mercoledì 28 ottobre 2015

SPECTRE

di Matteo Marescalco

Ebbene.
Tra assessori e soubrettine, ex sindaci e pseudo autori, anche noi di Diario di un cinefilo siamo riusciti a prendere parte alla tanto agognata seconda premiere mondiale di Spectre, 24esimo episodio della saga dedicata al personaggio creato da Ian Fleming. Ma non preoccupatevi, non avevamo mica l'invito ufficiale! Diciamo che siamo riusciti a sfruttare una falla del sistema di sicurezza e a procurarci un coupon per entrare. Un po' come rubare ai ricchi per dare ai poveri, no?
La proiezione si è svolta in un saturo Auditorium della Conciliazione, durante una serata di pioggia. Clima perfetto per concludere il nostro viaggio nel mondo di James Bond che, da Marzo, ci ha spinti a tallonare il cast e la crew del film durante le riprese romane tra Eur, Nomentana, Lungotevere e Vaticano.

Breve e necessaria premessa: chi vi parla non è assolutamente fan né esperto di James Bond.

The Dead are Alive. Questo è l'esergo che dà la genesi alla prima macrosequenza del film, ambientata in un Messico folkloristico del giorno dei morti, in cui maschere dalla fattezza di scheletri sfilano lungo le vie principali. Tocca ad un dinamico ed adrenalinico piano sequenza gettare lo spettatore nell'universo cromaticamente saturo del lungometraggio (fotografato da Hoyte Van Hoytema e girato su pellicola 35mm Kodak. Il che basterebbe ad essere una sufficiente dichiarazione d'intenti sullo spirito del film). La macchina da presa si muove in un ambiente scenografico composito con un movimento fluido. Segue una donna e un uomo che camminano insieme e si dirigono in un hotel. Prendono l'ascensore ed entrano in una camera. L'uomo si toglie la maschera che indossa e lascia spazio al corpo di James Bond. La riemersione dell'immagine iconica passata e il recupero del suo corpo avviene tramite lo svelamento di un elemento di mediazione, la maschera, diaframma che aveva ridotto l'agente 007 ad un'ombra, a un fantasma. All'essenza dello stesso cinema.

La donna, inconsapevole di essere un mero (ulteriore) strumento tra le mani di Bond, attende qualcosa che non arriverà mai. L'agente segreto non ha tempo da perdere, si reca sul balcone della camera e, dopo, una serie di sparatorie e di inseguimenti, riesce ad uccidere Marco Sciarra, pedina che lo condurrà allo Spectre, organizzazione criminale che chiama in causa una serie di eventi passati. 

Stacco. Sigla. Trashata di dimensioni eclatanti con un polpo ed una serie di figure femminili che avvinghiano Daniel Craig e il sottofondo di Writing's on the wall di Sam Smith. E niente, Sam Smith non è Adele e Writing's on the wall non è Skyfall. Ma poco male.

Il ritmo è teso e dopo una serie di interessanti dialoghi sullo spettro della perdita della privacy, di un nemico invisibile contro cui combattere (senza andare troppo indietro, ricordate Blackhat di Michael Mann?) e della nanotecnologia genetica, Bond arriva a Roma. Ed eccolo muoversi a velocità sostenuta ma non troppo (eh si, le buche romane fanno oscillare la mitica Aston Martin con le leve in vecchio stile) e imbucarsi ad una riunione segreta dello Spectre in cui, appunto, i morti tornano in vita. Il tempo sufficiente per essere scoperto ed inseguito dallo scagnozzo di questo episodio, interpretato da Dave Bautista. Aggressivo, massiccio ma rapido, Bautista animerà le migliori sequenze di lotta del film. Meraviglioso l'arrivo in Vaticano sotto le luci soffuse di Via della Conciliazione e l'inseguimento sul Lungotevere.

E i primi 40 minuti circa sono stati archiviati, al ritmo teso e veloce di un treno che, prima di scovare il proprio futuro, deve necessariamente volgere indietro il proprio sguardo. E sarà proprio su un treno, una specie di Orient Express che porta nel deserto, che Bond riuscirà a crescere e ad abbandonare il proprio edipo, superando il trauma della morte di M. Torna ancora una volta lo spazio del deserto, dimensione liminale associata al problema dell'identità e della soggettività.
Peccato che il ritmo dell'operazione nostalgia si blocchi e precipiti tra le grinfie di Franz Oberhauser (interpretato da un dimenticabile Christoph Waltz), lui sì, vero morto che cammina. Incolore e sottotono, il villain, questa volta, non lascia minimamente il segno. Colpa di una scrittura che costruisce un personaggio monodimensionale e che riduce problemi e manie ad un episodio della sua adolescenza.

