lunedì 20 novembre 2017

CONFERENZA STAMPA COCO

di Matteo Marescalco

Due anni dopo l'arrivo di Pete Docter a Roma in occasione della presentazione stampa di Inside Out, giunge nella capitale un altro membro dei Pixar Studios. Stiamo parlando di Lee Unkrich, regista di Toy Story 3 e produttore esecutivo e co-regista di molti altri film dello studio di animazione digitale americano. In questo suo tour europeo, Unkrich è stato accompagnato da Darla K. Anderson, produttrice ed addetta alla supervisione dei film Pixar.

In un variopinto villaggio messicano fervono i preperativi in occasione del Dia de los muertos, una particolare forma di celebrazione tipica della cultura sudamericana che si colloca tra l'1 ed il 2 Novembre. Il dodicenne Miguel si getta a capofitto nei festeggiamenti, strimpellando la sua chitarra e coltivando il sogno di poter suonare, un giorno, dinnanzi a platee ben più ampie. La famiglia, tuttavia, a causa di un'antica maledizione, gli impedisce di suonare e di seguire la sua passione. Proprio nel giorno della festa che celebra i morti, Miguel trafuga la chitarra del suo cantante preferito. Questo atto lo trasporterà in un universo magico dalle tinte orrorifiche: il ragazzino si troverà catapultato nel mondo dei morti. Come uscirne?

La prima domanda in conferenza rimarca la somiglianza tra Coco, La sposa cadavere di Tim Burton (e, in genere, l'intero immaginario burtoniano) e Il libro della vita di Jorge R. Gutierrez (che annovera Guillermo del Toro tra i produttori). «Su Tim Burton, sapevamo benissimo quando abbiamo iniziato a lavorare su questo film, che, avendo a che fare con scheletri, automaticamente saremmo stati correlati a lui. Noi abbiamo provato a differenziarci, creando personaggi belli da guardare ed interessanti. E abbiamo aggiunto gli occhi che sono una sorta di finestra sulla loro anima. Per quanto riguarda Il libro della vita, si è trattato di una mera coincidenza. Abbiamo iniziato a lavorare su Coco ben sei anni fa, ovvero due anni prima dell'uscita del film di Gutierrez. In giro ci sono tantissimi film sul Natale quindi non capisco perché non ci possano essere più film dedicati al Dia de los muertos. Noi abbiamo visto e apprezzato il suo film e lui ha visto e apprezzato il nostro. La storia è completamente diversa».

«Voi della Pixar avete girato un film su un evento fondamentale della cultura messicana e lo avete presentato in anteprima mondiale proprio in Messico. Considerando il fatto che avete un presidente che vuole costruire un muro con il Messico, mi sembra una bella dichiarazione di intenti». Secondo il regista: «Abbiamo lavorato su Coco per sei anni. Ed il mondo, sei anni fa, era ben diverso da quello che è oggi. Sin dall'inizio, l'idea era quella di lavorare su un film che fosse prova del nostro profondo amore nei confronti del popolo messicano e della sua cultura. Ci auguriamo che possa contribuire a costruire un ponte. L'obiettivo era mostrare la ricchezza di questa cultura, sperando che si possano dissolvere le molte barriere artificiali frapposte».

Per quanto riguarda i dettagli dell'animazione, mai così fotorealistica (in molte scene, l'impressione è quella di assistere ad un film in live action), l'attenzione si è concentrata sul personaggio di Dante, il cane di Miguel: «La lingua di Dante è completamente incontrollabile, indipendente dal suo volere. Si tratta di una razza particolare e specifica del Messico. Risale a migliaia di anni fa ed è parte della cultura azteca. Il gene del dna di questa razza controlla crescita del pelo e crescita di denti. Per questo motivo, in Messico ci sono parecchi cani senza pelo e senza denti. Non avendo denti, la lingua non riesce ad essere trattenuta. Per quanto riguarda la tecnologia usata, è la stessa che abbiamo utilizzato per la realizzazione dei tentacoli di Hank di Alla ricerca di Dory».

Nel 2013, Coco fu al centro di una controversia relativa alla registrazione, come marchio commerciale, da parte della Walt Disney Company della frase Dia de los Muertos. La comunità messicana negli Stati Uniti non tardò a manifestare il disaccordo, convinta che si trattasse di appropriazione indebita, da parte della Disney, di usi e tradizioni messicane. Lee Unkrich ha ricordato l'accaduto: «Dia de los Muertos è stato uno dei primi titoli che abbiamo preso in considerazione per il film. Poi, a seguito dell'episodio con la comunità latina, ci siamo affranti molto e abbiamo cercato altre strade da percorrere. Tutto ciò, però, ha finito per dare un effetto positivo alla realizzazione. Abbiamo ingaggiati altri esperti e consulenti che, alla fine, probabilmente, ci hanno reso possibile realizzare un film migliore di quello che avevamo in mente».

Coco, diretto da Lee Unkrich e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures, arriverà nelle sale italiane dal 28 Dicembre. Il nostro consiglio è quello di affollare completamente i cinema!

sabato 18 novembre 2017

GLI SDRAIATI

di Matteo Marescalco

Chi sono gli sdraiati? Adolescenti che guardano il mondo dal punto di vista del divano di casa loro, alternando lo sguardo su smartphone, diventato a tutti gli effetti un prolungamento corporeo, e tv. Tito, il figlio di Giorgio Selva, è uno sdraiato. Lui e i suoi amici (la banda dei froci) sono alti, grassi, puzzano, si raccontano balle e stanno sempre insieme, da scuola al divano fino al letto. Finchè non irrompe Alice, la nuova compagna di classe, che spezza la quotidianità dei ragazzi e di cui Tito finisce per innamorasi. Giorgio Selva è uno stimato volto della tv pubblica, conduce un programma di approfondimento e vive con il figlio in un'area ipermoderna di Milano, all'interno di un grattacielo che è un po' il suo rifugio in cui nascondersi. Ha un suocero che adora, un figlio che non lo considera (Tito), una ex moglie giornalista che non incontra da anni, una ex domestica con cui, 17 anni prima, ha avuto una relazione extraconiugale e la banda dei froci che, insieme a Tito, gli rende le giornate infernali.

Gli sdraiati è anche il titolo del libro di Michele Serra, pubblicato nel 2013 da Feltrinelli Editore, da cui Francesca Archibugi e Francesco Piccolo hanno tratto questo film. Lo sguardo della regista alterna punti di vista diversi, osservando le ragioni che spingono Giorgio Selva a sentirsi un padre escluso dalla vita del figlio e quelle che caratterizzano l'atteggiamento di Tito, in cerca di maggiore libertà ed indipendenza. Il problema nel rapporto tra i gruppi di personaggi di età diversa risiede nella povertà di immaginario e di soluzioni creative che la regista e lo sceneggiatore propongono. Gli adulti sono tutti pezzi grossi dei media o della vita intellettuale italiana (la vita dei pochi proletari presenti viene trattata in modo esageratamente didascalico); i ragazzi, dal canto loro, si muovono tutti in bici e presentano atteggiamenti ai limiti della sopportabilità, all'interno di quel cantuccio sicuro che è offerto loro dalla ricchezza dei genitori. Tutto sommato, si poteva cercare un approccio che si allontanasse dalla superficie opaca dello stereotipo e che attingesse al materiale di partenza in modo diverso.

