lunedì 19 febbraio 2018

IL FILO NASCOSTO

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Cinemonitor: http://www.cinemonitor.it/36943-il-filo-nascosto-dalla-maison-pta-un-melodramma-di-straordinaria-forza-drammatica/

Cos'è questo fantomatico filo nascosto che dà il titolo all'ultimo film di Paul Thomas Anderson? Si tratta di una traiettoria immaginaria che unisce sogno e desiderio, nell'ambito di un percorso che si staglia lungo tutto l'arco del Novecento, il secolo del cinema. Ma è anche il simbolo di un rapporto sottocutaneo, delicato ma intenso, che nasce tra Alma, timida cameriera, e Reynolds Woodcock, il più importante sarto londinese degli anni '50.

Lo stilista ha costruito la sua monumentale carriera sull'arte della tessitura, abbigliando le famiglie reali, le star del cinema, le signore dell'alta società, scontrandosi spesso con la volgarità della vita mondana che frustra la perfezione dei suoi abiti. Nella direzione della sua magione, Woodcock è affiancato da Cyril, enigmatica ed affettuosa sorella, e da uno stuolo di anziane sarte che si occupano della realizzazione degli abiti. La sua vita è scandita da colazioni dal ritmo ciclico e da una dedizione totale al lavoro, attività scosse dal fantasma della madre, che lo tormenta giorno dopo giorno, e da una serie di cortocircuiti che lo stilista si concede sotto forma di messaggi nascosti nelle fodere dei vestiti. Costruire un rapporto con Alma vuol dire, fondamentalmente, inserire un corpo estraneo nella fantasmaticità della sua esistenza.

Priva di una particolare identità ed apparentemente disposta ad essere manipolata dal sarto, Alma, in realtà, nasconde un'intensità che non cessa mai di sorprendere, fino allo sconvolgente finale, in cui il fil rouge del melodramma si espande ed assume tinte orrorifiche. Nel percorso che la porterà a trasformarsi da musa a ribelle, la ragazza sfalda ogni certezza di Woodcock e si interpone tra lui e le sue ossessioni private. Con l'abilità degna dei più grandi sarti cinematografici, Paul Thomas Anderson si sposta dalle atmosfere lisergiche di Thomas Pynchon al controllo totale dell'industria della moda londinese degli anni '50. A partire da un denominatore comune: il vizio di forma dell'amore, che ubriaca ogni rapporto di potere (anche quello più scarnificato nell'ambito di una coppia) ed ogni modalità percettiva. L'osceno si allarga e si diffonde come un virus nel corpo di Woodcock fino ad assumere la fattezza di una malattia da bramare e, allo stesso tempo, allontanare.

Tra riferimenti al citizen Kane di Orson Welles ed al thriller psicologico di Alfred Hitchcock, passando attraverso Pigmalione e perturbante, Il filo nascosto è un capolavoro di perfezione, mai fine a sè stessa ma giustificata dall'aderenza alle barriere emotive erette dal suo protagonista. La narrazione reticolare dei precedenti lavori del regista scompare per lasciare il posto ad una struttura adamantina che ha due personaggi (e le loro ossessioni) al centro del discorso. Gli attori incarnano il sogno febbricitante di un cinema che, a dispetto della cultura digitale, ritorna con il suo immaginario di fantasmi e di spettri, di segreti e torbide passioni custodite in cuori fanciulli (Rosebud, la grande madre) e che consente di stringere a sé l'immagine del proprio desiderio.

sabato 17 febbraio 2018

LA VEDOVA WINCHESTER

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Cinemonitor: http://www.cinemonitor.it/36933-la-vedova-winchester/