Sta di fatto che l'ingresso in scena di Oberhauser coincide con uno sfilacciamento della narrazione. L'egida di Spectre è insufficiente per proteggere e condurre a sé i lunghi e giganteschi tentacoli dei precedenti episodi che rischiano di avvilupparla e stritolarla. Lo spettatore inesperto ne risente e rischia di perdersi tra le vie di una Tangeri che avevamo visto più affascinante in altre occasioni (strizzatina d'occhio a Jarmusch) e all'interno di un palazzo che, esplodendo, rischia di far deflagrare l'intero tessuto narrativo del lungometraggio. Eccessive risultano essere le digressioni, più espedienti virtuosistici per nerd che elementi necessari allo sviluppo del plot.

Insomma, cosa resta di questo secondo episodio della probabile trilogia diretta da Sam Mendes? Le affascinanti scene d'azione, fluide come i balli sensuali dell'iniziale giorno dei morti, le luci soffuse e giallognole che gettano ulteriore inquietudine sulla destrutturazione di questo eroe giunto, probabilmente, al suo crepuscolo. E la crescita di un personaggio che si trova a diventare adulto, a superare il proprio trauma edipico e a trovare, dentro se stesso, la forza per andare avanti. Che, in fondo, è un po' la stessa cosa che accade al film (e al cinema tout court), fantasma che vive dei propri ricordi.

domenica 25 ottobre 2015

FESTA DEL CINEMA DI ROMA: I SI E I NO

di Matteo Marescalco

Si è chiusa anche questa edizione della Festa del Cinema di Roma, la decima della sua storia e la quarta per me. Marco Muller ha lasciato il posto ad Antonio Monda che ha apportato una serie di cambiamenti macroscopici. Il budget è diminuito dai 6 milioni del 2014 ai 3 milioni e 600 mila euro di quest'anno. L'assenza della Sala Santa Cecilia (la più grande, con i suoi 1500 posti), insieme a quella di grandi star, ha provocato una netta flessione nei biglietti venduti, nelle presenze e negli incassi complessivi.
Monda ha puntato più sui bei film (quasi tutti, comunque, in seconda visione) che sui volti da red carpet, rimasto pressoché desolato per l'intera durata della Festa.

In effetti, anche a giudicare dai Cinevoti delle passate edizioni, il livello qualitativo medio dei film in competizione è aumentato nettamente. Scontato? Probabilmente si, visto che Monda è riuscito a pescare a piene mani i migliori lungometraggi dai Festival di Toronto, New York, Londra e dal Sundance.

Complessivamente, nonostante le decisioni nettamente autarchiche del direttore artistico, strenue difensore di una linea politica che, nei prossimi anni, rischia di trasformare la Festa del Cinema di Roma da celebrazione popolare a cineclub d'elite per un ristretto gruppo di addetti ai lavori, l'impressione è che, con un tal budget, non fosse lecito aspettarsi di più.
I dubbi e le paure permangono, i maggiori ospiti (Joel Coen, Frances McDormand, Wes Anderson, Donna Tartt) fanno parte, da anni, del "circolo Monda", quindi, sorge spontaneo collegare la loro presenza al fattore amicizia.
Nell'attesa della prossima edizione, non possiamo far altro che consigliare al direttore artistico un approccio più popolare e maggiore voglia di rischiare nella scelta dei prodotti filmici. Privare il pubblico romano di volti noti è un vero suicidio mediatico.

Come al solito, vi lasciamo i nostri tre si e i tre no.