Nel mosaico di personaggi che popolano Gli sdraiati, un gigantesco punto interrogativo riguarda
Antonia Truppo, costantemente sopra le righe nell'interpretare la domestica trapiantata al nord che riveste un ruolo fondamentale nell'economia dello sviluppo narrativo del film. Il mondo in cui si muove la Archibugi è un ben preciso universo radical chic popolato da ragazzini menefreghisti e genitori che consentono loro ogni comportamento, anche il più esagerato, tra appartamenti affollati di libri, piscine al coperto, vigneti e ville vista mare. Il ritratto generazionale non funziona perché ogni elemento portato in scena è spinto al parossismo finendo per privare il pubblico del piacere della condivisione di sensazioni con i personaggi, figurine monodimensionali prive di umanità e che stancano dopo pochi minuti.

mercoledì 15 novembre 2017

JUSTICE LEAGUE: LA TRISTE PERFEZIONE DEL BATMAN DI BEN AFFLECK

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Sensi di Cinema

Chi vi scrive ha trascorso la propria giovane vita alle prese con una mamma innamorata di Ben Affleck. E come criticarla?! Mascella volitiva e fisico da quarterback, Affleck ha attraversato da protagonista, nel bene e nel male, gli anni 2000. Armageddon, Shakespeare in Love, Bounce, Pearl Harbor, Daredevil, Amore estremo, Hollywoodland sono le tessere che hanno contribuito a costruire quel gigantesco mosaico fatto di odio e amore/fallimenti e vittorie nei confronti di un attore che ha sempre dato l'impressione di avere un talento particolare nell'inimicarsi i pareri della critica che, a sua volta, gli ha spesso riservato il fondo di un oceano viscoso e particolarmente oscuro difficile da risalire. Come non provare affetto per quel mascellone dalla stazza titanica che incappava in film il più delle volte dalla discutibile qualità? Sguardo perso nel vuoto e bocca semiaperta, Ben Affleck ha sempre dato l'impressione di mettercela tutta ma di non riuscire a raggiungere esiti soddisfacenti nell'arte della recitazione.
Fino alla rinascita del 2007 con Gone baby gone e i successivi The Town e Argo che lo porta al secondo Oscar (La legge della notte è stato un totale flop nel mondo, emblema chiarissimo dello sfortunato destino del suo autore). E giù con complimenti, processi di redenzione ed il «Ma quindi non era lui lo scemo della coppia Ben Affleck-Matt Damon!».

Tutto questo preambolo dalla parvenza inutile, in realtà, serve per giustificare l'affetto smisurato che chi scrive prova per il regista/attore americano ed un concetto che innerva il pezzo critico: non esiste miglior Batman di Ben Affleck.
Nessuno meglio di lui è stato in grado di portare sulle sue spalle il peso di un progetto (il DC
Extended Universe) nato nel 2013 con Man of Steel (lo stesso anno in cui è stato dato l'annuncio che il Batman post-Christian Bale sarebbe stato interpretato proprio da Affleck) per rincorrere i successi al botteghino del Marvel Cinematic Universe (omologato su un unico tono ma, quanto meno, ben più solido sul versante produttivo rispetto al colpo di coda finale del team DC). Zack Snyder è stato garante di un'operazione sbilenca, una corsa contro il tempo che ha dato linfa vitale ad un nuovo modo di concepire il blockbuster supereroistico, lontano dal mediocre appiattimento della Marvel, e più vicino ad una concezione autoriale dell'operazione: lo sguardo di Snyder è totalitario sui primi quattro film alla base dell'universo condiviso, rispecchia il suo modo di concepire il cinema come assalto multisensoriale allo spettatore volto a destrutturare l'epica classica di supereroe (e a mettere in scena persino la sua morte). Tutto è andato a buon fine? Non troppo. E quest'ultimo Justice League, primo film totalmente corale del team DC, è la perfetta sintesi degli aspetti più problematici che pendono come una spada di Damocle sul suo capo nonché emblema di ciò che il futuro, molto probabilmente, ci riserverà.

La trama è più che mai lineare: dopo la morte di Superman, la Terra è presa di mira dalla più malvagia forza aliena di sempre, Steppenwolf, che approfitta della sua vulnerabilità provocata dalla fine del figlio di Krypton (la vicenda è lievemente più complessa e tira in ballo concetti quali speranza e paura ma, al momento, non è necessario approfondire). Batman, sempre più stanco del proprio ruolo, mette insieme una straordinaria Lega per contrastare il Male. Wonder Woman, Aquaman, The Flash e Cyborg si uniranno e combatteranno insieme in difesa dell'umanità. 

Il progetto di Justice League è da tempo nell'occhio del ciclone: pochi mesi fa, Zack Snyder, a seguito di un lutto familiare, ha abbandonato la regia del film e ha lasciato la post-produzione e la regia delle riprese aggiuntive a Joss Whedon, celebre papà degli Avengers cinematografici (insomma, JL è passato al nemico). Il film, inizialmente, sarebbe dovuto constare di due parti, ridotte ad una, abbondantemente superiore alla durata di due ore, ulteriormente limate alle due ore. Abbandono di Snyder ed ingresso repentino di Whedon hanno complicato ulteriormente i piani, finendo per rendere Justice League un prodotto ben più omologato dei suoi fratelli maggiori al panorama del blockbuster contemporaneo e manchevole di una compattezza, nonostante la breve durata. Le atmosfere narrative cupe e la magniloquenza tematica sono state abbandonate per cercare un'ibridazione (i punti di vista di Snyder e Whedon sono diversi) che mina la tenuta complessiva del film.

Tuttavia, a maggior ragione, un film così martoriato, con un Ben Affleck in piena terapia riabilitativa
per dipendenza da alcool e reduce dal clamoroso insuccesso di La legge della notte, che  dice, insieme al suo Batman, di non essere più in grado di tenere le redini del gruppo (l'abisso della sua solitudine, del senso di colpa e del rancore non è mai stato così profondo), crea un incredibile cortocircuito tra finzione e realtà ed attesta la perfezione dell'attore americano per quel ruolo. E se il cuore del progetto DC risiedesse proprio nelle crepe che rendono la sua struttura traballante? Nella goffaggine quasi infantile che caratterizza l'ammissione di colpevolezza di Batman? Se fossero proprio i deragliamenti del tessuto produttivo a far tremare l'ossatura ma a mantenerla, allo stesso tempo, viva? Una clamorosa deflagrazione, nella sua imperfezione ben più perfetta di quella dei precedenti episodi, che porta ad una piena coincidenza tra vicende private e pubbliche e dota Justice League di un cuore gigantesco (lo stesso che, a tempi alterni, abbatte Ben Affleck e gli dona nuova vita) difficilmente ravvisabile altrove.

lunedì 13 novembre 2017

BORG MCENROE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank

«(…) I live my life for the stars that shine. (…) Tonight I'm a rock 'n' roll star. Tonight I'm a rock 'n' roll star», canta, con un certo piacere, dal 1994 Liam Gallagher, co-fondatore degli Oasis, i cattivi ragazzi per eccellenza della musica inglese degli anni '90. 