Tra il 1999 ed il 2001, Il sesto senso (tratto da un soggetto originale) e The others (rilettura de Il giro di vite di Henry James) alzavano gli standard relativi alla realizzazione di una ghost-story. I due thriller superavano di slancio il banale obiettivo di terrorizzare lo spettatore, preferendo costruire una struttura attenta alle immagini ed al rapporto tra visibile e non visibile, l'ectoplasmatico per l'appunto. Modalità di percezione delle immagini e riflessione sul dispositivo cinematografico classico e moderno divenivano, quindi, il fulcro di una struttura narrativa poco focalizzata sui colpi di scena ma costruita su una sapiente evoluzione di ogni elemento portato in scena. Il fascino di questi due Mind Game Film risiedeva nel fatto che il First Time Viewer fosse immediatamente incoraggiato ad una seconda visione, volta alla scoperta della “fregatura” costruita dal regista. Tra fine ed inizio millennio, quindi, toccava a due thriller hollywoodiani edificare il concetto di intrattenimento e di suspense attorno ai meccanismi epistemologici dello spettatore.

A detta di Helen Mirren, protagonista de La vedova Winchester, il film diretto dai fratelli Michael e Peter Spierig è, più di ogni altra cosa, una ghost-story. In tal modo, l'attrice inglese rivendica una supposta superiorità su ciò che viene tradizionalmente ricondotto nell'alveo del genere horror. La domanda che ci poniamo è: tenendo come punti di riferimento le due ghost-story emblematiche di cui sopra, quanto La vedova Winchester può essere considerato aderente a quel sottogenere e non riconducibile meramente all'horror?

Le dinamiche narrative del film hanno nella Winchester House il fulcro della propria genesi. Si tratta di una gigantesca magione che potrebbe essere stata progettata da Escher ma che in realtà venne costruita ed ampliata ininterrottamente per 38 anni sotto le direttive di Sarah Winchester, imparentata con la fabbrica d'armi Winchester Repeating Arms Company. La storia vera vuole la vedova Winchester affranta per le gravi perdite familiari che la colpirono e convinta da un medium a spostarsi a ovest di New Heaven. Credendo di essere perseguitata dalle anime uccise dai fucili dell'azienda di famiglia, Sarah dedica giorno e notte alla costruzione di un'enorme magione progettata per tenere a bada gli spiriti maligni. Per indagare su questa sua ossessione, viene chiamato lo scettico psichiatra Eric Price. Le sue ricerche lo portano a credere che, probabilmente, non si tratta solo di una semplice ossessione.

Indispensabile motore per la realizzazione del film è stata Helen Mirren, qui al suo primo ruolo in un film horror. Il personaggio interpretato dall'attrice britannica vede la gente morta, è un mediatore tra mondo dei vivi ed universo ectoplasmatico. Nell'ambito della magione, la signora non è la sola anomalia: camerieri e addetti alla realizzazione dell'edificio sembrano condividere con lei tratti caratteristici che li rendono ambigui. Il problema che inficia la riuscita de La vedova Winchester, riducendo il film ad un horror da cassetta, risiede nei numerosissimi jump-scares che costellano il racconto e che finiscono per segmentarlo in scene a sé stanti, non inserite nel contesto di una solida struttura narrativa attenta alla storia ed ai conflitti dei personaggi. Porte che cigolano, corridoi poco illuminati, improvvise apparizioni e bambini da esorcizzare sono i condimenti che provano ad insaporire un piatto poco interessante. I tratti immateriali e fantasmatici non riescono mai ad elevare il film al rango di ghost-story ma rimangono annacquati tra le onde schiumose di un horror che mira più alla pancia che ad altro. Gli stessi dedali della magione sono soltanto un trucco mai al servizio della complessità del racconto, un artificio incapace di avviluppare lo spettatore al loro interno.

Ghost-story o insignificante horror da guardare per riempire una banale serata? Noi propendiamo per la seconda possibilità. 

giovedì 8 febbraio 2018

A CASA TUTTI BENE

di Matteo Marescalco

Pietro e Alba festeggiano i cinquant'anni di matrimonio nella villa familiare in cui hanno trascorso tanti bei momenti insieme. Per l'occasione, l'isola di Ischia (sospesa in un tempo altro) ospita i tre figli della coppia (Carlo, Paolo e Sara) con le rispettive famiglie. Un'improvvisa mareggiata, tuttavia, blocca l'arrivo dei traghetti e fa saltare il rientro previsto in serata, costringendo tutti a rimanere sull'isola e a fare i conti con loro stessi, con il loro passato, con gelosie mai sopite, inquietudini, tradimenti, paure ed inaspettati colpi di fulmine. E la tempesta mucciniana, anche con un fin troppo esplicito richiamo alla mareggiata che blocca i personaggi sull'isola, esplode con tutta la sua veemenza.

