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lunedì 30 aprile 2018

JOAQUIN PHOENIX PRESENTA A BEAUTIFUL DAY A ROMA. LA NOSTRA INTERVISTA

di Matteo Marescalco

*l'intervista è stata realizzata e tradotta da Matteo Marescalco, Mara Siviero e Laura Silvestri 

Giubbotto nero, maglietta, jeans ed immancabili Converse azzurre, Joaquin Phoenix è tornato a Roma per presentare A beautiful day, con cui ha vinto il Prix interpretation masculine all'ultima edizione del Festival di Cannes.

Nel film, Phoenix interpreta il ruolo di Joe, ex marine la cui vita è tormentata dai fantasmi del suo passato violento. Joe si guadagna da vivere liberando delle giovani ragazze dalla schiavitù sessuale. Un giorno, viene contattato da un senatore americano, la cui figlia è stata rapita da una di queste organizzazioni criminali. Il veterano andrà incontro ad una serie di eventi che gli cambieranno per sempre la vita. Il rapimento della ragazzina lo porterà a contatto con un giro di pedofilia e corruzione che coinvolge le sfere alte della società.

Insolitamente di ottimo umore, Joaquin Phoenix si è reso protagonista di un evento ai confini della realtà che mi ha visto interprete principale: insieme a due mie colleghe (Mara Siviero di My Red Carpet e Laura Silvestri di Persinsala) ho incontrato casualmente l'attore, durante il pomeriggio precedente la conferenza stampa, nei pressi di Via del Corso. Una chiacchierata di una decina di minuti ha animato il nostro incontro. Al termine della presentazione dell'indomani, abbiamo ricevuto una telefonata sulla volontà di Joaquin di incontrarci nell'ambito di un'intervista privata in cui portare a termine la chiacchierata iniziata il giorno prima. Praticamente, chi vi scrive ha avuto l'occasione paradossale di intervistare Joaquin Phoenix su sua precisa richiesta.

L'attore si presenta al nostro incontro scusandosi per i pochi minuti di ritardo e sottolineando quanto sia stato miracoloso l'ufficio stampa a trovarci («Fuck! They found you, it's a miracle!»).

«Per noi spettatori, è come se voi attori foste un po' membri di famiglia. Siamo sempre abituati a vedervi sul grande schermo ed è come se vi conoscessimo, anche se si tratta, ovviamente, di un luogo comune. Per un attore, è inevitabile entrare a far parte dell'immaginario collettivo. In che modo vivi e gestisci questa scissione tra icona e persona? Quanto è faticoso essere un'immagine e, al contempo, un comune essere umano?».

«Quando lavoro, mi mantengo concentrato unicamente sul lavoro. La mia vita è totalmente dedita al mio lavoro in quel momento. Faccio tutto in sua funzione, è l'unica cosa a cui penso. Le persone con cui lavoro diventano automaticamente mie amiche. Al contrario, quando sono a casa, penso solo a stare a casa. Porto il cane fuori, gli do da mangiare, faccio le pulizie, mi immergo del tutto nella vita quotidiana. Adoro fare film, per me è qualcosa di davvero importante ma altrettanto lo sono la mia vita privata e le persone a me care. Credo sia necessario apprezzare ciò che si ha. A volte, credo che ci sia il pericolo di mettere il lavoro per primo e dimenticarsi del resto. Mi sembra che questo accada a molti grandi attori che iniziano a vedere la recitazione come una mera professione e niente più. Ho sempre paura che questo possa accadere anche a me. Per questo motivo cerco sempre di bilanciare le due anime, quella professionale e quella privata».

«A questo proposito, in che modo scegli i tuoi ruoli?».

«Non so, davvero. Credo sia un processo molto istintivo. Un po' come quando ci si innamora. Hai presente quando non stai con nessuno in particolare ma ti immagini come possa essere stare con qualcuno? Riesci a immaginarlo? Poi incontri una persona e pensi: è proprio quella che cercavo! A volte questo sentimento è impossibile da comprendere, avviene tutto molto in fretta. Va così. Quando non sto girando e penso a cosa vorrei fare, si viene a creare questo desiderio. Così, quando ricevo una sceneggiatura, se è quella giusta e se c'è chimica, succede qualcosa e basta».

«C'è un ruolo, nello specifico, che ti piacerebbe interpretare in futuro?».

