sabato 16 settembre 2017

NICO, 1988

di Matteo Marescalco

E' toccato a Susanna Nicchiarelli il compito di aprire la sezione Orizzonti della 74esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. La regista romana torna dietro la macchina da presa dopo il promettente esordio Cosmonauta e La scoperta dell'alba.

A passare sotto la lente della Nicchiarelli sono gli ultimi anni di vita di Nico. O, meglio, di Christa Päffgen, la donna dietro l'icona che viene ricordata per aver suonato con i Velvet Underground, per essere fiorita nella factory di Andy Warhol e, ancora, per aver condotto una relazione con Jim Morrison dei The Doors. Nel 1986, Christa si confronta con i fantasmi del proprio passato: con il proprio corpo, ormai vittima del baratro delle droghe, trasformato dall'eroina, con una chioma bruna lontana un miglio dal biondo acceso che ha caratterizzato i suoi anni eroici, con l'insuccesso del tour sgangherato che ha condotto la cantante fino ad Anzio.

Il film si apre con Nico bambina che fissa da lontano le luci che illuminano la città di Berlino. Peccato che si tratti solo dei bagliori della distruzione della fine della seconda guerra mondiale. Le tenebre esistenziali della fine di Berlino costituiranno il leitmotiv delle sensazioni e delle emozioni provate da Christa negli anni a venire. E, soprattutto, della sua produzione artistica, belva famelica su cui tanta influenza ha avuto anche il suo tono vocale graffiante e ferino.

Nico, 1988 si allontana dalla costruzione tradizionale di un classico biopic: è privo del suo tono elegiaco che riduce tutto a lustrini e a superficialità, scegliendo di aderire quanto più possibile ad un personaggio che, alla fine della propria vita, prova anche a ricostruire il rapporto con il figlio dalle tendenze suicide. La Nicchiarelli approfitta del vuoto documentaristico su questo periodo di vita di Nico per comporre un ritratto libero e privo di freni inibitori, incatenato tra i margini di un'inquadratura scura che lascia poco spazio alla liberazione finale. Christa, attraverso l'ausilio di dispositivi tecnologici, prova a tornare indietro nel tempo, alla ricerca di un suono perduto, del momento in cui la sua vita ha assunto un andamento irrimediabilmente discendente. Verso frammenti di un tempo che affiorano con costanza ma che riescono ad affermarsi solo superficialmente. 

In questa ricostruzione sui generis, non mancano sequenze che restituiscono il piacere dei viaggi lisergici compiuti da Christa e della liquefazione della sua identità, in preda ad un delirio baccantico che ha dato forma alla sua esistenza. Nico, 1988 è una mosca bianca nel panorama cinematografico italiano, un atto di coraggio produttivo oltre che di sapienza formale. Un film vivo ed imperfetto. Un po' come Christa, in fin di vita ma vogliosa, fino all'ultimo di ripartire e riprendere la strada.

martedì 12 settembre 2017

VENEZIA 74: THE SHAPE OF WATER E I NUOVI LIDI DEL CINEMA

di Matteo Marescalco

*pubblicato per Cinemonitor: http://www.cinemonitor.it/36340-the-shape-of-water-il-leone-doro-che-suggella-lidea-di-cinema-di-barbera/
 
«Bisogna restare puri, bisogna avere fede, in qualsiasi cosa l'abbiate. Io, ad esempio, ce l'ho nei mostri. Sono incredibilmente lieto di ricevere questo premio. Io credo nella vita, credo nell'amore, credo nel cinema e resto qui, su questo palco con voi, pieno di vita, pieno di amore e pieno di cinema».

A prescindere dalla qualità del film in sé, il fatto che l'autore di un cinema magico e dalle fattezze artigianali, popolato da robottoni, fauni, anfibi e mostri vari, trionfi nel tempio del cinema d'autore dalla nomenclatura roboante quale è la Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, è una grandissima notizia. Perchè sintesi di una 74esima edizione eclettica e bilanciata, trasversale e popolare, che ha offerto una panoramica di opere in grado di rispecchiare i molteplici scenari del cinema contemporaneo. Il Leone d'Oro a The Shape of Water di Guillermo del Toro assurge a simbolo dei sei anni di direzione artistica di Alberto Barbera, moderato innovatore, combattivo stratega in grado di offrire una visione d'insieme compiuta ed equilibrata e, allo stesso tempo, di compiere un balzo in avanti ed innestare elementi moderni nel medesimo terreno su cui altri direttori festivalieri hanno innalzato barricate e steccati in difesa del passato. 

La vittoria di The Shape of Water è l'apice della sintesi tra universo d'autore e lungimiranza commerciale inseguita da Barbera e dal suo team negli ultimi anni. L'apertura ai prodotti Netflix ed il concorso per i “mostri” della VR erano sintomi abbastanza eloquenti della nuova veste della Mostra del Cinema, alla ricerca di nuovi lidi verso cui allargare il proprio sguardo. E ben venga che tali lidi siano frequentati dai mostri di del Toro, «santi protettori dell'imperfezione», a detta del regista. In un certo senso, The Shape of Water è un high-concept movie: una ragazza muta si innamora di un mostro. Attorno alla Storia principale (verso la quale confluiscono fiumi passati), il regista messicano orchestra sapienti ricostruzioni storiche del passato e trame favolistiche che strizzano l'occhio all'horror classico (a quei mostri Universal tanto amati da del Toro) e all'immaginario cinematografico novecentesco. A partire dalla scelta di portare una creatura anfibia (venerata come un dio nel suo ambiente ma ridotta a cavia nello spazio narrativo) in un laboratorio nell'America degli anni '60, luogo di mutazioni di forma e contenuto, secondo le parole di Paul Schrader in un cortometraggio che, in occasione di Venezia 70, rifletteva sui cambiamenti di tessuto del cinema contemporaneo. Il mostro della laguna ha estrema necessità di una spettatrice che torni a venerarlo al chiuso di un cinema (è proprio in una sala cinematografica che scocca la scintilla d'amore tra i personaggi) e a proteggerlo dall'avvento della televisione. L'allegoria del cinema visto come un mostro anacronistico è abbastanza palese.

Ma The Shape of Water, come ogni fiaba che si rispetti, è animato da altri mostri ben più pericolosi. E molti di loro sono semplici esseri umani. Il racconto nuota nelle oscure profondità dell'archetipo, con un'eroina desiderante al suo centro che lotta per consentire alla propria passionalità di sbocciare. Il film è intriso di sessualità, percepita, nell'ordinarietà degli scenari quotidiani, come un elemento mostruoso. Sono l'amore e il sesso a restituire corpi vergini o corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte. Come ne Il labirinto del fauno, anche in The Shape of Water i veri mostri sono gli esseri umani ossessionati dalla perfezione e dall'ordine. Quelli che non tollerano difetti e diversità. I villain patriottici e violenti che lottano per impedire amori non convenzionali; che hanno perso la purezza infantile che li portava a credere nel bene, nel male e in mostri da amare e da alimentare con la propria fantasia, al buio di una sala cinematografica ancora in grado di fagocitare i suoi spettatori. O, almeno, tutti gli uomini e le donne in grado di spingere lo sguardo al di là del loro Covington, verso un universo soltanto immaginato ma non per questo privo della possibilità di esistere. Ecco che il cinema di Venezia 74 può continuare ad esistere solo se in grado di abbracciare una nuova (ir)realtà mostruosa per giustificare la sua esistenza. Perchè non esisterebbe il sé senza l'altro da sé, allo stesso modo in cui la Principessa senza voce è indissolubilmente legata al proprio principe mostruoso.
 

