lunedì 21 dicembre 2015

LA TOP 10+1 DEI FILM DEL 2015

di Matteo Marescalco

In anticipo sui tempi e con alcune lacune sul cartellone cinematografico dell'anno (tra gli ultimi, non abbiamo ancora visto Everything will be fine di Wim Wenders, Il ponte delle spie di Steven Spielberg e In the heart of the sea di Ron Howard), arriva la nostra Top 10+1 dei film del 2015 che più abbiamo amato. Quest'anno, per la prima volta, si è deciso di evitare una rigida classificazione dei film e di escludere, almeno per il momento, la Flop 10 dell'anno.
A voi la lista!
P.S. Per la recensione completa, cliccate sul titolo del film.

Quanto è bella l'infanzia dei personaggi di quest'ultimo film di Michel Gondry. Dura, difficile da affrontare, infelice. Ma mai priva di immaginazione, come un ingranaggio meccanico che fatica ad andare avanti ma a cui non manca mai un millilitro di olio. Amicizia ed immaginazione: nodi di questo lineare e semplice lungometraggio del regista francese che, dopo qualche errore (Mood Indigo su tutti), ritorna in forma con un racconto di formazione in stile Truffaut. Si viaggia per la Francia, attraversando anche i problemi delle relazioni adolescenziali. Si viaggia nel cinema, affondando nelle acque amniotiche dell'artigianalità dei primordi. Meraviglioso, leggero, grazioso questo dolce sogno dilatato all'infinito. Lunga vita ai bambini di Gondry che, nell'epoca della sottomotricità smartphonica, si sporcano le mani e seppelliscono i cellulari sotto la loro merda. Per crescere e guardare nuovamente alle cose, senza mai abbandonare i voli pindarici della propria mente.

Cantore di famiglie disfunzionali e di intellettualodi in piena crisi esistenziale, di uomini e donne affetti dalla sindrome di Peter Pan che non accettano l'avanzare dell'età, attento entomologo dei rapporti tra componenti della classe borghese newyorkese che demistifica e prende in giro, Baumbach è tornato al cinema, quest'anno, con ben due film, uno dei quali entra in gamba tesa nella nostra classifica. Questa indagine sue due generazioni (40enni e 20enni) riflette due tipologie di fare cinema documentaristico: assoluta onestà intellettuale e rivisitazione postmoderna di materiale esistente che, a tratti, può anche essere inquinato. Guardare un film di Baumbach è come tornare al paese natale, dove si incontrano nuovamente gli zii e i cugini ammirati e odiati, alcuni amici che prenderemmo volentieri a mazzate, ma a cui vogliamo, nonostante tutto, un bene profondo.

In un turbinio di emozioni reali, finzione cinematografica, finzione nella finzione e cortocircuiti di natura onirica, ci troviamo a vivere il dramma di Margherita e Giovanni, quello di un fratello e di una sorella che fanno i conti con l'imminente morte della madre. Il rimando alla vicenda autobiografica è morte ma è mediato dall'assunzione di una differente consapevolezza da parte del regista che mostra, mettendosi a nudo ma mai senza pudore, un profondo disagio e senso di inadeguatezza. Mia madre è costruito su una stratificazione di livelli, è un continuo gioco di specchi in cui i protagonisti entrano in contatto con i loro fantasmi e le paure più profonde. La conclusione spera in un ritorno alla realtà, che sembra ormai impossibile da cogliere ma che Moretti, invece, invoca, giungendo con toni minimali ad attingere all'ossatura del dolore stesso cui si alterna il ricordo di un tempo e di uno spazio che si vorrebbero sempre tenere con sé ma che si devono, inevitabilmente, superare.
Siamo pronti, insieme a Nanni, ad intraprendere un nuovo viaggio in Vespa. Inforchiamo gli occhiali ed indossiamo il casco. Fino alla prossima meta da raggiungere.  

IT FOLLOWS di David Robert Mitchell/THE VISIT di M. Night Shyamalan
Il 2015, oltre ad essere stato l'anno dei blockbuster (e anche per il 2016 è stata confermata questa tendenza), è anche stato l'anno di ottimi film horror. Ad emergere, in modo particolare, sono stati tre prodotti: The Babadook di Jennifer Kent, It Follows di David Robert Mitchell e The Visit, che ha segnato il ritorno del nostro amato M. Night Shyamalan. Sull'ultimo film, lo ammettiamo, siamo di parte ma è innegabile che il regista indiano (qui patrocinato da Jason Blum) abbia saputo costruire un ottimo dramma familiare che prende come pretesto, ancora una volta, il genere horror. In questa sua indagine sulla paura, portata avanti già nei suoi precedenti film, giunge ad attingere al pozzo nero e deformante del terrore puro. Il found footage diventa, nelle sue mani, un ulteriore strumento attraverso il quale architettare il congegno della tensione. In It Follows, l'orrore è ambientato negli anni '70/'80 e si trasmette sessualmente. Lo spettro dell'Aids è dietro l'angolo. Il film rivisita gli stilemi dell'horror tradizionali, aggiornandoli all'epoca contemporanea, con un gusto per il vintage che caratterizza ulteriormente l'atmosfera.
Ancora una volta, il miglior film d'animazione della stagione è stato partorito dalla mente geniale della Pixar. Inside Out è un viaggio che scava nelle profondità dell'essere umano, negli unici luoghi in cui è possibile trovare risposte e che traspone su schermo lo stesso metodo di lavoro della casa di produzione americana: trattare le emozioni e le idee con assoluto rigore. Insomma, metodi industriali e da catena di montaggio applicati all'immaginario ed alla struttura mentale. Impossibile non pensare allo stesso statuto cinematografico, sintesi di tecnica ed immaginario per eccellenza. Senza questo meraviglioso gruppo di artisti e tecnici, la nostra immaginazione ne avrebbe pesantemente risentito e, insieme ad essa, anche la straordinaria macchina creatrice di sogni che è il Cinema.

INHERENT VICE di Paul Thomas Anderson
Doc Sportello è un detective privato che si trova coinvolto in una serie di investigazioni surreali che lo porteranno a contatto con il più profondo Zeitgeist americano degli anni '60/'70.  PTA destruttura e smantella l'impianto tradizionale del noir americano. La messa in scena applicata dal regista al testo filmico che restituisce l'atmosfera caotica ed allucinogena del periodo. In questo magma di visioni segmentate, ad emergere con chiarezza è il ritratto di un Paese allo sbando, il cui Sogno si è annichilito definitivamente. Sportello appare come una sorta di ultimo dei romantici in un perenne stato di alterazione della coscienza, caratterizzato da un forte senso di nostalgia per la fine di un'epoca e l'inizio del periodo di paranoia di massa. Tuttavia, un vizio di forma da non sottovalutare attanaglia l'intero film. Nel tentativo di innestare il carattere prismatico, surreale e stratificato dell'epoca nel tessuto narrativo e visuale del film, PTA finisce per costruire una diegesi eccessivamente stratificata, che confonde senza lasciar intravedere il centro della propria struttura. Il regista sembra aver perso la bussola o essere rimasto vittima dei fumi allucinogeni dell'epoca. Nella sua indagine sulla deriva di una nazione, Anderson rimane invischiato in un intreccio narrativo bigger than life in cui il parallelismo forma-narrazione-contenuto getta un velo di incomprensibilità sul secondo elemento. Dietro il velo di Maya del noir a tinte grottesche, si cela una triste ed amara riflessione su una nazione sull'orlo del fallimento morale. Pur con qualche difetto, ha fatto profondamente breccia nei nostri cuori.

THE CHILDHOOD OF A LEADER di Brady Corbet
Debutto alla regia per uno dei due virginali figli di papà che, nel remake americano shot-for-shot di Funny Games di Michael Haneke, si divertivano a seviziare famiglie borghesi in vacanza. E l'influenza del regista tedesco si sente tutta, a partire dall'inevitabile paragone che The childhood of a leader incoraggia nei confronti de Il nastro bianco. Il film di Haneke indagava con sguardo entomologico un villaggio nella Germania pre-nazista, andando ad individuare i germi della futura generazione dittatoriale. Brady Corbet, qui, si concentra su una famiglia aristocratica che vive nei pressi di Versailles. Il film, in tre atti scanditi dagli attacchi di rabbia del giovane figlio della coppia, analizza in termini freudiani il rapporto tra i tre membri familiari e i primi sintomi di ribellione nei confronti dell'ancien regime. Algido, teso e raggelante, The childhood of a leader convince fino al disturbante epilogo. Film rivelazione dell'ultima Mostra del Cinema di Venezia.

