giovedì 1 dicembre 2016

È SOLO LA FINE DEL MONDO

di Matteo Marescalco

Louis, racconta qualcosa, una delle tue storie.
Quali storie? Non ho nulla da raccontare.

Negli ultimi tre anni, il regista che, probabilmente, ha fatto parlare di sè più di chiunque altro è Xavier Dolan, enfant prodige del cinema canadese, 27enne in grado di dirigere ben sei film nonostante la giovane età, tuttofare che si è mosso tra la regia di videoclip, la recitazione e persino il doppiaggio, mantenendo inalterato il proprio carattere fiero e scontroso ed alimentandolo con gli argomenti trattati nei lungometraggi. Protégée del Festival di Cannes, che gli ha assegnato il Premio della Giuria per Mommy nel 2014 ex-aequo con Adieu au langage di Jean-Luc Godard (quale migliore battesimo?) e il Grand Prix Speciale della Giuria, quest'anno, per E' solo la fine del mondo, Dolan ha anche calcato il suolo veneziano con Tom à la ferme, dove ha vinto il premio Fipresci. Insomma, parliamo di un predestinato, per lavorare con il quale i maggiori attori della scena mondiale farebbero follie.

E di altissimo livello è il cast del suo E' solo la fine del mondo, kammerspiel atipico che vede Gaspard Ulliel, Léa Seydoux, Vincent Cassel, Marion Cotillard e Nathalie Baye duettare e scontrarsi senza pietà alcuna. Tratto dall'omonimo testo teatrale di Jean-Luc Lagarce, il film mostra il ritorno a casa di Louis, giovane scrittore di successo che da tempo ha lasciato il suo paese di origine per dedicarsi solo alla sua vita e che decide di comunicare una notizia importante ai suoi familiari. Verrà accolto dal grande amore di sua madre, dal fratello nevrotico e vittima di un evidente complesso di inferiorità, dalla sorella che lo ha mitizzato e dalla cognata incuriosita e disposta a conoscerlo in profondità. Louis troverà nuovamente le stesse dinamiche che, dodici anni prima, lo avevano spinto ad abbandonare la casa d'origine. 

La regia di Dolan sovverte le regole di messa in scena dei tradizionali kammerspiel e, fin dai primi minuti, gioca con il senso di claustrofobia di personaggi e spettatori: la musica ad alto volume e i primissimi piani ingabbianti ricattano, a tutti gli effetti, gli spettatori, costretti nella trappola costruita dal regista che vorrebbe compensare tutte le carenze di cui soffre la struttura narrativa. Infatti, il prodotto si basa su una costruzione fin troppo lineare (dialoghi tra singoli personaggi alternati ad incontri collettivi e a flashback dalla natura onirica) che anestetizzano e bloccano il cuore pulsante e vulcanico di E' solo la fine del mondo, alimentato unicamente da piagnistei, isterismi ed urla. L'approfondimento caratteriale dei personaggi e dei legami interpersonali non si trasforma mai in emozione pura, l'originalità e la sincerità vengono puntualmente soppiantate dalla sensazione di una superficiale dimostrazione di bravura. I personaggi non vivono veramente sullo schermo ma, carichi ed esasperati come sono, finiscono per restare preda delle fobie e delle ingenuità di chi li ha trasposti in film. Tutto il vero che palpita nelle profondità del testo filmico è soppiantato dall'atteggiamento puerile di Dolan, vittima del suo egocentrismo autoriale. La sensazione finale è di aver assistito ad un gioco al massacro troppo preso da se stesso, che fallisce nel suo intento di portare lo spettatore a provare empatia nei confronti dei personaggi. Incapace, quindi, di raccontare le vicende dei suoi attanti durante l'arco narrativo dell'intero film se non in singoli quanto brevi momenti che bruciano immediatamente. E' solo la fine del mondo è un film da fast food che vive di artificio e che crolla su se stesso, finendo per essere dimenticato come fosse una qualsiasi pessima canzone di pochi minuti. 

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