«Uhm, a dire il vero, non ho un ruolo dei sogni. Tra quelli che ho interpretato, tutti mi hanno colpito anche se in modo diverso. Di alcuni, però, ho ricordi molto più vividi. Credo per via dell'esperienza in sé. Ad esempio, girare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson (con cui e per cui l'attore ha recitato in The master e in Inherent Vice, ndr). Questo è stato uno dei momenti più significativi della mia carriera. Sono davvero molto legato a loro e non posso non ripensare a quei momenti con grande trasporto. Spesso il viaggio è più interessante della meta».

«Amo i film di James Gray e credo che la trilogia di We own the night, Two lovers e The immigrant sia davvero maiuscola. Nei tre film interpreti personaggi molto simili tra loro: sono dei fantasmi pieni di sensi di colpa e dal passato oscuro e tormentato. Mi è sembrato che tu sia perfettamente riuscito ad esteriorizzare i tormenti interiori dei personaggi. In che modo avete lavorato su questo aspetto e sull'ambientazione che diventa anche uno specchio del loro mondo interiore? In che modo hai collaborato con regista e direttore della fotografia in relazione a quest'aspetto?».

«James è una persona molto precisa, fa molta attenzione ai dettagli e a quello che possono rivelare sui personaggi e sulle loro esperienze. Spesso si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia in modo tale che l'ambiente influenzasse positivamente l'interpretazione. Si tratta di qualcosa a cui tiene molto e io stesso ho potuto constatare che si tratta di qualcosa che, in effetti, funziona. Per il resto, credo che tu abbia ragione e che gran parte del merito vada ai diversi direttori della fotografia. Ad esempio, reputo Darius Khondji uno dei più grandi dei nostri tempi».

«In molti film da te interpretati torna la musica come leitmotiv. In I'm still here ti trasformi in un artista hip-hop, in Walk the Line interpreti Johnny Cash, in Two Lovers ti scateni in una sequenza di ballo in discoteca, per non parlare dell'incipit di We own the night. Qual è il tuo rapporto con la musica? Suoni qualche strumento?».

«Ho imparato a suonare la chitarra proprio per Walk the Line ma è parecchio che non torno a suonarla, in effetti. Ci stavo pensando l'altro giorno, è proprio buffo: forse è perché sto invecchiando un po' ma mi sono rattristato pensando a quando ero giovane; avrei comprato un cd con i miei amici, mi sarei seduto con loro e lo avremmo ascoltato tutti insieme. Ogni singola canzone, tutti insieme. Ultimamente mi rendo conto di ascoltare meno musica però, quando la ascolto, ho la sensazione di amarla comunque alla follia. Ma è un sentimento totalmente diverso rispetto a quand'ero giovane. Prima non era così semplice procurarsi della musica: all'epoca, venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy ma dovevi aspettare mesi per averlo e ti precipitavi più volte al negozio dei dischi. Comunque, adoro la musica e tutti i miei fratelli sono musicisti. Mia sorella Rain ha diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band. Cazzo, non riesco a ricordare come si chiami ma fino a ieri hanno suonato e il loro show ha fatto sold-out. Mia sorella Summer è una pianista. Anche io adoravo cantare per strada quando ero piccolo. La musica ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella mia vita».

«Chi è il tuo cantante preferito?».

«Beh, che dire. Credo proprio sia John Lennon. Ma adoro anche Bowie. Ho ascoltato certe cose di recente...».

«E che ne dici delle boy band anni '90? I Backstreet Boys?».

«Ehm...c'è una canzone che in effetti è un po' impossibile non farsi piacere».

«'cause I waaaaant it that way?».

«Anche quella, a dire il vero! Ecco, il pop è divertente ma in determinati contesti. Quando ascolto pop, non è che mi tocchi nel profondo o mi colpisca a livello emotivo. Però è anche bello divertirsi ogni tanto e uscirsene con un bel “Backstreet's back, alright!!”».

«Torniamo di nuovo al cinema. Quali sono i tuoi film preferiti?».

«Non saprei. Ho visto Dr. Strangelove un sacco di volte e anche The Godfather. Ci sono quei film che, in qualche modo, se passano dalla tv non riesco a non vedere. Ci sono film di registi come Paul che non puoi non vedere e rivedere. E questa è la cosa più bella: il fatto che un film ti lasci con una sensazione tale da voler sempre ritornare in quel mondo. Ogni volta che rivedi un film del genere provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che vedi da bambino lo percepisci in un modo, mentre da adulto sviluppi sensazioni completamente diverse. Ed è straordinario che un film possa darti emozioni così variegate».

