martedì 23 maggio 2017

PIRATI DEI CARAIBI - LA VENDETTA DI SALAZAR

di Matteo Marescalco

Questo 2017 ci porta in dotazione anche il quinto episodio di una saga che sembrava non avere altro da dire, dopo un deludente quarto episodio. Parliamo di Pirati dei Caraibi, franchise nato nel 2003 (che tanto avrebbe giovato alla carriera di Johnny Depp, decretandone, allo stesso tempo, la morte artistica), e, in particolar modo di La vendetta di Salazar

I primi tre episodi diretti da Gore Verbinski hanno indelebilmente segnato il cinema commerciale, sancendo il ritorno dei pirati sulla pellicola, accompagnati da leggende, racconti popolari, miti, fantasmi e tantissime altre perle (nere). Johnny Depp si trovava ad impersonare un pirata decisamente effeminato e dalla fortissima caratterizzazione slapstick. Il risultato al botteghino è stato considerevole, tanto da favorire la realizzazione di cinque episodi. Alla macchina da presa, dopo la parentesi musicale e stilizzata di Rob Marshall, si sono piazzati i registi norvegesi Joachim Ronning ed Espen Sandberg, al debutto nell'ambito del blockbuster americano. L'esotismo delle ambientazioni piratesche ha sposato la "grandezza" della mitologia nordica o si è mantenuto su binari già noti ed ampiamente percorsi?

Optiamo per la seconda possibilità. Il lavoro dello sceneggiatore riprende lo sviluppo narrativo de La maledizione della prima luna, recuperandone personaggi e modalità legate all'universo del racconto. Sorge spontaneo pensare ad un'operazione che mira a proteggere il franchise in ottica futura, assicurandogli nuovi episodi e nuovi attori principali. Ecco che La vendetta di Salazar somiglia a quanto fatto con Il Risveglio della Forza. Il dubbio che sorge spontaneo riguarda la potenza dei due brand: senza Johnny Depp, la saga di Pirati dei Caraibi funzionerebbe allo stesso modo in cui Star Wars funziona anche senza Harrison Ford, Carrie Fisher e Mark Hamill? 

Paradossalmente, la presenza che convince meno è proprio quella di Johnny Depp/Jack Sparrow, nume tutelare della saga. Le scene che lo vedono protagonista sono costruite su gag fisiche reiterate che fanno ridere lo spettatore del già visto. Un'aria di freschezza, probabilmente, gioverebbe alla saga. Non sappiamo con quali risultati di pubblico. Tuttavia, ci sentiamo di affermare che, osare maggiormente, in ottica futura, potrebbe non essere una mossa sbagliata!

domenica 21 maggio 2017

SICILIAN GHOST STORY

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Muschi e spelonche, macerie abusive e rifugi sotterranei, streghe cattive, eroi e principesse. E due rifugi che nascondono Giuseppe, rapito e imprigionato perché figlio di un pentito di mafia. 

La vicenda ha inizio quando la macchina da presa segue i due giovani protagonisti, Luna e Giuseppe, verso un sentiero silvestre. La cronaca criminale viene trasfigurata in fiaba e in mitologia esoterica, popolata da aiutanti e nemici ma, soprattutto, da una ragazzina che sa spingere il proprio sguardo al di là della realtà fenomenica.
«Pegaso è un cavallo alato, guarda la forma della costellazione!»
«Io ci vedo solo quattro stelle»
«Quando guarderai con attenzione, lo vedrai».
 

mercoledì 17 maggio 2017

RITRATTO DI FAMIGLIA CON TEMPESTA

di Matteo Marescalco

Lo scorrere del tempo al cinema non è mai stato così dolce e malinconico come in questo film di Hirokazu Kore'eda

Ryota è un autore dal passato fastoso ma dal presente totalmente fallimentare. Il denaro guadagnato con il successo del suo primo libro è stato completamente scialacquato nelle scommesse, passione che gli è costata il matrimonio con la donna che ama. Ryota è talmente al verde da reinventarsi come investigatore privato per riuscire a versare l'assegno di mantenimento alla moglie e al piccolo figlio. La vita non è andata come immaginava e non tutti diventano quello che volevano essere. Una lunga notte di tempesta costringe i quattro personaggi (Ryota, la moglie, il figlio e la nonna) a condividere lo stesso appartamento fino al giorno seguente. Quale occasione migliore per dirsi quanto negatosi finora ed attutire gli spigoli del presente?

Ritratto di famiglia con tempesta è un film essenziale. Attraversa le due ore di vita con la naturalezza di un qualsiasi evento quotidiano che ci coinvolge e ci stupisce. Kore'eda segue ed esplora minuziosamente i caratteri di ogni personaggio che entra in gioco nel film, sviscerandone le inquietudini e ciò che la vita gli ha sottratto. Ed il flusso del film va avanti, alla ricerca di un tempo perduto, tra malinconia e spirito da commedia. Si ride per le situazioni paradossali cui va incontro Ryota, alle prese con strane investigazioni e pedinamenti vari; ci si commuove per il modo in cui il personaggio principale ha dilapidato i suoi affetti familiari, dandoli in pasto al vizio del gioco che lo ha totalmente inghiottito. La vena comica e leggera non fa da contraltare al tono drammatico di fondo. Le due corde convivono, si mescolano tra loro, in relazione alle dinamiche di una famiglia giapponese che si interroga su se stessa con grazia ed intensità.
 
Ritratto di famiglia con tempesta conferma il cinema di Kore'eda come cinema della quotidianità, alle prese con lo scarto tra illusioni e sogni infantili e cambiamenti irreversibili dell'età adulta, quando si fa i conti con il proprio passato sperando di non restare delusi ma consapevoli del fatto che è quasi impossibile realizzare le aspettative della fanciullezza. E allora, ci si accontenta di giocare al parco con il proprio figlio durante una notte di tempesta alla ricerca di qualcosa che possa ancora fare sognare, dentro un grembo materno in cui cullarci e dormire. E sognare un futuro migliore. Per poi risvegliarci alle prese con l'ordinaria quotidianità, in cui stupore e meraviglia possono, tuttavia, nascondersi dietro qualsiasi angolo.

martedì 16 maggio 2017

SETTE MINUTI DOPO LA MEZZANOTTE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Sette minuti dopo la mezzanotte.

È questa l’ora in cui il Mostro, un gigantesco albero venuto a raccontare tre storie, si presenta a Conor, esigendo da lui un quarto racconto ‹‹sulla cosa più pericolosa di tutte: la verità››. Conor è un dodicenne vittima di bullismo a scuola e costretto a vivere con la nonna, a causa della malattia della madre. La creatura fantastica che il ragazzino invoca per essere aiutato più che per aiutare è un imponente tasso che gli consentirà di sfuggire alla solitudine del suo mondo reale.

C’erano una volta Cleveland Heep e Story, un custode ed una Narf giunta dalle profondità della piscina di un condominio invisibile al mondo, il The Cove, impegnato in un lavoro collettivo sotto forma di una narrazione da costruire. Attraverso la storia (e attraverso Story) si rafforza e si perpetua l’esistenza dei singoli e delle comunità sociali. Il condominio The Cove è un albero sradicato, un libro di fiabe senza destinatario, un uomo invisibile in attesa che si palesi nuovamente il proprio riflesso sulla superficie di una piscina a forma di occhio, ultimo elemento identificativo ed umano in un corpo sintetico.

lunedì 15 maggio 2017

SCAPPA - GET OUT

di Matteo Marescalco

Qualsiasi progetto horror che, negli ultimi anni, ha ottenuto ampi riscontri di pubblico e di critica porta il nome di Jason Blum. La saga di Paranormal Activity, Insidious, Sinister, La notte del giudizio, Ouija, The Visit e Split, a fronte di budget contenuti (compresi tra i 5 e i 9 milioni) hanno realizzato incassi stratosferici (da un minimo di 80 ad un massimo di 270 milioni). Il merito di aver realizzato alcuni dei film con il miglior rapporto costi/ricavi è imputabile ad una precisa strategia produttiva/promozionale/distributiva che vede dei prodotti high-concept (caratterizzati quindi da un'idea lineare e riassumibile in poche parole) a basso budget ma promossi tramite un notevole dispendio economico (il tour promozionale di Split ha toccato ogni angolo del mondo). A fronte di una spesa di produzione di 4,5 milioni di dollari, Scappa-Get Out ha conquistato le platee mondiali, portando a casa finora ben 215 milioni. Altro colpaccio della Blumhouse Productions? Decisamente si!

