mercoledì 24 febbraio 2016

AVE, CESARE!

di Matteo Marescalco

Tra i registi che si muovono nell'ambito del cinema americano contemporaneo, Joel ed Ethan Coen appaiono un po' come un unicum. I due fratelli del Minnesota, dal debutto del 1984 con Blood Simple fino al recente Ave, Cesare!, hanno attraversato tutti i generi, demistificandoli e rielaborandoli attraverso il loro punto di vista, mantenendo costante la sottile ironia e la tendenza al parossismo che li hanno resi famosi al grande pubblico.

Distaccandosi dai toni più drammatici del loro penultimo film, Inside Llewyn Davis, i Coen, con Ave, Cesare!, realizzano il loro carillon definitivo, divertissement per palati fini che offre una galleria di personaggi tanto strambi quanto variegati.
Collante delle differenti storie che vengono portate in scena nella grande Hollywood degli anni '50 è Eddie Mannix, impiegato dei Capitol Studios con il compito di mettere a tacere gli scandali in cui precipitano gli attori dello star system. Tra loro, Baird Whitlock, protagonista di un costoso peplum, rapito da un gruppo di comunisti capitanato da Herbert Marcuse, Laurence Laurentz, produttore alle prese con un attore cane ed, infine, DeeAnna Moran, diva che deve camuffare la propria gravidanza fuori dal matrimonio. Mannix, quindi, si trova ad essere protagonista di un lungo calvario, all'ombra del grande Perdente Redentore, nella più tipica tradizione dei Coen.

In questa giostra metacinematografica, i Coen omaggiano il versante artigianale del fare cinema, senza mai precipitare in una smaccata idolatria. Sanciscono il primato della loro passione su etica, filosofia, economia e religione, demistificandola e prendendola per i fondelli. E non risparmiano nessuno. Ogni singolo personaggio che appare in Ave, Cesare! è una maschera che sta, sempre, per qualcos'altro. Eddie Mannix, come molti altri personaggi creati dai due fratelli registi, è un semplice Cristo, (in fin dei conti) un vinto che vaga nei luoghi della macchina creatrice dei sogni, provando ad amministrare le innumerevoli scaramucce degli addetti ai lavori. Il suo è un ruolo da pastore e da grande garante che tiene salda e coesa una narrazione altrimenti caratterizzata da scene madri sconnesse tra loro. Nel suo discorso finale al divo svampito, interpretato da un George Clooney sempre al meglio con i Coen, emerge tutto l'amore dei due fratelli per il Cinema, religione estrema ma anche giocattolo da smontare e rimontare. Minestra da scaldare e a cui aggiungere innumerevoli altri ingredienti e sapori per raggiungere la consistenza perfetta che anima i loro pastiche, anche quelli di secondo piano. Ed, infine, tempio in cui rinchiudersi e pregare in estasi. Con un'unica, costante, consapevolezza. Quella dell'esistenza di un burattinaio (umano) che muove i fili delle sue creature, vittime impotenti di Caso e Destino.

mercoledì 10 febbraio 2016

ZOOLANDER 2: IL RITORNO DI BEN STILLER

di Matteo Marescalco

Un imponente battage pubblicitario, iniziato dalla Settimana della Moda di Parigi, ha bersagliato il pubblico dei vari social network per annunciare il ritorno sulle scene di Derek Zoolander ed Hansel McDonald.
I due modelli belli belli in modo assurdo erano stati protagonisti, nel lontano 2001, della terza regia di Ben Stiller, che, nell'immediato, non ottenne un gran successo di pubblico né di critica ma che, con il tempo, si è trasformata in un travolgente successo home video.