TOMORROWLAND di Brad Bird
Pur con una serie di evidenti difetti, non abbiamo potuto fare a meno di inserire in classifica anche questo prodotto Disney diretto dal Brad Bird della cucciolata Pixar.  Nulla più della famosissima frase pronunciata da Buzz Lightyear -Verso l'infinito e oltre!- nel 1995 sembra essere adatto a descrivere e a trasmettere il ventaglio di sentimenti generato da Tomorrowland. La fusione uomo-tecnologia e la nascita di nuovi orizzonti percettivi ed esperienziali sembrano inevitabili. Tomorrowland è un mondo digitale che non ha rinunciato a residui terrestri-analogici.
Profondamente debitore nei confronti del cinema di Steven Spielberg, Brad Bird si schiera dalla parte degli ottimisti ed invita i più piccoli (e non solo) a non smettere mai di credere. Nella loro immaginazione e, soprattutto, in quella del cinema tout court.

THE END OF THE TOUR di James Ponsoldt
Tratto da Come diventare se stessi: un viaggio con David Foster Wallace di David Lipski, cronaca degli ultimi giorni del tour di presentazione negli Stati Uniti di Infinite Jest. 1996, lo scrittore David Foster Wallace concede a David Lipski di Rolling Stone un'intervista di cinque giorni. Lipski non si occupa solo di giornalismo ma anche di narrativa e nutre una serie di pregiudizi ideologici sull'autore americano. La convivenza tra i due trasporta lo spettatore nel mondo privato di Wallace, quanto più distante possibile dall'idea di scrittore maledetto in preda ad una vita dissoluta. Anche se una serie di incertezze Wallace le portava con sé: al punto tale da suicidarsi nel 2008. The end of the tour è un viaggio in luoghi intimi che stentiamo ad abbandonare dopo le due ore del lungometraggio, una scoperta del lato più fragile di sé, un dialogo, fatto di botte e risposte, sulla vita e sulla cultura americana, sulle dipendenze e le manie di Wallace, sulle sue debolezze ed idiosincrasie. Non perdetevi questo tenero omaggio che appartiene alla migliore scuola indipendente americana.

EL CLUB di Pablo Larrain
El Club si apre con dei versi biblici su Luce ed Oscurità, che, nel film di Pablo Larrain, convivono. Tutto il lungometraggio è avvolto da un alone bluastro che segna le vite di chi lo popolano. Una casa-famiglia in riva al mare ospita un gruppo di ex sacerdoti penitenti, accusati di abusi sessuali sui minori. In questo contesto misterioso, Pablo Larrain evita la ricostruzione tipica della detection story per insistere continuamente sui primi piani degli attori a cui, tramite dialoghi e monologhi, è assegnato il compito di gettare una luce sulla vicenda.
Pur con le dovute differenze, El Club ci ha ricordato Valhalla Rising di Nicolas Winding Refn. L'atmosfera, dominata da una tenebra ferina ai confini del mondo, relega i personaggi nel regno del buio. Nell'universo di Larrain non sembra esserci spazio per la salvezza.

mercoledì 16 dicembre 2015

STAR WARS VII-IL RISVEGLIO DELLA FORZA

di Matteo Marescalco

Bene, il tanto atteso 16 Dicembre 2015 è finalmente arrivato. Star Wars VII-Il Risveglio della Forza, rilancio del franchise creato da George Lucas, è uscito nelle sale italiane. Noi, che siamo fortunelli, lo abbiamo visto in anteprima stampa con un giorno di anticipo.
Dopo gli scontri a distanza con Checco Zalone per impadronirsi del proficuo periodo natalizio, il film diretto da J.J. Abrams ha avuto la meglio. Difficilmente due galli del genere possono convivere nello stesso pollaio senza dilaniarsi a vicenda.

Esattamente un anno fa è uscito il primo trailer e durante l'ultimo mese il battage pubblicitario si è fatto massiccio, quasi insopportabile, soprattutto nei social, con la tendenza della Disney a saturare ogni spazio mediatico con post e discussioni sul nuovo Star Wars. Che sia stato uno degli eventi dell'ultimo decennio è sicuro. La saga originaria -in particolare, la prima trilogia- ha influenzato più aspetti della cultura post moderna e si è depositata con forza nell'immaginario collettivo di ognuno di noi, attingendo a piene mani da stereotipi e miti diffusi.
Il deciso impatto mediatico, probabilmente, risiede anche in questo, nel fatto che Lucas, Spielberg etc, durante gli anni '70 e gli '80, hanno dato vita al genere del cinema d'avventura aggiornato al periodo in corso, un'epoca di rifondazione, soprattutto nell'ambito del cinema americano, che ridefiniva la propria industria culturale. Molti puristi hanno storto (e continuano a farlo) il naso. Ma ciò che sottovalutano è la capacità di questi registi di divertire ed intrattenere il pubblico in modo seriale con storie semplici e lineari che, richiamando alla memoria il mito e i topoi del genere umano, li revisionano.

In fin dei conti, la parabola di Jedi, combattenti galattici, «Tanto tempo fa, in una galassia lontana lontana...», Forza, scontro padre-figlio, telecinesi, conquista dell'ignoto, e chi più ne ha più ne metta, cosa significano se non fare tesoro dei caratteri fondativi di ogni cultura? Star Wars è una storia universale che parla di uomini e dei loro conflitti interiori, ambientata nello spazio (la fantascienza è un mero pretesto narrativo), nata in un'epoca in cui il genere fantascientifico imperversava.

Il risveglio della Forza arriva a dieci anni di distanza dalla conclusione della seconda trilogia -la prima in ordine strettamente cronologico- ed è diretto da J.J. Abrams che, meglio di tutti, ha saputo cogliere l'eredità di George Lucas e di Steven Spielberg (ricordate quel meraviglioso atto d'amore di Super 8?).
Scendendo nei dettagli, il tentativo di Abrams è quello di omaggiare e, nel frattempo, rilanciare la trilogia originale, scelta che si evince a partire dalla decisione di coinvolgere nuovi giovani attori di cui sentiremo molto parlare negli anni a venire. Ed è stato proprio uno di loro, Adam Driver, a vestire i panni del personaggio meglio caratterizzato di questo episodio, Kylo Ren, vittima di un dramma personale in cui è ancora coinvolto.
Il quesito principale del film è: che fine ha fatto Luke Skywalker? Ovviamente, per trovare una risposta adeguata dovremo attendere i prossimi episodi di quella che si appresta ad essere una nuova trilogia.
La regia di Abrams è di ampio respiro, gioca spesso con il dialogo costante tra primo piano e background ed alterna abilmente scene di azione ed inseguimenti concitati a momenti di stasi che consentono lo sviluppo della narrazione. Apprezzabile poi l'idea, secondo chi vi scrive, di scaricare un po' l'atmosfera epica tramite una serie di scambi di battute che molto devono ai film Marvel.

Insomma, i fan della saga originaria che credono di trovare la stessa atmosfera epica, magari, resteranno un po' delusi. I malati di spocchia cinefila lo troveranno inutile, un ingranaggio meccanico che fatica ad emozionare e menate varie. Chi sa guardare alle cose con gli occhi di quel bambino/ragazzino che, nel lontano 1977 (e da lì in poi), andò al cinema con il papà o con suo/a fratello/sorella, rimanendo letteralmente incantato dalle immagini che riempivano lo schermo, non può che versare lacrime di commozione. Gli eroi del cinema esistono davvero e popolano la nostra coscienza. E, per citare i Kinks, celluloid heroes never really die.

lunedì 14 dicembre 2015

IRRATIONAL MAN

di Matteo Marescalco

Pochi mesi fa, in occasione dell'uscita nelle sale italiane di Inherent Vice di Paul Thomas Anderson, abbiamo dedicato uno speciale alla carriera di Joaquin Phoenix, in cui abbiamo analizzato brevemente le sue cinque migliori interpretazioni. In quell'articolo, abbiamo esaltato le scelte artistiche dell'attore durante gli ultimi anni e lo abbiamo definito un vulcano in eruzione, pronto ad esplodere in una nuova e travolgente interpretazione. Questa volta, parleremo di lui a proposito di Irrational man, ultima fatica annuale del prolifico Woody Allen, che, tra le altre cose, dirigerà anche una serie-tv per Amazon Instant Video.

Assistere ad un qualsiasi film del regista di New York è un po' come tornare a casa per Natale o per Pasqua. Il tuo paese è là ad aspettarti, sempre uguale a se stesso, con i soliti personaggi idiosincratici e particolari che, tuttavia, sanno sempre come sorprenderti un po'. E, così, dopo lo spegnimento delle luci in sala, torniamo ad aprire gli occhi su un mondo che utilizza Windsor come font dei titoli di inizio e finali e che si muove sulle note di un buon pezzo jazz che, torna, spesso, a punteggiare la rigorosa narrazione. Allen, da virtuoso della sceneggiatura e da appassionato di jazz, si trova spesso a costruire e ad espandere le sue storie  a partire da  un nucleo tematico ben definito che vede attorno a caso, destino, amore e nichilismo il proprio centro focale.