lunedì 11 settembre 2017

CARS 3

di Matteo Marescalco

John Lasseter e co. riportano nuovamente in pista Saetta McQueen, amato protagonista della saga di Cars, giunta al terzo episodio. In un ideale ritorno alle origini e agli affetti più cari, Saetta si trova ad affrontare uno dei suoi più temuti spauracchi: la sconfitta. La tecnologia digitale (programmi di training virtuali, assistenti digitali e tapis roulant elettronici) ha reso le auto in gara molto più competitive e McQueen ed il suo team, ultimo retaggio del mondo analogico (o, meglio ancora, di una prototecnologia digitale) non sono riusciti ad adeguarsi ai nuovi standard di velocità. Battuto da Jackson Storm, Saetta inizia a dubitare sulla propria identità e sulle sue capacità di auto da corsa. Torna così a Radiator Springs, bisognoso dei consigli del suo mentore Doc Hudson e dell'amicizia di Cricchetto e Sally. Tra i nuovi alleati, si situa anche Cruz Ramirez, motivatrice ed allenatrice che ha messo di lato il sogno di diventare pilota per dedicarsi al training di auto da corsa.
 
Indubbiamente, Cars 3 è uno dei prodotti minori creati dagli studi Pixar. L'intera saga non è mai riuscita a penetrare il cuore dei cinefili allo stesso modo dei restanti film della casa di animazione digitale americana. Saetta McQueen viene rilanciato in un agone d'animazione ben più ricco degli anni precedenti. La Illumination e la Walt Disney hanno iniziato a sfornare film in grado di competere con i migliori prodotti Pixar. Il sentimento di accerchiamento si manifesta in questo terzo episodio della saga di Cars, che ha nella classica tematica del rapporto allievo-maestro il cuore pulsante della propria narrazione. Come la macchina cinematografica prova ad adeguarsi alle più recenti innovazioni tecnologiche, bilanciando gli innesti digitali con una ossatura narrativa classica, allo stesso modo Steve McQueen deve riflettere sul mutato scenario. Fare largo ai giovani ed accettare l'età che avanza o tornare a mettersi in gioco a costo di fare brutte figure?
 
Cars 3 è il perfetto compimento di una saga sottotono, dedicata ancora una volta al sentimento dello scorrere del tempo e delle conseguenze che provoca sulle esistenze dei personaggi che entrano in ballo nei vari racconti. Brian Fee confeziona un prodotto misurato ed equilibrato, rivolto ancora una volta a grandi e piccini, ma privo di particolari guizzi narrativi che evitano di innalzarlo nell'olimpo dei film d'animazione Pixar.

sabato 9 settembre 2017

JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Chi è cresciuto nel corso degli anni '90 ha un innegabile debito nei confronti di un investigatore privato dalle camicie hawaiane sgargianti specializzato nel ritrovamento di animali domestici, di un timido bancario che si innamora della pupa di un gangster e che trova una maschera verde che libera il Mr. Hyde che è in lui, ed ancora di uno scemo che divide l'appartamento con un coinquilino ancora più scemo, creazione dei Fratelli Farrelly, al loro debutto cinematografico.
Jim Carrey ha rappresentato la quintessenza degli anni '90, un'icona in grado di restituire il fulgore decadente e contraddittorio di quel decennio, iniziato come il primo attore comico a ricevere un compenso da 20 milioni di dollari per l'interpretazione, e terminato con due dei tre ruoli drammatici (The Truman Show, Man on the Moon ed Eternal Sunshine of the Spotless Mind) che gli avrebbero consentito di affermarsi presso quella larga fetta di pubblico che ancora non stravedeva per lui.

Man on the Moon di Milos Forman rappresenta per l'attore canadese il punto di non ritorno, a partire dal quale il numero di progetti intrapresi si dilaterà nel tempo e la percezione del pubblico subirà qualche cambiamento. Il biopic che Forman dedica al comico Andy Kaufman nel 1999 è il film in cui Carrey, probabilmente, raggiunge il punto più alto della sua carriera. Costantemente in preda a sdoppiamenti della personalità ed alle prese con personaggi che faticano a reprimere i loro istinti primordiali, Carrey si immedesima completamente con Kaufman: comico morto prematuramente per un tumore ai polmoni con cui condivide il giorno di nascita (17 Gennaio per entrambi), la verve caustica ed istrionica, oltre che una leggenda metropolitana che punta sull'incredibile somiglianza tra i due per sostenere la tesi secondo cui Kaufman si sia sottoposto ad un intervento di chirurgia plastica per rendersi irriconoscibile e Jim Carrey sia semplicemente l'ennesima sua creazione comica.
 
*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/jim--andy-the-great-beyond/ 

venerdì 8 settembre 2017

THE SHAPE OF WATER

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

“Se vi dovessi parlare di lei, la principessa muta, che potrei dirvi? Vi dovrei parlare del quando? È successo tanto tempo fa durante gli ultimi giorni di regno di una Principessa delle fate. O vi dovrei parlare del posto? Una piccola città vicino alla costa ma lontano da qualsiasi altra cosa. O forse dovrei mettervi in guardia sulla veridicità di questi fatti e sulla favola dell’amore e della perdita e del mostro che ha tentato di distruggere tutto”. 

Dopo qualche occasione sprecata, è con queste frasi che Guillermo del Toro torna al territorio che gli è più congeniale: quello in cui l’universo fiabesco si scontra duramente con una ben precisa realtà storica. Insomma, lo schema drammaturgico de Il labirinto del fauno, film che diede al regista messicano la notorietà internazionale, viene replicato anche in questo nuovo The Shape of Water, in concorso alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con un innesto funzionale all’esplorazione di anfratti oscuri e materici: l’amore e il sesso restituiscono corpi vergini e corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/the-shape-of-water/

OUR SOULS AT NIGHT

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Una sera come tante altre, Louis Waters (Robert Redford) sente bussare alla propria porta. La visitatrice inaspettata è Addie Moore (Jane Fonda), la sua vicina di casa da una vita, che gli propone di condividere le loro solitudini e di dormire insieme dalle notti seguenti. Per quale motivo? “Per superare la notte, stare insieme e parlare un po’”. Entrambi sono vedovi e hanno i figli che vivono lontano. Potrebbe essere arrivata l’ultima occasione per conoscersi meglio e scoprire reciprocamente aspetti caratteriali fino ad allora sconosciuti. 

Da una prima lettura della trama, comprendiamo quanto questo film, prodotto e distribuito da Netflix e diretto da Ritesh Batra, non abbia particolari aspirazioni ma sia caratterizzato da un mood ben riconoscibile: due anziani ormai soli con un dramma alle spalle decidono di sfidare le convenzioni della comunità in cui vivono, la cui rappresentazione, d’altronde, aderisce anch’essa ad una serie di cliché. Dalla migliore amica di Addie, comprensiva ma timorosa di poter essere sostituita da Louis, ai buddies del protagonista maschile, dediti a prese in giro di non irrilevante intensità. L’unico fattore di interesse di quest’operazione risiede nella coppia protagonista: Robert Redford e Jane Fonda. Grandi protagonisti del cinema hollywoodiano anni ’60-’80, campioni della cultura liberal, già insieme ne La caccia di Penn, in A piedi nudi nel parco e ne Il cavaliere elettrico di Pollack, i due attori si ritrovano, invecchiati ma non meno affascinanti, a condividere lo schermo di un cinema che non è più quello dei combattivi anni da loro trascorsi, in preda ad una migrazione che lo sta portando verso nuovi lidi. 

THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

In piena notte, in un paesino della provincia profonda del Missouri, vengono affissi degli avvisi su tre cartelloni pubblicitari posti sul ciglio di una strada secondaria. La tranquillità della dormiente cittadina viene sconvolta da un gesto che pone nuovamente sotto l’attenzione popolare un omicidio avvenuto mesi prima quando la diciottenne Angela veniva violentata e barbaramente uccisa. Da allora, la madre, Mildred Hayes non è mai riuscita a darsi pace. Decide, così, di punto in bianco di sollecitare la polizia ad indagare e a trovare il colpevole tramite una serie di azioni e controazioni che assumeranno sempre più i caratteri di una piccola guerra civile tra fazioni cittadine opposte.

Sono alcuni tra i volti più celebrati del cinema americano recente ad interpretare i personaggi dell’ultimo dramma di Martin McDonagh, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri. Frances McDormand torna alle atmosfere di Fargo e porta in scena il dolore di una donna che ha perso la figlia e che ha visto messa inficiata la speranza che la giustizia, rappresentata da poliziotti razzisti e dai metodi superficiali, riesca a fare il suo corso. I conflitti che animano la vita della popolazione sono incarnati dai continui battibecchi tra Mildred e l’agente Jason Dixon (Sam Rockwell), probabilmente vero cuore pulsante del film, antieroe verso cui il regista non calca mai la mano ma che è sempre pronto a sfiorare con delicatezza, concedendogli una seconda chance. Il corpo della polizia è guidato dal rispettato sceriffo Whillougby, un Woody Harrelson dallo sguardo spiritato, tornato alle atmosfere poliziesche dopo la recente prima stagione di True Detective. I rancori individuali e le continue liti, che hanno trovato nel gesto di Mildred la propria detonazione, diventano emblematici di una situazione universale: ogni oggetto presente in scena apre lo sguardo su dolorosi eventi avvenuti nel passato, su sensi di colpa e su rimpianti mai perdonati, caricando l’ambiente di un valore che rende oggettiva la presenza di suddetti sentimenti.
 

SWEET COUNTRY

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

Secondo decennio del 1900. Sam è un aborigeno che vive in armonia nella fattoria di Fred (Sam Neill), un uomo bianco timorato di Dio. In Australia, gli aborigeni sono il corrispettivo degli indiani negli Stati Uniti d'America. Vengono maltrattati e schiavizzati, privati dei propri diritti e trattati come stranieri in patria. Tali caratteristiche, tuttavia, non riguardano il rapporto tra Fred e Sam. Fino all'arrivo di Harry March, un ex soldato che viene accolto da Fred e che costringe alla fuga la famiglia di Sam.

Il regista Warwick Thornton, al debutto alla Mostra del Cinema di Venezia con questo Sweet Country, dimostra le proprie origini aborigene nella particolare sensibilità con cui si approccia alla trattazione estetica della vicenda narrata. L'omicidio di un uomo bianco da parte del nativo Sam diventa il pretesto per un road movie che scandaglia anima individuale e collettiva dei caratteri che vi appaiono. La fuga per la salvezza si trasforma in una evidente parabola dedicata alla nascita della nazione australiana, doppelganger del lungo percorso americano verso la costruzione di una società moderna non priva di zone d'ombra. Il pregiudizio e lo sfruttamento dei bianchi trova la propria oggettivazione in autorità prive di scrupoli che amministrano le città, controcampo alle misteriose distese desertiche dell'Australia del Nord, pretesto per applicare uno stile narrativo che rifiuta la tradizionale linearità ed innesta cortocircuiti basati sul contrasto civilization-wilderness. Il mondo degli aborigeni è fatto di premonizioni e ricordi, di spazi sconfinati e di una trattazione cromatica che riproduce la purezza delle sue usanze. In un contesto così distante, scoprire l'altro da sé è quasi impossibile. Soggiogarlo alle proprie istituzioni è un'impresa assai più fattibile per gli uomini bianchi. 

CINEVOTI VENEZIA74

di Matteo Marescalco

 
DOWNSIZING di Alexander Payne ★★1/2
NICO, 1988 di Susanna Nicchiarelli ★★
FIRST REFORMED di Paul Schrader ★★
THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro ★★★★
HUMAN FLOW di Ai Weiwei
THE DEVIL AND FATHER AMORTH di William Friedkin ★★
OUR SOULS AT NIGHT di Ritesh Batra ★★1/2
SUBURBICON di George Clooney ★★1/2
THE OLD DARK HOUSE di James Whale ★★★1/2
RYUICHI SAKAMOTO: CODA di Stephen Nomura Schible ★★★★
BRAWL IN CELL BLOCK 99 di S. Craig Zahler ★★★★
THE LEISURE SEEKER (ELLA & JOHN) di Paolo Virzì ★★1/2
CANIBA di Verena Paravel, Lucien Castaing-Taylor
THREE BILLBOARDS OUTSIDE EBBING, MISSOURI di Martin McDonagh ★★★★
TUEURS di Françcois Troukens, Jean-François Hensgens ★★
SANDOME NO SATSUJIN (THE THIRD MURDER) di Kore-eda Hirokazu ★★1/2
MICHAEL JACKSON'S THRILLER 3D di John Landis ★★★★
MAKING OF MICHAEL JACKSON'S THRILLER di Jerry Kramer ★★
MOTHER! di Darren Aronofsky ★★
GATTA CENERENTOLA di Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri, Dario Sansone ★★
JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND-THE STORY OF JIM CARREY & ANDY KAUFMAN WITH A VERY SPECIAL, CONTRACTUALLY OBLIGATED MENTION OF TONY CLIFTON di Chris Smith ★★★★
AMMORE E MALAVITA dei Manetti Bros. ★★1/2
SWEET COUNTRY di Warwick Thornton ★★1/2

mercoledì 23 agosto 2017

DUNKIRK

di Macha Martini

Silenzio. Strade deserte. Solo rumori di fondo. Scarpiccio. Niente musica. Niente parole. Solo silenzio, profondo e avvolgente. Stai lì con loro, con i soldati che camminano nelle strade abbandonate. Abbandonate come loro, come noi. Nel silenzio, ogni sguardo, vuoto e perso, diventa pesante, diventa un rumore che si leva dal più profondo degli abissi. Spari. Mitragliatrice. Bisogna correre. Ancora silenzio, solo più rumoroso. Niente musica, perché non stiamo vedendo un film, noi stiamo lì dentro con i soldati, anche noi seguiti come topi nelle strade sperdute. Anche noi intrappolati in quella spiaggia bianca, dalla fotografia fredda e agghiacciante. Agghiacciante come il terrore, fredda e azzurra come il mare, l’unica fonte di salvezza, ma anche di morte, le cui onde tacciono silenziose. Silenziose come le migliaia di truppe britanniche disperate che si trovano lì, senza niente, senza nessuno, con solo sé stessi e il rumore del silenzio. Questo è l’incipit dell’epico thriller d’azione dallo sfondo storico dell’eclettico Christopher Nolan: Dunkirk, prodotto da Syncopy e Warner Bros. Pictures.
 