La prima sequenza di questo sequel basterebbe, da sola, a delineare lo spirito che anima il marchio Zoolander. Justin Bieber, in puro stile Bond, corre per le vie di Roma, provando a sfuggire a due motociclisti che lo inseguono per ucciderlo. La fuga termina davanti casa di Sting. L'idolo pop delle teenager è colpito a morte, ma, prima di spirare, si scatta un selfie, sceglie un filtro e posta la foto su Instagram. Impossibile non pensare, di striscio, al Michel Poiccard di A bout de souffle che, dopo un'estenuante corsa ed in punto di morte, passa il pollice sulle labbra.
In Zoolander incontriamo modelli nati dalla fantasia di Ben Stiller, Sting, Valentino e Billy Zane, oltre a stilisti e a fashion designer davvero improbabili. Realtà, pregiudizi degli spettatori sulla realtà (This is the end con James Franco è lo zenit di questa tendenza) e finzione finiscono per avvinghiarsi. Si assiste ad una deformazione parodistica e grottesca di eventi reali o quanto narrato corrisponde, all'incirca, al dietro le quinte del mondo della moda? Stiller gioca con l'esagerazione ed il nonsense focalizzandosi sugli aspetti più parossistici della contemporaneità.

Ma dove eravamo rimasti? Derek Zoolander ha edificato, insieme alla moglie (dalla quale, nel frattempo, ha avuto un figlio) il Centro per ragazzi che non sanno leggere bene, dove lavora anche il modello Hans. A causa di un incidente, però, il Centro è crollato, uccidendo la moglie di Derek che si è trovato a crescere, da solo, il proprio figlio. Un McGuffin in questo nuovo episodio sblocca la situazione e consente ai due supermodelli di tornare a mettersi in gioco. La sceneggiatura scritta principalmente da Justin Theroux è piuttosto stratificata e non disdegna una rapida occhiata al genere della detection e, a tratti, anche all'horror.

Ma passiamo all'aspetto che più ci ha interessato in Zoolander 2 e che risiede nella costruzione del personaggio comico Ben Stiller. L'attore newyorkese ha debuttato alla regia con Giovani, carini e disoccupati e ha ricoperto questo ruolo anche nel primo episodio di Zoolander e ne I sogni segreti di Walter Mitty, uscito in sala pochi anni fa. Tutta la carriera attoriale e registica di Stiller (pensate a Tutti pazzi per Mary, I Tenenbaum, ...e alla fine arriva Polly, Una notte al museo, Lo stravagante mondo di Greenberg, Giovani si diventa) è stata costruita sull'interpretazione di un personaggio che attraversa un momento di crisi di identità e che rischia di essere sopraffatto dalla “forza” degli eventi che caratterizzano la sua esistenza. Ne I Tenenbaum era un membro sfigato della famiglia più disfunzionale di tutti i tempi, reduce dalla morte della moglie, alle prese con due figli e con un passato che condiziona pesantemente ed inclina verso il fallimento la sua vita adulta.

Nel recente Giovani si diventa, è un regista in crisi creativa che non riesce più ad interpretare il dilemma ontologico del cinema documentaristico. E' il guardiano fresco di divorzio del museo di storia naturale di New York, luogo in cui gli oggetti esposti sono sospesi nel tempo per l'eternità. Ed è, quindi, ancora una volta, alle prese con qualcosa più grande di lui. Al contrario di Jack Black, che ha costruito il proprio personaggio sull'imponente stazza fisica e sulla sua difformità rispetto al mondo, sempre troppo piccolo, Ben Stiller si è misurato spesso con un universo “ostile” che prova a sopraffarlo e in cui rischia di perdersi. I sogni segreti di Walter Mitty rappresenta lo zenit di questa sua tendenza. Walter Mitty attraversa il mondo, sostanzialmente, per trovare se stesso. Effettua una ricerca che gli consenta di schiudere la propria anima. La numero 25 è la chiave per affrontare la vita. E non dimentichiamo che anche i modelli figosissimi possono avere dei problemi di identità (dal 2001 al 2016 è passata tanta acqua sotto al ponte Cinema).

