sabato 3 gennaio 2015

L'ASCESA "AL MONTE" DI ALESSANDRO MANNARINO

di Matteo Marescalco

«L'Impero è un grande centro commerciale. L'Impero è un palazzo senza porte e senza scale, così chi sta nel fondo, nel fondo deve rimanere, e, invece, chi sta fuori non ci deve proprio entrare. L'Impero è un palazzo di ferro freddo e cemento. L'Impero è un monumento che copre il sole e ferma il vento (…) Il superprete direttore ha già scritto la Legge. Il lupo farà il pastore e gli uomini faranno il gregge» (Riarrangiamento di Jeaux d'Enfants di Rene Dupèrè per la sigla di Ballarò).

Nel panorama contemporaneo dell'autorialità musicale italiana, spicca, su tutti, il nome di Alessandro Mannarino. Il 35enne romano, originario del quartiere San Basilio, ha iniziato la sua carriera all'età di 22 anni, lavorando come deejay presso alcuni locali ed esibendosi occasionalmente davanti ad un esiguo pubblico, composto, per lo più, da amici. É stato proprio nel contesto dei pub attorno alla stazione Termini che il giovane cantautore ha avuto modo di assorbire l'eterogeneità stilistica che ha contaminato fortemente, negli anni a seguire, lo sviluppo del suo sound, caratterizzato da una forte connotazione identitaria. 
«Stornellatore moderno e metropolitano», cantore di un'umanità reietta e desaparecida, Mannarino utilizza toni surrealistici per parlare di zingari e pagliacci, signorine e sacerdoti, ubriachi e disperati. Dal suo primo album, Bar della rabbia, fino all'ultimo, Al monte, passando per Supersantos, è possibile individuare un percorso lineare che ha portato il cantautore romano ad una differente presa di coscienza sulla realtà contemporanea, oltre che ad uno sviluppo tematico e ad un'evoluzione musicale.  
«Suona, fanfara sgangherata, per gli esiliati dal mondo della favole. Cantate, ciurma di ribelli, chè al suono della vostra voce, impaurita, scappa la tarantola della disperazione». 
Questa è la breve intro di BAR DELLA RABBIA, album dinamitardo e roboante che trova nell'osteria il suo punto di partenza. Spontaneo e con voce roca, il cantastorie romano, tra contaminazioni folk e blues, narra le vicende di quel mondo dalle rapide esplosioni cromatiche che si vede nella Roma periferica, piena di ribelli, di vagabondi in crisi di identità, di disperati che si ubriacano dell'odore di una donna e di pagliacci tristi per la perdita del grande amore ma impossibilitati a piangere «per questioni diplomatiche». E ancora, di italiani vittime del sistema, che «giran tutti a pecorone sotto i precetti della madre chiesa, in fila in processione, in fila in comunione, in fila con le buste della spesa», di esploratori amazzoni che curano la gente con un elisir d'amore e di barboni che trovano in fondo al mare cose perdute, diamanti e strane streghe che cantano malinconiche melodie. 
La settima traccia, Tevere Grand Hotel è dedicata al campo nomadi Casilino 900, il più grande campo rom d'Europa, grand hotel per «chi va, perso nel vento, tra le fiamme del mondo, spinto verso il fondo». 
E, alla fine, nonostante la disperazione, la disillusione e la nostalgia di un tempo ormai perduto ma
che, forse, non è mai esistito, c'è ancora spazio per un'inaspettata epifania: «Ma mò che viene sera e c'è il tramonto, io nun me guardo 'ndietro..guardo er vento. Quattro ragazzini hanno fatto 'n'astronave con n'po' de spazzatura vicino ai secchioni, sotto le mura dove dietro nun se vede e c'è 'n'aria scura scura. Ma guarda te co' quanta cura se fanno la fantasia de st'avventura... Me mozzico le labbra, me cullo che me tremano le gambe de paura, poi me fermo e penso: “però, che bella sta bella fregatura...”».
Dopo Bar della rabbia, che ha fruttato a Mannarino la finale al Premio Tenco e al Premio Gaber come Miglior opera prima, è la volta di SUPER SANTOS, album del 2011. 