Protagonista della vicenda è Abe Lucas, professore di Filosofia che, in un momento difficile della sua esistenza, ha scelto di familiarizzare un po' troppo con l'alcool. Dopo il trasferimento in un college di una piccola città (a narrare la vicenda, a tratti, è lo stesso protagonista), la sua vita prende una svolta imprevedibile. Il destino gli fa stringere amicizia con una pragmatica ragazza e una professoressa frustrata. La prima, Jill, sveglia e curiosa, diventerà la sua migliore amica finendo per innamorarsi di lui e rovinare la propria relazione sentimentale con il suo ragazzo, Roy. Un giorno, Abe e Jill rimangono, casualmente, coinvolti in una conversazione con degli sconosciuti che innescherà una serie di preoccupanti reazioni a catena.

Darius Khnodji costruisce una luminosa e calda cittadina borghese in cui il vitalismo di chi la abita è soffocato e represso dal gossip che vi domina  e dagli estetismi filosofici che vi si studiano. In questo contesto, l'Abe Lucas di Joaquin Phoenix arriva come un fulmine a ciel sereno. Sguardo stanco, fianchi morbidi e drink costantemente sotto mano, cela, con le sue chiacchiere fini a se stesse, un ulteriore assenza di senso. Un'epifania improvvisa lo sottrae a questa non-vita spingendolo, paradossalmente, a un passo dalla fine e trasformando la sua esistenza in uno spazio privilegiato per la banalità del male. La volontà di potenza è un mero pretesto, il velo di Maya che cela tutto il suo contrario, un'insensata casualità che non fatica ad affermarsi.
Irrational man
sembra essere l'alter-ego di Match Point. La Londra desolata e fredda muta orizzonte esterno, mantenendo inalterato il proprio nucleo in cui tragico e comico si fondono senza soluzione di continuità, così come caso ed assenza di senso plasmano, a proprio piacimento, il mondo, contribuendo al mantenimento imperituro del suo strano equilibrio.

domenica 6 dicembre 2015

I FILM PIU' ATTESI DEL 2016

di Matteo Marescalco

Natale è a un passo, le abbuffate e gli eccessi alcolici non sembrano più un miraggio e il toto cosa-fare-a-Capodanno-? ha raggiunto il momento topico. Anziché perdere tempo a riflettere su cosa poter riciclare a zii, cugini e parenti vari, perché non concentrarci sui dieci film del nuovo anno che aspettiamo con più ardore? Eccovi la lista!
THE NEON DEMON di Nicolas Winding Refn
Un cast completamente al femminile, con l'eccezione di Keanu Reeves, attende il regista di Drive e di Valhalla Rising. -Una mattina mi sono svegliato e mi sono reso conto che ero circondato e dominato dalle donne. Stranamente, ho sentito un bisogno improvviso di fare un film horror sulla viziosa bellezza femminile. Dopo aver girato Drive e avendo perso la testa per l'elettricità di Los Angeles, sapevo che dovevo tornarci per raccontare la storia di The Neon Demon-. La prima sinossi del film pone l'attenzione su una giovane modella che si trasferisce a Los Angeles dove incontra un gruppo di donne ossessionate dalla bellezza e disposte a tutto pur di rimanere giovani. Insomma, un'icona pop come Refn torna a trattare il tema dell'ossessione, in chiave horror, in una città illuminata da luci al neon. Come non attenderlo? Probabile il concorso a Berlino o Cannes.

ZOOLANDER No. 2 di Ben Stiller
Il 10 Marzo 2015 Ben Stiller e Owen Wilson sono apparsi come Derek Zoolander e Hansel McDonald durante la Settimana della Moda di Parigi. Geniale mossa di marketing. E da lì, pubblicità, locandine e video come se piovesse. I due modelli belli belli in modo assurdo torneranno alla ribalta in Italia  l'11 Febbraio 2016, dopo aver scelto Roma come location principale delle riprese. Sarà curioso vedere come Ben Stiller e co. abbiano fatto tesoro dei cambiamenti intercorsi tra il 2001 (anno del primo episodio) e il 2015. Risvoltini, selfie, Justin Bieber e chi più ne ha più ne metta! Uno dei talenti della comicità più brillanti degli ultimi anni, dopo il film della maturità, rientra in gioco dirigendo quello che sembra essere il nuovo spaccato satirico del mondo dello spettacolo del secondo decennio degli anni 2000. Hype altissima!

HAIL, CAESAR! di Joel & Ethan Coen
Un cast stellare (George Clooney, Josh Brolin, Ralph Fiennes, Jonah Hill, Scarlett Johansson, Frances McDormand, Tilda Swinton) segna il ritorno dei fratelli Coen alla commedia pura che, negli anni passati, ha regalato al suo protagonista uno dei suoi ruoli migliori (Fratello, dove sei?). Durante le riprese di un film, nella Hollywood degli anni '50, scompare l'attore protagonista.
I due fratelli ci condurranno all'interno di un modo di narrare per immagini completamente differente rispetto a quello della nostra epoca e, con la loro scrittura esilarante e nostalgica,  ci accompagneranno in un viaggio nel cinema americano classico. Aprirà il prossimo Festival del Film di Berlino.

BATMAN v SUPERMAN: DAWN OF JUSTICE di Zack Snyder
Il 2016 sarà l'anno dei supereroi. E, di certo, non potevano mancare Batman e Superman, protagonisti del sequel di Man of Steel, proiettato in anteprima internazionale al Taormina Film Fest 2013.
Zack Snyder è stato confermato alla regia e raccoglie il testimone direttamente da Christopher Nolan. Alla notizia dell'avvicendamento tra i due registi e gli attori protagonisti (anche Christian Bale ha lasciato il posto a Ben Affleck), si è scatenata la guerra tra differenti fazioni. Chi sosteneva che Ben pesce lesso Affleck non fosse in grado di vestire i panni di Batman e chi, invece, confidava in questa scelta di rinnovo del franchise. Noi ci siamo sempre schierati dalla parte di Affleck che, grazie al fisico possente e all'espressione vissuta, potrebbe impersonare un ottimo cavaliere oscuro. Già a giudicare dal trailer, non mancheranno atmosfere cupe, battute al vetriolo (l'influenza Marvel si sente) e ampi movimenti di macchina da videogame. Non vediamo l'ora di farci intrattenere in modo tamarro come solo Zack Snyder sa fare. Arriverà nelle sale il 24 Marzo.
22/11/'63 di J. J. Abrams
Ci prendiamo la licenza di inserire tra i film del 2016 che più attendiamo anche questa serie TV realizzata per Hulu, tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King e prodotta da J. J. Abrams.
Jake Epping ha 35 anni, è professore di Letteratura inglese in un liceo del Maine ed arrotonda insegnando anche in una scuola serale. Vive da solo, dopo il divorzio dalla moglie, e frequenta spesso la tavola calda di Al. Sarà proprio Al, suo migliore amico, a rivelargli il segreto che gli cambierà la vita: il negozio è, in realtà, un passaggio spaziotemporale che conduce al 1958. Al coinvolge Jake in una missione impossibile: impedire l'assassinio di Kennedy. Un ordinario docente si ritrova così coinvolto in una gigantesca avventura durante l'infanzia degli USA, tra Elvis, James Dean, automobili e twist, e incontrerà la donna della sua vita.
Tra Twin Peaks, True Detective, Fargo, Breaking Bad e Utopia, la televisione si è, spesso, dimostrata in grado di effettuare sperimentazioni sul linguaggio meglio di quanto abbia fatto il cinema. J. J. Abrams ha contribuito in modo particolare all'evoluzione televisiva dell'ultimo decennio con Lost.
Sembra ovvio, quindi, inserire in lista questa nuova serie da lui prodotta e tratta da uno dei più grandi narratori della letteratura americana contemporanea. Pronti ad accompagnarci in questo viaggio nostalgico in un tempo che non esiste più? Disponibile in VoD dal 15 Febbraio.

MIDNIGHT SPECIAL di Jeff Nichols
Lo avevamo inserito nella Top 10 dei più attesi del 2015 ma, a causa di alcuni problemi, Midnight Special è stato rimandato più volte, fino al 16 Marzo, data ufficiale (si spera) di diffusione del film negli Stati Uniti. Jeff Nichols lo ha definito uno sci-fi chase film, ovvero un film di fantascienza e di inseguimento.
La trama è incentrata su un padre (interpretato da Michael Shannon, che aveva già collaborato con il regista in Take Shelter) che fugge insieme al figlio quando scopre la verità sui suoi poteri speciali. Nonostante siano pedinati da un gruppo di religiosi estremisti e di agenti di polizia, il padre rischia di tutto pur di proteggere il figlio ed aiutarlo a compiere il suo destino.