PARADISO
MICROBE & GASOLINE di Michel Gondry
Quanto è bella l'infanzia dei personaggi di quest'ultimo film di Michel Gondry. Dura, difficile da affrontare, infelice. Ma mai priva di immaginazione, come un ingranaggio meccanico che fatica ad andare avanti ma a cui non manca mai un briciolo di olio. Amicizia ed immaginazione: nodi di questo lineare e semplice lungometraggio del regista francese che, dopo qualche errore (Mood Indigo su tutti), ritorna in formissima con un racconto di formazione in stile Truffaut. Si viaggia per la Francia, attraverso i problemi delle relazioni adolescenziali. Si viaggia nel cinema, affondando nelle acque amniotiche dell'artigianalità dei primordi. Meraviglioso, leggero, grazioso. Lunga vita ai bambini di Gondry, che, nell'epoca della sottomotricità smartphonica, si sporcano le mani e gettano all'aria i loro cellulari. Per crescere e guardare nuovamente alle cose, senza mai abbandonare i voli pindarici della propria mente. 

LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT di Gabriele Mainetti
Ci hanno provato a Dicembre Gabriele Salvatores e la Indigo di Nicola Giuliano. La campagna pubblicitaria è stata ottima, il film discreto. Ci riesce alla grande Gabriele Mainetti. Sperando in un consapevole e "giovane" uso dei social network che, da qui a Marzo 2016, dovranno caricare sulle proprie spalle il lancio del film.
La storia è quella di una specie di Hulk di Tor Bella Monaca. Pur con qualche limite a livello di sceneggiatura, l'esordio di Mainetti è stata la vera sorpresa di quest'edizione della Festa. Teso, lurido, sporco, pulp, intriso di una profonda romanità, il film ha strappato l'ovazione in sala. Merito di due grandi interpreti, Claudio Santamaria nel ruolo del supereroe inconsapevole e Luca Marinelli, meraviglioso villain di borgata, e di una regia che affonda nel fango e utilizza la struttura dei film americani del genere. Si intrattiene senza pretese intellettualistiche, si diverte il pubblico senza prendersi mai sul serio. Speriamo in un buon riscontro, le premesse, di certo, non mancano.

THE END OF THE TOUR di James Ponsoldt
Tratto da Come diventare se stessi: un viaggio con David Foster Wallace di David Lipski, cronaca degli ultimi giorni del tour di presentazione negli Stati Uniti di Infinite Jest. 1996, lo scrittore David Foster Wallace concede a David Lipski di Rolling Stone un'intervista di cinque giorni. Lipski non si occupa solo di giornalismo ma anche di narrativa e nutre una serie di pregiudizi ideologici sull'autore americano. La convivenza tra i due trasporta lo spettatore nel mondo privato di Wallace, quanto più distante possibile dall'idea di scrittore maledetto in preda ad una vita dissoluta. Anche se una serie di incertezze Wallace le portava con sé: al punto tale da suicidarsi nel 2008. The end of the tour è un viaggio in luoghi intimi che stentiamo ad abbandonare dopo le due ore del lungometraggio, una scoperta del lato più umano di sé, un dialogo, fatto di botte e risposte, sulla vita e sulla cultura americana, sulle dipendenze e le manie di Wallace, sulle sue debolezze e fragilità. Non perdetevi questo tiepido omaggio che appartiene alla migliore scuola indipendente americana.

 
INFERNO
FREEHELD di Peter Sollett
Ellen Page produce il solito drammone sull'accoppiata omosessualità-tumore con l'intuibile obiettivo dell'Oscar. Schematico e di stampo televisivo, Freeheld è un film profondamente onesto ma sempliciotto. La denuncia è palese ma ingenua e lo stesso argomento principale (il vero volto della borghesia americana) è attempato. Da scuola elementare.  

TRUTH di James Vanderbilt
Film di apertura di questa edizione della Festa, Truth può contare su Cate Blanchette e sul volto iconico di Robert Redford, l'unico in grado di strappare un applauso. Per il resto, il meccanismo di sviluppo della narrazione è un po' arrugginito e per quanto dotato di buoni propositi (un po' come Freeheld), Truth non riesce ad abbandonare la mediocrità che lo caratterizza. Piatto e dimenticabile.