Gli stornelli da bar, ispirati alla vita notturna nei quartieri di Monti, San Lorenzo e Pigneto e alla poesia di Trilussa, hanno lasciato il posto a ritmi gitani popolati da personaggi strampalati e picareschi. In questo turning point nichilista ed urlato, c'è poco spazio per la redenzione finale. 
Il secondo disco del cantautore romano è una discesa dantesca negli inferi, storia di passioni e di botte. Il cantastorie girovago si è messo in viaggio, ha intrapreso un percorso alla volta di un universo magico ed onirico che, progressivamente, si discosta da Bar della rabbia, ed assume toni sempre più fuori fuoco. 
Ed ecco, Serenata lacrimosa e Maddalena, vicende disperate e vagamente anticlericali in cui non c'è posto per le figurine di vescovi e sacerdoti («Er vescovo c'ha er microfono e io niente, e lui vorebbe una cosa solamente. Che se seccassero tutte le donne, che fa' l'amore fosse un incidente (...) e a sentillo, pure Dio ce se confonne»), ma dove giganteggiano le figure di Giuda e Maddalena, poveri cristi ai margini del mondo, peccatori ed amanti che si abbandonano alla solitudine della loro passione («Giuda e Maddalena stanno insieme e girano nascosti fra la gente e vanno al fiume a far l'amore su una barchetta che va controcorrente»). 
Protagonista assoluta di questo secondo album è la figura della Donna che, nel corso delle 11 tracce, intraprende una via crucis personale, un viaggio che la liberi dalle convenzioni sociali da cui è circondata. 
Dalle sottane delle suore che nascondono la felicità alle spose in lacrime tra le baracche periferiche di Rumba magica, dalla donna vampiro di Statte zitta e di Quando l'amore se ne va che fa vivere all'uomo un amore sofferto e travagliato fino alla dark lady di Marylou che, vittima del «gregge infame della gente che, a volte, serve un lupo nero da ammaestrar» è costretta ad abbandonare la città dopo aver compiuto un omicidio per legittima difesa. 
Il vangelo on the road di Mannarino si sofferma sulla putrefazione della scena politica ne L'onorevole per concludersi con una disperata apocalisse in cui ladri e avanzi di galera riescono a trovare un senso persino alle lacrime dell'inferno, che, nonostante tutto, «servono a qualcosa, a far crescere una rosa». E, alla fine di questo percorso, l'unica cosa che resta è la sensazione di impotenza di fronte al tempo divorante che «è un lampo che non lascia scampo, se ti prende ti cancella dalla festa però ti toglie pure il mal di testa» e un terribile sentimento di paura di fronte alla notte che è «scura, se non sai più come amar».
Dopo la rivolta del Bar della rabbia e le urla incazzate di Super Santos, l'ultimo album, AL MONTE, sembra segnare l'inizio di un percorso di riconciliazione con la Natura, della ricerca di una simbiosi con l'universo circostante, in cui l'ascensione della montagna (topos caro, tra l'altro, alla letteratura romantica) possa offrire la possibilità di redenzione all'Uomo. 
Il percorso, che sancisce una svolta sia musicale sia tematica, con un'inversione di senso e una maggiore introspezione nei confronti di se stessi, comincia a partire da Malamor. La prima traccia dell'album è un'apoteosi sonora in cui concorrono svariati ed eterogenei strumenti musicali. «Qui si nasce senza fiato, è già la prima punizione, uno schiaffo sopra al culo per la respirazione. Mi diedero a mia madre, unghie lunghe da ragazza, mi riempì di cicatrici carezzandomi la faccia (...) Alla scuola elementare, c'era un muro e una ringhiera, ci misero sugli occhi una benda di bandiera, così da non vedere, trascinando la catena, da che parte ci arrivavano i bastoni sulla schiena». Il tono da invettiva è chiaro, Malamor è una traccia-ponte che risente ancora delle dinamiche dei dischi precedenti. L'uomo-soldato, si è trasformato in cinghiale, perchè «l'uomo si fa bestia quando non riceve amore», diventa una perfetta macchina da guerra alienata e priva di una coscienza individuale. 
