sabato 29 agosto 2015

VENEZIA '72: LA NOSTRA TOP5 DEI FILM PIU' ATTESI

di Matteo Marescalco

Tra pochi giorni avrà inizio la prossima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, la 72esima della sua storia (qui trovate il mio parere sui film selezionati).
Ciò vuol dire che migliaia di cinefili e di addetti ai lavori si troveranno precipitati in un vortice spazio-temporale da cui riusciranno a stento ad uscire. Tra proiezioni mattutine, interminabili file in biglietteria, conferenze stampa, wi-fi scadenti, cibo a peso d'oro, spritz e occhiaie che stenteranno ad abbandonarci, proveremo ad aggiornarvi quotidianamente con articoli e video recensioni.
Io, Mara Siviero ed Egidio Matinata saremo gli inviati per Diario di un cinefilo.
Nell'attesa, vi forniamo la lista dei nostri cinque film più attesi della Mostra. Badate bene, parliamo dei film che noi attendiamo maggiormente, non di quelli su cui puntiamo tutto. Insomma, nessuna vergogna a mettere in top anche un nostro guilty pleasure.
Tra l'altro, quest'anno sarà possibile seguirci non solo sulla pagina ufficiale del blog ma anche sulla pagina M.d.C. Venezia.
 
 
TOP 5 MATTEO MARESCALCO
1) De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow
Lo zenit dell'attesa è, per me, rappresentato da questo documentario di Noah Baumbach, regista indie del cult Il calamaro e la balena nonché sceneggiatore de Le avventure acquatiche di Steve Zissou e di Fantastic Mr. Fox di Wes Anderson. Cantore di famiglie disfunzionali, di intellettuali in piena crisi esistenziale e della classe alto borghese di New York che demistifica e prende in giro, Baumbach porta a Venezia questa conversazione nata dal tempo trascorso con Brian de Palma. Dopo l'interessante While we're young, saggio forse un po' ingenuo, sul rapporto tra la generazione analogica e quella digitale e sulla verità nel cinema documentaristico, non si può che attendere con ansia il debutto di Baumbach nel documentario nudo e crudo.

2) L'attesa di Piero Messina
«Attendere una persona è un atto di fede. Anna e Jeanne, isolate in una villa dell'entroterra siciliano, aspettano l'arrivo di Giuseppe, figlio della prima e fidanzato della seconda. La loro attesa si trasforma in un misterioso atto d'amore e di volontà». E' questa la sinossi de L'attesa, primo lungometraggio di Piero Messina, pupillo di Paolo Sorrentino. Da siciliano quale sono, non posso non attendere spasmodicamente un film che potrebbe riecheggiare le atmosfere de L'avventura di Antonioni, in una terra in cui non cresce mai veramente l'addio.

3) Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio
Cinquant'anni dopo aver fratturato il cinema italiano con I pugni in tasca, Marco Bellocchio torna nella sua Bobbio per Sangue del mio sangue, che noi avevamo incluso nella Top10+1 dei film più attesi dell'anno. Nell'Italia del Nord del XVII secolo, una suora accusata di stregoneria seduce un giovane confessore che, però, rifiuta di cedere alle sue tentazioni. La loro è una lotta di desideri, illusioni e bugie che, inaspettatamente, continuerà ad avere ripercussioni anche secoli dopo. Amore, morte, religione: tre temi fondamentali su cui interessa il parere dello sguardo laico di Bellocchio.

4) Lolo di Julie Delpy
Sulla falsa riga delle commedie itineranti 2 giorni a Parigi e 2 giorni a New York, l'attrice Julie Delpy si posiziona nuovamente dietro la macchina da presa per Lolo, che verrà presentato nella sezione collaterale Giornate degli autori. Desta curiosità il suo ritorno alle atmosfere della trilogia di Linklater che l'ha resa nota agli amanti del cinema indipendente, e ai panorami del sud della Francia che diverte e riscalda sempre il cuore. Appuntamento immancabile per chi sogna ancora di incontrare, per caso, su un treno, una ragazza romantica come la Celine di Before Sunrise.
 