Nolan non vuole girare il solito film di guerra, pieno di azione ed eroi. Vuole girare la verità. Il suoDunkirk è un enorme film spettacolo, ma è anche una storia profondamente umana». «Ha voluto coinvolgere il pubblico nella storia perché vivesse le stesse vicende ed emozioni dei personaggi, che fossero i soldati sulla spiaggia, i piloti in cielo o i civili sulle imbarcazioni». Ha voluto coinvolgerlo, perché, come afferma, da inglese, è una storia che «ci appartiene: è nel nostro sangue», nel quale risuonano le forgotten voices of Dunkirk
A detta di Emma Thomas, storica socia produttrice di Nolan, «l'obiettivo, come espresso dai primi minuti, è di raccontare quel momento storico in un film che coinvolge il proprio pubblico, avvolgendolo completamente, immergendolo come se fosse un’onda del mare, senza perdere il ritmo e la tensione, che salgono come la marea, fino ad arrivare a una catarsi amara e malinconica. Una storia alla quale a noi, grazie alle tecniche di scrittura (o meglio: “non scrittura”) e di regia di Nolan, ma anche di montaggio, suono, fotografia e scenografia del cast, sembra di aver partecipato. «È questa l’esperienza che volevamo per il nostro pubblico: far provare loro la sensazione di essere a Dunkirk», afferma il regista. «La nostra idea era di catapultare il pubblico» in quella che Nolan stesso definisce: «l’estrema corsa contro il tempo e la morte» in «una situazione straordinariamente ricca di suspense» e di intensità.

La chiave di lettura del film è strutturata in tre archi temporali, legati a tre dimensioni spaziali: terra, acqua, aria, intrecciate in un abile montaggio di Lee Smith, che permette di condividere il viaggio di ognuno dei personaggi, tra cui spicca un potente e feroce Tom Hardy, che buca lo schermo solo con gli occhi («ci sono dei momenti nel film dove si vedono solo i suoi occhi, eppure riesce a comunicare e a raccontarci una storia anche solo così, con gli occhi»). Lo scopo principale di Nolan era di mettere il pubblico direttamente sulla spiaggia o sulle imbarcazioni dei civili che attraversavano la Manica oppure nella cabina di pilotaggio degli Spitfire, per questo la scelta è stata di girare in IMAX, alternato al 65 mm, così che, «quando ci si siede al cinema, lo schermo sparisce e si ha una vera e propria esperienza sensoriale fisica», e ancora, «l’effetto finale è molto viscerale e coinvolgente e trascina il pubblico nella storia». A contribuire a questo effetto è di sicuro anche il lavoro apportato dalla colonna sonora. A detta di Nolan: «l’insolito ritmo della sceneggiatura doveva essere amplificato dalla musica. La colonna sonora nel film infatti sembra un unico brano lungo con una struttura tonale aggregante e complessa. Gli effetti sonori e le varie tempistiche della storia sono intrecciate nella trama della musica di Hans». Richard King, il supervisore al montaggio sonoro, aveva registrato il motore della Moonstone (imbarcazione del film). Questi suoni sono stati ritoccati da Hans Zimmer, in modo che sembrassero un motore in costante accelerazione, e uniti al ticchettio di un orologio sincronizzato e al rumore degli ottoni, creando un’energia che aggiunge suspense. Ad aggiungere ancora suspense, Nolan e Zimmer hanno implementato una variazione alla scala di Shepard, una tecnica che crea un’illusione acustica di toni in costante ascesa, in modo tale da ottenere «una colonna sonora che riverberasse le circostanze dell’evento».

Dunkirk è un film evento. Ti catapulta dentro la storia, o meglio, fa penetrare la storia dentro le tue
ossa, facendoti sentire il gelo dell’avvenimento, tra i rumori protagonisti nell’immenso silenzio, una fotografia fredda e impenetrabile e un montaggio dinamico e ricco di suspense. Il tutto unito alle ricostruzioni storiche e precise dello scenografo Nathan Crowley. «Una storia di sopravvivenza e un trionfo dello sforzo collettivo, opposto all’eroismo del singolo individuo». Un film prettamente tecnico e che, grazie alla tecnica (dalla scelta di usare la mdp a spalla per le scene ambientate in acqua per avere riprese più stabili a quella di approfittare del tempo inclemente, che ha donato alcune delle migliori riprese della parte ambientata sulla terra; e, per finire, alla decisione di Van Hoytema, dop, di costruire una lente ruotante periscopica, che permetteva di inserire l’IMAX dentro lo spazio angusto della cabina di pilotaggio per le scene in cielo) può essere considerato l’emblema del cinema: ciò a cui il cinema ha da sempre, dai fratelli Lumiere con il pubblico che saltava alla vista del treno, voluto aspirare. Dunkirk non è un film, è il cinema, ovvero, «simulacro della realtà».

venerdì 11 agosto 2017

BABY DRIVER

di Macha Martini

PER UN PUNTO, BABY DRIVER PERSE LA CAPPA

Parte 1: Il genio
Rosso, come la violenza nel film. Blu, colore tipicamente associato al poliziesco. Verde menta per l’aura misteriosa del fantascientifico. In poche parole: La trilogia del cornetto, opera satirica che ironizza sul lavoro di Kieslowski, come afferma lo stesso genio dell’opera. Un idolo generazionale. Un’opera che finalmente è demenziale, ma senza essere un B movie alla, per dirla all’italiana, Natale a Timbuctu. Questo è di sicuro uno dei film per cui vale la pena affermare che Edgar Wright è, senza ombra di dubbio, un genio indiscusso. Nel corso della sua carriera ha mostrato, sempre di più, questo suo lato ironico, con questa pazzia di fondo. Pazzia che, in confronto a quella dei Coen e di Wes Anderson, è portata al limite, quasi al parossismo. Film paradossali, che però mantengono una linea di senso, un’armonia. Con il passare del tempo, Wright ha dimostrato di saper condurre una regia semplice ed efficace, senza tentare uno stile autoriale-poetico marcato. Tuttavia, spicca subito, invece, il suo talento innato per la sceneggiatura e i dialoghi, sempre vivi ed elettrizzanti. Lo si può notare anche nel suo penultimo lavoro: Ant-Man, dalla sceneggiatura fresca e leggera. Come a tutti i geni, però, può capitare di sbagliare il tiro. Questo è quello che è successo con Baby Driver, dove vale il detto italiano: per un punto Martin perse la cappa. Torniamo, però, un attimo indietro.