ORGOGLIO E PREGIUDIZIO E ZOMBIE di Burr Steers
Il 4 Febbraio 2016 arriverà nelle sale italiane questo adattamento dell'omonimo romanzo di Seth Grahame-Smith, che ha ripreso la famosa opera di Jane Austen, Orgoglio e pregiudizio, infarcendola di zombie. Il bello e scontroso Mr. Darcy arriva a distrarre una Elisabeth Bennet impegnata a contrastare un flagello che si è abbattuto sulla Gran Bretagna: gli zombie. Al fascino senza tempo della storia d'amore si unisce la lotta con i morti viventi senza esclusione di colpi. Noi, dopo aver visto il primo trailer, siamo sicuri di divertirci e terrorizzarci tanto!

THE LOST CITY OF Z di James Gray
Durante l'anno prossimo, uno dei maggiori autori del cinema americano contemporaneo tornerà nelle sale con The Lost City of Z. Parliamo di James Gray. Con pochi dubbi, immaginiamo che il film faccia il suo debutto alla prossima edizione del Festival di Cannes. In alternativa, Venezia sarebbe in agguato. Il progetto, ambientato durante la Prima Guerra Mondiale, è ispirato al romanzo scritto da David Grann, che racconta la storia del colonnello Percival Fawcett, soldato ed esploratore scomparso negli anni Venti mentre cercava una città leggendaria nella giungla del Brasile. Alla fotografia figura Darius Khondji, tra i produttori Brad Pitt. Il cast comprende Robert Pattinson, Sienna Miller e Benedict Cumberbatch.
Noi moriamo dalla voglia di gettarci a capofitto in un nuovo mondo creato da James Gray che, in passato, ha già avvolto la nostra anima con Two Lovers e I padroni della notte, drammi familiari che, in maniera larga, sintetizzano la lotta tra buio e luce.

WHERE TO INVADE NEXT di Michael Moore
Il 2016, che sembra essere l'anno del grande cinema americano, vedrà anche il ritorno di Michael Moore, documentarista che non ha mai esitato a polemizzare contro il proprio Paese natale. Dopo aver vinto il Premio Oscar per Bowling for Columbine, sull'uso delle armi negli USA e sulla strage nell'omonima scuola, e la Palma d'Oro per Fahrenheit 9/11, pamphlet politico contro George W. Bush, Moore sbarca in sala con questo nuovo lungometraggio sul perenne stato di guerra mantenuto dagli Stati Uniti. "C'è questa sorta di bisogno costante di avere un nemico - ha detto Moore - c'è bisogno di individuare quale sarà il prossimo nemico, in modo da mantenere e alimentare il grande sistema e business dell'industria bellica, garantendo gli affari di chi fa soldi con questo business. Mi sono proprio seccato di tutto questo, così ho deciso di raccontarlo in commedia". Siamo sicuri che le polemiche, soprattutto in territorio americano, non stenteranno a presentarsi.

REVENANT di Alejandro Gonzalez Inarritu
Appena un anno dopo la vittoria dell'Oscar per Birdman, Alejandro Gonzalez Inarritu tornerà nelle sale italiane (il 28 Gennaio 2016) con Revenant, tratto dal romanzo di Michael Punke. Il film racconta la vicenda dell'esploratore Hugh Glass che, durante una spedizione nelle terre americane ancora vergini, viene attaccato da un orso e dato per deceduto dal suo stesso gruppo d'avventura. Riuscirà il protagonista a sopravvivere e a raggiungere la redenzione? Girato a luce naturale e fotografato da un Emmanuel Lubezki ormai in totale stato di grazia da dieci anni circa, Revenant, con molta probabilità, consentirà a Leonardo Di Caprio di raggiungere il suo primo Premio Oscar. Il trailer ci trasporta in un territorio incontaminato ed ostile, in cui l'uomo lotta contro le virginali forze della natura, cercando di soggiogarle con la propria volontà di dominio. Questo viaggio nell'America inesplorata, nel frattempo, consente anche di scandagliare attentamente le psicologie dei personaggi protagonisti. Speriamo che tutte le buone promesse vengano mantenute!

mercoledì 25 novembre 2015

THE VISIT: FENOMENOLOGIA DI M. NIGHT SHYAMALAN

di Matteo Marescalco

Qual è il modo più appropriato, per iniziare a parlare di un film di M. Night Shyamalan, di un malinconico "C'era una volta...", che tanto si addice al regista indiano adottato dalla Pennsylvania e alle sue storie di fantasmi?
Fantasmi dell'immaginario e della coscienza. Segni di un tempo che fu, di amori e di rapporti interrotti, tornati a galla per rimarginare ferite ancora aperte. Fantasmi come storie che popolano la vita di tutti.

Ebbene. C'era una volta un ragazzino indiano, nato nel 1970. Facilmente immaginabile, quindi, che sia cresciuto, anche lui, con i film che hanno svezzato un'intera generazione, diretti da quei Marty, Steve e George che, a detta di Brian De Palma nel documentario dedicatogli da Noah Baumbach e Jake Paltrow, hanno fatto qualcosa di straordinario che non si ripeterà, animando, in quegli anni, i cambiamenti portati avanti dalla New Hollywood.
Dopo aver scritto e diretto Praying with anger e Ad occhi aperti, Shyamalan si afferma nel mondo del cinema con Il sesto senso, che ottiene un successo planetario. In questo dramma familiare, che prende come pretesto una ghost story, si impone il marchio di fabbrica che rende immediatamente riconoscibili i film del regista indiano: il twist ending. Si tratta di una rivelazione che, collocata a ridosso del finale del film, ne ribalta completamente la prospettiva e getta una luce differente su quanto visto.

La carriera decolla con Unbreakable, atipico superhero movie, in cui ritorna Bruce Willis nei panni di un personaggio-Edipo, foriero di ferite morali e fisiche, segni di colpe ancestrali mai espiate. Oltre ad una spiccata trattazione cromatica che spinge Shyamalan ad associare singoli colori a particolari indizi sulla risoluzione dell'enigma, iniziano ad emergere due fondamentali caratteristiche che lo rendono uno dei maggiori storyteller del cinema americano contemporaneo. I suoi film vivono degli atti di fede dei suoi personaggi (e, soprattutto, dei suoi spettatori), adulti irrisolti che si trovano ad affrontare eventi irrazionali esperibili solo tramite la loro parte più infantile: la purezza e il candore dello sguardo convogliati verso un estremo bisogno di raccontare storie. Ecco il primo elemento: l'importanza, quasi fisiologica, di ordinare in forma di racconto la propria esperienza vitale. Necessità che è, sempre, filtrata da un diaframma che agisce da mediazione allo sguardo e rende difficile l'esperienza della fede, sia esso il vetro (che rende debole Samuel L. Jackson e cieco Bruce Willis in Unbreakable) o una finestra (o un confine) che protegge dal mondo esterno o ancora un genere, sulla base del quale modellare (ingabbiare) l'universo in fieri delle storie (il critico di Lady in the water che crede che tutto sia, ormai, stato detto). Ed ecco arrivare Signs e The Village ad incrementare ulteriormente il successo di Shyamalan.

Ma l'industria americana, dopo averlo incoronato come il nuovo Steven Spielberg e dopo gli insuccessi dei suoi ultimi film (E venne il giorno brucia particolarmente), respinge (a malincuore) il suo enfant prodige relegandolo nel dimenticatoio. Servirà il volto più noto del cinema horror recente, Jason Blum, ad offrire al regista l'ultima possibilità. Il produttore affida a Shyamalan The Visit, progetto low budget-  5 milioni cozzano contro le cifre ben più elevate cui era abituato il regista indiano- auspicandone la sua rinascita. Cosa che, in effetti, possiamo felicemente dichiarare avvenuta con i 95 milioni di incassi worldwide.

Protagonisti del film sono due ragazzi che vanno a trovare per una settimana i nonni materni, mai conosciuti prima a causa di un litigio con la madre dovuto a motivi misteriosi. Rebecca ama il cinema e realizza intervista video con la madre per ricostruire il suo rapporto con i genitori. Tyler le fa da aiuto regista. Il found footage consente al film di evolversi mediante i frammenti ripresi dai due fratelli che, durante il giorno, parlano e giocano con i nonni gentili e disponibili che, tuttavia, impongono loro un unico obbligo da rispettare: i due ragazzini devono andare a letto entro le 21:30. E così le prime giornate all'aria aperta trascorse nella villetta isolata in Pennsylvania si trasformano in incubatrici di tensione. Durante la notte accade qualcosa di strano ma come fare ad indagare senza innestare nei nonni il germe del sospetto? Sarà l'obiettivo della videocamera di Rebecca a rivelare la disturbante verità.