Chris è un ragazzo di colore che affronta "l'incubo" di qualsiasi ragazzo: conoscere i genitori della ragazza che frequenta da circa 5 mesi. La famiglia borghese vive in una elegante residenza isolata dal resto della città, è di idee progressiste, ha votato Obama alle ultime elezioni ed è pronta ad accogliere Chris. Peccato, però, che mamma e papà non sappiano che il ragazzo è di colore e che si rivelino molto diversi dalle aspettative, a tal punto da trasformare il weekend in un incubo da cui sarà difficile fuggire. 

Scappa-Get Out
è un piccolo horror indipendente diretto da Jordan Peele, noto attore comico americano (e già questa sembrerebbe una contraddizione). Lungo la narrazione lineare ed efficace, venature comiche accompagnano in pianta stabile il clima da thriller claustrofobico che si basa soprattutto sugli ambienti e sulla paranoia dilagante in Chris, provocata dagli strani comportamenti della famiglia della sua ragazza. Il culmine dello straniamento viene raggiunto durante una festa a cui vengono invitate altre coppie borghesi perfettamente bianche. I surreali dialoghi con alcune di loro spingono Chris ad una serie di idee malsane. Tra satira politica ed uno strano razzismo (i neri sono invidiati per la loro prestanza fisica) si dipana la trama di un prodotto che ha nel contrasto tra i corpi apparentemente ripuliti dei suoi interpreti l'aspetto più intrigante. Il meccanismo di genere si basa su una serie di contraddizioni fisiche ed ambientali che prendono in considerazione gli aspetti più subdoli (e per questo più pericolosi del razzismo).
 
Dimenticate il classico horror che terrorizza la sala. Scappa-Get Out segue la strada di The Visit e di Split: spaventare lo spettatore a partire da volti ed ambienti rassicuranti o ironici. Così, il ballo di un ragazzo sulle note di Kanye West, la tranquilla casa dei nonni o, ancora, una perfetta famiglia borghese possono rivelarsi elementi perturbanti più pericolosi di qualsiasi altro oggetto horror classico.   

giovedì 11 maggio 2017

KING ARTHUR-IL POTERE DELLA SPADA

di Matteo Marescalco

Guy Ritchie è uno che ha sempre fatto parlare di sè. Ex marito di Madonna, autore di Snatch, RocknRolla e della rilettura in chiave ultra pop di Sherlock Holmes. Con una personalità del genere, le aspettative attorno a King Arthur-Il potere della spada erano elevate. 

In effetti, possiamo dire che nonostante l'eccessiva frammentazione ed il carattere caotico del racconto, il film funziona anche in virtù di queste scelte che rischierebbero di minarne la compattezza narrativa. Prima di diventare mito, il giovane Arthur cresce come una canaglia nei bassifondi della città, dopo che il malvagio zio Vortigern si è impadronito del trono uccidendo il fratello. La vita di Artù cambia radicalmente quando estrae la leggendaria spada nella roccia. A quel punto, il giovane eroe si troverà costreto ad accettare l'eredità che il destino gli ha assegnato.
 
Dimenticate il classico adattamento fantasy del ciclo arturiano. L'estetica di Guy Ritchie è in grado di fagocitare completamente ogni residuo classico di fondo e di restituire un prodotto fiero di essere commerciale e di presentare Artù come un supereroe protagonista di un'esperienza videoludica. Tra cavalleria ed illegalità, ogni scambio di battuta all'interno del film è orientato a spingere al massimo sul pedale dell'entertainment, perseguendo l'obiettivo di uno spettacolo totale per tutte le due ore di durata. King Arthur, infatti, non rallenta mai ma gioca di continuo sull'effetto attrazione del suo essere.  

L'adattamento funziona proprio in virtù del lavaggio estetico cui è sottoposto. L'arrogante deriva facilita il funzionamento di un prodotto che ha le sue migliori armi nella frammentazione, nella velocità, nell'esagerazione degli effetti speciali e nel suo carattere sincopato. In barba alla noia ed alla lentezza, King Arthur vi regalerà un'esperienza cinetica degna del miglior Zack Snyder.

domenica 7 maggio 2017

ALIEN: COVENANT

di Simone Fabriziani

A 5 anni di distanza da Prometheus arriva in sala il secondo capitolo della serie prequel di Alien, nuova estensione del fruttuoso franchise che, stando alla volontà del regista Ridley Scott, potrebbe addirittura comprendere altri 4 nuovi film. Nel 2012 eravamo a bordo di una nave spaziale, per l'appunto la Prometheus; oggi, invece, siamo sulla Covenant, impegnata in una missione di ricolonizzazione e diretta verso un pianeta che ormai dista solo sette anni di viaggio. Ma qualcosa, improvvisamente, va storto.
 
L'equipaggio della Covenant si trova in stato di sonno criogenico mentre la nave è governata da Walter, un modello di androide simile a David, e da un'intelligenza artificiale chiamata Mother. Un giorno la nave si trova nel mezzo di una tempesta cosmica che provoca seri danni, così Walter e Mother sono costretti a risvegliare l'equipaggio. Nell'incidente muoiono numerosi coloni ed un membro dell'equipaggio, il capitano Branson. La Covenant si ritrova di colpo sotto il comando di un nuovo capitano e mentre tutto l'equipaggio si appresta a sistemare i danni subiti dalla nave prima di tornare al sonno criogenico, viene captato un segnale radio da un pianeta in perfette condizioni, poco distante, tra l'altro, dalla posizione della Covenant. Il cambio di rotta è immediato.
Complice un completo recast che non è stato in grado di sostituire attori del calibro di Noomi Rapace, Charlize Theron e Idris Elba, il film non riesce mai a decollare del tutto. La prima parte scorre lenta; subito dopo l'incidente che ha risvegliato l'equipaggio viene inserita una lunga sezione dedicata al compianto del capitano, il cui unico scopo è quello di farci avvertire il forte senso di famiglia venutosi a creare tra i membri della Covenant ma che finisce per rallentanre inutilmente la narrazione.
 