«Ultima domanda. Qual è la persona più eroica che tu conosca?».

«Probabilmente mia mamma. Si tratta di una donna incredibile e quello che fa è fantastico. Ha 74 anni e viaggia per il mondo con la sua organizzazione. È davvero una persona eccezionale e cerco sempre di seguirne l'esempio».

*link alla prima parte dell'articolo

AI CONFINI DELLA REALTA'. INCONTRO CON JOAQUIN PHOENIX

di Matteo Marescalco

Nel primo capitolo della sua storia narrata in prima persona, il ratto Firmino si interrogava sulla modalità attraverso cui costruire un incipit memorabile per il proprio racconto, ondeggiando tra Nabokov, Tolstoj e Ford Madox Ford. Gli stessi interrogativi pervadono anche la mia mente e si adattano all'economia di un articolo per un sito-web. Come costruire un pezzo su quanto accaduto negli ultimi due giorni della mia vita senza, da un lato, correre il rischio di immiserire eventi che ai miei occhi sono sembrati sconfinati e, sul versante opposto, senza neanche ingigantire oltremodo situazioni che, sottoposte allo sguardo altrui, rientrerebbero in un contesto di ordinaria amministrazione?

A questo punto, è inevitabile iniziare da Signs e dai cerchi nel destino di uno spettatore appassionato. Se fossi costretto a salvare soltanto due sequenze nella carriera di Joaquin Phoenix, molto probabilmente sceglierei di estrapolarle dal film di M. Night Shyamalan e da Two Lovers di James Gray. Entrambe hanno nel destino il loro termine comune.
«Gli uomini si dividono in due gruppi: quando gli capita un colpo di fortuna, i primi ci vedono più che mera fortuna, che mera coincidenza. Lo vedono come un segno (…). Per i secondi è solo un caso, un concorso di circostanza. (…) Ecco, quello che devi chiederti è che tipo di persona sei. Sei di quelli che vedono segni o miracoli o pensi che sia solo il caso a governare il mondo?».
D'altra parte, nel finale di Two Lovers, Phoenix è vittima di un abbraccio che lo condanna ad un destino inevitabile, ai fantasmi del passato e alle lacrime per ciò che sarebbe potuto accadere ma che non accadrà mai: «Mi sono aggrappato al nulla, ho amato il nulla, nulla vidi o sentii se non un grande sogno».

Un grande sogno.
Giovedì 26 Aprile, io e due mie colleghe (Mara Siviero di My Red Carpet e Laura Silvestri di Persinsala) abbiamo incontrato Joaquin Phoenix e Rooney Mara in Via del Corso. Phoenix è giunto a Roma in occasione del tour di presentazione alla stampa di A beautiful day-You were never really here (con cui ha vinto il Prix d'interpretation masculine all'ultima edizione del Festival di Cannes). Ogni mia aspettativa pessimista sul carattere burbero dell'attore si è infranta non appena Phoenix, dopo avergli chiesto di fare una foto, ci ha proposto di andare insieme in una traversa della via principale per evitare di dare nell'occhio e per chiacchierare un po'.

Con felpona in tinta unita e auricolari alle orecchie, jeans ed immancabili Converse ai piedi, Joaquin Phoenix ha pienamente rispettato il mio pronostico sulla prosaicità del suo abbigliamento. «What's your names? Do you write reviews for some websites?». La chiacchierata prosegue per un'illogica decina di minuti in cui il tempo si dilata all'infinito fino a sfumare e perdere i propri contorni. Non tarda ad arrivare la battuta di Mara sul suo nome e sul cognome di Rooney, coinvolta da Joaquin nel nostro dialogo. Immancabili le foto finali («Now you're rocking, yeah?») e l'abbraccio affettuoso, consapevoli di aver vissuto un evento ai confini della realtà. Una delle star più scontrose e “problematiche” di Hollywood si sofferma a parlare del suo film e di altre amenità con tre persone incontrate per strada. Poche ore dopo, avrei seguito l'anteprima stampa del film.
Fine primo tempo.