Come nei precedenti film di Shyamalan, anche in The Visit, il genere è un mero appiglio narrativo, un pretesto attorno al quale sviluppare il vero centro focale del lungometraggio: un dramma familiare. Rebecca effettua una ricerca sulle cause che hanno portato la madre e i genitori a litigare e, nel finale, sarà l'innesto di un filmato privato (la forma è quella di un racconto), come ne Il sesto senso, in Lady in the water e nella lost Wayward Pines (gli occhi meccanici che riprendono il mondo esterno), a ri-mediare (al)la realtà.

Tutto funziona in questo minuscolo progetto, dalla scelta di orchestrare sapientemente i toni ironici che fanno da preludio ad inquietanti e sporchi, nel vero senso della parola, stravolgimenti notturni all'architettura delle inquadrature, pur in un prodotto, quale il found footage, che farebbe pensare ad una certa casualità di scelta nelle inquadrature. Il twist ending finale regge e conferma la piena riabilitazione di un autore che, attingendo all'oscuro baratro della paura primordiale, è finalmente riuscito a ritornare grande.

martedì 24 novembre 2015

IL VIAGGIO DI ARLO

di Matteo Marescalco
 
Dopo la pausa del 2014, che ha interrotto il periodo di ipertrofia creativa che ha in Cars (2006) e Monsters University (2013) i suoi due estremi, quest'anno, la Pixar è scesa in campo con ben due film. Il primo è stato presentato al Festival di Cannes e ha conquistato i cuori di pubblico e critica, che lo ha indicato come vetta dello studio di animazione digitale. Mi riferisco, ovviamente, ad Inside out, on the road nella mente di una bambina.
Il secondo uscirà tra pochi giorni, in sordina, offuscato dai vari record mondiali infranti dal sopracitato. Eppure, The good dinosaur (Il viaggio di Arlo) riesce ad incantare e a convincere con una storia tanto lineare e semplice quanto densa di spunti interessanti.
 
Cosa sarebbe successo se l'asteroide che ha cambiato la vita sulla Terra non avesse colpito il nostro pianeta e i dinosauri non si fossero estinti? E' questo il quesito che dà la genesi al film e al nostro viaggio in una preistoria popolata da un pavido dinosauro di nome Arlo, che si trova a compiere un lungo percorso e ad affrontare una serie di prove insieme ad un giovane essere umano. Arlo imparerà a crescere e ad affrontare le proprie paure, compiendo un passo di avvicinamento verso l'età adulta.
 
Dal lontano 1995, anno in cui Toy Story uscì nelle sale americane fino ad oggi, i temi attorno ai quali, più o meno, il team Pixar ha costruito le proprie narrazioni sono stati due: l'amicizia e la diversità. O, meglio ancora, uno solo: l'amicizia nonostante la diversità. John Lasseter e co. hanno focalizzato l'attenzione su oggetti inanimati, giocattoli, compattatori di rifiuti, insetti, topi, automobili da corsa. E il valore più forte che unisce tutti questi personaggi eterogenei è l'amicizia. L'idea che esseri diversi possano intrecciare relazioni basate su reciprocità, lealtà e solidarietà assoluta è fortissima.
 
Una costante è il viaggio lontano da casa che offre ai protagonisti la possibilità di compiere un cammino di crescita. La struttura di base di ogni film Pixar è quella del cinema on the road. Si parte da una situazione in cui i personaggi sono manchevoli di qualcosa e mettersi in moto (attivarsi nel caso di Toy Story) consente di raggiungere uno status differente. Insomma, la costruzione del racconto è sempre basata sugli studi sulla fiaba di Vladimir Propp che individua una serie di funzioni che tornano costantemente nella maggior parte delle narrazioni contemporanee.
Il viaggio di Arlo costruisce un nuovo immaginario per gli spettatori più piccoli a partire da quello del western americano, genere per eccellenza del cinema degli States, con contaminazioni europee, che hanno posto la nozione di confine in primo piano. Le immagini di vaste lande desolate dominate dalla natura incontrastata, di torrenti e di spazi aperti da conquistare sintetizzano la lotta tra wilderness e civilization.
 
In questo contesto, si inserisce il revisionismo storico della Pixar. Sono gli animali, in modo particolare i dinosauri, ad essere trattati come fossero umani, con la loro organizzazione che ha nella catena di montaggio (un po' come Inside out) lo strumento peculiare di progettazione del loro lavoro. Arlo è un freak. Non riesce ad essere bravo come il fratello e la sorella e teme di non poter lasciare la propria impronta all'interno della sua famiglia. La fuga (non voluta) da casa, e quindi, dalla legge patriarcale, gli offre la possibilità di sperimentare un senso di libertà mai provata prima e di lanciarsi verso la conquista dell'Occidente. Senza sapere che, oltre ad addentrarsi nelle terre più interne, il suo viaggio lo porterà a riconsiderare sentimenti e paure.

Il lavoro sul fronte estetico è di una perfezione disarmante e consente al film di sfiorare vertici di bellezza visiva mai raggiunti prima d'ora.
Nel complesso, nonostante non sia il film più riuscito dello studio, Il viaggio di Arlo è un ottimo prodotto rivolto, principalmente, al target dei bambini, coinvolti in questo viaggio di formazione che li spingerà a sognare, commuoversi e stupirsi, desiderando, ancora una volta, di andare verso l'infinito e oltre! Anche soltanto con la fantasia.

REGRESSION

di Matteo Marescalco
 
Siamo in una cittadina nel Minnesota degli anni '90. Strade desolate, pioggia onnipresente e scenario naturale che da solo basterebbe ad incutere timore. Le lunghe e strette carreggiate, circondate da (o)scuri laghetti, illuminate da lampioni che emanano una fioca luce giallastra e ricoperte, lungo i bordi, da fanghiglia e detriti, sembrano oggettivare la presenza del Male nel mondo, allo stesso modo in cui il trattamento riservato alle ombre dall'espressionismo tedesco sanciva la minaccia del suo fascino perverso.
 
In questo scenario poco rassicurante, si muove il Detective Bruce Kenner (interpretato da Ethan Hawke che si conferma a suo agio nei prodotti horror, dopo i due successi della Blumhouse, Sinister e La notte del giudizio), impegnato sul caso di una giovane di nome Angela, che accusa il padre di aver abusato ripetutamente di lei. Nel frattempo, viene a galla un dossier dell'FBI su un culto satanico in loco con presunti uccisioni di animali e neonati. L'intervento di un famoso psicologo porterà alla luce una serie di scioccanti verità.
 
Alejandro Amenabar, dopo aver viaggiato tra diversi generi, porta in scena Regression, che interrompe il suo silenzio di sei anni e che segna il suo ritorno alla suspense, dopo il debutto con Tesis nel 1996. -Il termine regressione significa, tra le altre cose, ritorno. Per me, questo progetto significa ritornare al genere che ha segnato l'inizio della mia carriera con Tesis, un film che esplorava il potere quasi ipnotico che la contemplazione dell'orrore può avere su di noi. Il mio cammino è proseguito, poi, con Apri gli occhi, allucinatorio e febbrile, in cui sogni e realtà coesistono e The Others, tentativo di recuperare il sapore dei vecchi film di suspense-.
Ispirato ad una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni '80, il film è una riflessione sul conflitto tra scienza e religione e un'esplorazione delle scorciatoie della mente. Un vero e proprio spazio labirintico in cui sogni e realtà scorrono come due binari paralleli che finiscono per intersecarsi di continuo.
Centro focale del lungometraggio è il conflitto tra Bene e Male. Entrambi non sono legati alla mera superficie delle cose ma è solo scavando in profondità che è possibile scovare le radici del modo in cui tali concetti vengono incarnati dall'essere umano. Esiste un bene (ed un male) assoluto e tangibile o soltanto un'idea sulla base della quale orientare il proprio comportamento? La scienza è in grado di risolvere i conflitti che abitano il gigantesco recipiente di follia che è il mondo e che riguardano la natura umana ed il trascendentale o trova un suo limite che può essere valicato unicamente dalla religione? Quanto la religione può essere considerata una credenza connaturata al serbatoio immaginativo di un dato popolo? Tutti elementi che vengono trattati da Amenabar che, oltre a costruire un film caratterizzato da un'attenzione estetica inappagabile (in cui, come si diceva, è lo stesso scenario naturale ad oggettivare la cattiveria dell'Uomo), si diverte a giocare con gli stereotipi del genere.