Nella seconda parte invece arriva l'azione vera e propria e, soprattutto, arrivano gli alieni, per la gioia dei fan della saga e del film stesso, che assume un carattere più scorrevole. Ad essere sacrificate sono le derive horror caratteristiche dell'Alien originale, che avrebbe allontanato il film dalla concezione più commerciale e moderna del termine action movie.
La regia di Scott è priva di particolari guizzi e abbastanza piatta, soprattutto nelle scene d'azione che spesso risultano confuse. Anche la storia, giunti allo scoglio di metà film diventa terribilmente prevedibile, facendo sorgere seri dubbi sul futuro del franchise che forse, già al secondo film, ha esaurito il proprio discorso. Sono queste le principali pecche di Alien: Covenant che contribuiscono a rendere del tutto dimenticabile un film appena godibile.

sabato 6 maggio 2017

SONG TO SONG

di Matteo Marescalco

*pubblicato per Cinema4Stelle

Dopo Sean Penn, Brad Pitt, Jessica Chastain, Christian Bale, Ben Affleck, Natalie Portman, anche Ryan Gosling, Michael Fassbender e Rooney Mara si uniscono al novero di star che, negli ultimi anni ha voluto fortemente partecipare ad un nuovo progetto del regista probabilmente più leggendario del cinema americano contemporaneo: Terrence Malick. Autore di soli 4 film in 32 anni (dal 1973 al 2005), il regista statunitense sta attraversando una fase di particolare intensità creativa: dal 2011 ha, infatti, diretto ben 5 lungometraggi, dando luogo ad una contraddizione con i tempi fortemente dilatati della prima parte della carriera.
In Song to Song, i giovani musicisti BV e Faye cercano il successo ad Austin, entrando in sintonia con Cook, magnate dell'industria musicale e Rhonda, giovane cameriera che, preda della sua ricchezza e delle sue promesse, finirà per sposarlo. Attraverso una costruzione del racconto più elaborata e meno frammentata che si scosta dai suoi precedenti saggi filmici, Malick segue le evoluzioni nel rapporto tra le due coppie, mettendo a fuoco, in particolar modo, le conseguenze della fama e dell'edonismo. Quanto può essere pericolosa la vita nel mondo hollywoodiano o nell'impero musicale? La vacuità del successo ed il rischio della dissolutezza vengono perseguiti attraverso i tradizionali strumenti della messa in scena malickiana: le voice-over, le inquadrature fluide che tallonano i personaggi in preda ad una sorta di reverie, la riflessione filosofica e spirituale, la sensazione di morte e rinascita in ogni singola inquadratura, l'assenza pressochè totale di raccordi, il cui senso è affidato all'allegoria. 

In tal modo, il film meno criptico e più intellegibile segna un'evoluzione nello stile di racconto del regista. Tuttavia, allo stesso modo in cui Song to Song è un ulteriore tassello all'interno di quel gigantesco mosaico dedicato al mondo dell'Amore, dei sentimenti, alla vita in tutta la sua universalità, priva di leggi prestabilite e di gravità, il progetto rischia anche di tracollare su se stesso. Perchè la stanchezza c'è e si avverte. E la flanerie di Song to Song rimane vittima del suo vizio di forma, quello di un cinema che muore sotto la spinta disgregante delle proprie pulsioni che potrebbero essere tutto ma finiscono per essere il nulla. Il narcisismo di Malick crea infiniti percorsi di senso che condannano il proprio cinema ad un overacting, ad una eccessiva stratificazione di significati che ne inficia l'operazione. E l'improvvisazione, la poesia e la bellezza svaniscono, rimangono dei fantasmi che si aggirano pericolosamente senza però trovare un posto in cui risiedere. La volontaria perdita di coordinate si rivela dannosa e controproducente nell'ambito di un cinema che sembra aver fatto della propria poetica un velo dietro cui nascondersi.

venerdì 5 maggio 2017

INSOSPETTABILI SOSPETTI

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Dopo esser cresciuto nei corridoi di Scrubs dal 2001 al 2010 ed essere approdato al cinema, nell'ambito di quel cantuccio sicuro che è l'indie americano, curando soggetto, sceneggiatura e regia di La mia vita a Garden State e Wish I Was Here, Zach Braff, al suo terzo film da regista, abbraccia le caotiche dinamiche degli studios. Il debutto istituzionale arriva con Insospettabili sospetti, remake di Vivere alla grande, scritto e diretto da Martin Brest nel 1979.
Michael Caine, Alan Arkin e Morgan Freeman sono tre pensionati accomunati da un'urgenza: quella del denaro. Ad interrompere le loro quiete ma nostalgiche routine quotidiane è l'utilizzo dei loro fondi pensione da parte della banca che li avrebbe dovuti tutelare per coprire un'assicurazione aziendale. Privati dei risparmi di una vita e dei futuri desideri, i tre si trovano a mettere in atto un'idea malsana: rapinare la loro banca per ottenere vendetta.



sabato 22 aprile 2017

BOSTON-CACCIA ALL'UOMO

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

Nella Boston del 1975, la vita di tre ragazzini sarebbe cambiata per sempre in seguito al rapimento di uno di loro da parte di due uomini, apparentemente un poliziotto ed un sacerdote. Il ragazzino sarebbe stato violentato per tre giorni riuscendo, infine, a fuggire e a tornare a casa. 25 anni dopo, in una progressione kinghiana, la tragedia si sarebbe risvegliata dal torpore, abbracciando nuovamente, come un oscuro spettro, la cittadina bagnata dal fiume Mystic. E la frase pronunciata da Dave Boyle/Tim Robbins («Io non mi fido più nemmeno della mia mente, Celeste. Devo avvertirti») ha una parentela più o meno diretta con l'affermazione di Tommy Saunders/Mark Wahlberg («Non riesco a capire, non so cosa ho visto, ma quelle immagini non se ne vogliono andare dalla mia testa») in una Boston meno persa nei suoi voluttuosi gorghi e nella critica al potere ufficiale ma più schematica e lineare, quasi come fosse un circuito elettrico di manniana memoria.

15 Aprile 2013. Una serie di esplosioni getta nel caos la tradizionale maratona del Patriots Day, causando la morte di 3 persone ed il ferimento di altre 264. Il clima festivo è interrotto dall'ipotesi terroristica e dalla rapida diffusione di immagini e video sull'attentato. FBI e polizia locale conducono le indagini contando sulle riprese delle videocamere di sorveglianza e su ogni tipologia di dispositivo mediale. 

mercoledì 12 aprile 2017

FAST & FURIOUS 8

di Matteo Marescalco

Quella che ritorna in sala il 13 Aprile è una delle maggiori saghe del cinema americano contemporaneo, in grado di rinnovarsi come poche altre e di raggiungere un livello di spettacolarità e di consapevolezza di sè stessa senza pari, inglobando, nel suo sviluppo, anche elementi legati alla realtà che hanno rischiato di scuoterne le fondamenta. Il settimo capitolo di Fast & Furious, funereo ed elegiaco, terminava con il fantasma di Paul Walker (il suo corpo analogico è diventato, a tutti gli effetti, digitale) che sceglieva una vita diversa, lontana dalle competizioni automobilistiche, insieme alla compagna Mia. L'ottimo James Wan si è dimostrato in grado di consentire alla saga di raggiungere lo spannung e di chiudere l'episodio con un addio che faceva sussultare il cuore, ponendo, ancora una volta, l'attenzione su una pietra angolare di Fast & Furious: l'importanza della famiglia, concetto che viene più volte ribadito da Dominic Toretto. 

Quest'ottavo episodio è stato affidato alla mano di F. Gary Gray, che dona al film un tocco più cupo, dopo il concentrato di azione e di montaggio ultra frenetico di James Wan, complice anche la scomparsa di Brian, che la sua famiglia si trova improvvisamente a dover metabolizzare. La minaccia, questa volta, è rappresentata da Cipher, un'algida Charlize Theron che presta il proprio volto ad un criminale informatico invisibile per l'intera società. L'idillio cubano termina rapidamente per Dom Toretto che subisce la carismatica influenza del lato oscuro (ed invisibile) della Forza. Cipher utilizza l'occhio di Dio, un potere senza corpo ed ubiquo in grado di cogliere e di anticipare ogni immagine del reale, e i suoi derivati per scatenare un esercito di automobili-zombie che devono, tuttavia, soccombere di fronte ai colpi dei corpi attrazione di Dwayne Johnson e Michelle Rodriguez. Il corpo, residuo classico per eccellenza, è il collante che tiene unito il lato fantascientifico ed umanistico della vicenda e catalizza l'attenzione dello spettatore, grazie a funamboliche sequenze che spingono ulteriormente l'asticella dello spettacolo. Anche la trama, questa volta, è sottoposta ad una serie di spinte centrifughe che ne minano la linearità senza intaccarne la compattezza. 