Inizio secondo tempo.
Venerdì 27 Aprile. Ore 12:15. Conferenza stampa del film all'Hotel de Russie, alla presenza di Joaquin Phoenix e della regista Lynne Ramsay. Il sogno non tanto velato è che Joaquin si ricordi del pomeriggio precedente e, magari, che ci possa essere un cenno di intesa. La sala è colma e non possiamo far altro che ascoltare la suadente voce dell'attore con una nuova consapevolezza derivante dalla nostra chiacchierata insieme: ogni icona è, prima di ogni cosa, un essere umano.
Intorno alle 14, la mia collega Mara riceve una telefonata da un numero sconosciuto: l'ufficio stampa del film, in preda ad un'inevitabile sorpresa, ci avverte del fatto che Joaquin Phoenix ha espressamente chiesto di trovarci per poter concludere la chiacchierata della sera precedente e “regalarci” un'intervista privata e fuori programma.
L'importanza di chiamarsi Mara. Destino o colpo di fortuna? Sta di fatto che l'appuntamento è fissato per le 17 circa presso l'hotel che ha accolto l'attore, con somma curiosità di chi si è occupato di trovare i tre fortunati vincitori del biglietto d'oro di Willy Wonka.

«Hey, how are you?! I don't know how the press office found you. Fuck, it's a miracle! It's a great pleasure to see you again!».
20 minuti di chiacchierata informale con Joaquin Phoenix impiegati a parlare di James Gray e Darius Khondji, fantasmi e miti d'infanzia, eroi personali e passione per la musica, ruoli del cuore e banale quotidianità in cui si rifugia quando è lontano dal cinema. Inevitabile da parte mia soffermarmi su M. Night Shyamalan e su quanto accaduto pochi anni fa con il regista di origine indiana. In un certo senso, è il compimento perfetto di quel crop-circle iniziato a Dicembre 2016.

Cosa non dimenticherò mai di questo incontro? Sicuramente le modalità paradossali e completamente illogiche che mi hanno portato a chiacchierare consecutivamente per due giorni con Joaquin Phoenix; il fatto che sia stato lui a ricordarsi di noi e ad insistere, nonostante gli impegni con la stampa “istituzionale”, nel volerci vedere; i saluti con abbracci e pacche sulle spalle come vecchi amici e, infine, la profondità dei suoi occhi, due gorghi azzurri e magnetici, pozzi profondi di malinconia e mille vite vissute.

*link alla seconda parte dell'articolo

domenica 29 aprile 2018

A BEAUTIFUL DAY

di Matteo Marescalco

C'è una scena particolarmente commovente in questo A beautiful day che ricorda da vicino una sequenza presente in I'm still here, mockumentary diretto da Casey Affleck pochi anni fa che ha segnato una svolta nella carriera di Joaquin Phoenix. Il filmino familiare dell'immersione in un laghetto del giovanissimo Joaquin sembra tornare come oscuro presagio in questa opera quarta di Lynne Ramsay che utilizza il corpo iconico dell'attore americano in modo molto simile a come aveva fatto Casey Affleck.

I fantasmi di un turbolento passato familiare innervano il racconto di A beautiful day: Joe è un ex marine ed ex agente dell'FBI la cui vita è stata segnata da burrascosi rapporti con i genitori e da brutali scene del crimine. Vive da solo a casa con la madre anziana e malata e percorre gli anfratti più cupi di una New York notturna e alienante come lo è stata poche altre volte al cinema. Come in Two Lovers, anche A beautiful day crea una piena coincidenza tra carattere del protagonista e gorghi oscuri dell'ambiente circostante. In questa società così individualista e priva di amore, Joe si incarica del ruolo di salvare giovani donne coinvolte nel racket della prostituzione. L'ultimo caso con cui ha a che fare è il rapimento della figlia di un senatore che lo porterà a contatto con un giro di pedofilia e corruzione che coinvolge le sfere alte della società. Quest'esperienza cambierà per sempre la sua vita.