Dal lontano debutto fino a quest'ultimo film, Ben Stiller dimostra di essere decisamente cresciuto. Perchè ha maturato una coerente ed interessante idea di cinema, ampiamente dimostrata dal crescendo di Zoolander 2 che trova nell'esagerazione il proprio motivo di esistenza. Le trovate eccessive (quella dell'hotel biodegradabile o di Derek Jr. messo all'ingrasso come un novello Hansel fino, ancora, al finale “massonico”) abbondano e colpiscono per inventiva. Si tratta di un percorso che, dall'incipit immediato, giunge ad un finale più che dinamitardo (nel vero senso della parola). I fan resteranno soddisfatti dall'abbondanza di idiozia. I normali spettatori potranno aggiungere un ulteriore tassello al lavoro di Ben Stiller, sempre più a suo agio nel ruolo di piccolo grande di Hollywood.

venerdì 5 febbraio 2016

THE HATEFUL EIGHT

di Matteo Marescalco

Che ogni nuovo film di Quentin Tarantino sia un evento si sapeva già da tempo. Il regista di Knoxville è uno dei pochi al mondo a riuscire a fidelizzare, in maniera incondizionata, il proprio pubblico ad ogni suo nuovo film, indipendentemente da trama e cast. A Tarantino non serve necessariamente Brad Pitt o Leonardo Di Caprio per portare al cinema un ampio pubblico. Potrebbe anche utilizzare un gruppo di attori sconosciuto e raggiungere comunque notevoli risultati al botteghino. Attorno a The Hateful Eight, tuttavia, sono cresciute aspettative ancora più elevate a causa di una serie di motivi che analizzeremo presto.

Nel documentario Side by side diretto da Christopher Kenneally, l'attore Keanu Reeves intervista alcuni registi hollywoodiani tra cui Christopher Nolan, Martin Scorsese, Danny Boyle, David Lynch, Robert Rodriguez, Steven Soderbergh e David Fincher. Centro della discussione è il passaggio dall'analogico al digitale e la finalità del documentario risiede nel rendere più chiaro al grande pubblico differenze e continuità insite in questo passaggio epocale. Si parla di esperienza cinematografica, di democratizzazione del mezzo, di tecnologie digitali che, ormai, caratterizzano ogni step di produzione di un film. In questa fase di incertezza, sembra esserci un punto fermo: la pellicola appartiene al passato (la Kodak ha cessato la produzione nel 2012) e ad un modo sentimentale di fare e concepire il Cinema. Nel corso degli anni, il cinema ha sempre più abbandonato il grande schermo per recarsi nelle case dei singoli individui, a cui è data la possibilità di vedere film sui più disparati device, dalle TV agli smartphone, fino ancora ai tablet. Nel 2014, il servizio di Video on Demand Netflix ha raggiunto in tutto il mondo i 50 milioni di abbonati e promette di crescere a ritmi esponenziali.
Ma quanto un film, che perde il proprio supporto classico (la pellicola) e la possibilità di essere fruito su grande schermo da spettatori in religioso silenzio, può ancora essere definito tale? Alcuni studiosi sostengono come l'esperienza dello spettatore sia stata trasformata da TV e web, ponendo la questione in termini di scomparsa del film come oggetto estetico ben definito. Altri, invece, tendono a negare che il mutamento ontologico interferisca con la potenza dell'immagine perchè il cinema ha una tale forza di penetrazione sociale da riuscire ad esistere anche senza corpo.

In un contesto denso di incertezze e di rapidi cambiamenti come questo, Quentin Tarantino non ha mai mancato di far sapere la sua opinione: «Per quanto mi riguarda, la proiezione digitale è la morte del cinema per come lo conosco io. Guardare film stampati su pellicola vuol dire guardare un'illusione. E per me, quest'illusione è connessa ad un'accezione magica del film».
Tarantino sottolinea, quindi, l'aspetto più romantico e sentimentale della questione e meno quello legato alla praticità e ai costi della realizzazione e della proiezione digitale. Sta di fatto che il regista americano ha deciso di girare e proiettare il suo The Hateful Eight in 70mm, pellicola che rispetto al 35mm, consente di impressionare un fotogramma più grande, con una definizione ben sei volte superiore rispetto al formato tradizionale. Si tratta, insomma, della stessa pellicola utilizzata per Ben Hur e Lawrence d'Arabia.