Fast & Furious 8 è un melodramma che non si vergogna di mostrare Dwayne Johnson deviare
missili a mani nude. In fin dei conti, è in questa semplice sequenza che risiede il grande cuore della saga. Quello di un "fantastico" cinema attrazione che, tramite la propria forza cinetica, mira allo stomaco dello spettatore, garantendogli risate ed emozioni. Nessuno si fa male e tutti tornano a casa con la consapevolezza di aver preso parte ad un gigantesco gioco che, ad ogni puntata, si prolunga, attendendo che le sensazioni dei suoi spettatori tornino ad animarlo. 

martedì 11 aprile 2017

BABY BOSS

di Matteo Marescalco

Tom McGrath, Alec Baldwin, Tobey Maguire, Steve Buscemi, Jimmy Kimmel e Lisa Kudrow sono i grandi nomi dietro Baby Boss, ultimo progetto d'animazione della Dreamworks Animation.
Tim Templeton è un bambino felice, i genitori lavorano nel reparto marketing di una grande azienda ma, nonostante gli impegni, riescono a dedicargli tanto tempo. Tim è anche dotato di una fervida immaginazione che gli consente di vivere ogni banale situazione come se fosse un'avventura ai confini della realtà. All'improvviso, però, come un fulmine a ciel sereno, la situazione muta: un fratellino modifica le gerarchie familiari, relegando Tim al secondo piano. Agli occhi di Tim, il nuovo arrivato è un piccolo boss, impegnato a monopolizzare le attenzioni dei genitori e con l'unico obiettivo di portare a termine una missione segreta. Giacca, cravatta, telefono perennemente con sé, valigetta ventiquattr'ore, baby boss, in effetti, lavora per un'azienda che si occupa di neonati, al centro della cui agenda c'è il fine di contrapporsi al calo della natalità e all'aumento vertiginoso degli animali da compagnia. I rivali, tuttavia, sono altrettanto agguerriti. 

Negli ultimi anni, il cinema di animazione si è affermato come uno dei generi più vitali, laboratorio di sperimentazione di forme e contenuti, rivolto a bambini e ad adulti in modo abbastanza indifferenziato. Se dalla Pixar o dallo Studio Ghibli è lecito aspettarsi sempre un prodotto che riesca ad alzare ulteriormente l'asticella, i dubbi su questo film della Dreamworks erano giustificati ma, alla fine della proiezione, si sono rivelati assolutamente infondati. Fin dalle prime sequenze, infatti, Baby Boss delinea una perfetta situazione di scontro tra la realtà che circonda Tim e quella prodotta dalla sua fervida immaginazione che viene oggettivata dal team dei creatori in modo accattivante e surreale. La stessa costruzione da commedia è retta da basi che non rischiano mai di cedere perché equilibrate da un versante formale perfettamente accordato. Nelle fantasticherie ad occhi aperti, gli animatori si sbizzarriscono inserendo le sequenze d'azione più adrenaliniche che, ovviamente, cozzano fortemente con i loro protagonisti, dei semplici poppanti, generando un inevitabile effetto comico che fa presa sullo spettatore. L'idea alla base della narrazione è quella che una sorta di catena di montaggio, alla nascita dei bambini, li assegna alla famiglia o al lavoro d'azienda. I dirigenti occupando una posizione delicata e, sovente, si trovano a svolgere una serie di missioni segrete.
 
Insomma, il nostro giudizio sul film è assolutamente positivo. I primi due atti sono di altissimo livello e sfociano in una conclusione che, probabilmente, perde la progressiva carica dirompente della prima parte del racconto, nel suo aderire a schemi più precisi e lineari, ma che non intacca più di tanto il risultato complessivo di Baby Boss. Dal 20 Aprile al cinema, con una speciale anteprima il 17! Da non perdere, per bambini ed adulti!

giovedì 6 aprile 2017

UNDERWORLD: BLOOD WARS

di Matteo Marescalco

Questo quinto episodio della fortunata saga di Underworld trasuda ignoranza canina da ogni poro, per citare una battuta del film. I primi episodi della saga annoveravano attori come Bill Nighy e Michael Sheen, quest'ultimo può vantare Charles Dance, valore aggiunto in un cast poco brillante in cui a dimostrarsi fuori luogo più di tutti è il giovane Theo James. 

Da tempi immemori, Vampiri e Licantropi si affrontano in una guerra che sembra non avere fine. Entrambe le specie hanno subito mutazioni che hanno contaminato la loro purezza ma che, allo stesso tempo, le hanno rese più potenti. Selene, la protagonista assoluta, è costretta a difendersi dai brutali attacchi che le vengono sferrati dal clan dei Lycans e dalla fazione dei Vampiri da cui è stata tradita. Per porre fine alla guerra, Selene dovrà affrontare i propri fantasmi interiori ed essere disposta al sacrificio estremo.
 
Tutto l'universo di Underworld (e quindi anche di questo Blood Wars) è costruito su un'eleganza estetica non da poco: i vampiri indossano tute in latex, sono eleganti, pallidi, inguainati ed austeri; i licantropi presentano caratteristiche del tutto opposte. Soffermandoci unicamente su questo aspetto, Blood Wars è un prodotto che, in fin dei conti, si difende dignitosamente. L'arredamento kitsch, la perenne oscurità e l'azione compulsiva sono gli aspetti principali di una saga che ha avuto una lunga durata nel tempo ma che, probabilmente, non è riuscita a perseguire l'idea di movimento totale della coeva Resident Evil. La stessa Milla Jovovich appare più a suo agio nelle vesti di nume tutelare di una saga e nei panni di un'eroina tuttofare che picchia, sgambetta e uccide di quanto non sia Kate Beckinsale. Dimenticando le frequenti cadute a livello di scrittura, Blood Wars è un modo come un altro per trascorrere un'ora e mezza all'insegna del divertimento senza pretese. 

sabato 1 aprile 2017

LE COSE CHE VERRANNO

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Alcuni caratteri accomunano Elle di Paul Verhoeven e Le cose che verranno di Mia Hansen-Love, entrambi recitati da Isabelle Huppert. Nel primo film, l'attrice francese è Michèle Leblanc, una manager a capo di una casa di produzione per videogame, violentata nella sua abitazione da un uomo mascherato che riesce a fuggire. Qualcosa in lei la spinge ad aspettare che il suo stupratore torni.
Le cose che verranno, invece, le offre la possibilità di interpretare Nathalie, una docente di filosofia in un liceo di Parigi. Un tempo comunista militante nonché aperta sostenitrice di idee rivoluzionarie, ha convertito l'attivismo giovanile in un idealismo privato che si esplica nel confronto vivo e partecipe con i suoi studenti. Il contesto di apparente e rassicurante serenità, tuttavia, muta rapidamente: la morte della madre ed il tradimento del marito spingono la donna ad interrogarsi sulla propria esistenza e a reinventarsi una nuova vita. 

La prima sequenza di Le cose che verranno mostra Nathalie su un battello intenta a correggere il compito di un alunno con su scritto il quesito filosofico: «Possiamo metterci al posto dell'Altro?». Un primo nucleo tematico è delineato. Questa continua tensione a divenire altro da sé, alla polarità opposta, anima il quinto film da regista di Mia Hansen-Love, che ha costruito il proprio prodotto su una costante oscillazione: quella tra orizzonte pubblico e privato, tra mondo delle idee e della realtà, «tra l'euforia e la malinconia», per citare il protagonista di Eden, popolato dai corpi liberi di giovani che si muovono tra fantasmi, spazi inaccessibili, drammi sentimentali e innovazioni tecnologiche. [...]

venerdì 31 marzo 2017

I PUFFI: VIAGGIO NELLA FORESTA SEGRETA

di Matteo Marescalco

Non siate bugiardi, è innegabile. Ogniqualvolta si parla di Puffi, sono due i ricordi principali che affiorano. Noi puffi siam così, noi siamo puffi blu, puffiamo su per giù due mele poco più. Il jingle della canzone cantata da Cristina D'Avena, baby sitter della nostra infanzia, risuona nelle orecchie di ognuno di noi. Genitori costretti dai figli a guardare il cartone animato televisivo e giovani che sono stati svezzati dalle creature del fumettista belga Peyo. I più maliziosi ricorderanno, senza dubbio, il celebre dialogo tratto da Donnie Darko in cui il protagonista discute sulla sessualità dei Puffi e sul ruolo di Puffetta, profilando per lei un poco onorevole compito all'interno della comunità. Ma non preoccupatevi, questo nuovo episodio aderisce unicamente alla prima tipologia di ricordo. 