Ed ecco, quindi, arrivare telefonate notturne da parte di silenziosi interlocutori, gatti neri forieri di oscuri presagi, capannoni popolati da mefistofeliche presenze e femme fatale sui generis.
Pensare ad Il mistero di Sleepy Hollow sorge spontaneo. Nel film di Burton, la conclusione al grand guignol spezza una lancia a favore della credenza. I miti e le leggende possono esistere oltre ad avere un indubbio carattere fondativo. La scienza non spiega ogni cosa.
Amenabar, purtroppo, si tira indietro, lasciando che siano i lumi della ragione a mostrare la verità delle cose. Fa appello a Freud, al metodo della regressione, al lavoro sulla memoria e sulle esperienze trascorse. Peccato che la verve immaginativa sia debole (le sequenze del culto satanico lasciano a desiderare), che venga sopraffatta da un trattamento che tende eccessivamente ad ingabbiarla e che la scrittura smonti in pochi minuti tutto ciò che ha costruito durante il resto del film.

Ogni uomo si trova a convivere con una bestia che lo abita e che minaccia di renderlo un mostro. Il male esiste e vive dentro di noi, inutile cercare cause esterne e distanti. La visione materiale prevale e regola il mondo. La credenza precipita negli abissi e conduce alla follia. Insomma, nulla di nuovo sul fronte occidentale.

domenica 15 novembre 2015

SUBURRA

di Matteo Marescalco
 
Il passaggio dall'analogico al digitale ha intaccato i connotati identitari del linguaggio cinematografico contemporaneo, sottoposto ad un'intensa fase di scosse e di assestamenti.

Tra gli aspetti che caratterizzano questa transizione, uno dei principali risiede nella fine del supporto fisico. Il linguaggio numerico binario ha, infatti, sostituito la pellicola, il corpo materico del cinema. In questo contesto, le modalità di adattamento più interessanti all'ingresso in massa delle interfacce digitali hanno avuto luogo nel cinema americano contemporaneo. E' stato il blockbuster ad assorbire e a digerire meglio il percorso rivoluzionario che il cinema ha intrapreso da trent'anni a questa parte, conducendo una riflessione sul proprio passato e sulle modalità attraverso le quali il racconto classico (il genere codificato) rielabora se stesso in ottica digitale.

Il cinema è sempre stato una questione di corpi. Da Buster Keaton a Charlie Chaplin, dalla femme fatale, corpo fantasmatico per eccellenza, fino ancora al genere action, il corpo ha sempre subito un trattamento particolare.

Ed è in questo contesto che va letto l'ultimo film di Stefano Sollima, Suburra, tratto dall'omonimo libro di De Cataldo. A suo modo, quindi, è stato un corpo cartaceo ad aver dato i natali al film.
Ne è protagonista il corpo corrotto ed intaccato di un politico, foriero di colpe che trovano oggettivazione nel suo fisico bolso. Un unticcio PR fa del proprio fisico minuto una chiave distintiva del suo personaggio. Numero 8 è una perfetta rappresentazione del meccanismo cinematografico, l'unico personaggio in grado di produrre sogni che, tuttavia, non trovano mai la loro realizzazione fisica. La millenaria Chiesa, latrice di uno scandalo connaturato al suo apparato simbolico, secondo il parere di Zizek, che ha proprio nel corpo mondano la sua valvola di sfogo. Ed, infine, la città di Roma, corpus immaginario che racchiude in sé i due poli opposti del potere temporale e di quello spirituale.
La stessa operazione Suburra (come, ovviamente, innumerevoli altre) con la contemporanea distribuzione su Netflix sembra palesare, per coloro i quali usufruiranno del servizio on demand, l'assenza di un luogo/corpo classico eletto alla visione del film.
In tal senso, inquadrando Suburra in una più ampia ottica di rielaborazione di un immaginario di genere, si può ipotizzare quanto l'incessante pioggia che inghiotte la città di Roma non sia solo un artificio decorativo tanto caro al noir/gangster movie. Le parole di Roy Batty, che configuravano l'esistenza di mondi lontani che l'uomo non saprebbe nemmeno immaginare, si sono trasformate in una realtà digitale che, tuttavia, non disperde, come lacrime nella pioggia, il modo di raccontare analogico.
 
Gli inseguimenti, le sparatorie, gli scontri tra corpi vecchi ma ancora in gioco e quelli giovani e saturi
di capacità immaginativa sopravvivono e costellano il lungometraggio di Sollima, come a profilare l'attuale statuto del cinema.
Corpi che, infine, muoiono e delegano ad altri il proprio compito, sotto il peso di una pioggia che non ammette rane. La catarsi non esiste, nessuna situazione muta, il tempo è un evento ciclico che rielabora e conduce il nuovo sotto la propria egida.

Il Digital Cinema è appena nato ma, mai come in quest'ultimo periodo, affida il proprio cambiamento di natura ontologica ad appigli narrativi saldi, sfruttando corpi ancorati all'immaginario collettivo che, pur trasferendosi in una dimensione differente, continuano comunque ad esistere.

mercoledì 28 ottobre 2015

SPECTRE

di Matteo Marescalco

Ebbene.
Tra assessori e soubrettine, ex sindaci e pseudo autori, anche noi di Diario di un cinefilo siamo riusciti a prendere parte alla tanto agognata seconda premiere mondiale di Spectre, 24esimo episodio della saga dedicata al personaggio creato da Ian Fleming. Ma non preoccupatevi, non avevamo mica l'invito ufficiale! Diciamo che siamo riusciti a sfruttare una falla del sistema di sicurezza e a procurarci un coupon per entrare. Un po' come rubare ai ricchi per dare ai poveri, no?
La proiezione si è svolta in un saturo Auditorium della Conciliazione, durante una serata di pioggia. Clima perfetto per concludere il nostro viaggio nel mondo di James Bond che, da Marzo, ci ha spinti a tallonare il cast e la crew del film durante le riprese romane tra Eur, Nomentana, Lungotevere e Vaticano.

Breve e necessaria premessa: chi vi parla non è assolutamente fan né esperto di James Bond.

The Dead are Alive. Questo è l'esergo che dà la genesi alla prima macrosequenza del film, ambientata in un Messico folkloristico del giorno dei morti, in cui maschere dalla fattezza di scheletri sfilano lungo le vie principali. Tocca ad un dinamico ed adrenalinico piano sequenza gettare lo spettatore nell'universo cromaticamente saturo del lungometraggio (fotografato da Hoyte Van Hoytema e girato su pellicola 35mm Kodak. Il che basterebbe ad essere una sufficiente dichiarazione d'intenti sullo spirito del film). La macchina da presa si muove in un ambiente scenografico composito con un movimento fluido. Segue una donna e un uomo che camminano insieme e si dirigono in un hotel. Prendono l'ascensore ed entrano in una camera. L'uomo si toglie la maschera che indossa e lascia spazio al corpo di James Bond. La riemersione dell'immagine iconica passata e il recupero del suo corpo avviene tramite lo svelamento di un elemento di mediazione, la maschera, diaframma che aveva ridotto l'agente 007 ad un'ombra, a un fantasma. All'essenza dello stesso cinema.

La donna, inconsapevole di essere un mero (ulteriore) strumento tra le mani di Bond, attende qualcosa che non arriverà mai. L'agente segreto non ha tempo da perdere, si reca sul balcone della camera e, dopo, una serie di sparatorie e di inseguimenti, riesce ad uccidere Marco Sciarra, pedina che lo condurrà allo Spectre, organizzazione criminale che chiama in causa una serie di eventi passati. 

Stacco. Sigla. Trashata di dimensioni eclatanti con un polpo ed una serie di figure femminili che avvinghiano Daniel Craig e il sottofondo di Writing's on the wall di Sam Smith. E niente, Sam Smith non è Adele e Writing's on the wall non è Skyfall. Ma poco male.

Il ritmo è teso e dopo una serie di interessanti dialoghi sullo spettro della perdita della privacy, di un nemico invisibile contro cui combattere (senza andare troppo indietro, ricordate Blackhat di Michael Mann?) e della nanotecnologia genetica, Bond arriva a Roma. Ed eccolo muoversi a velocità sostenuta ma non troppo (eh si, le buche romane fanno oscillare la mitica Aston Martin con le leve in vecchio stile) e imbucarsi ad una riunione segreta dello Spectre in cui, appunto, i morti tornano in vita. Il tempo sufficiente per essere scoperto ed inseguito dallo scagnozzo di questo episodio, interpretato da Dave Bautista. Aggressivo, massiccio ma rapido, Bautista animerà le migliori sequenze di lotta del film. Meraviglioso l'arrivo in Vaticano sotto le luci soffuse di Via della Conciliazione e l'inseguimento sul Lungotevere.