IL PICCOLO PRINCIPE di Mark Osborne
Vera delusione di questo Festival, diretta dal regista del primo episodio di Kung fu Panda. Adattare una delle storie più amate dai lettori di tutto il mondo non sarebbe stato, indubbiamente, semplice. Osborne ci ha provato, ricorrendo ad una commistione di cgi e stop-motion ed inserendo una cornice che attualizzasse la storia di Antoine de Saint-Exupery. I temi inseriti sono tanti: l'alienazione del presente, la capacità di immaginare, il rapporto genitori figli, la costante tendenza umana a dimenticare e ad anestetizzare le proprie spinte vitali, la perdita dell'innocenza. Peccato che ogni vuoto venga riempito, che lo spettatore sia continuamente preso a pesci in faccia, che tutto quanto venga puntualmente spiegato, attingendo ad una serie di schematismi ampiamente evitabili.

sabato 24 ottobre 2015

CINEVOTI 10a FESTA DEL CINEMA DI ROMA

di Matteo Marescalco

 

TRUTH DI JAMES VANDERBILT ★★1/2
INSIDE OUT DI PETE DOCTER ★★★★★
ROOM DI LENNY ABRAHAMSON ★★★1/2
WALL-E DI ANDREW STANTON ★★★★★
LO CHIAMAVANO JEEG ROBOT DI GABRIELE MAINETTI ★★★1/2
MISTRESS AMERICA DI NOAH BAUMBACH ★★★1/2
JUNUN DI PAUL THOMAS ANDERSON ★★★★
TOY STORY 3-LA GRANDE FUGA DI LEE UNKRICH ★★★★
FREEHELD DI PETER SOLLETT ★★
RATATOUILLE DI BRAD BIRD ★★★★
HITCHCOCK/TRUFFAUT DI KENT JONES ★★★★
THE END OF THE TOUR DI JAMES PONSOLDT ★★★1/2
RETURNING HOME DI H. M. DAHLSBAKKEN ★★
EVA NO DUERME DI PABLO AGUERO ★★1/2
CAROL DI TODD HAYNES ★★★★
ALASKA DI CLAUDIO CUPELLINI ★★★
MICROBE & GASOLINE DI MICHEL GONDRY ★★★★
EL CLUB DI PABLO LARRAIN ★★★★
LEGEND DI BRIAN HELGELAND ★★★1/2
IL PICCOLO PRINCIPE DI MARK OSBORNE ★★
 

giovedì 15 ottobre 2015

CRIMSON PEAK

di Matteo Novelli

Voglio bene a Guillermo del Toro. Un Autore con la lettera maiuscola, di quelli che mentre stanno girando il film che hanno sempre sognato di fare ne hanno già in mente altri dieci. Si butta nei progetti, li studia, li contestualizza, li ama e spesso -purtroppo- li abbandona.
Crimson Peak segna un piccolo passo indietro nella carriera del regista messicano. È un ritorno al fanta-horror che ha molti precedenti nella sua filmografia, vedasi La spina del diavolo e Il labirinto del fauno ma anche i suoi lavori d'esordio. La precisa visione di un universo fatto di creature grottesche, di un orrore che cela inquietudine e di mostri nascosti negli angoli meno illuminati.

La storia di Edith, aspirante scrittrice con un particolare dono, e l'attrazione fatale verso il misterioso e affascinante Thomas Sharpe ricalcano la ricerca d'evasione della normalità verso l'ignoto. Il personaggio di Mia Wasikowska si tuffa a capofitto in una magione fatiscente, sperduta in una gelata brughiera, perché nell'ombra si trova a suo agio. Così come noi spettatori sappiamo fin dall'inizio che le intenzioni degli Sharpe non sono delle migliori, anche la protagonista inconsciamente sceglie di abbracciare un salto nell'oscurità in grado di liberarla da una normalità che la osserva come un freak.

I fantasmi in cgi di Crimson Peak non fanno mai paura, non è il loro scopo: sono una guida, un aiutante, dei guardiani estranei alla vita ma legati alle orme percorse prima di dipartire. È dai vivi che bisogna guardarsi, dall'egoismo e dalla meschinità: se pensavate di trovare un horror, questo film vi deluderà profondamente. Si toccano tanti toni, si mescolano varie tinte, ma il colore è sempre quello nero del thriller. Il paranormale è solo un contorno, quello che sembra presentarsi come un racconto di Edgar Allan Poe è in realtà una sovraccoperta che nasconde Arthur Conan Doyle.
Messi da parte i morti, il racconto si concentra tutto su un trio di attori di prim'ordine e sulle loro
relazioni. Se Mia Wasikowska e Tom Hiddleston sembrano limitarsi al timbro del cartellino, in costume, è Jessica Chastain a prendersi letteralmente la scena. La sua Lucille è una dark lady rigida, fredda come il paesaggio circostante ma grondante di sangue nelle sua fondamenta. Molto dello humor nero che caratterizza il tono del film è affidato al suo personaggio, una volta che gli elementi di suspense si indirizzano verso binari molto scontati.