Una mappa misteriosa spinge Puffetta ad intraprendere un viaggio, in compagnia dei suoi migliori amici Quattrocchi, Tontolone e Forzuto. Scopo di quest'avventura? Attraversare la Foresta Segreta, densa di insidie e vietata categoricamente ai Puffi, e trovare un misterioso villaggio perduto, evitando che il perfido mago Gargamella arrivi per primo. Tra dubbi ed insicurezze, i nostri Puffi impareranno qualcosa in più sulla loro identità e risolveranno il mistero su Puffetta.
 
Le strade intraprese dall'animazione sono abbastanza chiare. Da un lato, dei prodotti rivolti principalmente al pubblico adulto (Valzer con Bashir, Persepolis, Anomalisa, Sausage Party, La mia vita da zucchina); poi, i prodotti di mezzo, rivolti ai piccoli ma totalmente fruibili anche dai più grandi (l'esempio di Disney, Studio Ghibli, Pixar, Aardman e Laika è encomiabile) e, infine, i film animati con un target più ampio: i bambini. Angry Birds, Sing, Pets, la saga di Madagascar sono più che degni dell'applicazione degli adulti, grazie a stratificazione di linee narrative e a particolari invenzioni legate all'elaborazione del racconto, ma restano prodotti rivolti soprattutto ad un pubblico di piccoli. I Puffi estremizza questa tendenza. Difficilmente, i più grandi riusciranno a non sbadigliare durante l'intera durata del film che funziona sul versante estetico grazie ad un'abbagliante esplosione di colori ma che presenta palesi limiti in fase di sceneggiatura. Le buone idee non mancano, su tutte quella di presentare il lungometraggio come una sorta di documentario in diretta, ma pretendere più di un sano divertimento in famiglia sarebbe troppo. Per un pomeriggio tutti insieme, all'insegna dell'avventura, I Puffi: Viaggio nella Foresta Segreta è il film da consigliare!

giovedì 30 marzo 2017

GHOST IN THE SHELL

di Matteo Marescalco

Due settimane fa, grazie a Universal Pictures Italy, abbiamo avuto l'occasione di assistere ad un footage di 12 minuti dell'atteso Ghost in the Shell, film di Rupert Sanders, nonchè adattamento del manga scritto e disegnato da Masamune Shirow nel 1989, ambientato in un Giappone futuristico dai toni cyberpunk. Il footage mostrava la nascita del protagonista del racconto, il Maggiore Mira Killian: un corpo sintetico, un cervello ed una serie di cascate di un materiale simile a resina caratterizzavano le prime scene del film, pervaso di un'atmosfera distopica derivativa nei confronti del cinema di fantascienza del passato. Il nostro quesito riguardava la validità dell'elemento introspettivo e di approfondimento dell'animo umano che, se presente, accompagnato dalla costruzione di uno straordinario apparato estetico, avrebbe consentito la piena riuscita del film. 

Ebbene, dopo aver assistito all'anteprima stampa, possiamo dire che le cose sono andate diversamente. Perchè Ghost in the Shell soffre di un'evidente semplificazione che ha, nella breve durata di soli 100 minuti, la dimostrazione più chiara. Il film di Rupert Sanders è tutto in fieri, non rallenta un attimo, eccetto in una scena fondamentale per la lettura del film, quella del dialogo tra Mira e la madre: "Come mi hai riconosciuto?" "Ti ho riconosciuto dagli occhi". Eppure, l'assenza che maggiormente pesa sul film è proprio quella degli occhi (nell'accezione di Debrais, come elemento identificativo ed ultimo elemento umano in un corpo sintetico), dell'anima, del famigerato ghost che si nomina più volte nel corso del racconto. Le soluzioni visive perturbanti sono numerose e riescono ad attrarre e a stupire i fruitori ma risentono della totale assenza dell'elemento umano a bilanciare la tecnologizzazione massiccia del mondo la cui trasposizione visiva deve molto all'universo creato dai Wachwoski. Una maggiore attenzione al cuore, ai sentimenti, alle motivazioni che spingono i personaggi a compiere determinate azioni non avrebbe fatto altro che arricchire questo prodotto che appare privo di vita, fermo ad una bellezza superficiale che intrattiene e diverte ma non conquista mai.

Il nostro consiglio è di andare a vedere il film senza aspettative legate ai caratteri di una fantascienza filosofica ed umanistica di cui Ghost in the Shell è privo.

lunedì 27 marzo 2017

LIFE-NON OLTREPASSARE IL LIMITE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank
 
[...] Kong: Skull Island, uscito al cinema poche settimane fa, ha invertito la rotta sottoponendo l'esistenza dell'essere umano (il residuo classico) all'elemento mostruoso e rovesciando completamente l'antropocentrismo  di Gravity di Alfonso Cuaron da cui Life: Non oltrepassare il limite si allontana ulteriormente. La prima sequenza, sulla falsa riga del long-take del film di Alfonso Cuaron, esplora lo spazio scenografico dell'astronave: uno sguardo totalmente impersonale, che riduce la macchina da presa ad un drone, mostra una serie di astronauti in attesa di un'operazione di recupero di campioni provenienti da Marte. La sequenza termina con il riflesso del volto del personaggio interpretato da Jake Gyllenhall in concomitanza con l'arrivo della navicella che trasporta i materiali marziani: elemento umano ed alieno iniziano a convivere nella stessa inquadratura, in una sorta di dissolvenza incrociata. Nel frattempo, sulla scorta di Billy Lynn di Ang Lee, il controcampo della missione ha assunto la dimensione di un evento globale, totalmente mediatizzato e trasmesso sugli schermi giganti di Times Square. Ma, ancora una volta, la verità non potrà essere colta da nessuno sguardo digitale, restando confinata nell'ambito di una capsula di salvataggio che funge da grembo materno per la creazione di un nuovo mostro che non ha solamente usufruito del supporto di un essere umano ma lo ha fagocitato, riducendolo al suo corpo e al suo intelletto. A differenza che in Gravity, in cui il percorso di crescita e di affermazione della propria identità portava lo spettatore a conoscere svariati aspetti dei personaggi con cui interagire, la prospettiva di Life rende pressoché pleonastico l'essere umano, vittima dell'elemento altro e mostruoso della narrazione. [...]. 

giovedì 23 marzo 2017

TUTTO PRONTO PER L'EDIZIONE PRIMAVERILE DI ROMICS!

di Matteo Marescalco

Il tempo della XXI edizione di Romics è arrivato! Dal 6 al 9 Aprile, alla Fiera di Roma, tornerà la grande rassegna internazionale sul fumetto, l'animazione, i games, il cinema e l'entertainment che si tiene due volte l'anno nella Capitale. 
4 giorni di kermesse con eventi, incontri e spettacoli: un programma ricchissimo che si sviluppa contemporaneamente su diverse sale, con oltre 200.000 visitatori ad ogni edizione. Ogni fan potrà trovare tutte le novità, le grandi case editrici, le fumetterie, i collezionisti, i videogiochi, i gadget e incontrare moltissimi autori ed editori. 