Attraverso un perenne lavoro di frammentazione narrativa ed astrazione estetica, la macchina da presa di Lynne Ramsay tallona i movimenti di Joaquin Phoenix, il cui corpo, ancora una volta, domina completamente la scena. I panni del vendicatore imbolsito e dal passato oscuro offrono a Phoenix la possibilità di sfruttare al meglio la sua fisicità ed il suo sguardo magnetico che carica l'inquadratura di sensazioni contrastanti. Joe è, prima di ogni altra cosa, un fantasma brutale che uccide senza particolari rimorsi. Ma è anche un uomo capace di squarci di tenerezza non privi di lirismo. Il tessuto filmico si incarica di restituire tale eterogeneità attraverso la detonazione di improvvisi attimi di violenza accompagnati da scene che ne ribaltano gli stilemi estetici e le modalità comportamentali del suo protagonista. La narrazione segue il punto di vista del protagonista e priva lo spettatore di alcuni spunti che caratterizzerebbero un racconto più classico: ne consegue una carenza di informazioni sulle particolari situazioni in cui, di volta in volta, si trova Joe.

Un cinema del genere, manipolato a proprio piacimento e trattato come un corpus ferito e frammentato, dovrebbe funzionare come un'esperienza sensoriale particolarmente intensa per lo spettatore. Tuttavia, una distanza inammissibile dagli eventi narrati finisce per inficiare il risultato finale. Il sangue che scorre, i salti nei raccordi di montaggio e l'estetizzazione della violenza restano fini a sé stessi e non sono usati come strumenti necessari all'elaborazione di un linguaggio filmico alternativo che possa comunque creare empatia. La forza visuale della regista diventa il suo limite maggiore. Un cinema così contorto e chiuso nel proprio meccanismo “d'avanguardia” rischia di morire affogato nel laghetto delle proprie sperimentazioni e di privare il pubblico dell'ossigeno necessario nonostante la dolorosa umanità di un attore che, questa volta, non riesce a liberarsi del giogo a cui è condannato.

giovedì 26 aprile 2018

AVENGERS: INFINITY WAR

di Matteo Marescalco

C'è ben poco da fare e da dire. Avengers: Infinity War è l'evento più atteso dell'anno ed uno dei migliori blockbuster degli ultimi tempi. Il film che ha scosso le fondamenta dell'universo cinematografico costruito con attenzione a partire da Iron Man è un meccanismo di inarrestabile potenza che conquista totalmente il cuore dello spettatore e segna una evoluzione all'interno del tessuto dei cinecomics.

In Civil War, uno scontro tra i Vendicatori portava Captain America ed Iron Man a darsele di santa ragione, a causa degli effetti collaterali causati da un'operazione condotta nella città di New York. Nemmeno il tempo di ricucire lo strappo nei rapporti tra i membri del gruppo che il nemico ha già un piede sulla Terra ed è più pericoloso che mai. Questa volta, si tratta di Thanos, il più malvagio essere mai esistito, deciso a ridurre il numero degli esseri umani e di contenere lo spreco delle risorse attraverso le sei Gemme dell'Infinito incastonate nel guanto che porta alla mano sinistra. Ventuno personaggi protagonisti intervengono nello sviluppo di questo colossale Infinity War che rende il primo The Avengers alla stregua di un film indie.

Il team creativo della Marvel è incredibilmente riuscito nella creazione e nella gestione di una saga di film che segnerà indelebilmente la storia del cinema e le dinamiche produttive dei blockbuster. Infinity War è soltanto un pezzo di quel grande mosaico rappresentato dai restanti episodi. In tal senso, il film riesce a creare un legame stilistico ed estetico con quanto visto finora, trovando nei fratelli Russo quell'elemento in più necessario alla creazione di un tassello totalmente nuovo in seno al progetto. Ciò in cui i due registi riescono alla perfezione consiste nel superamento di un meccanismo finora consolidato. Gli universi degli Avengers e dei Guardiani della Galassia convivono tra loro e finiscono per soccombere all'oscurità del villain di turno. La pretesa di Thanos di ergersi come arbitro divino gli dona il carattere necessario alla distruzione (o al rinnovamento?) dell'Universo Marvel come lo abbiamo conosciuto finora. Colpi di scena a volontà e sentimento fatalista arricchiscono un affresco industriale di rara fattura.

