del film si trovano a combattere un nemico invisibile.
Capiamo, quindi, che la scelta di Mann di utilizzare il digitale e di realizzare riprese con videocamere ad alta definizione non è segnata da una volontà meramente estetica o formale. Alla base di questo suo gesto, è rintracciabile il desiderio di giungere all'ossatura stessa della realtà, di osservare, con sguardo quanto più realistico possibile, la società contemporanea. Il sistema numerico binario è la base, per l'appunto, l'ossatura della società digitale.
Nella società postmoderna ipersemiotizzata, le immagini rimandano di continuo a se stesse, in un meccanismo a scatola chiusa che richiama alla memoria il concetto di simulacro. Nel mondo informatico, le informazioni, a loro volta, non rimandano ad un universo tangibile, ma ad ulteriori informazioni. Ciò che si è perso, quindi, è il contatto con la realtà tout court.

Nello scontro finale, quello in cui Hathaway ha modo di affrontare fisicamente i cybercriminali, persino i loro movimenti sembrano ridotti a schematici e rettilinei “moti digitali”. Il corpo umano sembra lentamente informatizzarsi, seguendo traiettorie simili a quelle percorse dagli impulsi elettrici nelle prime sequenze. L'analogico diviene digitale.
L'elemento ponte tra i due statuti mediali è rivestito dall'atto del guardare, dalla vista. É la singolarità dell'immagine affezione a garantire il residuo dell'elemento umano nell'universo digitale.
Hathaway, che pure potrebbe essere il personaggio più lontano dalla realtà, è, in realtà, il più pratico, quello che riesce a vedere meglio la situazione globale. Le sequenze finali ambientate nel deserto (che consentono la risoluzione della vicenda) offrono un essere umano riplasmato e rinato nel suo sguardo.
Ciò che rende grande Michael Mann risiede nella lucida analisi delle dinamiche percettive, nel loro continuo innesto nella forma filmica ed, infine, nello sfruttamento delle più tradizionali dinamiche di genere che gli consente di realizzare un cinema sempre profondamente onesto e coerente. 