Romics è il luogo perfetto per celebrare la grande creatività da tutto il mondo, le forti radici e la linfa del fumetto e dell'animazione in un continuo fiorire nella trasversalità delle nuove arti creative e dell'intrattenimento. 

Gli autori che riceveranno l'ambito Romics d'Oro saranno Yoshiyuki Tomino, creatore di Gundam e del real mecha, Sharon Calahan, direttrice della fotografia dei Pixar Animation Studies, Igort, maestro del fumetto italiano, Giuseppe Camuncoli, disegnatore emiliano che lavora per DC Comics e Marvel, e Matteo Casali, sceneggiatore di diversi albi per DC Comics e cofondatore e direttore creativo della Scuola Internazionale di Comics di Reggio Emilia.

La sezione Special Guest, invece, annovera la partecipazione di Naohito Ogata, Leo Ortolani che, nel corso della manifestazione, annuncerà il suo prossimo progetto top-secret, Rafa Sandoval, Giada Perissinotto, Paolo barbieri, Alessio Coppola, Walter Venturi e molti altri ancora.  David Solomons, Cecilia Randall, Roberta Rizzo, Fabrizio cocco e Margherita Loy animeranno la sezione Special Guest Narrativa, dedicata agli incontri con il pubblico mediante workshop organizzati dalle Case Editrici e dalla Scuola Internazionale di Comics, dalla Scuola Romana dei Fumetti e dall'Accademia Europea di Manga. 

Le Grandi Mostre, all'interno dei padiglioni 9 e 5, celebreranno Carlo Rambaldi e le sue creazioni, i robot della serie Gundam, Wonder Woman in occasione dei suoi 75 anni e le illustrazioni di Sharon Calahan per i film della Pixar. 

Per eventuali approfondimenti, vi rimandiamo al sito ufficiale: www.romics.it o vi invitiamo ad inviare una mail ad info@romics.it.

lunedì 20 marzo 2017

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

La vendetta di un uomo tranquillo, debutto alla regia di Raul Arevalo, ha inizio sotto il segno di una rapina. Il punto di vista della scena stabilisce una prima discrasia tra ciò di cui viene messo al corrente lo spettatore e le azioni di cui, invece, si rendono protagonisti i personaggi. Un’automobile parte e la frenesia degli eventi è moltiplicata dalle urla di un gruppo di rapinatori, che si trova a fuggire dalla polizia tra le strade di Madrid. Un lieve scarto verso sinistra rende impossibile notare il rapido avvicinamento di un altro veicolo che tampona bruscamente il primo. L’autista del gruppo scende e viene immediatamente atterrato dalla polizia. Il primo capitolo è archiviato.

Il 2014 è stato l’anno di True Detective e di La isla minima, due prodotti speculari che mettono in scena l’oscurità di un grembo materno non più in grado di proteggere. Della lezione di Alberto Rodriguez ha fatto tesoro proprio Raul Arevalo, il Rustin Cohle spagnolo, già visto alle prese, in tutta la sua gaudente omosessualità, con un aereo di linea che, nel 2012, continuava a planare più per inerzia che per altro, impossibilitato ad atterrare senza compromettere la propria struttura. (...)

giovedì 16 marzo 2017

GHOST IN THE SHELL: IL PRIMO FOOTAGE

di Matteo Marescalco

Grazie a Universal Pictures Italy abbiamo avuto l'occasione di assistere ad un footage di 12 minuti dell'atteso Ghost in the Shell. Il film di Rupert Sanders è l'adattamento del manga scritto e disegnato da Masamune Shirow nel 1989, ambientato in un Giappone futuristico dai toni cyberpunk. 
Il cast della trasposizione comprende grandi nomi del cinema mondiale: Scarlett Johansson, Juliette Binoche, Micheael Pitt e Takeshi Kitano.

L'attesa nei confronti di questa trasposizione cinematografica di un prodotto cross-mediale era notevole. I 12 minuti mostrati in anteprima hanno inizio con la nascita del Maggiore Mira Killian: un corpo sintetico, un cervello ed una serie di cascate  di un materiale simile a resina, che modella l'aspetto esteriore, ci immergono in un'atmosfera distopica che lavora sui residui del cinema di fantascienza del passato. Il quesito che è stato centrale, solo per citare alcuni prodotti, in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (e di conseguenza in Blade Runner) e in A.I. Intelligenza Artificiale, continua a rivestire un ruolo peculiare: quanto un essere sintetico del genere può essere considerato umano, capace di provare emozioni e sentimenti e di agire sulle proprie azioni? Il processo di creazione avviene in una sorta di grembo materno ad altissima tecnologia mostrato in prospettiva da un 3D che definisce e modella gli ambienti. La scienziata, interpretata da Juliette Binoche, parla della ragazza come di un caso senza precedenti: un cervello umano installato, per la prima volta, su un corpo completamente robotico. 

Le sequenze successive mostrano una serie di movimenti action ipercinetici. In una Tokyo avveneristica che commistiona oggetti concreti ed ologrammi digitali, si muove il corpo attrazione di Scarlett Johansson, in grado di ridefinire continuamente la propria identità. Ogni spazio viene esplorato, conquistato e trasformato in un pretesto per stupire. Si tratta dell'ennesima svolta all'interno di un cinema che ritorna ad essere sempre più il cinema delle origini che, nei primi anni del Novecento, trascinava gli spettatori in un vortice oscuro ad alto livello di stupore. Questi primi minuti di Ghost in the Shell lasciano ben sperare. Nel caso in cui, il lato puramente estetico venga accompagnato da una valida narrazione in grado di scandagliare gli aspetti più oscuri e profondi dell'animo umano, potremmo trovarci di fronte ad una pietra miliare del cinema sci-fi-action degli anni 2000.

giovedì 9 marzo 2017

LA BELLA E LA BESTIA

di Matteo Marescalco

Negli ultimi anni, la tendenza della Disney è stata quella di realizzare versioni in live-action dei grandi classici presenti in catalogo che hanno contribuito a rendere immortale la major statunitense. Ecco arrivare, tra il 2014 ed il 2016, Maleficent, Cenerentola ed Il Libro della Giungla, diretti rispettivamente da Robert Stromberg, Kenneth Branagh e Jon Favreau. Quest'anno, è toccato a La Bella e la Bestia. L'operazione, sul versante commerciale, è di innegabile appeal. Sul versante meramente qualitativo ed artistico, tuttavia, i dubbi hanno la meglio. 

La storia dovrebbe aver cresciuto tante generazioni: Belle è una ragazza che vive in un villaggio troppo piccolo per le sue aspirazioni e che finisce prigioniera nel castello di una Bestia, resa tale dal sortilegio di una strega. Lentamente, la giovane fa amicizia con i servitori incantati che lavorano nel castello e impara ad approfondire il carattere e la personalità della Bestia senza fermarsi alla sola apparenza. Ma i nemici non tarderanno ad arrivare.
 
Nei precedenti remake in live-action, la Disney dimostrava di allontanarsi dalla versione originale per ossigenare il racconto con nuovi spunti. Tim Burton per Alice in Wonderland e i già citati Stromberg, Branagh e Favreau hanno costruito una struttura che andasse ad ampliare e ad arricchire le narrazioni originali. In questo aspetto, La Bella e la Bestia risente della totale assenza di originalità e di un'impostazione che ricalca eccessivamente il film d'animazione. In tal senso, nella mancanza di riferimenti alla contemporaneità e di una contestualizzazione che potesse giustificare l'operazione commerciale, il prodotto delude le aspettative del pubblico e si dimostra ecessivamente vintage, nel risvolto negativo del termine.
In conclusione, è un peccato che oltre le scenografie rifinite e le coreografie di livello non ci sia alcunché di interessante. 

martedì 7 marzo 2017

THE GREAT WALL

di Matteo Marescalco

Lo scorso anno, Warcraft-L'inizio sbarcava nelle sale americane e cinesi e segnava un importante record che ridisegnerà il panorama mondiale degli incassi e della distribuzione. Il film di Duncan Jones, infatti, ha ottenuto il maggior incasso di sempre per un film straniero in Cina, aprendo definitivamente l'attenzione della distribuzione internazionale al mercato cinese, nuova terra di conquista hollywoodiana.
 