Parte 2: Rewind
1978, Walter Hill, Driver-L’imprendibile. Dopo Refn, anche Wright decide di prendere spunto da questo film per il suo nuovo progetto. Un elemento in comune tra le opere dei due cineasti è il protagonista quasi muto (caratteristica presente anche nel film originale). Tale elemento, però, è trattato in maniera totalmente differente. Se Refn ne dà una motivazione psicologica-caratteriale, che rende il personaggio affine al suo stile cinematografico: rarefatto e quieto, come la calma prima della tempesta; invece Wright lo adatta alla sua personalità.
Baby è silenzioso in quanto ha riportato una lesione ai timpani, a causa della quale, non solo non sente bene, ma sente un continuo fischio. Quel classico fischio che sentiamo nei film quando una bomba scoppia vicino a uno dei protagonisti con cui ci stiamo immedesimando in quel momento a livello sonoro. Per azzittire questo insopportabile rumore, decide di ascoltare la musica, che quindi fungerà da leitmotiv per tutto il film, molto similmente al Mommy di Dolan, dove però la musica non è legata alla figura del padre, ma a quella della madre. Questo permette al regista del cornetto di rendere il film molto più pop ed elettrizzante. 
Esempio calzante è la scena durante una rapina, in cui devono scappare, ma prima di dare gas al motore e partire, Baby aspetta l’attacco giusto della musica. Questo lo porta anche ad aumentare il ritmo, rendendo la visione dinamica grazie alla sincronia dell’azione visiva, del montaggio delle inquadrature e del montaggio sonoro, dato, per l’appunto, da questa colonna sonora molto carica (esempio i Queen), che parte come soggettiva per diventare anche oggettiva (intradiegetica, quindi). Tutto ciò coinvolge pienamente lo spettatore fino a poco meno della metà del film, quando il ritmo inizia a calare. Trovata comunque geniale per la sua anti-convenzionalità, che porta lo spettatore all’interno di una montagna russa. In sceneggiatura, infatti, è abitudine  alzare il ritmo nel secondo atto fino a un climax che pian piano riporti le onde del mare a calmarsi. Wright, però, vuole reinventare il cinema, quindi ecco un primo atto carico, che dopo 30 minuti si abbassa, per poi alzarsi gradualmente fino a riesplodere nel finale. 
Un film dunque geniale, peccato per uno sciocco errore di sceneggiatura, forse dovuto al minutaggio? A scene tagliate dalla produzione? Al fatto di voler “pisciare” troppo fuori dal vaso? Ma comunque un errore per cui Vogler non perdona.

Parte 3: Il viaggio dell’antagonista (rischio spoiler)
L’antagonista deve, solitamente, essere delineato fin da subito, eccetto rari casi in cui avviene un cambio di genere come il film di Rodriguez, in cui all’improvviso altri sono i cattivi principali. In Baby Driver fin da subito Kevin Spacey e Jamie Foxx vengono delineati come i due antagonisti di livello 2 e 1, salvo poi, senza nessun percorso o senza nessun’analisi, diventare tutt’altro ed essere sostituiti da un antagonista, inizialmente possibile aiutante, poco prima dell’ultima mezz’ora del film. Le regole sono fatte per essere infrante, ma per essere infrante si deve comunque seguire un criterio di un certo tipo, basti vedere un qualsiasi film di Kaufman, che, abilmente, ignora le convenzioni per crearne delle nuove, ma, pur sempre, rimanendo in una coerenza generale. Qui la coerenza non c’è. Due attori importanti sprecati per quanto riguarda il loro ruolo nella storia. Un non senso non giustificato, perché non cambia genere e il non senso non è neanche dichiarato a inizio film.
In conclusione, sì questo film ha fatto di sicuro esaltare i fan da quattro spicci di Edgar Wright, quei fan che a priori trovano bello un film di un autore che a loro piace, solo perché è lui. Tuttavia, i veri fan, quelli che hanno capito il valore di un determinato regista/sceneggiatore sanno intuire quando questi non ha utilizzato a pieno il suo talento, cadendo in errori banali. Quindi, per un punto Edgar Wright/Baby Driver perse la cappa.

venerdì 28 luglio 2017

VENEZIA 74: SU COSA PUNTIAMO?

di Matteo Marescalco

Torna puntuale, con il progressivo avvicinamento alla prossima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, la nostra rubrica dedicata ai film del Festival che hanno attirato la nostra attenzione e che attendiamo con maggiore curiosità. Vi forniamo una lista di cinque titoli che magari non saranno al centro dell'attenzione del grande pubblico ma che, secondo noi, saranno più che meritevoli. Sorvoliamo su alcuni dei prodotti più attesi e procediamo alla scoperta di alcuni outsider (ma non solo)! Ovviamente, evitiamo di inserire in lista Mother! di Darren Aronofsky, Downsizing di Alexander Payne e Suburbicon di George Clooney che attendiamo con uno spropositato hype ma che, per ovvie ragioni, saranno al centro del dibattito pubblico per il tempo che ci separa dalla Mostra.

THE SHAPE OF WATER di Guillermo del Toro
Che del Toro sia uno dei maggiori autori contemporanei, i cui lavori sono sempre segnati da unaparticolarissima cifra stilistica in bilico tra realismo e fiaba, è innegabile. Altrettanto vero è che, negli ultimi anni, il cineasta messicano ha trascorso un periodo non al top della forma e che i fasti de Il labirinto del fauno non sono più tornati. The Shape of Water, in concorso ufficiale, promette una rinascita. Il ricco cast annovera personalità quali Michael Shannon, Sally Hawkins, Octavia Spencer, Michael Stuhlbarg, Doug Jones e Richard Jenkins. A metà tra La bella e la bestia e Il mostro della laguna nera (e Lady in the water, aggiungiamo noi), il film è una fiaba dark su una donna delle pulizie muta che stringe un particolare rapporto con una creatura che il governo statunitense sta studiando. Hype al massimo per questo ultimo progetto di Guillermo del Toro! 


JIM & ANDY: THE GREAT BEYOND. THE STORY OF JIM CARREY, ANDY KAUFMAN AND TONY CLIFTON di Chris Smith
Mai sufficientemente lodato, Jim Carrey potrebbe giungere al Lido di Venezia per presentare questo documentario dedicato al making of di Man on the Moon di Milos Forman, film che valse a Carrey il Golden Globe come migliore attore. In quel film, il comico americano veste i panni di Andy Kaufman. Sul rapporto tra i due sono circolate svariate leggende alimentate dalle personalità ai limiti di entrambi i personaggi. Il documentario ha immediatamente attirato la nostra attenzione e scommettiamo che non avrà troppe difficoltà a far parlare di sè. 

PIAZZA VITTORIO di Abel Ferrara
Arriva a Venezia come evento speciale anche l'ultima chicca del regista Abel Ferrara. Si tratta di un documentario dedicato ad uno dei principali centri di aggregazione multiculturale della Capitale. Nonostante la forte presenza di attività commerciali cinesi, Piazza Vittorio è una zona ancora in grado di cogliere l'attenzione di molti artisti (Abel Ferrara e l'attore Willem Dafoe abitano in quella zona). Lo consigliamo perchè lo sguardo di Ferrara non è mai banale ed il suo punto di vista su una zona ad alta densità abitativa come Piazza Vittorio potrebbe risultare particolarmente interessante e foriero di soprese.

SANDOME NO SATSUJIN (THE THIRD MURDER) di Kore'eda Hirokazu
Dopo aver presenziato all'edizione del Festival di Cannes del 2016 ed aver portato il suo After the storm in giro per l'Italia, in un tour di presentazioni che ha toccato Torino, Milano e Roma, Kore'eda Hirokazu debutterà alla Mostra del Cinema di Venezia con The Third Murder, thriller giudiziario alle prese con la nozione di verità e della sua irraggiungibilità. Shigemori, tra i migliori avvocati del Paese, è costretto a difendere Mikuma dall'accusa di omicidio. Mikuma era già stato condannato trent'anni prima per lo stesso crimine e confessa anche il nuovo omicidio. Quando sembra chiaro che l'uomo sarà nuovamente condannato, Shigemori inizia a sospettare che Mikuma non dica la verità. La delicatezza del tocco di Kore'eda alle prese con un thriller potrebbe creare impensabili cortocircuiti. Tra i papabili per la vittoria del Leone d'Oro. 