5) 11 minut di Jerzy Skolimovski
Dopo aver ricevuto il Leone d'Argento per Essential Killing alla 67esima Mostra del Cinema, il regista polacco Jerzy Skolimowski torna in concorso con 11 minut, incentrato su 11 minuti della vita di un gruppo di persone, le cui esistenze si intrecciano in una metropoli contemporanea. In questo mondo insicuro in cui tutto potrebbe accadere da un momento all'altro, i protagonisti vivono una serie di eventi che potrebbero mettere fine alle loro esistenze in questo breve arco di tempo. Impossibile non pensare agli affreschi reticolari di America oggi e Magnolia. Anche lo spettro di Amores perros è dietro l'angolo.
 
 

TOP 5 EGIDIO MATINATA
1) Beasts of no nation di Cary Fukunaga
Dopo aver firmato la straordinaria regia della prima stagione di True Detective, è lecito aspettarsi una
grande carriera per l'autore statunitense, giunto al suo terzo lungometraggio. Il film, interpretato da Idris Elba, sembra essere un dramma cupo, violento ed emozionante.
 
 
2) Sangue del mio sangue di Marco Bellocchio
Il film italiano più atteso della Mostra. La trama, a metà tra mistero e leggenda, resa attraverso la forza espressiva di Bellocchio, potrebbe portare a un connubio di grande potenza. Definito dal regista «una resa dei conti».

3) Black mass di Scott Cooper
Questo film potrebbe rappresentare la consacrazione per il talento di Scott Cooper e il ritorno ad alti livelli di Johnny Depp, circondato qui da un grande cast.

4) Anomalisa di Charlie Kaufman e Duke Johnson
Il genio di Kaufman al servizio di un film d'animazione in stop-motion potrebbe risultare un mix eccezionale. Vedremo se manterrà le promesse.

5) De Palma di Noah Baumbach e Jake Paltrow
Sarà interessante vedere come Noah Baumbach, uno dei migliori autori emergenti del cinema contemporaneo, racconterà la carriera di Brian De Palma, autore nato negli anni ruggenti della New Hollywood e divenuto un punto di riferimento per le generazioni successive.


TOP5 MARA SIVIERO
1) Everest di Baltasar  Kormakur
Uno dei film che più attendo è di certo Everest. Il film di apertura, che verrà presentato in 3D, mi attira più per la realizzazione in termini tecnici e di effetti speciali che per la trama in sé. Ma alla fine diciamocelo, il solo vedere sullo schermo Jake Gyllenhaal, per quanto non sia il protagonista, è già un buon punto di partenza.

2) The Danish Girl di Tom Hooper
Sarà interessante vedere come Tom Hooper abbia trasposto sullo schermo la trasformazione sessuale del protagonista, interpretato da Eddie Redmayne. Il livello di attesa è, quindi, duplice: in relazione alla performance di Redmayne e allo stile di analisi del regista, dopo Il discorso del re e Les Miserables.

3) Black Mass di Scott Cooper
Altro film che attendo è Black Mass di Scott Cooper. Presentato fuori concorso, sarà interessante vedere come Johnny Depp abbia indossato i panni del gangster. Centrale la questione: tornerà l'attore americano ai fasti di una volta o andrà incontro ad un'altra disfatta?

4) Francofonia di Aleksandr Sokurov
Dopo il Leone d'Oro per Faust, nel 2011, ritorna Sokurov in concorso a Venezia con Francofonia. Il film è incentrato sull'incontro del 1943 tra il direttore del Louvre e il capo dell'amministrazione nazista per le sorti delle opere artistiche. Quanto sono importanti le opere d'arte? Quanto è importante per noi garantire la loro esistenza?