Per restituire il fulgore della finale di Wimbledon del 5 Luglio 1980, il regista Janus Metz concentra la sua attenzione sul concetto di rock star, un concentrato immortale di demoni interiori e di volontà di apparire e di donarsi ai media, una celebrità “sporca” che detta la moda di un ben preciso tempo storico. Da un lato, c'è Björn Borg, l'iceborg svedese, fascia alla fluente chioma vichinga, sguardo da duro e collanina ad incorniciare il collo e a sfiorare il colletto aperto della polo. Dall'altro, John McEnroe, il super brat americano del tennis, genietto ribelle e precoce, carattere irascibile, carnagione chiara e massa di capelli ricci.  

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/borg-mcenroe/ 

NEMESI

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank

(…) and I always sleep with my guns when you're gone
(…) when I'm all alone the dreaming stops
and I just can't stand


Nel cinema come atto di resistenza e di reincarnazione quale è Nemesi, un fondamentale punto di vibrazione del testo filmico è costituito dalla sequenza (auto-)ripresa dalla microcamera dello smartphone in cui (il fu) Frank Kitchen si rivolge allo spettatore e gli punta contro la pistola, poco prima di abbandonarsi ad un futuro tutto da costruire. «Change is gonna come!». Quindi, probabilmente, non abbiamo ancora sentito/visto niente? 

Tra le nebbie notturne di una luna che non lascia mai posto al sole, Frank Kitchen è un terribile killer a pagamento (incarnato dal corpo di Michelle Rodriguez, sacrificio in difesa dell'universo digitale di Pandora) che popola le confessioni della dottoressa Rachel Jane, ricoverata in un centro psichiatrico ed immobilizzata da una camicia di forza, a cui presta il volto Sigourney Weaver, madre per eccellenza delle contaminazioni post-moderne. Kitchen si aggira come uno spettro. È un fantasma che non lascia tracce e che nessuno ha visto, tanto da far credere all'analista Ralph Galen che si tratti di un mero parto immaginario di Rachel Jane, un semplice transfert delle sue insicurezze private. In realtà, il serial killer ha ucciso il fratello della dottoressa che, per vendicarsi, lo ha sottoposto ad un'operazione di cambiamento di sesso, ri-assegnando il suo ghost ad un nuovo supporto fisico.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/nemesi/

mercoledì 8 novembre 2017

OGNI TUO RESPIRO

di Matteo Marescalco

Breathe: il costante rumore di sottofondo della narrazione.

Campagna inglese del 1957, campi lunghissimi, la visuale si restringe su una partita di cricket e, progressivamente, sui volti di due giovani: Robin Cavendish e Diana Blacker. Lui è impegnato nel gioco ma la sua attenzione è concentrata più su Diana che su altro; dal canto suo, la giovane Blacker viene descritta da un compagno di gioco di Robin come un'amante scatenata che cambia sempre uomo, una preda decisamente non alla sua portata. I piani sempre più stretti sui volti dei due personaggi principali delineano l'itinerario che sarà intrapreso dal film e che trova perfetto compimento nei rapidi minuti successivi. 

Come in Up, anche in Ogni tuo respiro la relazione tra Cavendish e Blacker viene presentata tramite il montaggio di alcuni momenti fondamentali: il primo bacio, il viaggio in Africa e la dichiarazione d'amore accompagnata dalla proposta di matrimonio. Tutto procede per il verso giusto; la coppia è incredibilmente bella ed affiatata e si trasferisce in Kenya dove Robin lavora alla ricerca di produzioni di tè da lanciare sul mercato inglese.
Alla fine di una partita di tennis, tuttavia, Robin inizia a soffrire di una serie di sintomi che lo condurranno alla paralisi pressoché totale del corpo. La poliomielite lo ha colpito, condannandolo ad un'esistenza bloccato su un letto, alle prese con un respiratore artificiale che scandisce (e determina) la sua vita.

Con queste premesse, favorite dal fatto che la regia fosse del debuttante Andy Serkis (che ha comunque alle spalle la lunga esperienza di direttore della seconda unità della trilogia de Lo Hobbit di Peter Jackson), l'idea del biopic inondato di sentimentalismo e di buone intenzioni più che un'ipotesi sembrava realtà. E, invece, Ogni tuo respiro è un prodotto magistrale in cui la scansione del racconto è costruita su una trama principale coadiuvata da una serie di sottotrame che forniscono il pretesto per conoscere meglio i protagonisti della vicenda ma, soprattutto, per tenere vigile l'attenzione dello spettatore. Al di là del quesito principale («Riuscirà Robin a condurre una vita degna di essere vissuta o, quanto meno, a superare il limite previsto dal medico che lo ha in cura?»), il racconto ne sviluppa altri paralleli che ne ossigenano la spina dorsale. Si riflette sulla questione dell'autodeterminazione dei malati, sul diritto all'eutanasia e sul testamento biologico, sulla battaglia di un amore che ha resistito nonostante tutte le avversità.

Ogni sequenza è costruita su un abile bilanciamento delle immagini (la cui successione è basata sul classico principio causa-effetto) ma, soprattutto, su un intelligente sviluppo dei desideri e delle necessità dei personaggi, cuore pulsante del film. Dietro l'attenzione formale, si nasconde un rumore onnipresente, quello del respiratore artificiale, che puntella ogni sequenza. Sembra quasi di poter ascoltare il respiro autonomo del film, il movimento incessante della sua anima. La collocazione dei punti di svolta è attenta alle dinamiche di sviluppo dei protagonisti, che compiono un buon arco di trasformazione e si trovano ad affrontare, di volta in volta, problemi che necessitano un maggiore sforzo.

A pensarci bene, potrebbe non esserci stato regista più adatto di Andy Serkis a dirigere questa storia. L'essere umano dietro King Kong, Gollum e Cesare, gli esseri sintetici più famosi del cinema contemporaneo. L'analogico alla base del digitale. Il fattore umano in grado di dare linfa vitale ad un racconto altrimenti schiacciato su banali stereotipi. 

domenica 5 novembre 2017

NUT JOB: TUTTO MOLTO DIVERTENTE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per The Huffington Post Italia: http://www.huffingtonpost.it/la-festa-dei-millennials/nut-job-2-il-sequel-non-brilla-come-il-precedente-ma-la-pixar-sa-bene-come-raggiungere-il-target-famigliare_a_23264317/

Uno scoiattolo-leader in crisi che non sa più guidare la comunità di appartenenza, un cane fedelissimo al metodo Stanislavskij, un gruppo di topolini bianchi che, sotto la parvenza esteriore, nascondono capacità degne delle migliori armi di distruzioni di massa, un sindaco corrotto dedito a speculazioni edilizie ed una bambina con evidenti problemi di peso e di nervosismo.
 
Sono loro il cuore pulsante di Nut Job: tutto molto divertente, sequel dell’omonimo film di animazione del 2014 di cui si è poco parlato in Italia. Il variegato gruppo di roditori, capitanato da Spocchia e dal topo muto Buddy, è minacciato dal progetto del sindaco di trasformare il parco in cui vivono in una luna park. Obiettivo del gruppetto? Dare una bella lezione ai cattivi e ristabilire l’ordine a Liberty Park.
 