In The Hateful Eight, in un periodo in cui digitale e schermi casalinghi imperversano, Quentin Tarantino esagera e non solo gira e proietta su pellicola ma addirittura in 70mm, con l'obiettivo di creare l'evento cinematografico per eccellenza e di far provare agli spettatori contemporanei le stesse esperienze, la stessa esperienza trascendente per i sensi, provate da chi, nei lontani anni '50 si recava in sala per vedere i sopracitati film.
L'ottava sinfonia visiva di Tarantino è un evento all'ennesima potenza.

L'utilizzo del 70mm lascia presagire la presenza di abbondanti campi lunghi e/o comunque di numerose inquadrature panoramiche dedicate ad ambienti esterni. Ebbene, il più ciarliero (e spregiudicato) tra i registi contemporanei, dopo aver creato un universo alternativo fatto di violenza ultrapop, di esplosioni cromatiche e di schizzi di emoglobina, dopo aver ucciso Hitler in un cinema ed aver revisionato non solo la seconda guerra mondiale ma pure lo schiavismo americano della seconda metà dell'800, fa deflagrare i moduli del western classico anche in questo suo ultimo film.
Abbiamo avuto l'occasione di vedere il film a Cinecittà, nel formato originale pensato dal regista.

La prima inquadratura, dopo l'overture di Ennio Morricone, è un manifesto programmatico. La macchina da presa si allontana lentamente, con una carrellata all'indietro, da un crocefisso innevato. Nel frattempo, sullo sfondo, una carrozza avanza lentamente. Lo sguardo dello spettatore è portato ad osservare minuziosamente tutti i movimenti e le dinamiche che regolano gli spostamenti di attori e macchina da presa e a cogliere di continuo tutta la ricchezza decorativa dell'ambiente scenico. Questa prima inquadratura presenta due dei principali protagonisti del film: la carrozza che mette in moto la vicenda e si fa foriera del principale sviluppo narrativo del lungometraggio e la neve, agente esterno carico di cattiveria e di violenza. Il fenomeno naturale, unito all'onnipresente vento, sembra rispecchiare ed acuire la cattiveria degli odiosi otto protagonisti.

A differenza degli ultimi film di Tarantino, in cui le sole scene madri erano relegate ad ambienti interni, The Hateful Eight segna un ritorno ai primordi de Le iene, a cui quest'ottava fatica, in effetti, assomiglia di più. Qui è tutto affidato al potere delle parole, alla capacità dei personaggi di gestire dialoghi al limite del surreale che, in corrispondenza dei momenti più caldi (quelli in cui, appunto, la neve rischia di sciogliersi), lasciano il posto a pericolosi gesti. E così, l'emporio di Minnie, luogo di rifugio per otto viaggiatori bloccati dal grande mostro del film, diviene un meccanismo detonatore di conflitti storici mai sopiti e che trovano la loro piena realizzazione tra quattro pareti. La storia degli Stati Uniti e del cinema di Tarantino viene messa in scena (e riletta) in un luogo dimenticato da Dio, in cui perfino il sacrificio del Figlio sarebbe superfluo, appesantito da uno scenario che finirebbe per sopraffarlo.

Il circense del cinema gioca con i generi e con il montaggio, fa kammerspiel e commedia nera, bacchetta tutto e tutti, rilancia e devasta le icone dei suoi precedenti film e fa in modo che l'artificializzazione del reale raggiunga il suo culmine. L'emporio è sintesi di organizzazione totale, tutto è pensato per stare nel posto in cui si trova. Ma alcuni dettagli rischiano di far detonare la baracca prima del dovuto. Tarantino uccide il genere e le sue icone macellando tutto in una casa degli orrori ai confini del mondo. In questa summa del suo cinema, che tanto si distacca dal fumettistico e conciliatorio Django Unchained, divertissement personale, Tarantino conferma le sue capacità di sintesi e di fusione di elementi in netto contrasto tra loro. Il pulp e lo splatter si uniscono al manierismo, dando vita alla nazione americana, il cui destino, a giudicare dalla sua nascita, sembra essere destinato ad un bagno di sangue.