giovedì 5 marzo 2015

FOXCATCHER

di Matteo Marescalco
 
Durante le ultime due settimane, hanno fatto la loro comparsa sugli schermi cinematografici italiani due film profondamente diversi tra loro ma accomunati da un sottocutaneo fil rouge. Mi riferisco a Inherent Vice di Paul Thomas Anderson e a Foxcatcher di Bennett Miller
Uno è tratto dall'omonimo romanzo di Thomas Pynchon; l'altro da una storia vera. 
Paul Thomas Anderson traspone fedelmente l'opera di Pynchon, sfruttando l'atmosfera caotica ed allucinata delle segmentazioni magmatiche e delle derive psichiche per delineare il ritratto di un'intera epoca (fine '60/inizio '70) che ha avuto nella tragica annichilazione del Sogno americano il proprio tratto distintivo. Larry “Doc” Sportello è il figlio prediletto di un'epoca che ha visto schiantare i propri ideali contro i paradisi artificiali. La forza sovversiva anti-borghese e le illusioni di un'intera generazione hanno cozzato contro la svolta autoritaria con le paranoie di massa sullo Stato che controlla la vita di tutti. 
Se Inherent Vice mostra, quindi, il periodo di transizione, Foxcatcher, invece, si concentra sulle conseguenze sugli esseri umani di tale cambiamento, prendendo come pretesto una vicenda avvenuta tra il 1988 e il 1996.
Mark Schultz, campione olimpico di lotta, è contattato da John DuPonte, rampollo della famiglia di industriali, che ha l'obiettivo di dar vita ad un team di lottatori che possa tener alto l'onore degli Stati Uniti d'America alle Olimpiadi di Seul. A far parte del team è invitato anche il fratello (anch'egli campione olimpico), Dave Schultz che, inizialmente, rifiuta l'invito per poi, in seguito, accettarlo. Mark vede in questa proposta di DuPonte l'opportunità per affrancarsi definitivamente dal fratello maggiore. 
Con la sua solita attenzione pittorica alla composizione formale delle inquadrature, Bennett Miller realizza un doloroso ritratto sulle più profonde ombreggiature dell'animo umano, realizzando un continuo parallelismo tra personaggi e ambiente che li ospita.
Le prime sequenze del film sono tese a delineare il carattere di Mark Schultz. Campione olimpico di lotta, ormai abbandonato allo squallore di una vita quotidiana fatta di solitudine e monotoni allenamenti, vive in un isolato appartamento in cui i numerosi trofei che custodisce funzionano come feticci che assumono su di sè il ruolo di oggetti memoriali. Il fratello, Dave Schultz, gli fa da coach, dopo averlo cresciuto da bambino in seguito alla separazione tra i due genitori. Le differenze caratteriali emergono subito, e, con esse, anche il risentimento di Mark per una vita eternamente trascorsa all'ombra del fratello. 
Dopo questa prima necessaria presentazione, la parabola discendente del campione olimpico è delineata tramite una serie di campi e controcampi che mostrano Schultz durante una conferenza sullo sport in una scuola elementare. Mark spiega ai bambini l'utilità di una valida preparazione culturale ma appare come un prodotto creato dallo Stato per trionfare ed essere poi gettato in un angolo. 
La possibilità di riscatto gli viene offerta d John DuPonte, personaggio speculare di Schultz, una sorta
di suo supporto negativo.
Il miliardario ha un rapporto morboso con la madre che lo ha metaforicamente castrato, impedendogli di praticare lo sport che lo appassionava. DuPonte reagisce provando, quindi, a proiettare la propria immagine perfetta sulla figura di Mark Schultz. Anche i suoi trofei ottenuti nelle gare d'equitazione vengono sottoposti ad un processo di feticizzazione e assumono una forte valenza sessuale.   
L'attenzione riservata ai corpi attoriali è fondamentale. I protagonisti del film, martoriati di dubbi e malanni psicologici, mostrano, sul proprio corpo, i segni e le ferite di un'intera epoca. Dave Schultz è il doppelganger positivo di John DuPonte, tutto ciò che sarebbe voluto essere per Mark ma che non è mai stato. 
Bennett Miller si concentra sul versante individuale, imputando le colpe ad un'istituzione che, mirando alla costruzione e all'allevamento “in provetta” di campioni sportivi, ne ostacola le più pure aspirazioni individuali e finisce per gettarli in un vortice di malessere esistenziale. 
Alla fine di questo doloroso processo, non esistono vincitori ma solo sconfitti. 

lunedì 2 marzo 2015

JOAQUIN PHOENIX O (L'ULTIMO GRANDE ROMANTICO)

di Matteo Marescalco

Reduce da tre anni che lo hanno visto protagonista indiscusso, Joaquin Phoenix ha presentato a Roma, poche settimane fa, Inherent Vice, film in cui ha rinnovato la collaborazione con Paul Thomas Anderson. 
Phoenix interpreta Larry “Doc” Sportello, detective privato che, nella Los Angeles di fine anni '60, viene contattato da tre persone per seguire altrettanti casi che hanno come denominatore comune la figura di un imprenditore edile. Doc si troverà coinvolto in una serie di investigazioni che lo porteranno a contatto con il più profondo Zeitgeist americano del periodo. 
In questo magma di visioni segmentate e pseudo-oniriche, ad emergere con chiarezza è il ritratto di un Paese allo sbando, il cui Sogno si è annichilito definitivamente. Il fallimento ideale è intuito da Doc che diviene, in tal modo, quasi un personaggio sintesi di un'intera epoca. 
È fuor di dubbio ed eufemistico dire che la collaborazione con Paul Thomas Anderson abbia avuto delle ripercussioni positive, a livello artistico, su Joaquin Phoenix, romanticamente attratto da personaggi tormentati e passionali. 
Nel 2012, The Master sancisce l'inizio del loro sodalizio creativo e rappresenta, probabilmente, lo spannung della carriera di Phoenix che interpreta Freddie Quell, ex marinaio dalla personalità borderline. Sguardo di ghiaccio, spalle inarcate, ghigno mefistofelico costantemente stampato sul volto, l'attore americano penetra i più oscuri meandri della sua psiche, per restituirci il ritratto di un reduce gravemente ferito nel corpo e nell'anima.
Il 2010 è l'anno del grande inganno. I'm still here di Casey Affleck è un mockumentary che racconta la sua vita a partire dall'annuncio dell'abbandono della sua carriera cinematografica e descrive il suo passaggio alla carriera come artista hip hop. Resosi irriconoscibile durante tutto il periodo delle riprese, Phoenix è rimasto nel personaggio anche durante le sue apparizioni pubbliche, mantenendo il più gran riserbo sul progetto cinematografico che risulta essere un'interessante riflessione sul rapporto arte-vita, sulla maschera della recitazione e sulle derive dello show-business.
Altra collaborazione significativa è quella con James Gray da cui viene diretto, nel 2009, in Two lovers. In questo melodramma dalle atmosfere noir, Joaquin Phoenix si trasforma in Leonard, creatura notturna che, nei primi frame, riesce a tirarsi fuori dal buio gorgo cui sembrava condannata la sua vita fino a restare definitivamente vittima degli innumerevoli fantasmi del suo inconscio che lo hanno condannato, in passato, all'immobilità. 
Ma, il ruolo che lo ha maggiormente ancorato alla Bildraum collettiva è, senza dubbio, quello dell'imperatore Commodo ne Il gladiatore di Ridley Scott. Patricida e segnato da un'attrazione incestuosa nei confronti della sorella, l'attore conquistò l'attenzione della critica e degli Academy che lo premiarono con una nomination come miglior attore non protagonista. 
Idiosincratico, timido, carismatico e misterioso, Joaquin Phoenix si è confermato, nel corso degli anni, un eccellente interprete, in grado di dar vita a personaggi irrazionali e debordanti come nessun altro. 
Un vulcano che speriamo non cessi mai la sua attività.