I, TONYA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per The Huffington Post Italia: http://www.huffingtonpost.it/la-festa-dei-millennials/i-tonya-trionfo-e-caduta-di-unex-pattrinatrice-artistica_a_23261611/

Jorge Luis Borges ha definito Quarto Potere di Orson Welles “un labirinto senza centro”. I, Tonya di Craig Gillespie non è, di certo, il nuovo Quarto Potere ma presenta una struttura prismatica di interessante fattura, in grado di shakerare nel modo più brillante possibile un mix di generi che lo rendono un frullato variegato e dai sapori contrastanti. Al quarto giorno di kermesse, la Festa del Cinema di Roma ha già visto i film che, molto probabilmente, concorreranno alla prossima edizione dei Premi Oscar: Jake Gyllenhall per Stronger e Steve Carell per Last Flag Flying sono particolarmente quotati per la vittoria finale come Attore Protagonista e Non. 

I, Tonya, d’altronde, si inserisce di prepotenza nella corsa all’Oscar grazie alla magistrale performance di Margot Robbie nel ruolo di Tonya Harding, pattinatrice americana di fama mondiale che, nel 1994, insieme al marito Jeff Gillooly, pagò un uomo per aggredire la sua rivale Nancy Kerrigan ed eliminare, in tal modo, la concorrente dalle competizioni ufficiali. Il film inizia come un mockumentary girato da una sorta di Wes Anderson sotto acidi con interviste agli attori che interpretano i personaggi reali, per poi evolversi ed abbracciare diversi generi.

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CUERNAVACA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per The Huffington Post Italia: http://www.huffingtonpost.it/la-festa-dei-millennials/cuernavaca-storia-di-un-ragazzo-alla-ricerca-delle-sue-radici_a_23261608/

Siamo quasi al giro di boa di questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Ad animare la prima proiezione stampa della mattinata è stato Cuernavaca di Alejandro Andrade che ha riportato sugli schermi della Festa il volto di Carmen Maura, protagonista de Le streghe son tornate, irriverente ed esagerato film di Alex de la Iglesia presentato a Roma nel 2013, ai tempi in cui l’allora direttore artistico Marco Muller sguazzava nel calderone primordiale del più variegato cinema di genere. 

Personaggio principale della vicenda è Andy, la cui vita cambia improvvisamente a causa della scomparsa della madre, ferita a morte durante una rapina in un bar. Il ragazzino è costretto a trasferirsi a Cuernavaca, a casa della nonna paterna, che sembra nascondere numerosi segreti. Andy è irritato dal suo comportamento e decide di andare alla ricerca del padre con l’aiuto di Charly, l’attraente ma pericoloso figlio del giardiniere che lavora nella tenuta della nonna.  

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THE BREADWINNER

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per The Huffington Post Italia: http://www.huffingtonpost.it/la-festa-dei-millennials/the-breadwinner-e-una-fiaba-che-riscatta-i-diritti-delle-bambine-dal-regime-di-kabul_a_23258406/

‹‹Grazie per avermi salvato la vita, Story››, diceva Paul Giamatti in Lady in the water, diretto da M. Night Shyamalan. In quel caso, i personaggi erano impegnati in un lavoro collettivo sotto forma di una narrazione da costruire. Attraverso l’arte del racconto (incarnata dal personaggio di Story), si rafforzava e si perpetuava l’esistenza dei singoli e delle comunità sociali. Allo stesso modo, anche The Breadwinner, film di apertura di Alice nella città, sezione parallela della Festa del Cinema di Roma, si dimostra profondamente cosciente delle origini storiche di ogni narrazione condivisa.

Parvana è una bambina undicenne che vive a Kabul, sotto il regime dei Talebani, che obbligano le donne ad uscire in compagnia degli uomini e ad indossare il burqa. Il padre e la madre, insegnante e scrittrice, incoraggiano la figlia ad usare l’immaginazione e a raccontare fiabe. Tra storie su Alessandro Magno e Gengis Khan, viene messa in scena la storia di un’Afghanistan martoriata da innumerevoli occupazioni nell’arco dei secoli. Quando suo padre viene arrestato, la piccola Parvana si traveste da ragazzo pur di mantenere la famiglia e rischia la vita per provare a liberarlo. L’appartamento che la bambina condivide con la madre, le due sorelle ed il fratello, si trasforma progressivamente in un carcere da cui Parvana riesce a fuggire grazie alle storie che le raccontava il padre perché ‹‹le storie rimangono nel cuore anche quando tutto il resto se n’è andato››.

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HOSTILES

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Cinemonitor 

Non si poteva augurare miglior inizio a questa dodicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. Hostiles di Scott Cooper con Christian Bale e Rosamund Pike, in un certo senso, ne rispecchia l’animo. Robusto, compatto e capace di creare un’ottima tensione drammatica nonostante non brilli, di certo, per originalità.

La storia è nota ed è stata battuta già volte dal western, il più classico tra i generi cinematografici americani. Il capitano Joe Blocker è sul punto di andare in pensione quando riceve un incarico che non può non portare a termine: dovrà condurre a casa nel Montana il Capo Cheyenne Falco Giallo, in fin di vita per una malattia terminale. Blocker non accetta il compito di buon grado e prova a tirare in ballo il sanguinario passato di Falco Giallo sostenendo che sia necessario che il Capo Cheyenne continui a marcire in galera. Ciononostante, sarà costretto ad organizzare una spedizione e a dare inizio al viaggio a cui si unirà casualmente anche Rosalie, una donna a cui è stata trucidata la famiglia da una banda di ladri Comanche in cerca di cavalli da razziare.

Lo spirito che il film vorrebbe perseguire è dichiarato da una citazione di H.D. Lawrence, secondo cui l’America ha un cuore duro e stoico che, nel corso dei secoli, non si è minimamente ammorbidito. A partire da una dichiarazione di intenti del genere, è facile immaginare che la delineazione dei personaggi sia legata ad una ben precisa serie di archetipi: da una parte ci sono i buoni (che nascondono un oscuro passato) e dall’altra i cattivi (da cui, in fin dei conti, i buoni non differiscono poi così tanto). Facile, poi, innestare su un background del genere e nel corso di un viaggio che conduce al cuore di tenebra dell’America, dubbi, incertezze ed interrogativi sulla propria identità, che finisce per essere molto più liquida di quanto ogni singolo personaggio potesse pensare.

Eppure, nel corso di questo canovaccio ben noto, non manca lo spazio per determinate aperture che finiscono per ossigenare lo sviluppo del racconto. “Sono stanco, Joe. Dicono che ho la malinconia”. Un dialogo, dal tono lento e distante, tra Blocker ed un suo sergente, provoca uno squarcio nel buio e restituisce due personaggi che, nell’oscurità dell’età adulta, si lasciano andare alla nostalgia dei tempi passati. L’orizzonte malinconico e crepuscolare del western innerva Hostiles e trasforma il film in una sfida contemplativa attenta anche ai chiaroscuri dell’anima.
L’atmosfera dolente e contraddittoria e l’attenzione estetica dedicata al film restituiscono un racconto che si ammorbidisce con il passare dei minuti senza, tuttavia, che la propria durezza ne risulti smaccatamente intaccata. Scott Cooper sia conferma un buon regista, consapevole delle modalità di costruzione di un robusto film di intrattenimento ma sempre attento al mantenimento di una delicatezza che fa in modo che rigide figure si trasformino in personaggi desideranti.