mercoledì 25 aprile 2018

GHOST STORIES

di Matteo Marescalco


La premessa alla base di questo Ghost Stories consiste nel convincere uno spettatore scettico della reale esistenza di presenze ultraterrene, nell'ambito di una realtà quotidiana la cui illogicità supera ogni possibile immaginazione umana. Nell'universo diegetico del film, tocca a Philip Goodman interpretare il ruolo dello spettatore scettico: a differenza, però, del suo corrispettivo in sala, bloccato in una condizione di sottomotricità e di sovrapercezione, Goodman è un personaggio attivo e si occupa di smascherare senza problemi ogni falsità per conto di un programma televisivo dedicato al soprannaturale. L'investigatore ha un mito di gioventù, Charles Cameron, divulgatore impiegato nel suo stesso campo ma scomparso da tempo senza lasciare alcuna traccia. Le certezze di Goodman vengono infrante quando, a sorpresa, viene contattato da Cameron, che ha maturato una svolta nelle proprie certezze: alle prese con tre casi impossibili da risolvere, l'anziano divulgatore televisivo ha iniziato a credere alla veridicità di alcune ghost stories ed alla possibilità che il soprannaturale, in effetti, esista.

Blocco di appunti e registratore vocale alla mano, Philip Goodman precipita nell'oscuro baratro dei tre casi irrisolti: quello di Tony Matthews, custode di una struttura correttiva abbandonata e caratterizzata dalla presenza del fantasma di una bambina; il caso Simon Rifkind, ossessionato da visioni sataniche da quando si è inoltrato in piena notte in un bosco dopo aver rubato l'auto dei genitori; e, infine, la vicenda di Mike Priddle, finanziere rampante alle prese con un poltergeist che getta nel caos la stanzetta della figlia deceduta alla nascita. 

martedì 24 aprile 2018

LORO 1

di Matteo Marescalco

Chi sono questi Loro che hanno dato il titolo al dittico di Paolo Sorrentino sulla figura di Silvio Berlusconi? «Loro sono tutti quelli che contano», per citare una battuta di Sergio Morra, alter ego di Gianpaolo Tarantini, organizzatore di coca-party e delle feste con escort nelle residenze dell'ex Primo Ministro che, sia chiaro, in Loro 1 entra in scena dopo ben un'agognata di ora di attesa. La principale attrazione del film si fa desiderare a lungo.

Sorrentino, infatti, costruisce tutta la prima parte del suo film su una struttura svolazzante di tette e cosce, feste e favori sessuali, in cui l'acceleratore della bailamme visiva viene spinto al massimo, inanellando una serie di videoclip di notevolissima fattura che durano un battito di ciglia. O il tempo di una sniffata, per restare in tema. L'immaginario portato in scena, questa volta, è quanto di più scontato e targetizzato (da Il Divo in poi, Sorrentino ha imparato sempre più a vendere sé stesso come un brand) e va dalla morte di un agnellino di fronte ad un canale commerciale e ad un climatizzatore che pompa aria fredda all'incidente notturno di un camion della spazzatura che, per evitare una pantegana, precipita tra i reperti dell'Antica Roma. La scalata di Sergio Morra prosegue fino all'arrivo in Sardegna. Una festa in cui piove MDMA e in cui si contempla attoniti la bellezza universale dell'infinito attira l'attenzione di Berlusconi, contemporaneamente impegnato a digerire la fine del suo governo, la crisi matrimoniale con Veronica e il rifiuto di un calciatore di giocare nel suo Milan. «Agnelli a casa aveva un ritratto di Francis Bacon. Noi abbiamo Apicella» è una delle più divertenti battute pronunciate da Veronica che, nel tempo libero, realizza sculture e legge Saramago.

Questo primo episodio termina in modo tronco, anticipando il prossimo contatto tra la turbo-gang di
Morra e le fantasie di Berlusconi. Al cinema torneremo tra circa due settimane. Consapevoli di trovare, ancora una volta, immagini pompate al massimo e ridotte al grado zero di senso, allegorie in fin dei conti innocue sul vuoto che ci circonda, avvitamenti della macchina da presa incapace di prendere una posizione e di scegliere da quale lato della barricata fermarsi. Insomma, Sorrentino insegue la visionarietà s-catenata di tante tendenze estetiche di un certo cinema di oggi e riesce a dirigere i migliori videoclip di oggi (già in Youth lo avevo dimostrato, alle prese con un vero videoclip innestato nel tessuto filmico). Ma il Cinema è altrove. 

mercoledì 18 aprile 2018

OSTILI

di Matteo Marescalco


«Nella sua essenza, l'anima americana è dura, solitaria, stoica ed assassina. Finora non si è mai ammorbidita». Iniziare Ostili con un esergo del genere tratto da H.D. Lawrence è una sufficiente dichiarazione di intenti che attesta il proseguimento della filmografia di Scott Cooper sui binari della sua personale rimediazione dei generi classici del cinema americano. Sembra che il regista stia costruendo sempre più la sua carriera nell'ottica di un confronto scolastico con la tradizione, costantemente risolto, finora, senza correre il rischio di caduta dando seguito a particolari intuizioni personali, con l'ottenimento di un risultato complessivo che fa somigliare ogni suo nuovo film ad un corpo esangue e privo di mordente.