5) A bigger splash di Luca Guadagnino
Cast di tutto rispetto che comprende attori quali Ralph Fiennes, Tilda Swinton, Matthias Schoenaerts, Corrado Guzzanti e Dakota Johnson per un film in cui la lente del regista viene posta sul rapporto padre-figlia e sulla genesi dei tradimenti.

mercoledì 12 agosto 2015

TRUE DETECTIVE: LA SECONDA STAGIONE

di Egidio Matinata

Scritta da Nick Pizzolatto. Con Colin Farrell, Vince Vaughn, Rachel McAdams, Taylor Kitsch, Kelly Reilly. 8 episodi. Drammatico, poliziesco. USA 2015.

In True Detective non c’è posto per il bianco e il nero, è il grigio a dominare.
Sono le sue sfumature a permeare anche gli angoli più reconditi del mondo creato da Pizzolatto. In esso si trova la chiave per poter accedervi e capire cosa succede davanti ai nostri occhi.
Capire, non accettare.
Si, perché questa è stata una stagione davvero difficile da digerire, non per mancanza di qualità, ma per il suo presentasi meno accattivante, più ostica, amara e senza scrupoli.

La trama è estremamente complessa, colma di punti interrogativi e povera di risposte, almeno fino alle ultime due puntate dove i nodi vengono al pettine.
Ben Caspere è il fulcro della vicenda, la sua uccisione è l’elemento scatenante che innesca varie reazioni a catena con cui i protagonisti Ray Velcoro, Frank Semyon, Ani Bezzerides e Paul Woodrugh dovranno fare i conti. 
Nella prima parte della storia sono le vicende personali di questi personaggi a farla da padrone.

Un punto debole della serie è di non trovare il giusto connubio tra la storia principale e le tragiche vicende dei singoli. Ma è interessante notare come ad una “confusione” della narrazione corrisponda una costruzione perfetta della struttura della vicenda.
Lo spartiacque fondamentale è il massacro di Vinci, evento che chiude la quarta puntata e che segna profondamente entrambi gli archi narrativi di cui si parlava prima. C’è bisogno di quel momento di immobilità totale alla fine della sparatoria per poter ripartire, come se anche la serie in sé, bloccata su se stessa, avesse bisogno di una scossa significativa per continuare.

Purtroppo l’elemento che salta all’occhio con maggiore evidenza è il cambiamento in cabina di regia.
La perfezione della prima stagione era stata raggiunta grazie, anche, alla messa in scena di Cary Fukunaga. In queste otto puntate l’avvicendarsi di registi diversi dietro la macchina da presa e la mancanza di una linea vera e propria da seguire ne hanno sancito un handicap pesante.
L’unica vera caratteristica riconoscibile è in quelle inquadrature dall’alto che vengono ripetute quasi ossessivamente e che rendono gli ambienti in cui si svolge la vicenda complici del malessere che permea tutto; città come gabbie, grovigli di strade senza via di fuga.

La sensazione che si ha, però, è di essere di fronte ad un disagio diverso rispetto a quello che trasmetteva la Louisiana di Rust e Marty; in quel caso si aveva a che fare con una malvagità e una paura più autentiche, ancestrali e in un certo senso lovecraftiane.
I nuovi true detective si trovano in un’ambientazione totalmente diversa, una vera e propria giungla d’asfalto inquinata da un marciume molto più terreno e umano, riguardante sia l’anima dei personaggi che i loro loschi affari.

Il punto di contatto con la prima stagione, oltre al marcato pessimismo di fondo, è legato al fatto che le indagini portino man mano a scoprire connessioni sempre più ampie ed estese in cui è difficile trovare un personaggio che muove i fili, ma soltanto un intreccio che coinvolge numerose pedine delle alte sfere e che ha al suo centro la decadenza delle istituzioni in generale. E come spesso accade nei noir, coloro che dovrebbero essere i buoni si scoprono molto meno integerrimi e più problematici (ma per questo più realistici) di come li immaginavamo. Per questo ci troviamo di fronte a diverse sfumature di grigio. A volte più scure e a volte meno, ma sempre ambigue e non rassicuranti.
 