CINEVOTI FESTA DEL CINEMA DI ROMA 12

di Matteo Marescalco


La ragazza nella nebbia di Donato Carrisi ★★1/2
Hostiles di Scott Cooper ★★★
Una questione privata di Paolo e Vittorio Taviani ★★
The Breadwinner di Nora Twomey ★★★
Romarcord, Storia dei cinema romani a cura di Andrea Minuz e Damiano Garofalo ★★★
Detroit di Kathryn Bigelow ★★★★
Stronger di David Gordon Green ★★1/2
Capitan Mutanda di David Soren ★★
Abracadabra di Pablo Berger ★★★1/2
Cuernavaca di Alejandro Andrade ★★
I, Tonya di Craig Gillespie ★★★★
Pipì, Pupù e Rosmarina in Il mistero delle note rapite di Enzo D'Alò ★★
Last Flag Flying di Richard Linklater ★★★★
Please Stand By di Ben Lewin ★★
Addio fottuti musi verdi di Francesco Ebbasta ★★1/2
Nut Job: tutto molto divertente di Cal Brunker ★★
The only living boy in New York di Marc Webb ★★
The Changeover di Harcourt e McKenzie ★★1/2
Logan Lucky di Steven Soderbergh ★★★1/2
Trouble no more di Jennifer Lebeau ★★1/2
Borg McEnroe di Janus Metz ★★★★
Nysferatu-Symphony of a century di Mastrovito ★★
Babylon Berlin Ep. 1-2 ★★
In un giorno la fine di Daniele Misischia ★★★
Ducktales di Youngberg ★★★
The Place di Paolo Genovese ★★1/2
Spielberg di Susan Lacy ★★★1/2

mercoledì 25 ottobre 2017

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA

di Matteo Marescalco

Durante una notte di nebbia, ad Avechot, un piccolo paesino di montagna, accade qualcosa di insolito. Un uomo alla guida di un auto, vittima di un incidente, si reca dallo psichiatra del luogo che cerca di fargli raccontare l'accaduto. La storia narrata dall'uomo inizia qualche mese prima e precisamente al periodo natalizio. Fra quelle montagne scomparve una ragazzina di sedici anni: Anna Lou, capelli rossi e lentiggini. Ad Avechot, tuttavia, è difficile trovare la verità e il famoso detective Vogel è consapevole del fatto che, in questa storia, ogni inganno ne nasconde un altro ancora più grande.

La ragazza nella nebbia segna il debutto alla regia di Donato Carrisi, tra i più interessanti scrittori del panorama italiano contemporaneo, autore de Il suggeritore, L'ipotesi del male e Il maestro delle ombre. I libri di Carrisi hanno venduto circa 3 milioni di copie nel mondo. Caso più unico che raro, ad occuparsi è lo stesso scrittore ad occuparsi della trasposizione del suo libro, nato prima come sceneggiatura e poi ulteriormente sviluppato fino a raggiungere la forma di romanzo. In tal senso, era notevole la curiosità nei confronti di un prodotto in cui immaginario editoriale e filmico dello stesso autore trovano un loro punto di congiunzione.

Il film di Carrisi parte da un background forte e ben definito: l'ispettore Vogel arriva ad Avechot allo stesso modo in cui Dale Cooper arrivava a Twin Peaks. I riferimenti, oltre al già citato, si sprecano: da Gone Girl di David Fincher a Una pura formalità di Giuseppe Tornatore. La sceneggiatura trova un suo sviluppo provando a muoversi tra le oscure vie del paesino, rese ancora più difficili da percorrere dalla onnipresente nebbia. Ed è in questo suo percorso che fallisce. Perchè la costruzione ad incastro tra racconto al presente e flashback risulta prolissa ed esageratamente ingarbugliata, frutto di un compiacimento a tratti spropositato. Ad uscirne indebolita è la potenza delle immagini. Ed è un vero peccato perché Carrisi ha dimostrato di essere un buon metteur un scene (le ambientazioni e la composizione dell'immagine sono molto buone, così come l'idea del plastico da scandagliare). Tuttavia, è il Carrisi scrittore a predominare e a spiegare ogni singola azione, lasciando al pubblico pochissimi tasselli da riempire. Eccetto quello legato all'incomprensibile finale, twist-ending raffazzonato che scuote ma che, in fin dei conti, risulta eccessivamente artificioso. A tutto ciò si aggiunge la fastidiosa interpretazione manieristica di Toni Servillo che spingerebbe qualsiasi spettatore avvezzo al naturalismo cinematografico ad abbandonare la sala dopo i primi dieci minuti.

Se è giusto che un buon thriller depisti il lettore/spettatore, è meno giusto che lo renda vittime di un esagerazione di parole e di spiegazioni che finiscono per intaccarne la suspense.

sabato 21 ottobre 2017

THOR: RAGNAROK

di Matteo Marescalco


Questo terzo episodio della trilogia stand-alone dedicata al personaggio di Thor spezza l'uniformità del Marvel Cinematic Universe. Giunti al diciassettesimo film, Kevin Feige e co. compiono la coraggiosa mossa di coinvolgere un regista proveniente dal mondo del cinema indipendente neozelandese: Taika Waititi, noto ai più per aver diretto l'acclamato What we do in the shadows, mockumentry sulla vita di quattro vampiri. Il tono grottesco e nonsense era il minimo che potevamo aspettarci da questo nuovo episodio di Thor.

Ciò che più colpisce risiede, però, nella femminilizzazione del personaggio interpretato da Chris Hemsworth e, in genere, dei protagonisti maschili del film. A Thor viene distrutto il martello (è evidente la carica fallica che assume) e vengono tagliati i capelli (la sua mascolinità viene intaccata); si trova, inoltre, a dover trattare con personaggi femminili più forti ed astuti di lui. Da una parte, Hela, la dea della morte, liberata dopo millenni di prigionia; dall'altra, Valchiria, una guerriera autoreclusasi sul pianeta Sakaar per nascondere un passato da cui vuole fuggire. Gli altri uomini sono goffi e ridotti a soavi macchiette: Hulk non veste i panni di Bruce Banner da più di due anni e ha perso il controllo sulla propria parte razionale, Loki è un semplice pretesto per i momenti di ironia e il Gran Maestro di Jeff Goldblum è un clown goliardico ed esilarante. Lo stesso Thor diventa un semplice umano, protagonista di numerose scene slapstick, incapace di incarnare l'eroe classico.

A contribuire alla riuscita del film si unisce anche la delineazione del pianeta Sakaar, tra District 9 e Mad Max, con un pizzico di Wall-E dei Pixar Studios, abitato da strani mostriciattoli che aiuteranno l'eroe principale nel percorso verso la redenzione. L'attenzione dedicata alla figura di Thor finisce per andare a scapito di Hela, che entra da temibile dea della morte ed esce di scena da personaggio quasi defilato. La parabola di donna protagonista forte non è del tutto compiuta. In effetti, Thor: Ragnarok è qualcosa di totalmente diverso da quanto visto finora nel contesto del Marvel Cinematic Universe?