Animato da un evidente affetto nei confronti del materiale di partenza, Cooper maneggia la mitologia di generi così rodati -fondamentalmente western, noir e gangster movie- forte del valore artigianale che permea il suo lavoro. Siamo nel New Mexico del 1892. Alll'esergo di partenza che dichiara l'archetipo dell'anima dura americana succede l'inquadratura di una casa isolata negli sconfinati spazi che si perdono a vista d'occhio. La civilization è attaccata e sterminata dalla wilderness della frontiera: un gruppo di indiani Comanchi brucia la casa ed uccide brutalmente la famiglia che vi abitava. Le scene successive allo stacco di montaggio mostrano il volto granitico di Joe Blocker. Il comandante dell'esercito ha un passato di sangue, ha affrontato diverse volte i nativi e vorrebbe ritirarsi dal suo lavoro, nonostante un'ultima missione da portare a termine. Deve, infatti, scortare fino al Montana il famoso capo Cheyenne Falco Giallo insieme ai suoi figli e ai nipoti. Alla spedizione lungo il cuore dell'America prenderà parte anche Rosalie, l'unica superstite della famiglia trucidata nell'incipit del film.
 

lunedì 16 aprile 2018

GHOST STORIES

di Matteo Marescalco

Dopo La vedova Winchester, questo 2018 vede arrivare al cinema un altro racconto di fantasmi. L'ectoplasmatico popola le tre Ghost Stories che danno il titolo al film di Jeremy Dyson ed Andy Nyman, già autori dell'omonima pièce teatrale di genere horror che, a Londra, ha tenuto banco per più di due anni.

«Il cervello vede solo ciò che vuole vedere». Si tratta della battuta pronunciata da uno dei personaggi del film che meglio riesce a racchiudere lo spirito del lungometraggio horror. Il Professor Philip Goodman è un investigatore televisivo del soprannaturale e ritiene che ogni falsità possa essere smascherata senza troppi problemi. Sarà lui il collante che tiene unito le tre ghost stories. Il mito di gioventù di Goodman è un altro uomo di televisione, il divulgatore Charles Cameron, che faceva il suo stesso mestiere ma che è scomparso da anni. Quando, improvvisamente, Charles contatta il Professore, Goodman è sorpreso nel trovare un uomo che ha ripensato tutte le sue certezze e che, addirittura, crede che il soprannaturale possa realmente esistere. Per dimostrargli questa sua nuova convinzione, gli presenta tre casi privi di soluzione: quello di Tony Matthews, custode di una struttura correttiva abbandonata che viene aggredito dal fantasma di una bambina; il caso di Simon Rifkind, ossessionato da visioni sataniche da quando si è inoltrato nel bosco con l'auto rubata ai genitori; ed, infine, la vicenda di Mike Priddle, finanziere rampante alle prese con un poltergeist che rovina l'ordine totale della cameretta della figlia deceduta alla nascita. I tre racconti, apparentemente a sé stanti, hanno, in realtà, il loro termine comune proprio nel Professor Goodman, totalmente ignaro delle conseguenze che lo sviluppo dei tre casi gli procurerà.

Prendendo in considerazione due dei ghost-movies che nei primi anni 2000 alzavano gli standard del genere, Il sesto senso e The others, ed il recente caso de La signora Winchester, Ghost Stories si colloca a metà strada. Supera nettamente il film di Fratelli Spierig perché non ha bisogno di costruire il racconto soltanto sui jump-scares ma è in grado di articolare una riuscita dialettica tra visibile e non visibile, campo e limiti dell'inquadratura che incatena lo spettatore all'interno del congegno costruito senza dargli scampo. I tratti immateriali e fantasmatici, le entità inquietanti, i riflessi che spariscono in battito di ciglia, i giochi di luce, le ombre e le illusioni sono al servizio di tre racconti apparentemente slegati tra loro ma che raggiungono la totale comprensione soltanto nel finale.