TUEURS di Jean-François Hensgens e François Troukens
Last but not least, un thriller belga nella sezione Cinema nel giardino. Il rapinatore Frank Valken ha appena realizzato un colpo magistrale senza alcun intoppo. O, quanto meno, questo è quello che crede. Lui e la sua banda si trovano, infatti, coinvolti in un affare criminale vecchio di trent'anni. Sembrerebbe che i folli assassini stiano per tornare. Lo consigliamo perchè i film di vendetta con le traiettorie che costruiscono ci interessano sempre, perchè potrebbe essere il degno erede di Tarde para la ira (presentato alla scorsa Mostra con critiche soddisfacenti) e perchè il cinema belga ha dimostrato, negli ultimi anni, di poter sfornare alcune chicche sorprendenti. 

giovedì 27 luglio 2017

74ESIMA MOSTRA DEL CINEMA DI VENEZIA

di Matteo Marescalco

Questa mattina, al cinema The Space Moderno di Roma, è stata presentata la nuova edizione della prossima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Tante le novità: dalla nuova veste di presentazione del programma (in stile Cannes, i film sono stati sviscerati uno per uno e la diretta streaming ha consentito ai fuori sede di assistere all'evento), all'attenzione dedicata alle nuove modalità di fruzione legate al VR (Virtual Reality) che avrà un concorso ufficiale la cui giuria sarà presieduta dal regista John Landis

Ottima annata per la Mostra del Cinema che conferma un trend in ascesa dopo la ricchissima 73esima edizione che ha conteso lo scettro di principale mostra del cinema all'ambita Cannes. Che sia l'anno del sorpasso decisivo dopo la deludente 70esima edizione del festival francese? A Settembre arriverà l'ardua sentenza. Quello che è certo è che i selezionatori hanno percorso strade nuove (soprattutto nella metodologia di trattamento riservata al cinema italiano), favorendo l'apertura ai più disparati generi, a progetti dark e a molti giovani autori del cinema americano. Senza dimenticare il cinema asiatico (le presenze di Takeshi Kitano e di Hirokazu Kore'eda sono delle grandi conferme) e l'ampia sezione documentaristica. Insomma, le possibilità per una nuova Mostra ad altissime livelli ci sono! In un articolo che pubblicheremo in seguito, forniremo una lista dei film su cui scommettiamo (più o meno coraggiosamente) tutto. Svisceriamo le singole sezioni. 

Tra i film in CONCORSO spiccano Mother! di Darren Aronofsky, colpaccio dell'ultim'ora, in grado di vantare un cast degno di nota tra Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer, Domhnall Gleeson ed Ed Harris; il gradito ritorno al Lido di George Clooney con Suburbicon, scritto dai fratelli Coen ed interpretato da Matt Damon, Julianne Moore ed Oscar Isaac; grande attesa è riservata anche a The Shape of Water, ritorno alle atmosfere de Il Labirinto del Fauno per Guillermo del Toro (nel cast Sally Hawkins, Michael Shannon, Doug Jones, Richard Jenkins, Octavia Spencer e Michael Stuhlbarg). Andrew Haigh porterà Lean on Pete con Steve Buscemi, Chloe Sevigny e Charlie Plummer. I fari dei cinefili più puristi saranno puntati sull'ultima fatica di Abdellatif Kechiche, l'autore di La vie d'Adele, premiato con la Palma d'Oro al Festival di Cannes. 

L'apertura sarà affidata all'americano Alexander Payne e al suo Downsizing, commedia fantascientifica con Matt Damon, Christoph Waltz e Kristen Wiig.
Paul Schrader torna al Lido con First Reformed, accompagnato da Amanda Seyfried ed Ethan Hawke; Martin McDonagh debutta in territorio veneziano con Three Billboards outside Ebbing (il cast annovera Frances McDormand, Woody Harrelson, Sam Rockwell, Abbie Cornish, John Hawkes e Peter Dinklage). Ricchissimo e diversificato il contingente italiano con Paolo Virzì ed il suo The Leisure Seeker, i fratelli Manetti con il musical Ammore e Malavita, Hannah di Andrea Pallaoro e Una famiglia di Sebastiano Riso. Sono in concorso anche i nuovi progetti di Samuel Maoz, Ai Weiwei, Ziad Doueiri, Robert Guediguian, Hirokazu Kore'eda, Xavier Legrand, Vivian Qu, Warwick Thornton e Fredrick Wiseman.


Il FUORI CONCORSO vedrà la presenza di Gianni Amelio con Casa d'Altri (cortometraggio su Amatrice), Ritesh Batra (progetto targato Netflix con gli inossidabili Robert Redford e Jane Fonda), David Batty con un documentario sulla Swinging London narrato da Michael Caine, Antonietta De Lillo con Il Signor Rotpeter, Abel Ferrara con Piazza Vittorio, Stephen Frears con Victoria & Abdul (ritorno alla collaborazione con Judi Dench), Takeshi Kitano con Outrage Coda e William Friedkin con il documentario sugli esorcismi The Devil and Father Amorth. E poi ancora, Loving Pablo con la coppia Javier Bardem-Penelope Cruz, Zama di Lucrecia Martel, la miniserie-tv Wormwood di Errol Morris, Ryuichi Sakamoto: Coda (documentario sul compositore di fama mondiale), Le Fidèle con Matthias Schoenaerts ed Adele Exarchopoulos, Il colore nascosto delle cose di Silvio Soldini, The private life of a modern woman con Sienna Miller e Brawl in Cell Block 99 come proiezione di mezzanotte. Tra i sorvegliati speciali, l'atteso Jim & Andy: The Great Beyond. The Story of Jim Carrey, Andy Kaufman and Tony Clifton ed un evento speciale legato a Thriller di Michael Jackson e John Landis, restaurato e gonfiato in 3D ed arricchito dal making of. 
 
Per le altre sezioni (ORIZZONTI, BIENNALE COLLEGE-CINEMA, VENEZIA CLASSICI, CINEMA NEL GIARDINO, VENICE VIRTUAL REALITY, SETTIMANA INTERNAZIONALE DELLA CRITICA E GIORNATE DEGLI AUTORI) vi rimandiamo al sito ufficiale della Biennale: http://www.labiennale.org/it/cinema/mostra/film/index.html

martedì 25 luglio 2017

THE WAR - IL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 
 
Che il blockbuster digitale americano abbia ormai raggiunto elevati livelli di elaborazione stilistica e narrativa è cosa nota. Il carattere fluviale di molti di essi è funzionale alla costituzione di un'esperienza totalizzante strettamente connessa alla fruizione in sala. Nell'epoca di video on demand e di consumo domestico, la sala cinematografica, lungi dall'essere un luogo del passato in cui il film stenta a venire alla luce, continua a confermarsi come un tassello irrevocabile attraverso cui (ri)pensare il discorso sul futuro del cinema. In che modo il digitale favorisce il traghettamento verso il futuro di grandi narrazioni e personaggi archetipici del cinema americano classico? Da un lato, ed il recente Life ne è la testimonianza, l'orizzonte umano è completamente sottomesso al monstrum/alieno e la spersonalizzazione dello sguardo accompagna la creazione di un mondo da videogame che può fare a meno dell'umano. 