No. Il tono guascone rimane e volge al parossismo, trasformando divinità in esseri umani che si incontrerebbero per strada quotidianamente. I personaggi Marvel hanno ben poco di supereroistico, non hanno dubbi sui propri poteri nè si interrogano sulla propria identità. La debolezza del versante mitologico e della forza del racconto inficia, come al solito, film del genere. Lo spettatore non percepisce il coraggio e la potenza di questi personaggi. E si tratta di un grave limite che, nonostante lo sfilacciamento del DC Cinematic Universe, non ha ancora colpito i grandi rivali della Marvel.

venerdì 20 ottobre 2017

THE SQUARE

di Matteo Marescalco

Trionfatore della 70esima edizione del Festival di Cannes, quella presieduta da Pedro Almodovar e caratterizzata dai battibecchi con Will Smith sul destino del cinema, scisso tra sala e Netflix, The Square di Ruben Ostlund si appresta ad arrivare anche in Italia, grazie a Teodora Film che ha fissato la data di distribuzione per il 9 Novembre.

Protagonista del film è Christian, curatore di un importante museo di arte contemporanea di Stoccolma e padre di due bambine. Il museo è in fermento per il debutto di un'installazione chiamata The Square, che invita all'altruismo ed alla condivisione. Valori, tuttavia, che vengono totalmente infranti da Christian quando, per strada, viene derubato del suo cellulare. La sua reazione scomposta innescherà un domino di eventi che getteranno la sua rispettabile vita nel caos più indomabile.

L'obiettivo dell'installazione visiva entra, fin dalle prime inquadrature, in conflitto con il carattere di Christian, che viene presentato come una persona poco affidabile. Dal prologo in poi, i concetti di caratterizzazione e di personaggio diventeranno sempre più incongruenti. Questo viaggio nel mondo dell'arte contemporaneo e, volendo allargare il focus, nella società di oggi, mostra le divergenze e le contraddizioni tra la facciata ipocrita della superficie e la realtà che trapela dalla natura più intima di un personaggio messo sotto pressione. Sono le scelte che Christian compie a permettere allo spettatore di penetrare in profondità la sua personalità. La struttura del film è caratterizzata da un crescendo di pressioni che pone il personaggio principale all'interno di dilemmi sempre più complessi. L'evoluzione a cui è sottoposto Christian è credibile e ben delineata: in tal senso, l'arco di sviluppo è portato a termine in modo soddisfacente.

Ciò che non funziona in The Square non risiede tanto nei personaggi quanto nella loro trattazione. Lo sguardo che viene puntato nei loro confronti è freddo e chirurgico, morboso e privo di vitalità. In tal senso, sembrano tanto somigliare ai cumuli di un'installazione del museo: depositati in una stanza e trasformati in insensate prede agli occhi da voyeur dei visitatori. Il quesito che uno spettatore dovrebbe porsi riguarda le proprie aspettative che ripone nel cinema. Desiderate prestare fede ad una narrazione che stimoli il vostro senso di stupore e di meraviglia, che vi catturi con la forza di un racconto che creda fino in fondo ai personaggi che porta in scena? O, viceversa, preferite restare ingabbiati in una struttura predeterminata da un narratore onnisciente che vi intrappola senza fornirvi il minimo respiro né una via di fuga? Chi vi scrive preferisce il candore della prima possibilità. Le provocazioni fine a sé stesse e prive del benché minimo briciolo di verità finiscono per affogare nella più banale sterilità esistente. Un po' come in The Square, un film che ricerca l'assurdo e l'attacco alle maschere borghesi ma che muore sotto il peso della propria falsità.

giovedì 19 ottobre 2017

IL MIO GODARD

di Matteo Marescalco

Parigi, 1967. Jean-Luc Godard, uno dei cineasti più adorati della sua generazione, gira La cinese con la donna che ama, Anne Wiazemsky, una ragazza più giovane di lui di 20 anni. I due sono venerati dalla critica, sono felici e si sposano. Tuttavia, l'accoglienza critica e del pubblico riservata al film non è all'altezza delle aspettative. La delusione, unita al Maggio '68, amplifica il processo di crisi che attanaglia Godard e che lo porterà ad un ripensamento su sé stesso ed alla messa in discussione delle sue idee sul cinema.

Il mio Godard di Michel Hazanavicius trova la propria genesi in questo momento ed intraprende un viaggio volto ad immortalare il cambiamento di Godard da cineasta star ad artista maoista fuori dal sistema, incompreso ed irascibile. Il ribaltamento di prospettiva avrà anche delle conseguenze sulla vita privata del regista e sul rapporto con la Wiazemsky. Presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes, il film di Hazanavicius è andato incontro ad un'accoglienza critica tiepida. Lo strumento maggiormente utilizzato dal regista transalpino nel corso della narrazione è quello della parodia e, al contempo, dell'omaggio garbato. Riprendendo, quindi, le stesse tecniche utilizzate nel 2011 in The Artist per (ri)semantizzare i film di Chaplin e Buster Keaton, simulandone le modalità di sviluppo del racconto e la forma filmica. Allo stesso modo, Il mio Godard è diviso in una serie di capitoli a cui Hazanavicius applica il linguaggio sperimentale degli anni '60: colori accesi in stile Pierrot le fou, cartelli e scritte in sovrimpressione, voci fuori campo che parlano in terza persona, scavalcamenti di campo e jump-cut. Tutto ciò viene messo al servizio di un racconto che si configura, in fin dei conti, come una semplice commedia sentimentale.

Come dichiarato dal regista, l'obiettivo non è quello di demolire un mito delle forze antiborghesi né di ricostruire il clima degli anni '60 mediato da uno sguardo nostalgico. In questo divertissment, emerge piuttosto una certa cialtroneria (che raggiunge livelli iperbolici nella rappresentazione di Bernardo Bertolucci e Marco Ferreri), una forza caustica che corteggia il nonsense e l'ironia più dinamitarda. Godard vuole cambiare, vuole uccidere il vecchio idolo che era ma finisce per essere soltanto miope nei confronti di un mondo che non riesce a decifrare (la metafora degli occhiali rotti è eloquente). Personaggio controverso, irritante, paranoico, in cerca di una donna oggetto che lo segua dappertutto e gli dia sicurezze. Dimenticate ogni problematizzazione fondata su una reale analisi di Godard uomo e personaggio. Questo film di Hazanavicius è soltanto un divertimento attraverso cui ingraziarsi il favore di un target di pubblico ben specifico, disposto a sorridere di una personalità così magmatica. E, in fin dei conti, di un target disposto a prendere in giro sé stesso.

martedì 17 ottobre 2017

LA BATTAGLIA DEI SESSI

di Matteo Marescalco

Nel 2006, Little Miss Sunshine sdoganava al grande pubblico il cinema americano indipendente, rivelandosi un enorme successo che avrebbe prodotto consistenti guadagni per la Fox Searchlight, responsabile dei diritti di distribuzione del film, che firmò uno degli accordi più remunerativi della storia del Sundance Film Festival. Di fronte ad un budget di 8 milioni di dollari, il film ne avrebbe guadagnati 100, portando a casa anche quattro nomination agli Oscar e due vittorie (per la miglior sceneggiatura originale ed il miglior attore non protagonista). Dopo una carriera precedente al cinema dedicata a pubblicità, cortometraggi e video musicali (Jonathan Dayton e Valerie Faris sono conosciuti a livello internazionale soprattutto per aver realizzato video per Oasis, R.E.M., Ramones, Britney Spears e Red Hot Chili Peppers), il nome della coppia inizia ad affermarsi prepotentemente nell'immaginario collettivo.