domenica 1 marzo 2015

P-RE-censioni - REcensioni PREsuntuose di Pietro* (*Tutto quello che avreste voluto sapere sui film del mese che noi non abbiamo avuto il coraggio di guardare) - Volume DUE

P-RE-CENSIONI - REcensioni PREsuntuose di Pietro  è la nuova rubrica mensile di Diario di un Cinefilo. Confidando nel vostro intelletto e sperando che non verrete a cercarci per punirci della satira politically scorrect da noi prodotta (si, la satira, ultimamente, sta andando parecchio di moda), vi forniamo una serie di recensioni aprioristiche e prevenute su film che non abbiamo ancora visto e che, in effetti, non abbiamo la più pallida intenzione di recuperare. Qua contano solo le nostre idee. Le vostre no. Vi forniamo anche una brevissima guida sulle modalità di utilizzo delle vostre opinioni. Al prossimo mese! 


Non ci resta che piangere / Metropolis - Se trovate roba buona al cinema, può essere solo roba vecchia.

Cowboy bebop - Non è tanto l'essere tratto da un manga/fumetto/quelcazzochesia a dar fastidio, come nel caso dei Cavalieri dello zodiaco del mese scorso, quanto l'essere al cinema SOLO TRE GIORNI! Ma andatevene aff....

Black or white - Di nuovo Kevin con la negra. Non capisco la necessità di un popolo così razzista di fare film su temi così "importanti".

Superfast&Superfurious - Unica cosa bella, il sottotitolo in italiano [Solo party originali], per il resto è la parodia di una sega che già è parodia di se stessa.

Romeo&Giulietta del Bolshoi / National gallery / Queen live@Montreal - Vedi punto 1, sostituendo "roba vecchia" con "altra roba"

Ma che bella sorpresa - Bisio, fanculo!!! Io mi fidavo di te....

Io sono Mateusz - La locandina ricorda, vagamente quella di "Lo zio Boonmee che ricorda le vite precedenti" e "La solitudine dei numeri primi"; spero poi che il titolo sia stato cambiato PRIMA del casino successo alla redazione di Charlie Hebdo, anche se qualcosa mi suggerisce sia stato deciso DOPO.

The cut - Come sopra, notiamo l'immensa fantasia di chi ha fatto la locandina, ricordando, vagamente, il film con Tom Hanks che non può uscire dal terminal di un aeroporto o il merdoso dolcificante della Golino.

Insurgent - Secondo capitolo dei 4 dell'ennesima trilogia distopica con protagonisti cciovani tonne

La prima volta di mia figlia - Un pessimo comico, un tremendo attore, che diventa regista...sarà il Kubrick del XXI secolo

La solita commedia. L'inferno - La solita merda, e dal titolo, c'è da aspettarsi altre due vagonate di merda.