Sul versante opposto, invece, la contaminazione con la frontiera digitale è avvenuta attraverso la conservazione di stilemi classici. In tal senso, la recente saga reboot de Il Pianeta delle Scimmie si è affermata come una miniera di percorsi di senso da attraversare ed esplorare. I tre episodi (Rise, Dawn e War) segnano l'evoluzione di Cesare, il leader dei primati, delle strategie di messa in scena e delle tecnologie digitali necessarie per la creazione e l'animazione delle scimmie. Al centro di questa esperienza cinematografica vi è proprio Cesare, ultimo figlio(l prodigo) degli uomini e di un potere sul filo di etica e morale. Ogni tentativo di conoscere il diverso e di consentire la coesistenza tra culture lontane tra loro è fallito nel corso del secondo episodio. La guerra è ormai inevitabile. E The War-Il Pianeta delle Scimmie, nella visione di Matt Reeves (padre adottivo del muscolare Batman di Ben Affleck, destinato ad approdare verso lidi noir), si apre come un film di guerra (is it future or is it past?).

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione/the-war-il-pianeta-delle-scimmie/

venerdì 21 luglio 2017

ATOMICA BIONDA

di Matteo Marescalco

Berlino, fine anni '80. La spia Lorraine Broughton, agente dell'MI6 inglese, viene inviata in missione speciale nella città del Muro. La Storia potrebbe virare ulteriormente ed abbracciare il peggio qualora l'atomica bionda non riuscisse ad impossessarsi di una lista contenente i nomi di tutti gli agenti in missione invischiati in affari pericolosi. Se la dovrà quindi vedere con una serie di personaggi doppiogiochisti e pericolosi. Mai quanto lei. 

Atomica Bionda, come suggerisce il titolo, è una bomba nucleare prossima all'esplosione. Il film di David Leitch utilizza tutte le armi in suo possesso per intrattenere lo spettatore e deflagrare il tessuto narrativo, soggetto continuamente ad una serie di tensioni che ne minano la linearità. Il racconto, infatti, alterna flashback raccontati dall'atomica ad un interrogatorio da parte dei suoi superiori che prova a gettare luce sulla poco chiara vicenda. In un affresco che utilizza piani sequenza, improvvise verniciate di colore e coreografie action incentrate sul corpo atomico di Charlize Teron, il manierismo viene accarezzato più volte. Luci al neon, scritte pastello in sovrimpressione e palazzi fatiscenti arricchiscono la delineazione della città di Berlino e dell'esperienza estetica e rendono Atomica Bionda un'esperienza audiovisiva che fa della confezione il proprio punto di forza. 

Più simile al recente Kingsman che all'ufficiale saga di Bond, il film di Leitch ribalta gli standard del
genere, perseguendo l'eccesso in qualsivoglia sequenza: dai combattimenti all'ultimo sangue alla tensione erotica sprigionata in modo malizioso. La tipica femme fatale del noir americano è trasformata in una donna algida che si sporca le mani e non se ne preoccupa più di tanto. L'alter ego femminile di John Wick è servito e sottoposto ad un lavaggio che lo priva del suo carattere netto, vantando un controllo estetico sorprendente per un cocktail shakerato del genere. Ma di cui, in fin dei conti, rimane ben poco.

giovedì 20 luglio 2017

CODICE CRIMINALE

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

La comunità in cui vivono Chad (Michael Fassbender), il padre Colby (Brendan Gleeson) ed un ridotto gruppo di nomadi anglosassoni è un the village, con regole proprie ed una moralità tutta particolare, che alterna concitati inseguimenti a lezioni casalinghe e messe private. Chad, stanco dei furti occasionali e della sua vita ai margini, vorrebbe garantire ai figli un'esistenza migliore. Ma, per farlo, deve ottenere il permesso di Colby, capofamiglia convinto che la società sia un mostro ingovernabile dalla quale è meglio stare il più lontano possibile.
 
Codice criminale, o meglio, per entrare da subito nel discorso filmico, Trespass against us. Il rapporto tra Chad e Colby è una questione di debiti e di sangue, di legami e volontà. Il titolo originale del film cita un verso del Padre Nostro e scavalca, in tal modo, l'involucro da crime-action movie che suggerisce, invece, la traduzione italiana. Il cuore di questo Codice Criminale, dell'esordiente Adam Smith, risiede in una delle tematiche più inflazionate di cinema e letteratura: la tensione che nasce tra padre e figlio quando il secondo termine contraddice le decisioni del primo.


mercoledì 12 luglio 2017

THE WAR: IL PIANETA DELLE SCIMMIE

di Egidio Matinata

Rise
Dawn
War

War for the Planet of the Apes. La guerra per il pianeta delle scimmie. Sì, perché la Terra ormai è in mano loro, con la razza umana diretta verso un inesorabile e meritato declino. Lo scontro che le vede protagoniste si basa su una riappropriazione, non su una conquista. La riappropriazione del posto che spetta loro e anche di una supremazia ideologica e morale; un viaggio, una parabola che, coerentemente con gli altri due capitoli, è mediata dal protagonista stesso.

La crescita di Cesare avviene sempre grazie ad un confronto.
Nel primo capitolo avveniva con Will (James Franco), il suo padre adottivo/creatore.
Il loro arco di trasformazione si sviluppava in maniera opposta: Cesare era un essere "nuovo", che partiva da una situazione di subalternità per giungere ad abbracciare il ruolo di capo, guida, messia; Will era un uomo illuminato che però non si era reso conto, almeno fino all’ultimo incontro con Cesare, della portata degli avvenimenti a cui aveva dato inizio.

Nel secondo film, Cesare si confronta alla pari con un altro essere umano, Malcolm (Jason Clarke): entrambi partono con dubbi, incertezze e timori, ma finiranno col rendersi conto che la convivenza e la sopravvivenza delle razze sarebbe possibile, nonostante lo scontro diventi inevitabile; ma Cesare si rende conto anche di un’altra cosa: il male che intacca gli esseri umani fa parte anche delle scimmie e, come sembra suggerire il primissimo piano e il particolare degli occhi e dello sguardo finale, anche di Cesare stesso.

Il terzo capitolo porta alle estreme conseguenze tutti i conflitti, interni (superiorità/dovere morale) ed
esterni (uomo vs scimmia), condensati perfettamente nella figura del Colonnello, un poderoso, spietato ma anche fragile Woody Harrelson.

Non è il film che ci si aspetta di vedere.
Poteva permettersi di essere molto più semplice, lineare, banale addirittura, ma questa saga non lo è mai stata, e lo riconferma anche in questo finale.
Lo scontro che avviene non è tanto fisico, quanto interiore, con i fantasmi, con le paure, i dubbi e le sfide che pone un conflitto così grande.
Duro, spietato, complesso, capace di rimettere sempre in discussione i suoi personaggi, e con essi anche le certezze dello spettatore, War for the Planet of the Apes è un film di guerra, un western, un dramma psicologico, un’epica storia di avventura ed azione, la degna conclusione di una grande trilogia.

mercoledì 5 luglio 2017

SPIDERMAN: HOMECOMING

di Egidio Matinata

Non si può parlare di Spider Man: Homecoming senza considerarlo come ciò che rappresenta (ossia la singola parte di un tutto) all’interno dell’universo cinematografico della Marvel.
Il periodo in cui le serie tv stavano diventando qualitativamente il nuovo cinema è ormai passato.
Già da tempo il cinema, in alcuni ambiti, si sta approcciando a storie e personaggi con linguaggi e modalità molto vicini all’universo televisivo. 
Il Marvel Cinematic Universe ne è l’esempio più colossale, lampante ed evidente.
In Civil War non ci si preoccupa di presentare “nuovi” personaggi o spiegare determinate situazioni, poiché si dà per scontato che lo spettatore abbia visto la puntata precedente, data la forte continuity  all’interno del franchise.