«We get the world we deserve», dice Ray Velcoro.
Di certo lui esce sconfitto (come altre figure paterne) da questo mondo che dovremmo meritare.
La figura del padre non è vista come negativa in sé, ma incapace di togliersi di dosso le cicatrici del passato senza che queste non influenzino coloro che verranno dopo («Time is a flat circle» diceva invece Rust Cohle), senza via d’uscita. E Velcoro, probabilmente in modo consapevole, sa di essere anch’egli un artefice di questa situazione di stallo.
Forse potrebbero essere le donne, le madri, ad effettuare un cambio di rotta, come sembrerebbe auspicare il finale; di certo non la donna malinconica che canta e suona la chitarra nel bar di Ray e Frank.
Anche lei sembra essere rassegnata al fatto che abbiamo il mondo che meritiamo.

martedì 11 agosto 2015

TAXI TEHERAN

di Egidio Matinata

«Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamico convalida i titoli di testa e di coda dei film ‘divulgabili’. Con mio grande rammarico, questo film non ha titoli. Esprimo la mia gratitudine a tutti coloro che mi hanno sostenuto. Senza la loro preziosa collaborazione, questo film non sarebbe mai venuto al mondo».

Seduto al volante del suo taxi, Jafar Panahi percorre le animate strade di Teheran.
In balia dei passeggeri che si susseguono e si confidano con lui, il regista tratteggia il ritratto della società iraniana di oggi, con un umorismo che affonda pienamente nelle contraddizioni che caratterizzano il Paese.

Dal 2010, Panahi è stato condannato a non poter più realizzare film, scrivere sceneggiature, concedere interviste alla stampa e uscire dal suo Paese per un periodo di tempo indeterminato, pena venti anni di incarcerazione per ogni divieto violato. Tutto ciò, però, non gli ha impedito di cimentarsi in una nuova impresa, se così può essere definita, alla luce delle restrizioni che lo affliggono.
Il film ha colpito profondamente la critica di molti paesi, in primo luogo quella francese, e la giuria del Festival di Berlino guidata da Darren Aronofsky, che gli ha attribuito l’Orso d’oro per il miglior film e il premio Fipresci.

Si tratta sicuramente di un oggetto filmico particolare, nel quale lo stile si fonda sulla necessità di utilizzare determinati mezzi a causa dell’ostruzione sull’autore. Nonostante non riesca ad essere efficace per tutto il corso della sua durata, il film possiede un fascino innegabile. La parte più interessante è sicuramente quella che vede come protagonista la nipote dello stesso Panahi. Parlando di un lavoro affidatole a scuola (girare un breve cortometraggio) emergono tutte le restrizioni che il Ministero Islamico impone ad artisti e cineasti, le ferree regole alle quali devono attenersi per non trasmettere un certo tipo di idea del Paese o di presunto realismo. Ed è interessante vedere come il regista, con coraggio, vada contro molte di queste regole nel suo lungometraggio.

Taxi Teheran è un film che farà discutere ed è giusto che sia visto da molti anche per il suo valore sociale e ideologico, più che per determinati aspetti cinematografici, e rimarrà un inno all’arte e alla libertà intellettuale.