Non c'è nulla di sorprendente in Crimson Peak, tutto è largamente prevedibile: la vicenda muove pedine con ruoli ben precisi che non riescono mai a uscire dalle caselle di appartenenza. A dare man forte a una scrittura piatta e a un ritmo dallo sbadiglio facile (la prima parte tarda a carburare qualcosa di interessante) c'è una messa in scena opulenta ma elegante. Costumi e scenografie così belli non si vedevano da un po' sul grande schermo, una cura per i dettagli minuziosa e particolareggiata votata completamente al racconto. Peccato che questo manchi di un'altrettanta costruzione. La tenuta degli Sharpe, maestosa e antica ma sorretta da fondamenta marce e fatiscenti, è una perfetta metafora di quello che questo film sarebbe potuto essere e invece non è. Un gran peccato, che ha il sapore amaro di un'occasione sprecata, di qualcosa all'apparenza imponente ma, in realtà, abbastanza minuto.

giovedì 1 ottobre 2015

THE MARTIAN-SOPRAVVISSUTO

di Egidio Matinata

Un film di Ridley Scott. Con Matt Damon, Jessica Chastain, Kate Mara, Kristen Wiig, Jeff Daniels, Sean Bean, Chiwetel Ejiofor. Drammatico, fantascienza. 2015. Durata: 130 minuti.

Durante una missione su Marte, l'astronauta Mark Watney viene considerato morto dopo una forte tempesta e, per questo, abbandonato dal suo equipaggio.
Ma Watney è sopravvissuto e ora si ritrova solo sul pianeta ostile. Con scarse provviste, si ritrova a dover attingere al suo ingegno, alla sua arguzia e al suo spirito di sopravvivenza per trovare un modo per segnalare alla Terra che è vivo. A milioni di chilometri di distanza, la NASA e un team di scienziati internazionali lavorano instancabilmente per cercare di portare "il marziano" a casa, mentre i suoi compagni cercano di tracciare un'audace, se non impossibile, missione di salvataggio.

Ridley Scott torna dietro la macchina da presa portando sullo schermo la storia tratta dal romanzo di Andy Weir, ad un anno dall’uscita di Exodus: Dei e Re, confermando di non seguire una rotta ben precisa a questo punto della sua carriera (ma possiamo estendere il discorso a tutta la sua filmografia). Di certo, nel corso degli anni, Scott ha dimostrato una certa incostanza che probabilmente non ci si aspettava (soprattutto vedendo i tre film che lo avevano lanciato), passando da un genere all’altro, raccontando diversi tipi di storie ma mantenendo intatta la sua capacità tecnica e, in parte, la sua visionarietà.
The Martian è innegabilmente un buon film che ha il notevole (e inaspettato) pregio di infondere una vena ironica in tutto l’arco della narrazione (la mano di Drew Goddard c'è e si sente!), quando invece ci si aspettava un film molto più drammatico, completamente incentrato sulle sofferenze e il travaglio interiore del protagonista. Dispiace però vedere che, in fin dei conti, la cosa migliore del film sia proprio la mano del regista: la messa in scena regala sequenze e sprazzi di grande emozione.

Ma, complessivamente, The Martian si mantiene basso, concentrandosi sui personaggi e basando tutta la sua struttura su una scientificità assoluta, senza guizzi, deviazioni inaspettate o capovolgimenti di sorta (ed è giusto che sia così). In questo senso però Ridley Scott sembra essere sprecato, come se avesse sviluppato con gli anni una predisposizione alla non-autorialità, quando invece i sui esordi avevano fatto pensare il contrario. Film del calibro di Alien e Blade Runner sono ormai delle pietre miliari che ai tempi hanno cambiato la storia del cinema fantascientifico attraverso la visionarietà e la commistione di generi.
Si spera che il regista britannico prosegua la strada che aveva intrapreso con Prometheus che, nonostante le critiche sotto le quali era stato sommerso, era di gran lunga il miglior film di Scott dai tempi di Black Hawk Down (2001). Un cinema coraggioso, visionario, audace (addirittura aggressivo) che si prende dei rischi, affetto da imperfezioni ma profondamente affascinante. Che è ben altro rispetto a The Martian, ottimo cinema d’intrattenimento fatto da una mano esperta, ma che resta piatto e dimenticabile.