Da Deija in poi, Mannarino, moderno Baudelaire che descrive la città a partire da un luogo altro, viaggia e si estrania per poter maturare uno sguardo sulle cose più distante ma anche più cosciente e profondo. Protagonista della seconda traccia è un popolo errante alla ricerca di un nuovo Dio, forse di quel Cristo che «ormai s'è fatto er sangue pisto. Voleva scenne ma nun l'avete visto» in Super Santos. Un coro carezzevole che si eleva durante il ritornello accompagna la speranza ritrovata da parte della gente. La svolta introspettiva di Mannarino, con una particolare attenzione al silenzio notturno, alla riflessione e alle cose osservate da un punto di vista virginale di un bambino curioso, sembra iniziare ad affacciarsi. 
Gli animali è un divertente catalogo sui tipi umani, analizzati nelle fattezze dei più svariati animali che popolano la Terra. «I serpenti cambiano i vestiti, so' sporchi dentro, fuori eleganti. Cambiano i governi ma non cambiano gli schiavi. Urla l'agnellino ai poliziotti cani». Ancora una volta, la chiave di volta sarebbe nascosta in un'attitudine percettiva differente: «Bisogna sape' distingue la luce delle stelle da quella delle lampare».
Ne L'impero viene descritto il tentativo di allontanamento dalla Babele del Potere: «Ci presero al laccio per la catena per farci spingere un'altalena. Sull'altalena c'è un mostro potente, dietro alla schiena nasconde un serpente». 
La spiritualità laica e l'umanesimo del disco sono accompagnati in Signorina da un sentimento di profonda pietas e speranza. «Ed è uscito un sole folle stamattina e noi scappiamo via dalla rovina. Forse basta questa lacrima d'amore a riempire il gran deserto e a farci il mare».
Al monte e Le stelle sono i due testi più complessi dell'album. Il primo percorre il viaggio della Creazione, dalla scossa al mare buio e sconosciuto della vita e narra la storia di Adamo ed Eva aggiornata in epoca contemporanea. L'obiettivo si fa sempre più vicino. «Il mondo era un'arca di Noè che andava persa alla deriva. Ma per quei due, il diluvio universale era solo una piccola pioggia estiva. Fuggirono verso il futuro, inseguiti dai gendarmi di quel che era stato (...) Tra tutta la gente indaffarata nessuno vide quell'abbraccio e la storia finisce qui. Con la promessa, tra quei due, di cominciare per davvero la vita. Salirò al monte. Troverò gemme per la tua fronte. E vivrò tra le onde, poi me ne andrò, tuffandomi nelle ombre». 
Nell'ultimo singolo «Dio non s'è visto ancora, e gli alieni tardano a venire». La svolta non può venire da una realtà esterna ma può essere solo interiore. 
I due giovani amanti, in conclusione del loro viaggio iniziatico, volano, adesso, verso un altro pianeta, dove forse la vita può avere un nuovo inizio. 

5 commenti:

  1. un'apologia e una dichiarazione d'amore, la tua...bel lavoro! ogni tanto lo ascolto, per colpa tua, dopo il taofest..

    RispondiElimina
    Risposte
    1. è una colpa con cui sto lentamente imparando a convivere uahahah

      Elimina
    2. ahuaahuhuaahuahu moriremo coperti di spaghetti tagliati ai pomodorini e sale grosso...sentendo mannarino in sottofondo e visualizzando il tic di Mariuccio nostro

      Elimina
    3. la blatta...hai dimenticato la blatta...quella cosa che si è più volte interposta tra me e il mondo esterno...

      Elimina
    4. lei godrà del tutto ridendo beatamente sul monte di spaghetti...inneggiando alla beltà di uolchinonsansciain

      Elimina