Circa un anno dopo, arriva al cinema The Great Wall, co-produzione cinese/statunitense diretta da Zhang Yimou ed interpretata da un melting-pot di attori: Matt Damon, Pedro Pascal, Willem Dafoe, Andy Lau e Tian Jing. Il budget di circa 135 milioni di dollari ha fatto di The Great Wall il film più costoso girato interamente in Cina. 
Dopo aver combattuto in numerose battaglie, risaltando per le loro particolari abilità, William e Pedro, due mercenari senza scrupoli, si recano in Cina alla ricerca della polvere nera, l'antenata della comune polvere da sparo, per rivenderla in Occidente. I due vengono catturati e fatti prigionieri da un esercito di eccellenti guerrieri noto come Ordine Senza Nome. I guerrieri sfruttano la Grande Muraglia per difendere l'umanità dall'avanzata di strane forze soprannaturali che emergono ogni 60 anni e che potrebbero metterne a repentaglio il futuro. 

Il film di Zhang Yimou è un fantasy che, più volte, nelle scene corali e nelle coreografie di massa delle battaglie, ricorda la saga de Il Signore degli Anelli; non a caso, gli effetti speciali sono realizzati dalla WETA di Peter Jackson che ha portato sullo schermo l'universo di J. R. R. Tolkien. Oltre ad essere una straordinaria esperienza videoludica e dimenticando per un attimo alcune incongruenze nella delineazione dei caratteri dei personaggi, The Great Wall si presta a svariate ed interessanti letture che hanno per tema il futuro del cinema digitale. Come se non bastasse, le creature soprannaturali del film dialogano tra loro tramite una sorta di segnale wi-fi, oltrepassando il collegamento analogico che consentiva la "connessione" tra i Na'vi di James Cameron in Avatar. Insomma, a differenza che nelle citate creature, in The Great Wall non esiste alcun residuo umano. Guai a cercare elementi di critica sociale che potrebbero inficiare quello che si configura come lo scopo principale del film: divertire il pubblico. Armatevi di una lattina di Coca-Cola e di una confezione di pop-corn e godete al massimo grado del puro intrattenimento di The Great Wall!

lunedì 6 marzo 2017

KONG SKULL ISLAND

di Matteo Marescalco

Se c'è una cosa che colpisce del grande cinema americano degli ultimi anni è che il blockbuster ha raggiunto vette davvero elevate di perfezione e di cura formale, di approfondimento psicologico dei caratteri messi in gioco e di costruzione della struttura narrativa, oltre ad essersi affermato come teatro di riflessione su temi che riguardano il passaggio dall'analogico al digitale e ad aver digerito e persino "teorizzato" meglio di altre tipologie di cinema questo passaggio epocale. Per certi versi, Kong Skull Island ha il grande pregio di inserirsi nel novero di prodotti di cui è stato detto. Per certi versi, appunto.
 
Il classico del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack ha riempito le platee e infranto tutti i record, affermandosi come un capolavoro del genere che ha dato vita a versioni successive, tra remake, parodie e spin-off. Il finale di King Kong, con il gorilla in cima all'Empire State Building, è tra le immagini più icastiche della cultura popolare. In questo reebot del franchise di King Kong (che fa parte dello stesso universo di Godzilla di Gareth Edwards con cui condividerà un cross-over nel 2020), una società segreta nota come Monarch scopre l'esistenza di un'isola sconosciuta e non ancora esplorata. Viene così inviata una spedizione composta da reporter e soldati che, arrivati sull'isola, vengono attaccati da un gigantesco gorilla. Bloccato su Skull Island, il gruppo dovrà sopravvivere alle innumerevoli insidie dell'isola e provare a portare a casa qualche prova sull'esistenza di Kong che, nel frattempo, deve affrontare i predatori che gli contendono il dominio.
 
E' il 1973, la Guerra del Vietnam stava per giungere al termine, ed altri sconvolgimenti economici, sociali e politici scuotevano il decennio. Il periodo scelto viene ricreato alla perfezione grazie all'utilizzo di particolari lenti anamorfiche che, a detta del regista, sono state perfette per rappresentare quegli anni e dare un tocco vintage in più. Gli USA attraversano la fase di perdita dell'innocenza, un periodo di paranoia dilagante e di crisi diffusa. Sull'isola di Skull Island, gli esseri umani presenti mostreranno la loro vera natura. Su tutti, Preston Packard, interpretato da un luciferino Samuel L. Jackson, comandante militare della spedizione che attacca Kong non perchè sia il cattivo dell'isola ma semplicemente perchè sente la mancanza dei Viet Cong. La follia della lotta contro qualsiasi cosa, ad ogni costo, illumina costantemente il suo volto. Attenzione, però, al pericolo dietro l'angolo: Kong Skull Island è, prima di tutto, un gigantesco giocattolone che lavora sulle immagini e sui colori, sui movimenti e sull'azione, raggiungendo il suo apice nella trattazione delle sequenze ipercinetiche. Quindi, è consigliabile evitare di soffermarsi sugli eventuali strascichi pacifisti o su aspetti affini nel contesto di un blockbuster che vuole semplicemente intrattenere il pubblico. 

Un plauso particolare va a Larry Fong, in grado di lavorare come pochi sulla manipolazione dell'immagine digitale. In un contesto formale così curato risalta la mediocrità dei personaggi che animano il film e che vengono sacrificati dinnanzi al grande mostro. Pollici in su per questo prodotto rétro che odora di revival e di cultura popolare e che, soprattutto, non si vergogna mai del proprio carattere sgangherato trasformandolo in un punto di forza.

LA LEGGE DELLA NOTTE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Nel 1998, un ragazzotto americano, mascella volitiva e fisico da quarterback, vinceva il Premio Oscar alla Miglior Sceneggiatura Originale per Will Hunting. Per Ben Affleck, la strada che lo avrebbe condotto verso il grande cinema americano era spianata. Nei successivi due lustri, tuttavia, la carriera dell'attore si sarebbe totalmente arenata nel deserto mediatico attraversato dal fratello e dal suo migliore amico in Gerry, alle prese con una relazione sentimentale trasformata dai media in un'esperienza narrativa da brandizzare.

Fin dalle prime esperienze lavorative, la vita di Ben Affleck è stata attanagliata da pericolosi Phantoms (per citare il misconosciuto film di Joe Chappelle): l'ombra del migliore amico più talentuoso, dei pettegolezzi maligni che mettono in dubbio l'autenticità del copione di Will Hunting e, allo stesso tempo, della vicenda edificante che vede protagonisti due americani dalle velleità autoriali. L'impressione è che Daredevil ed Amore estremo condannino definitivamente quel pilota della RAF che, soltanto pochi anni prima, riusciva a stento a riemergere dai gorghi voluttuosi di un oceano che lo avrebbe tenuto ostaggio per qualche settimana ma che, nel corto circuito della vita reale, gli avrebbe riservato un viscoso fondale oscuro (quasi) impossibile da risalire. (...)

venerdì 3 marzo 2017

ARRIVA A ROMA GAME ON 2.0

di Matteo Marescalco

Dal 4 Marzo al 4 Giugno, lo Spazio Tirso di Roma ospiterà una mostra che vi farà tornare giovani: trattasi di GAME ON 2.0, la più grande esposizione mondiale di videogames, per la prima volta in Italia. L'evento, organizzato da Ventidieci e Dimensione Eventi, raduna il passato, il presente e il futuro del gioco virtuale: da Pac-Man a Tomb Raider, da The Sims a Tekken, da PES a Super Mario Bros., fino a Donkey Kong e a Minecraft, senza dimenticare Space Invaders, Pong, Tron, Asteroids e Prince of Persia. 