Nel 2017 è la volta di La battaglia dei sessi, film che rinnova la collaborazione con Steve Carell e annovera nel cast anche Emma Stone, Andrea Riseborough, Bill Pullman ed Alan Cumming. Girato in pellicola 35 mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, il film è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione. Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean, per dimostrare al mondo, una volta per tutte, la superiorità degli uomini sulle donne, per resistenza fisica e gestione dello stress. Il 20 Settembre 1973 è la data che segna uno spartiacque nella storia: scendono in campo Billie Jean King e Bobby Riggs in quella che sarebbe stata definita la battaglia dei sessi, una delle partite di tennis più famose della storia.

Diventa subito evidente quanto al centro di questo film, confezionato come un prodotto indipendente ma scritto tenendo conto della narrazione hollywoodiana (e, soprattutto, rivolto ad un largo pubblico), non ci sia soltanto il tennis né, tantomeno, la semplice questione uomini-donne. Piuttosto che il match di tennis, ad interessare i due registi sono le modalità di rappresentazioni dei personaggi che entrano in gioco e, soprattutto, la costruzione mediatica edificata attorno ad essi. Bobby Riggs è una creatura mediatica, occupa le copertine delle riviste (una fotografia lo ritrae nudo con una racchetta a coprirgli i genitali), è consapevole di quanto sia importante la sua immagine, soprattutto in chiave sessuale. Viceversa, la più debole immagine pubblica di Billy Jean è strettamente connessa ad una sua evoluzione sessuale che troverà un suo compimento lungo tutta la durata de La battaglia dei sessi. Ampia attenzione viene anche dedicata al mondo della moda. In quello che sarebbe potuto essere un film occupato, per lo più, dalla questione dei pari diritti (e che poteva essere trasformato, quindi, in un mero pamphlet politico), un ruolo fondamentale dello scontro è attribuito ai responsabili di moda e della creazione delle divise sportive indossate da Riggs e King. Piuttosto che su un campo da tennis, la battaglia si gioca in spazi chiusi: in camere d'albergo e nella abitazioni private, in cui si consumano anche gli scontri tra moglie e marito.

La battaglia dei sessi si concentra soprattutto sul dietro le quinte e sulla discrasia tra realtà ed evento mediatico. La stessa figura di Bobby Riggs è legata ad una sua rappresentazione nettamente iperbolica che finisce per renderlo quasi simpatico (o, comunque, non propriamente ostile) agli occhi del pubblico. I veri cattivi, quelli che credono davvero nella superiorità degli uomini sulle donne si situano altrove. In tal senso, attenzione al personaggio interpretato da Bill Pullman, vero villain del racconto. Pur non essendo ai livelli di Little Miss Sunshine e di Ruby Sparks, quest'ultimo film di Jonathan Dayton e Valerie Faris fa presa sul pubblico e riesce a conquistarlo senza troppa difficoltà, senza assolvere né condannare i suoi personaggi. Semplicemente, raccontando un fatto storico.

lunedì 16 ottobre 2017

CONFERENZA STAMPA LA BATTAGLIA DEI SESSI

di Matteo Marescalco

Questa mattina, l'hotel The Westin Excelsior di Via Veneto ci ha ospitati in occasione della conferenza stampa di La battaglia dei sessi, il film con cui Jonathan Dayton e Valerie Faris tornano alla regia, cinque anni dopo Ruby Sparks.

Girato in pellicola 35mm per riprodurre i colori e la consistenza degli anni '70, La battaglia dei sessi è incentrato sulle figure di Billie Jean King, tennista californiana che si batte per ottenere, a parità di mansioni, la stessa retribuzione degli uomini, e di Bobby Riggs, ex campione ormai in pensione. Riggs, maschilista convinto, decide di sfidare a tennis Billie Jean King per dimostrare, una volta per tutte, che gli uomini sono superiori alle donne per resistenza fisica e mentale e che, quindi, in tal modo, meritano una retribuzione maggiore delle donne. Il 20 Settembre 1973 scendono in campo i due campioni e va in scena una delle partite di tennis più famose della storia: la battaglia dei sessi.

Nel film, i due protagonisti, Emma Stone e Steve Carell, interpretano due campioni del tennis, Billie Jean King e Bobby Riggs. Secondo i registi: «Steve ed Emma hanno compiuto un ottimo lavoro sui personaggi. Per noi, prima di ogni cosa, era importante rappresentare il gioco del tennis. Abbiamo visionato molte partite del periodo. Ovviamente, per quanto Emma e Steve fossero bravi, non potevano mai raggiungere la stessa perfezione di un vero tennista. Abbiamo usato controfigure ma anche loro hanno dovuto visionare i match dell'epoca per riprodurre lo stile dei tennisti degli anni '70».

Sulla scelta di girare in pellicola, ha speso qualche parola Valerie Faris: «Abbiamo girato in 35mm. E' stato molto importante per noi poter ricreare la ricchezza dei colori e l'atmosfera degli anni '70. Conferire al film il giusto aspetto e la giusta sensazione era un nostro grande obiettivo. Le bobine da 11 minuti, poi, ci imponevano la necessità di una maggiore concentrazione. Abbiamo anche utilizzato obiettivi e zoom che si usavano in quegli anni, per una maggiore esigenza di realismo». In relazione al quesito sulla scelta degli attori, Jonathan Dayton ha detto: «Steve ed Emma sono subito stati la nostra prima scelta. Siamo stati molto felici di lavorare con loro. Riguardo, invece, al trattamento che abbiamo riservato a Bobby Riggs (il personaggio interpretato da Steve Carell, ndr), abbiamo voluto seguire la filosofia di Billie Jean: rispettare l'avversario. Oggi viviamo in un mondo estremamente polarizzato, tutti puntano il dito contro qualcuno e urlano contro il nemico. Noi abbiamo voluto rispettare l'avversario e non sottovalutare le sue capacità. Dopo questo match, infatti, Billie Jean e Bobby sono diventati amici».

E, ancora, sulla verosimiglianza nella rappresentazione delle partite di tennis: «Abbiamo studiato i match originali. Abbiamo utilizzato un consulente nel campo del tennis perché giochiamo a tennis da dilettanti e, ovviamente, non siamo a tal punto esperti. Diciamo che ci ha aiutati per quanto riguarda la regia, il design e le modalità di ripresa del match. Il vero allenatore di Bobby Riggs, tra l'altro, ha aiutato Carell a seguire lo stile di Bobby. Ci teniamo a precisare anche che tutte le scene che vedrete sono reali. Non ci sono immagini generate in CG».