E i primi 40 minuti circa sono stati archiviati, al ritmo teso e veloce di un treno che, prima di scovare il proprio futuro, deve necessariamente volgere indietro il proprio sguardo. E sarà proprio su un treno, una specie di Orient Express che porta nel deserto, che Bond riuscirà a crescere e ad abbandonare il proprio edipo, superando il trauma della morte di M. Torna ancora una volta lo spazio del deserto, dimensione liminale associata al problema dell'identità e della soggettività.
Peccato che il ritmo dell'operazione nostalgia si blocchi e precipiti tra le grinfie di Franz Oberhauser (interpretato da un dimenticabile Christoph Waltz), lui sì, vero morto che cammina. Incolore e sottotono, il villain, questa volta, non lascia minimamente il segno. Colpa di una scrittura che costruisce un personaggio monodimensionale e che riduce problemi e manie ad un episodio della sua adolescenza.

Sta di fatto che l'ingresso in scena di Oberhauser coincide con uno sfilacciamento della narrazione. L'egida di Spectre è insufficiente per proteggere e condurre a sé i lunghi e giganteschi tentacoli dei precedenti episodi che rischiano di avvilupparla e stritolarla. Lo spettatore inesperto ne risente e rischia di perdersi tra le vie di una Tangeri che avevamo visto più affascinante in altre occasioni (strizzatina d'occhio a Jarmusch) e all'interno di un palazzo che, esplodendo, rischia di far deflagrare l'intero tessuto narrativo del lungometraggio. Eccessive risultano essere le digressioni, più espedienti virtuosistici per nerd che elementi necessari allo sviluppo del plot.

Insomma, cosa resta di questo secondo episodio della probabile trilogia diretta da Sam Mendes? Le affascinanti scene d'azione, fluide come i balli sensuali dell'iniziale giorno dei morti, le luci soffuse e giallognole che gettano ulteriore inquietudine sulla destrutturazione di questo eroe giunto, probabilmente, al suo crepuscolo. E la crescita di un personaggio che si trova a diventare adulto, a superare il proprio trauma edipico e a trovare, dentro se stesso, la forza per andare avanti. Che, in fondo, è un po' la stessa cosa che accade al film (e al cinema tout court), fantasma che vive dei propri ricordi.

domenica 25 ottobre 2015

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: I SI E I NO

di Matteo Marescalco

Si è chiusa anche questa edizione della Festa del Cinema di Roma, la decima della sua storia e la quarta per me. Marco Muller ha lasciato il posto ad Antonio Monda che ha apportato una serie di cambiamenti macroscopici. Il budget è diminuito dai 6 milioni del 2014 ai 3 milioni e 600 mila euro di quest'anno. L'assenza della Sala Santa Cecilia (la più grande, con i suoi 1500 posti), insieme a quella di grandi star, ha provocato una netta flessione nei biglietti venduti, nelle presenze e negli incassi complessivi.
Monda ha puntato più sui bei film (quasi tutti, comunque, in seconda visione) che sui volti da red carpet, rimasto pressoché desolato per l'intera durata della Festa.

In effetti, anche a giudicare dai Cinevoti delle passate edizioni, il livello qualitativo medio dei film in competizione è aumentato nettamente. Scontato? Probabilmente si, visto che Monda è riuscito a pescare a piene mani i migliori lungometraggi dai Festival di Toronto, New York, Londra e dal Sundance.

Complessivamente, nonostante le decisioni nettamente autarchiche del direttore artistico, strenue difensore di una linea politica che, nei prossimi anni, rischia di trasformare la Festa del Cinema di Roma da celebrazione popolare a cineclub d'elite per un ristretto gruppo di addetti ai lavori, l'impressione è che, con un tal budget, non fosse lecito aspettarsi di più.
I dubbi e le paure permangono, i maggiori ospiti (Joel Coen, Frances McDormand, Wes Anderson, Donna Tartt) fanno parte, da anni, del "circolo Monda", quindi, sorge spontaneo collegare la loro presenza al fattore amicizia.
Nell'attesa della prossima edizione, non possiamo far altro che consigliare al direttore artistico un approccio più popolare e maggiore voglia di rischiare nella scelta dei prodotti filmici. Privare il pubblico romano di volti noti è un vero suicidio mediatico.

Come al solito, vi lasciamo i nostri tre si e i tre no.

PARADISO
MICROBE & GASOLINE di Michel Gondry
Quanto è bella l'infanzia dei personaggi di quest'ultimo film di Michel Gondry. Dura, difficile da affrontare, infelice. Ma mai priva di immaginazione, come un ingranaggio meccanico che fatica ad andare avanti ma a cui non manca mai un briciolo di olio. Amicizia ed immaginazione: nodi di questo lineare e semplice lungometraggio del regista francese che, dopo qualche errore (Mood Indigo su tutti), ritorna in formissima con un racconto di formazione in stile Truffaut. Si viaggia per la Francia, attraverso i problemi delle relazioni adolescenziali. Si viaggia nel cinema, affondando nelle acque amniotiche dell'artigianalità dei primordi. Meraviglioso, leggero, grazioso. Lunga vita ai bambini di Gondry, che, nell'epoca della sottomotricità smartphonica, si sporcano le mani e gettano all'aria i loro cellulari. Per crescere e guardare nuovamente alle cose, senza mai abbandonare i voli pindarici della propria mente. 

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti
Ci hanno provato a Dicembre Gabriele Salvatores e la Indigo di Nicola Giuliano. La campagna pubblicitaria è stata ottima, il film discreto. Ci riesce alla grande Gabriele Mainetti. Sperando in un consapevole e "giovane" uso dei social network che, da qui a Marzo 2016, dovranno caricare sulle proprie spalle il lancio del film.
La storia è quella di una specie di Hulk di Tor Bella Monaca. Pur con qualche limite a livello di sceneggiatura, l'esordio di Mainetti è stata la vera sorpresa di quest'edizione della Festa. Teso, lurido, sporco, pulp, intriso di una profonda romanità, il film ha strappato l'ovazione in sala. Merito di due grandi interpreti, Claudio Santamaria nel ruolo del supereroe inconsapevole e Luca Marinelli, meraviglioso villain di borgata, e di una regia che affonda nel fango e utilizza la struttura dei film americani del genere. Si intrattiene senza pretese intellettualistiche, si diverte il pubblico senza prendersi mai sul serio. Speriamo in un buon riscontro, le premesse, di certo, non mancano.

THE END OF THE TOUR di James Ponsoldt
Tratto da Come diventare se stessi: un viaggio con David Foster Wallace di David Lipski, cronaca degli ultimi giorni del tour di presentazione negli Stati Uniti di Infinite Jest. 1996, lo scrittore David Foster Wallace concede a David Lipski di Rolling Stone un'intervista di cinque giorni. Lipski non si occupa solo di giornalismo ma anche di narrativa e nutre una serie di pregiudizi ideologici sull'autore americano. La convivenza tra i due trasporta lo spettatore nel mondo privato di Wallace, quanto più distante possibile dall'idea di scrittore maledetto in preda ad una vita dissoluta. Anche se una serie di incertezze Wallace le portava con sé: al punto tale da suicidarsi nel 2008. The end of the tour è un viaggio in luoghi intimi che stentiamo ad abbandonare dopo le due ore del lungometraggio, una scoperta del lato più umano di sé, un dialogo, fatto di botte e risposte, sulla vita e sulla cultura americana, sulle dipendenze e le manie di Wallace, sulle sue debolezze e fragilità. Non perdetevi questo tiepido omaggio che appartiene alla migliore scuola indipendente americana.

 
INFERNO
FREEHELD di Peter Sollett
Ellen Page produce il solito drammone sull'accoppiata omosessualità-tumore con l'intuibile obiettivo dell'Oscar. Schematico e di stampo televisivo, Freeheld è un film profondamente onesto ma sempliciotto. La denuncia è palese ma ingenua e lo stesso argomento principale (il vero volto della borghesia americana) è attempato. Da scuola elementare.  

TRUTH di James Vanderbilt
Film di apertura di questa edizione della Festa, Truth può contare su Cate Blanchette e sul volto iconico di Robert Redford, l'unico in grado di strappare un applauso. Per il resto, il meccanismo di sviluppo della narrazione è un po' arrugginito e per quanto dotato di buoni propositi (un po' come Freeheld), Truth non riesce ad abbandonare la mediocrità che lo caratterizza. Piatto e dimenticabile.