BLACK MASS (O: IL RITORNO DI JOHNNY DEPP?)

di Emanuele Paglialonga

Black Mass-L’ultimo gangster, già presentato fuori concorso all'ultima Mostra del Cinema di Venezia, vede tornare dietro alla macchina da presa Scott Cooper, al suo terzo film da regista dopo Out of the furnace-Il fuoco della vendetta, presentato in anteprima all'8a edizione del Festival del Film di Roma.
È un titolo molto atteso Black Mass, inutile girarci intorno: si era e si è in attesa di una pellicola in grado di riconsegnare all’immaginario collettivo, in tutta la sua bravura, un attore come Johnny Depp, reduce da una serie di film non proprio fortunati né al botteghino né sul fronte critico (Mortdecai, Transcendence, The Lone Ranger).

Basato sul libro Black Mass: The True Story of an Unholy Alliance Between the FBI and the Irish Mob, e, quindi, su fatti realmente accaduti, il film, che racconta l’ascesa al potere criminale del famigerato Whitey Bulger, riesce in parte nell’impresa: l’interpretazione di Depp è, senza dubbio, degna di nota, ma paga il pegno di una sceneggiatura incentrata più sul racconto delle vicende tramite flashback, impegnata a snocciolare i vari episodi criminosi, che sulla figura di Depp e del suo personaggio, a cui è impedito, quindi, di spiccare o di risaltare rispetto agli altri attori.

Per chiarirsi, la sceneggiatura è solida, dalla storia si può e si deve trarre un’importante riflessione, quella sulla facilità nell’inquinamento di azioni da parte del Governo o delle forze dell’ordine contro la criminalità da parte della criminalità stessa e degli uomini a essa affiliati. Il paradosso della storia di Bulger è infatti proprio questo: senza l’FBI, con cui il gangster collaborò per eliminare la cosca rivale degli italiani mangiaspaghetti Angiulo, Bulger non sarebbe diventato quel criminale tanto spietato, secondo, nella lista dei criminali più ricercati, soltanto a Osama Bin Laden.

Una riflessione di questo tipo vale tanto per la Boston e per l’America degli anni ’70, quanto per l’Italia di quarant’anni dopo: manca poco all’arrivo nelle sale di Suburra, film di Stefano Sollima tratto dal romanzo di De Cataldo, con protagonisti Pierfrancesco Favino, Elio Germano e Claudio Amendola. Non è dunque finita qui la navigazione nelle torbide acque dei patti e delle alleanze occulte tra criminalità organizzata, forze dell’ordine ed esponenti della società civile o della classe politica.
Il problema principale di questo film è che, ad eccezione della riflessione di cui sopra, non ci dice niente di diverso, né in maniera diversa si pone rispetto ai tanti thriller o alle gangster stories prodotte negli ultimi anni. Depp assolve al suo compito portando a casa una buona interpretazione, probabilmente in odore di Oscar; così fanno Dakota Johnson e Benedict Cumberbatch, qui nei panni di un potente senatore, fratello di Whitey.

Black Mass si colloca sì sul solco dei biopic che Hollywood continua a sfornare alacremente da diversi anni, ma se l’Alan Turing dello stesso Cumberbatch in The Imitation Game o lo Stephen Hawking di Eddie Redmayne ne La teoria del tutto restano e resteranno ben impressi nella memoria degli spettatori, per il messaggio che le loro storie inoltre portano, il Whitey Bulger di Depp non si impone particolarmente se non per il grande lavoro di trucco, che trasforma il tre volte candidato all’Oscar nella versione stempiata e obesa di Ray Liotta in Quei Bravi Ragazzi. Della ferocia e dell'efferatezza dei crimini di Bulger, che trovano spazio in poche scene, viene più detto che mostrato, così come anche dell'immenso potere da lui conquistato.
Comunque sia, Depp si è rimesso in carreggiata, e se alla fine interpreterà Edgar Allan Poe in quel progetto di cui si è sentito parlare, per la regia di Tim Burton, lì probabilmente avrà una buona occasione per mettere a segno un’interpretazione ancor più importante di questa.