L'aspetto interessante del film (su cui ci soffermeremo maggiormente nella recensione) riguarda il fatto che al centro de La battaglia dei sessi non vi sia unicamente lo scontro uomo/donna ma che entrino in ballo una serie di argomenti secondari in relazione allo scontro mediatico, al modo in cui la moda contribuiva a costruire le figure dei tennisti e, soprattutto, alla rappresentazione di sé. A tal proposito ha detto la Faris: «La complessità della storia ci ha completamente rapiti. Gli aspetti presenti nel film sono davvero numerosi: le vicende personali di Billie Jean, quello che lei viveva in privato, il modo in cui il suo matrimonio si stava sviluppando ed il fatto che, nonostante le problematiche private, Billie continuasse a lottare per i pari diritti delle donne. E' stato interessante intrecciare questi vari aspetti. Volevamo, inoltre, attirare anche un pubblico quanto più ampio possibile, formato non soltanto da chi ritiene che sia necessario dare alle donne pari trattamento economico. Volevamo favorire nelle persone una migliore comprensione delle questioni trattate. Quindi, diciamo che bilanciare i vari aspetti è stata la difficoltà maggiore perché noi volevamo evitare che si trattasse di un semplice film sul tennis. Ma anche che si trattasse di un semplice film su Billie Jean King. La battaglia dei sessi parla di Billie, di Bobby e del modo in cui tutte le persone riescono a trovare l'amore. Billie era costretta a vivere in una contesto che reprimeva l'omosessualità. La cultura dell'epoca l'aveva spinta a mantenere quel segreto».

La battaglia dei sessi, diretto da Jonathan Dayton e Valerie Faris, arriverà al cinema il 19 Ottobre, distribuito da 20th Century Fox.

domenica 15 ottobre 2017

L'UOMO DI NEVE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

L'orizzonte del film noir e del modello poliziesco mescola istanze disomogenee: da un lato, la concatenazione degli eventi e dell'investigazione; dall'altro l'emergenza di un eroe complesso, che si misura con la problematicità e l'inconscio dei personaggi. La detective story opera attraverso congetture ed ipotesi interpretative ed è impegnata a trovare una verità quanto più oggettiva possibile in un mondo ambiguo ed oscuro. Ogni racconto poliziesco presenta, in genere, una struttura bivalente, in quanto da un lato implica la scoperta e la risoluzione di qualcosa di nascosto e dall'altro procede in un mondo opaco in cui gli stessi valori di riferimento sono problematizzati. Il percorso narrativo di una detection, quindi, riesce ad unire narrazione rigorosa ed ambiguità e oscurità del mondo.

Ne L'uomo di neve di Tomas Alfredson, tratto dall'omonimo bestseller dello scrittore norvegese Jo Nesbø, si insinua qualcosa di ancora più contraddittorio. Un'eccedenza di senso generata da un particolare uso del montaggio e da risvolti narrativi che fungono da mise en abyme del senso ultimo del film. 

sabato 14 ottobre 2017

IT (un modesto omaggio a Stephen King e ad Andy Muschietti)

di Matteo Marescalco

Partiamo da un presupposto difficilmente controvertibile. IT di Stephen King è un pilastro dell'immaginario collettivo ed è impossibile che chi ha definito fino ad una ventina di anni fa l'autore del Maine come un maestro della prosa post-alfabetizzata possa negare un dato del genere. A maggior ragione in un periodo come il nostro, dominato dalla nostalgia degli anni '80 e in cui fioccano gli omaggi alla cultura di quel periodo. Super 8 e Stranger Things non sono altro che derivazioni di quell'universo creato da E.T., Explorers, Gremlins, Mamma ho perso l'aereo e I Goonies. Il paradosso è che un capostipite come IT, nella versione di Andy Muschietti, si ritrovi a percorrere lo stesso binario intrapreso da una serie-tv come Stranger Things. I fratelli Duffer imitano gli anni '80 e gli anni '80 nella ricostruzione del 2000 si sono ritrovati ad imitare i fratelli Duffer. Ma cortocircuiti del genere, in un periodo che riflette su sè stesso, sul proprio nostalgico passato e, soprattutto, sul suo futuro, sono diventati la norma. 

Ciò che è sicuro è che, come accade con ogni romanzo fiume che si lega in modo così saldo all'immaginario collettivo, ognuno di noi ha dato vita ad una personale rilettura di IT, che vive nel rapporto con il proprio pubblico. Andy Muschietti non era chiamato semplicemente a tradurre in immagini l'universo kinghiano (che più di ogni altro si è prestato a (ri)letture del genere) ma soprattutto a misurarsi con un precedente adattamento per la tv (quello degli anni '90) legato alla figura iconica di Tim Curry ed incastonato nel cuore dei puritani e con un'idea, che sia ben precisa o dai contorni sfumati poco importa, che ogni fan di Stephen King si è fatto del romanzo. 

La storia è nota: tutto ha inizio da una barchetta di carta di giornale costruita da Bill Denbrough per il fratellino Georgie, che segue la corrente d'acqua creata da un diluvio torrenziale lungo le vie di Derry, fino a precipitare all'interno di un tombino, da cui fuoriesce Pennywise, un mostro che esiste dal principio dei tempi e che ogni 27 anni rinasce per placare la sua fame millenaria. Inizia, quindi, una battaglia lunga 28 anni, tra il Club dei Perdenti (Bill, Ben, Beverly, Eddie, Stanley, Mike e Richie) e Pennywise. Applicando al romanzo di King una sintesi estrema, la vicenda principale è questa. Contornata dalla presenza di una cittadina dai cui anfratti escono mostri e multiformi follie, esistenze turbate, pezzi rock e coinvolgenti ballate country. Con unico caposaldo: (giovani) uomini in lotta con il lato oscuro del (loro) mondo, alle prese con una realtà che viene ingurgitata, digerita e sputata dal Male. Personaggi che gareggiano (in sella alla propria Silver) contro il diabolico Tempo, provando ad intervenire sulla terribile linearità delle vicende, sperando nell'aiuto di una qualche Tartaruga, arbitro super partes delle vicende universali che può semplicemente palesarsi come fede infantile e scriteriata. 

E' un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita (...). Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre

Uomini ordinari in preda ad eventi straordinari.  Una semplice elaborazione del lutto si trasforma in fuga dalla follia del Male che, prima di ogni cosa, alberga dentro ognuno di noi.
A questo punto, diventa pleonastico continuare ad esplorare un romanzo potenzialmente in grado di fornire innumerevoli spunti di riflessione. Il film di Andy Muschietti applica un'inevitabile normalizzazione e linearizzazione del testo narrativo, collocandosi nell'alveo del cinema di genere horror. Tutte le divagazioni originarie vengono eliminate a favore della costruzione di un racconto che alterna il proprio focus sulla genesi del rapporto d'amicizia tra i singoli componenti del Club dei Perdenti e sulle apparizioni di Pennywise. Il primo punto è perfetto: ci sono abbracci, lacrime, paure, confessioni, sangue e sguardi che non lasciano mai indifferenti (la sequenza del primo incontro tra Ben e Beverly è un tuffo al cuore). Nell'ambito del secondo punto, è stato un peccato aver ridotto il mostro ad un semplice mostro, da combattere fisicamente, nell'ultimo atto del film. Ma, in fin dei conti, era davvero difficile fare meglio e IT, evitando banali paragoni con il materiale di partenza, funziona benissimo nella sua semplificazione. 

In questo adattamento del 2017, Bill ha battuto il Diavolo. Aspettiamo con trepidazione Settembre 2019, sperando che le difficoltà della vita non abbiano intaccato la purezza dei Perdenti.