Nonostante la durata spropositata e i dialoghi infiniti, il film scorre che è una meraviglia ed instilla nello spettatore la rarissima sensazione di aver partecipato a questo scontro tra Nord e Sud, di aver aggredito la Storia, di aver morso la carne della pellicola. Di aver vissuto, veramente, il film.

mercoledì 3 febbraio 2016

PPZ-PRIDE+PREJUDICE+ZOMBIES

di Matteo Marescalco

E se lo spettatore cinematografico non fosse altro che uno zombie avido di immagini in movimento? La soggettiva di uno zombie, a cui viene spappolato il cranio, durante la macrosequenza che dà l'avvio a PPZ-Pride+Prejudice+Zombies, suggerisce questa idea. In una posizione statica ed in balia di giochi seduttivi, ogni spettatore in sala è vittima di una vera e propria regressione.

Tratto dall'omonimo romanzo di Seth Grahame-Smith, già alle prese con il mondo del cinema in Dark Shadows e ne La leggenda del cacciatore di vampiri, anche il film è ambientato in un universo alternativo: centro nevralgico della vicenda è, difatti, l'Inghilterra del 1800 infestata, però, dagli zombie. Si parte dal classico di Jane Austen. Elizabeth Bennet e le sue sorelle vivono in campagna con i genitori, dopo essere state istruite in Cina sull'utilizzo delle tecniche di combattimento delle arti marziali. Elizabeth conosce Fitzwilliam Darcy, nobile dal pessimo carattere, e lo strano soldato George Wickham. Nel frattempo, la situazione peggiora sempre più e il rischio della caduta di Londra e dell'effetto domino su tutta l'Inghilterra aumenta a dismisura.

Dopo la rielaborazione di un classico della letteratura da parte di Grahame-Smith, è toccato a Burr Steers rielaborare ulteriormente il materiale di partenza e trasporlo sul versante visivo. A dominare la scena è la caratterizzazione dei personaggi: ognuno ha le sue prerogative e dei tratti comportamentali che lo connotano e lo rendono unico. Dalla benda all'occhio di Lady Catherine de Bourgh all'ironia non sense di Mr. Collins (interpretato da Matt Smith). La certosina costruzione dei personaggi li rende immediatamente riconoscibili e svela i loro difetti e pregi, trasformandoli, spesso in parodie grottesche sempre credibili.

PPZ-Pride+Prejudice+Zombies attinge a piene mani ma nel corso di poche scene dall'immaginario fantascientifico ed apocalittico di Sucker Punch di Zack Snyder. Entrambi sono costruiti come due videogame ed entrambi, ancora, hanno nelle figure femminili il centro nevralgico delle proprie narrazioni. Ma, mentre la tendenza di Snyder, è quella dell'esperimento videoludico su ogni fronte, Burr Steers lascia invariato il cuore del romanzo della Austen: il corteggiamento e la vicenda amorosa.
Differenti e numerose sono state le trasposizioni di Orgoglio e Pregiudizio, sia per il cinema sia per la TV, ed ognuna ha trovato, anche in relazione al periodo di riferimento, una sua chiave di lettura del testo e di trasformazione della realtà narrata.

Difficilmente, tuttavia, questo adattamento avrà un suo forte seguito. Il revisionismo storico e la commistione di generi diversi fa bene al film che, tuttavia, non riesce mai a decidere da che parte andare. Troppo sangue per essere una commedia sofisticata su zombie e romanticismo (Shaun of the dead, sic!) e troppo poco per essere un degno splatter.
Indecisione che non insidia minimamente la sua tenuta ma che lo rende molto meno attraente di quanto ci si aspettasse.