GAME ON 2.0 è la mostra che spalanca le porte del tempo, tracciando la storia e l'evoluzione del game entertainment nel corso degli ultimi 60 anni. I visitatori potranno fruire di più di 100 giochi e, in tal modo, esplorare la storia, la cultura e la tecnologia passata e futura. Le console risalgono fino al 1970 e sono accompagnate da una serie di disegni e di approfondimenti sul processo di design dei giochi, dalla progettazione al packaging.
 


 La mostra che si terrà a Roma è una versione rinnovata della mostra originale creata dal Barbican Centre di Londra, al passo con gli sviluppi più recenti e con i nuovi giochi ed esporrà anche le tecnologie emergenti come la realtà virtuale e l'Oculus Rift. GAME ON 2.0 è stata in grado di registrare più di 2 milioni di visitatori in tutto il mondo.
 
Per tutte le informazioni, consultate il sito: http://www.gameonitalia.it/

martedì 28 febbraio 2017

AUTOPSY

di Matteo Marescalco

Presentato all'ultima edizione del Toronto International Film Fest ed elogiato da grandi nomi della letteratura e del cinema di genere come Stephen King e Guillermo del Toro, Autopsy (The Autopsy of Jane Doe) arriverà nelle sale italiane l'8 Marzo, grazie a M2 Pictures. 

Il plot è lineare ed efficace: Tommy Tilden è un esperto medico legale e gestisce con suo figlio Austin un obitorio in Virginia. Un giorno, lo sceriffo del luogo arriva con un caso di emergenza: il cadavere di una ragazza sconosciuta ritrovato in un seminterrato in seguito ad un pluriomicidio. Sembra trattarsi di un caso come tanti altri ma, nel corso dell'autopsia, padre e figlio saranno turbati da una serie di sconvolgenti scoperte. Il corpo della donna, infatti, è perfettamente conservato all'esterno ma all'interno presenta una serie di elementi che farebbero pensare ad un orribile e misterioso rituale di tortura. Chi è Jane Doe?
 
C'è una presenza costante e perturbante in questo The Autopsy of Jane Doe ed è proprio quella del personaggio femminile che dà il titolo al film. Non sappiamo nulla di lei nè dei restanti due protagonisti. Tutte le informazioni che arricchiranno il sapere dello spettatore saranno frutto del lavoro dei Tilden sul corpo di Jane Doe. Come già detto, il film è completamente costruito in un unico ambiente, nel corso di una notte, sulla relazione che si crea tra i Tilden e Jane Doe. Nella delineazione della situazione di partenza, la prima parte presenta una costruzione magistrale che, nel corso della deflagrazione in cui incorrerà nella struttura centrale, si arricchirà di ulteriori determinazioni. L'autopsia rivela elementi psicologici e caratteriali dei personaggi di padre e figlio che concorrono allo sviluppo drammaturgico. I due medici legali hanno un approccio alla vita e al lavoro differente ma comunque  accomunato dalla fede assoluta nella scienza che verrà gradualmente meno con l'infittirsi del mistero. Il testo presenta una serie di spazi bianchi che rendono lo spettatore in grado di compiere inferenze ed ipotesi, evitando di ingabbiarlo nella costruzione edificata.

Oltre ad essere un riuscito esercizio di stile basato con grazia su suspense ed attenzione maniacale ai dettagli, The Autopsy of Jane Doe è anche un interessante saggio psicologico sui caratteri portati in scena che, per certi versi, somiglia, almeno nel finale, a The VVitch di Robert Eggers. Ogni cosa è al servizio dei personaggi, dediti al loro lavoro, ma tormentati da sensi di colpa legati al passato. The Autopsy of Jane Doe è la dimostrazione che, per fare un buon horror non serve chissà cosa ma possono andar bene anche solo pochi attori, un'unica ambientazione ed una notevole cura alla costruzione dell'atmosfera di fondo. Non aspettatevi un horror di serie B costruito su un profluvio di sangue e di violenza ma un horror psicologico di ottima fattura, evocativo e terrorizzante.

giovedì 23 febbraio 2017

OMICIDIO ALL'ITALIANA

di Matteo Marescalco

Nell'esatto momento in cui la conferenza stampa sanceppato (i lettori capiranno l'uso di questo termine dopo aver visto il film) su pericolosi termini quali risveglio delle coscienze e denuncia sociale (che, puntualmente, vengono affibbiati a, più o meno, tutti i film italiani in uscita), l'intervento di Herbert Ballerina sdrammatizza: «Omicidio all'italiana è un film scomodo… Scomodo nel senso che è stato pesantissimo da girare perché il paesino era irraggiungibile!»

Arriverà al cinema il 2 Marzo, distribuito da Medusa in 400 copie, Omicidio all'italiana, opus n.2 di Marcello Macchia, ben più noto con il suo nome d'arte: Maccio Capatonda
Dopo Italiano medio, Capatonda torna ad attingere al suo surreale repertorio, dando vita questa volta al paesino di Acitrullo, popolato da sedici anime dall'età media di 70 anni. Una notte come un'altra, la Contessa Ugalda Martiro In Cazzati muore vittima di soffocamento. A Piero Peluria, sindaco del paese, viene in mente di usufruire della morte della Contessa per costruire un caso mediatico grazie alla trasmissione televisiva Chi l'Acciso e di attirare sul posto centinaia di visitatori, gli stessi che il turismo dell'orrore ha portato a Cogne, Avetrana e Novi Ligure. Ma qualcosa andrà storto. 

Era atteso questo ritorno di Maccio Capatonda dietro la macchina da presa. E il risultato finale non delude le aspettative. Omicidio all'italiana condensa in un'ora e mezza tutti i pezzi forti del repertorio capatondiano, riuscendo ad inserirli nel contesto di una narrazione teleologicamente riuscita. Il film, infatti, brilla per la vis delle scene comiche ma anche per la costruzione del racconto, che non è stata lasciata in secondo piano, aspetto che sottolinea l'attenzione del suo autore alla totalità della struttura del suo film. Tra omaggi e rivisitazioni in ottica dada (Capatonda è sempre stato bravo ad assemblare e combinare materiali già esistenti), Omicidio all'italiana costruisce una feroce critica attorno al mondo dei media e a quello che è noto con il termine di turismo dell'orrore. Dai giornalisti alle forze di polizia, dai turisti ai politici, sono diverse le figure che usciranno completamente distrutte dall'ironia piena di livore del film-maker abruzzese. Le invenzione visive, complice la strizzatina d'occhio ai generi del thriller e dell'horror, sono suggestive e quelle linguistiche, come sempre nel caso di Capatonda, sono il terreno migliore in cui l'attore e sceneggiatore dimostra la propria verve creativa. 

Nonostante tutto ciò, l'impressione definitiva è che il risultato totale sia inferiore alla somma delle singole parti. Omicidio all'italiana risulta manchevole della fluidità che dovrebbe distinguere un prodotto cinematografico rispetto ad una puntata comica pensata per il web. Tutto è molto, probabilmente troppo, studiato. Così facendo, si rischia di prendere lo spettatore col fiato alla gola e di privarlo di una dose di improvvisazione che fa sempre bene alla commedia. Insomma, il personaggio Maccio Capatonda (appoggiato dalla sua spalla Herbert Ballerina) funziona. Con un po' di lavoro in più sulla fluidità della regia non si può far altro che migliorare!