«Sono un cineasta. Non posso fare altro che realizzare dei film. Il cinema è il mio modo di esprimermi ed è ciò che dà un senso alla mia vita. Niente può impedirmi di fare film e quando mi ritrovo con le spalle al muro, malgrado tutte le costrizioni, l’esigenza di creare si manifesta in modo ancora più pressante. Il cinema in quanto arte è la cosa che più mi interessa. Per questo motivo devo continuare a filmare, a prescindere dalle circostanze: per rispettare quello in cui credo e per sentirmi vivo».

sabato 1 agosto 2015

ANT-MAN. PRONTI AL RIDIMENSIONAMENTO?

di Ousmane Seck e Macha Martini


NERD STATE OF MIND

Film dalla storia produttiva travagliata questo Ant-man.
Da anni il regista Edgar Wright (autore della Trilogia del cornetto) cercava di convincere la Marvel, e, per essere più specifici, Kevin Feige, attuale presidente dei Marvel Studios, a portare sul grande schermo la storia dell’eroe in miniatura, ma non di Hank Pym (il primo Ant-Man), ma di Scott Lang, traendo spunto dal fumetto Steal an Ant-Man.
La Casa delle Idee però aveva deciso di cimentarsi nella messa in scena degli Avengers, di sicuro più attraenti per un pubblico più variegato e non di soli fan.
Interessante, tra l’altro, scontro tra nerd e case produttrici e parallelamente tra i fan degli X-Men e degli Avengers, da sempre in lotta. Tuttavia, tutto questo fu fatto senza badare all’importanza di Hank Pym nella creazione degli Avengers stessi e, soprattutto, con la lavorazione a Age Of Ultron, senza tenere conto che il vero "papà" di Ultron è proprio il nostro piccolo eroe Ant-Man (il primo sia chiaro, che nei fumetti troviamo anche sotto forma di Giant-Man e di Calabrone, dopo la morte di Darren Cross; forma in cui, secondo le voci, lo vedremo nell’attesissimo Civil War di cui, da Maggio, sono cominciate le riprese). Dettaglio che può lasciare indifferente la maggior parte del pubblico formato da bambini, cinefili e spettatori occasionali, ma che ha lasciato interdetta la folla dei nerd.
Alla fine, dopo tanti anni, si riesce a condurre in porto il progetto, ma qui subentra un altro ingorgo: la sceneggiatura. Troppo inglese e irriverente per la Marvel. La migliore sceneggiatura passata per le mani della Casa delle Idee, secondo Whedon, che poco dopo avrà un enorme conflitto con la Disney e la Marvel per i tagli a cui è stato sottoposto Age Of Ultron, di cui aveva curato con molta passione la regia.
Questo porta a una rottura tra Wright e la casa produttrice che assume, dopo che il soggetto era passato per molte mani di altri sceneggiatori, Paul Rudd. È la volta buona? Per la Casa delle Idee sì.
Poteva essere un duro colpo per i fan della Dea dei Cinecomics. Rivedere, dopo tanto sul grande schermo, le origini di un supereroe e non di un supereroe qualunque. Un personaggio fresco e nuovo, diverso dagli altri standard degli eroi Marvel.
Non un supereroe pop e miliardario come Iron Man. Non un figo come Captain America. Non un semidio come Thor. Non un semi-mutante imbattibile come Hulk. Un eroe totalmente umano. Un fallito, con un grande potenziale, in cerca di una redenzione (non oscura come quella del Batman della concorrente DC, ma una redenzione a livello sociale e familiare).
Interessante e innovativo risulta infatti l’approfondimento psicologico che motiva le azioni del piccolo eroe: diventare l’eroe che la figlia già vede in lui, ma che la società ha distrutto come figura.
Se i fan della DC hanno sempre criticato nella Marvel la mancanza delle psicologie dei personaggi (basti fare un confronto tra Bruce Wayne, alias Batman, e Tony Strak, alias Iron Man) ecco qui un accenno, che si fa spazio in tutta la prima parte del film (si nota come la Marvel abbia imparato delle lezioni dal passato). Circa un quarto d’ora iniziale, con un montaggio molto lento in cui non viene mostrata nessuna dote particolare del protagonista, nessun "superpotere", ma solo la sua vita. Sul grande schermo seguiamo i passi di un uomo comune, anzi di uno sfigato à la Peter Parker, ma adulto, che pian piano mostra la sua bontà di cuore e la sua enorme intelligenza (per essere degli eroi non occorre un bel fisico, tanti soldi o un disastro chimico in un laboratorio ma solo bontà e intelligenza). Appena mostrata quest’ultima, ecco che appare il costume, ma anche qui la storia non si evolve in maniera tradizionale. Non è incentrata su combattimenti strabilianti e pieni di effetti speciali, anzi è l’allenamento, il diventare eroe che si trasforma nel fulcro della storia. I combattimenti sono sostanzialmente solo due e non hanno nulla di epico, differentemente da come siamo abituati. Questo potrebbe lasciare interdetti numerosissimi fan e rischiare che il film diventi un flop, ma invece è stata un’idea innovativa e rischiosa a cui va dato un grande merito: quello di aver rispecchiato il personaggio fumettistico, che, infatti, si distingue dalla massa dei suoi colleghi.