Uno dei fattori che più salta all’occhio riguarda l’uniformità stilistica che contraddistingue tutti i film della saga e che, purtroppo, appiattisce il livello registico e di messa in scena di questi film.
Zack Snyder, invece, nonostante tutte le colpe e i difetti che gli si possono imputare (legittimamente, nella maggior parte dei casi), ha provato a portare l’impronta autoriale nel mondo DC. Anche in quel caso però, oltre ai problemi di base, il regista è stato costretto ad infilare a forza, in poco più di due ore e mezza, il materiale che sarebbe bastato e avanzato per una stagione di dieci episodi. Il risultato è stato un disastro quasi totale, e l’avvicinamento di Joss Whedon al DC Extended Universe sembra a dir poco provvidenziale.

La tendenza all’appiattimento è inevitabile in progetti del genere, cosa che da un lato può portare a tempi di produzione più veloci, ma anche all’impoverimento del linguaggio cinematografico.
Tendenza da cui non sfugge neanche questo terzo reboot di Spider Man, sul quale non c’è molto da dire. L’azione non è il punto forte del film: il regista non sembra essere particolarmente a suo agio da questo punto di vista, esclusa la scena nella parte centrale, sull’obelisco, la migliore tra le sequenze adrenaliniche. Il ritmo è quasi sempre elevato, ma risulta meno efficace poiché spalmato su 133 minuti che risultano davvero troppi.
Neanche la sceneggiatura, scritta a dodici mani (!), brilla per originalità o particolare inventiva, anche se il colpo di scena che introduce l’ultimo atto del film è davvero ben costruito ed efficace, capace di saldare alla perfezione le due linee principali della trama: da un lato la voglia del giovane Peter Parker di trovare un posto nel mondo e dall’altro l’aspirazione a far parte dei famigerati Avengers.

Evitando di appesantire la storia con la tematica del rapporto padre/figlio (come sembrava facilmente pronosticabile) e riducendo il minutaggio di Robert Downey Jr., il film riesce a costruirsi una propria identità, riprendendosi dopo una prima parte problematica e regalando una visione a tratti divertente e piacevole. Niente di più.


 

P.S. Si consiglia di non rimanere fino alla fine dei titoli di coda.

domenica 25 giugno 2017

SEXY DURGA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank 

Semplice on the road o viaggio alla scoperta della dimensione sacrale e primitiva di un racconto connesso alla mitologia indiana? Incarnazione di una divinità o ragazza in fuga da un segreto che vuole, a tutti i costi, nascondere?

Questi due enigmi sono il cuore pulsante di Sexy Durga, lungometraggio di Sanal Kumar Sasidharan, presentato in concorso in occasione della 53esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Sulle lost highways che costeggiano una serie di località dell'entroterra indiano, si consuma la fuga di due ragazzi (Kabeer e Durga) e il loro disperato tentativo di raggiungere una stazione ferroviaria per spostarsi verso il Nord dell'India. Lungo il loro tragitto, incontrano forze di polizia, una piccola banda di criminali reduce da una rapina e due uomini malintenzionati da cui riescono a fuggire con difficoltà. In contemporanea ai tragitti rettilinei compiuti dalla coppia in fuga, il moto ondulatorio e circolare di una processione sacra anima le strade di un villaggio del Kerala. In preda a danze baccantiche, alcuni fachiri si fanno trafiggere il corpo con degli uncini e partecipano, appesi a dei cavi, al rito Garudan Thookkam, forma d'arte rituale in ringraziamento alla Dea Kalì. 

venerdì 23 giugno 2017

CIVILTA' PERDUTA

di Macha Martini

Il cinema: continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta.

Fotografia scura, tendente al giallo ocra. Inquadrature da specchi, di persone che si allontanano. Pellicola 35 mm. Uno stile inconfondibile: James Gray. Eppure, la Civiltà perduta non sembra affatto essere un film del regista dalle origini russe. New York è totalmente dimenticata, siamo a Londra all’epoca delle grandi esplorazioni coloniali. I personaggi dostoevskijani immersi tra luce e ombra, tra peccato, sofferenza e speranza? Niente da fare, neanche la minima ombra. Conflitto padre-figlio? Appena accennato. 

James Gray ha cambiato rotta, eppure ne è uscito comunque vincitore. 
Chiudete gli occhi. Cos’è un cineasta? Un sognatore, uno alla continua ricerca di una Eldorado, di un sogno a cui nessuno crede. Il regista newyorkese decide di lasciare i personaggi concettuali dei suoi precedenti film per affrontare un nuovo tema, il cinema stesso. Il cinema mascherato sotto la lotta di un esploratore, realmente esistito, nel trovare Z, la civiltà perduta. 
Fawcett, il protagonista di questa vicenda, già raccontata nel romanzo di Grann, dall’omonimo titolo del film, è l’alter-ego di Gray. «Io sono fatto così, se le persone mi dicono: -Non sarai mai in grado di fare un film come questo-, io mi sento in dovere di dimostrare che si sbagliano» dice il regista nel parlare della grande sfida produttiva che si mostrava essere il film (dovendo girare scene a Londra, ambientata però nella Prima Guerra Mondiale, e in mezzo alla giungla). Esattamente lo stesso sentimento che pervade Fawcett, che non può arrendersi, deve trovare Z, a tutti i costi. 
Un esploratore che ha la stessa stoffa di cui sono fatti i sognatori, ovvero, di cui sono fatti i cineasti. 

Non è un caso, infatti, che sempre la sua figura precedentemente abbia ispirato Conan Doyle nella stesura de Il mondo perduto, che a sua volta ha ispirato Jurassic Park e che, inoltre, sia stato lo spunto per la creazione del personaggio immaginario di Indiana Jones. Il personaggio, quindi, non solo può rappresentare l’emblema della sfida che un regista e un produttore devono affrontare per produrre un film (difficoltà pari all’addentrarsi in una giungla misteriosa abitata da natii, il pubblico, che possono apprezzarti o decidere di distruggerti), ma è anche lo stereotipo di tutte le storie di avventura e azione che hanno sempre fatto brillare gli occhi alle case produttrici.

Gray, però, elimina l’azione e l’avventura, optando per un escamotage tipico dei suoi film: fa entrare il pubblico dentro il personaggio, dentro il suo animo. Noi non vediamo più un film ma stiamo nella giungla e vogliamo trovare Z a tutti i costi, nonostante le peripezie. Siamo un esploratore, siamo un regista, giriamo scene e scene nella giungla e vicino a un fiume. 
«Quando comincio a sentire delle persone nel buio che urlano che il fiume stava per uscire», non sembra un grande problema «tanto saremo fuori di qui in poche ore. Sei minuti dopo il fiume ha improvvisamente inondato l’intero set in circa 45 secondi. Tutti ci siamo messi a correre verso le colline, afferrando le cineprese e le pellicole. Dopo due minuti, l’area in cui stavamo girando era completamente sotto l’acqua» (James Gray in un’intervista per l’ufficio stampa della Eagle Pictures). 

Questo significa essere registi ed esploratori. Questo è il sogno che il pubblico, grazie alla maestria di Gray, vuole vedere realizzato. Non è un film di Gray. Questo è un film sul cinema, una continua ricerca di un sogno in una giungla sperduta, che però solo un abile maestro come Gray, e un abile sognatore, avrebbe potuto portare a termine sino alla fine.