Tuttavia, il percorso dei propri peccati e la fuoriuscita dalla prigione delle proprie colpe avviene facendo leva sulla rottura del patto spettatore-autore che caratterizza ogni narrazione. Mentre il twist-ending de Il sesto senso è costruito su un meccanismo percettivo che ci mostra la verità fin dai primi minuti e che, comunque, attraverso varie scelte di decoupage e di messa in scena, ci fornisce la possibilità di individuare il reale e il fittizio, Ghost Stories ci spaccia per reale ciò che, in corrispondenza del finale, viene puntualmente distrutto, con la mera scusa che si tratti di un colpo di scena particolarmente ben congeniato. Fornire prove false non è il massimo della moralità per un film che vorrebbe raccontare sensi di colpa. 

sabato 14 aprile 2018

IL NOSTRO SGUARDO ALL'EDIZIONE IN DVD DE IL LIBRO DI HENRY

di Matteo Marescalco

«L'eredità non è quanti zeri abbiamo sul conto in banca. Sono le persone che abbiamo accanto e quello che gli possiamo lasciare».

Grazie a Universal Pictures, abbiamo avuto modo di recuperare l'ultimo film di Colin Trevorrow, regista di Jurassic World e di Safety Not Guaranteed. Dal 28 Marzo, è infatti uscita l'edizione italiana in DVD e in Blu-Ray de Il Libro di Henry, con Naomi Watts, Sarah Silverman, Lee Pace, Dean Norris, Jaeden Lieberher e Jacob Trambley.

Non appena inserite nel vostro lettore il DVD de Il Libro di Henry, raggiungerete lo snello menù principale che fornisce la possibilità di avviare il film, di selezionare le scene, di dare uno sguardo ai contenuti speciali e, infine, di scegliere lingua e sottotitoli. Noi di Diario di un cinefilo iniziamo questo viaggio nei meandri del DVD direttamente dalla visione del film.

I primi minuti, estremamente suggestivi, confermano il grande lavoro svolto sull'immagine filmica dell'edizione home video: il quadro è stabile e privo di imperfezioni, la resa video è eccellente con colori brillanti e contrasti ben in evidenza. Le medesime caratteristiche riguardano pure le tracce sonore in Dolby Digital 5.1 (presenti in lingua italiana ed inglese).

Henry è un ragazzino prodigio che si prende cura della propria madre, Susan, single e cameriera in un piccolo locale di provincia e del fratellino, Peter. Oltre a gestire il nucleo familiare, Henry ha anche assunto il ruolo di pilastro emotivo della madre e di Peter. La situazione subisce un'improvvisa svolta quando Henry inizia a credere che la ragazzina che abita nella casa accanto sia vittima di violenze da parte del patrigno.

La due volte candidata all'Oscar Naomi Watts ed i due giovani Jaeden Lieberher e Jacob Trambley, già visti rispettivamente in IT e in Room, caricano sui propri volti le emozioni di un dramma intimista poetico ed emozionante che cattura lo spettatore all'interno del suo meccanismo. Il regista Colin Trevorrow torna alle atmosfere del suo film d'esordio, intessendo una narrazione profondamente debitrice nei confronti della levità emozionale del cinema di Steven Spielberg. Il Libro di Henry è un film da non perdere che viene ottimamente valorizzato dal supporto scelto.

I contenuti speciali dimostrano lo stesso carattere snello del film ed inglobano unicamente il trailer e i credits dell'edizione in DVD.

Scheda Tecnica
Supporto: DVD
Titolo: Il Libro di Henry
Durata: 1h 41min
Genere: Drammatico, Thriller
Produzione: USA 2017
Regia: Colin Trevorrow
Sceneggiatura: Gregg Hurwitz
Cast: Naomi Watts, Jaeden Lieberher, Jacob Tremblay, Sarah Silberman, Dean Norris, Lee Pace
Distribuzione: Universal Pictures
Data di uscita: 28 Marzo 2018
Formato video: 1.85:1 Anamorphic Widescreen
Audio: 5.1 Dolby Digital Italiano e Inglese
Sottotitoli: Italiano
Extra: Trailer, Credits