IL PICCOLO PRINCIPE di Mark Osborne
Vera delusione di questo Festival, diretta dal regista del primo episodio di Kung fu Panda. Adattare una delle storie più amate dai lettori di tutto il mondo non sarebbe stato, indubbiamente, semplice. Osborne ci ha provato, ricorrendo ad una commistione di cgi e stop-motion ed inserendo una cornice che attualizzasse la storia di Antoine de Saint-Exupery. I temi inseriti sono tanti: l'alienazione del presente, la capacità di immaginare, il rapporto genitori figli, la costante tendenza umana a dimenticare e ad anestetizzare le proprie spinte vitali, la perdita dell'innocenza. Peccato che ogni vuoto venga riempito, che lo spettatore sia continuamente preso a pesci in faccia, che tutto quanto venga puntualmente spiegato, attingendo ad una serie di schematismi ampiamente evitabili.

sabato 24 ottobre 2015

CINEVOTI 10a FESTA DEL CINEMA DI ROMA

di Matteo Marescalco

 

TRUTH DI JAMES VANDERBILT ★★1/2
INSIDE OUT DI PETE DOCTER ★★★★★
ROOM DI LENNY ABRAHAMSON ★★★1/2
WALL-E DI ANDREW STANTON ★★★★★
LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT DI GABRIELE MAINETTI ★★★1/2
MISTRESS AMERICA DI NOAH BAUMBACH ★★★1/2
JUNUN DI PAUL THOMAS ANDERSON ★★★★
TOY STORY 3-LA GRANDE FUGA DI LEE UNKRICH ★★★★
FREEHELD DI PETER SOLLETT ★★
RATATOUILLE DI BRAD BIRD ★★★★
HITCHCOCK/TRUFFAUT DI KENT JONES ★★★★
THE END OF THE TOUR DI JAMES PONSOLDT ★★★1/2
RETURNING HOME DI H. M. DAHLSBAKKEN ★★
EVA NO DUERME DI PABLO AGUERO ★★1/2
CAROL DI TODD HAYNES ★★★★
ALASKA DI CLAUDIO CUPELLINI ★★★
MICROBE & GASOLINE DI MICHEL GONDRY ★★★★
EL CLUB DI PABLO LARRAIN ★★★★
LEGEND DI BRIAN HELGELAND ★★★1/2
IL PICCOLO PRINCIPE DI MARK OSBORNE ★★
 

giovedì 15 ottobre 2015

CRIMSON PEAK

di Matteo Novelli

Voglio bene a Guillermo del Toro. Un Autore con la lettera maiuscola, di quelli che mentre stanno girando il film che hanno sempre sognato di fare ne hanno già in mente altri dieci. Si butta nei progetti, li studia, li contestualizza, li ama e spesso -purtroppo- li abbandona.
Crimson Peak segna un piccolo passo indietro nella carriera del regista messicano. È un ritorno al fanta-horror che ha molti precedenti nella sua filmografia, vedasi La spina del diavolo e Il labirinto del fauno ma anche i suoi lavori d'esordio. La precisa visione di un universo fatto di creature grottesche, di un orrore che cela inquietudine e di mostri nascosti negli angoli meno illuminati.

La storia di Edith, aspirante scrittrice con un particolare dono, e l'attrazione fatale verso il misterioso e affascinante Thomas Sharpe ricalcano la ricerca d'evasione della normalità verso l'ignoto. Il personaggio di Mia Wasikowska si tuffa a capofitto in una magione fatiscente, sperduta in una gelata brughiera, perché nell'ombra si trova a suo agio. Così come noi spettatori sappiamo fin dall'inizio che le intenzioni degli Sharpe non sono delle migliori, anche la protagonista inconsciamente sceglie di abbracciare un salto nell'oscurità in grado di liberarla da una normalità che la osserva come un freak.

I fantasmi in cgi di Crimson Peak non fanno mai paura, non è il loro scopo: sono una guida, un aiutante, dei guardiani estranei alla vita ma legati alle orme percorse prima di dipartire. È dai vivi che bisogna guardarsi, dall'egoismo e dalla meschinità: se pensavate di trovare un horror, questo film vi deluderà profondamente. Si toccano tanti toni, si mescolano varie tinte, ma il colore è sempre quello nero del thriller. Il paranormale è solo un contorno, quello che sembra presentarsi come un racconto di Edgar Allan Poe è in realtà una sovraccoperta che nasconde Arthur Conan Doyle.
Messi da parte i morti, il racconto si concentra tutto su un trio di attori di prim'ordine e sulle loro
relazioni. Se Mia Wasikowska e Tom Hiddleston sembrano limitarsi al timbro del cartellino, in costume, è Jessica Chastain a prendersi letteralmente la scena. La sua Lucille è una dark lady rigida, fredda come il paesaggio circostante ma grondante di sangue nelle sua fondamenta. Molto dello humor nero che caratterizza il tono del film è affidato al suo personaggio, una volta che gli elementi di suspense si indirizzano verso binari molto scontati.

Non c'è nulla di sorprendente in Crimson Peak, tutto è largamente prevedibile: la vicenda muove pedine con ruoli ben precisi che non riescono mai a uscire dalle caselle di appartenenza. A dare man forte a una scrittura piatta e a un ritmo dallo sbadiglio facile (la prima parte tarda a carburare qualcosa di interessante) c'è una messa in scena opulenta ma elegante. Costumi e scenografie così belli non si vedevano da un po' sul grande schermo, una cura per i dettagli minuziosa e particolareggiata votata completamente al racconto. Peccato che questo manchi di un'altrettanta costruzione. La tenuta degli Sharpe, maestosa e antica ma sorretta da fondamenta marce e fatiscenti, è una perfetta metafora di quello che questo film sarebbe potuto essere e invece non è. Un gran peccato, che ha il sapore amaro di un'occasione sprecata, di qualcosa all'apparenza imponente ma, in realtà, abbastanza minuto.

giovedì 1 ottobre 2015

THE MARTIAN-SOPRAVVISSUTO

di Egidio Matinata

Un film di Ridley Scott. Con Matt Damon, Jessica Chastain, Kate Mara, Kristen Wiig, Jeff Daniels, Sean Bean, Chiwetel Ejiofor. Drammatico, fantascienza. 2015. Durata: 130 minuti.

Durante una missione su Marte, l'astronauta Mark Watney viene considerato morto dopo una forte tempesta e, per questo, abbandonato dal suo equipaggio.
Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Con scarse provviste, si ritrova a dover attingere al suo ingegno, alla sua arguzia e al suo spirito di sopravvivenza per trovare un modo per segnalare alla Terra che è vivo. A milioni di chilometri di distanza, la NASA e un team di scienziati internazionali lavorano instancabilmente per cercare di portare "il marziano" a casa, mentre i suoi compagni cercano di tracciare un'audace, se non impossibile, missione di salvataggio.

Ridley Scott torna dietro la macchina da presa portando sullo schermo la storia tratta dal romanzo di Andy Weir, ad un anno dall’uscita di Exodus: Dei e Re, confermando di non seguire una rotta ben precisa a questo punto della sua carriera (ma possiamo estendere il discorso a tutta la sua filmografia). Di certo, nel corso degli anni, Scott ha dimostrato una certa incostanza che probabilmente non ci si aspettava (soprattutto vedendo i tre film che lo avevano lanciato), passando da un genere all’altro, raccontando diversi tipi di storie ma mantenendo intatta la sua capacità tecnica e, in parte, la sua visionarietà.
The Martian è innegabilmente un buon film che ha il notevole (e inaspettato) pregio di infondere una vena ironica in tutto l’arco della narrazione (la mano di Drew Goddard c'è e si sente!), quando invece ci si aspettava un film molto più drammatico, completamente incentrato sulle sofferenze e il travaglio interiore del protagonista. Dispiace però vedere che, in fin dei conti, la cosa migliore del film sia proprio la mano del regista: la messa in scena regala sequenze e sprazzi di grande emozione.

Ma, complessivamente, The Martian si mantiene basso, concentrandosi sui personaggi e basando tutta la sua struttura su una scientificità assoluta, senza guizzi, deviazioni inaspettate o capovolgimenti di sorta (ed è giusto che sia così). In questo senso però Ridley Scott sembra essere sprecato, come se avesse sviluppato con gli anni una predisposizione alla non-autorialità, quando invece i sui esordi avevano fatto pensare il contrario. Film del calibro di Alien e Blade Runner sono ormai delle pietre miliari che ai tempi hanno cambiato la storia del cinema fantascientifico attraverso la visionarietà e la commistione di generi.
Si spera che il regista britannico prosegua la strada che aveva intrapreso con Prometheus che, nonostante le critiche sotto le quali era stato sommerso, era di gran lunga il miglior film di Scott dai tempi di Black Hawk Down (2001). Un cinema coraggioso, visionario, audace (addirittura aggressivo) che si prende dei rischi, affetto da imperfezioni ma profondamente affascinante. Che è ben altro rispetto a The Martian, ottimo cinema d’intrattenimento fatto da una mano esperta, ma che resta piatto e dimenticabile.