PICCOLE ASPETTATIVE, BUON DIVERTIMENTO
Lasciando da parte il mondo nerd, entriamo nei meandri del film, tra i suoi pregi e i suoi difetti. Buoni sono i movimenti di macchina, che si alternano tra brevi e pochi piani sequenza (non interessanti ed eleganti come quelli diretti da Whedon, ma comunque di gradimento alla vista) e stacchi lenti di montaggio.
Lo stile di regia in generale è molto semplice, cosa che calza a pennello con il personaggio presentato: un uomo semplice, comune.
Un buon cast, soprattutto per quanto riguarda Evangeline Lilly nel ruolo della figlia di Pym, Hope e che, come fa intuire la scena finale, sarà la prossima Wasp, sebbene in realtà nei fumetti essa sia impersonata dalla moglie di Pym Janet Van Dyne (qui è d’obbligo sottolineare come la storia di Hank Pym narrata nel film strizzi l’occhio alla saga fumettistica Secret Invasion e al fumetto di Aux, ovviamente con le dovute modifiche del caso). Inoltre, plauso particolare per la ILM (Industrial Light & Magic) che è stata capace di rendere graficamente credibile Ant-Man e il suo rimpicciolimento.
Il film è in generale molto scorrevole, divertente (anche se, come è solito nei film della Marvel, l’ironia usata lascia spesso a bocca asciutta) e innovativo.
Tuttavia, presenta due difetti abbastanza gravi. Durante la visione, si ha spesso la sensazione che il film scorra piano, ma la storia troppo velocemente, come se ci fossero dei buchi di sceneggiatura (colpa della produzione o di Paul Rudd?).
Infine, nota negativa, come accade per i film Marvel (ad esclusione di Age Of Ultron), è l’antagonista Darren Cross o, meglio, il noto a tutti i nerd: Calabrone. Piatto e privo quasi di qualsiasi tipo di approfondimento e motivazione dietro le sue azioni. A essere motivato infatti è solo il suo odio nei confronti di Pym, ma non la sua pazzia e la voglia di trasformare un’importante scoperta in un’arma da vendere all’Hydra.
Parlando dell’Hydra, nel film ci sono numerosissimi collegamenti a film passati della Marvel e futuri, segnale che la Casa delle Idee si sta preparando alla costruzione, come già aveva annunciato Age Of Ultron, di un vero e proprio universo cinematografico di collegamento tra film, serie tv e fumetti. E qui non si può parlare della seconda e ultima scena dopo i titoli di coda dove si annuncia l’inizio della Civil War, dello scontro, soprattutto, tra Captain America e Iron Man, a cui prenderanno parte anche il primo e il secondo Ant-Man.
Scena che, a conclusione di un film forse un po’ sottotono per gli standard a cui il pubblico dei cinecomics è abituato, non può che far rizzare i capelli, raddrizzare le orecchie e spalancare gli occhi a chi, come i due autori di questo articolo, è nato, cresciuto e si è sposato con quel magico mondo di pagine di fumetti comprati, di mese in mese, nelle edicole o nelle fumetterie.