Dopo la parentesi americana iniziata al fianco di Will Smith e l'esplorazione dei territori adolescenziali con L'estate addosso, Gabriele Muccino torna in Italia con la detonazione dei suoi rapporti prediletti: quelli familiari. Tuttavia, a differenza che in Ricordati di me e L'ultimo bacio, in questo A casa tutti bene, la famiglia non è più un'ancora di salvezza da cui fuggire e verso cui approdare, nonostante tutto, uniti ad essa da un sentimento di amore e di appartenenza. In tal senso, uno dei personaggi più emblematici della vicenda è proprio quello interpretato da Stefano Accorsi, simbolo di quel nomadismo dei sentimenti che ha sempre caratterizzato il cinema di Muccino. Il suo punto di vista viene abbracciato all'inizio del film ed abbandonato successivamente a favore di un mosaico di sguardi che restituisce visioni diverse e, probabilmente, fin troppo schizofreniche.

Durante il pranzo in occasione dei festeggiamenti, tutto sembra andare per il verso giusto e i conflitti sospesi e tenuti a bada esplodono in tutta la loro forza a causa di un problema legato all'arrivo dei traghetti. Da quel momento in poi, Muccino confina i suoi personaggi sull'isola ed avvia un gioco al massacro che somiglia a Dieci piccoli indiani. Ovviamente, a morire saranno solo i sentimenti, sotto i colpi di urla e declamazioni di cui gli attori sono carichi a pallettoni. L'ipocrisia si nasconde dietro ai sorrisi e alle pacche sulle spalle e l'utopia irraggiungibile è quella di costruire una famiglia in cui la “normalità” sia la regola.

La macchina da presa sembra non fermarsi mai, provando a seguire le numerosissime traiettorie vitali dei personaggi e dei loro drammi, in preda ad una ipertrofia visiva e narrativa che, alla lunga, sfianca. È proprio in certi silenzi che A casa tutti bene trova la sua dolcezza, alle prese con un minimalismo che contraddice un po' gli assunti mucciniani ma che finisce per commuovere e colpire molto più dei momenti declamati. Se anziché spiegare ed urlare tutto, Muccino avesse gestito meglio i rapporti tra i personaggi e, soprattutto, i dialoghi e l'esposizione dei loro pensieri, ne sarebbe sicuramente scaturito un prodotto più bilanciato e controllato. Chissà, magari la consapevolezza finale del personaggio interpretato da Valeria Solarino potrebbe essere un indizio per uno nuovo tipo di sguardo che il regista romano potrebbe applicare a partire dal suo prossimo film. 

lunedì 5 febbraio 2018

BRIGHT

di Matteo Marescalco


Sono passati più di dieci anni da Io sono leggenda e dalla prima collaborazione con Gabriele Muccino, eppure Will Smith sembra continuare a percorrere quegli stessi binari solitari: training corporeo, afflato eroistico e costanti ricerche della felicità. Ma qualcosa è cambiato, questa volta.

Risale appena a Maggio, in occasione del Festival di Cannes, la presa di posizione di Pedro Almodovar contro Netflix e quella di Smith contro il regista spagnolo. In breve, il presidente di giuria riteneva quanto meno bislacca l'idea di inserire in concorso un film che poi non sarebbe andato incontro alla regolare distribuzione in sala. «Ciò non significa che io non sia aperto alle nuove tecnologie o non voglia celebrarne le nuove opportunità, ma finché avrò vita lotterò per difendere la capacità d'ipnosi con cui il grande schermo cattura gli spettatori» sosteneva Almodovar. Dalla parte opposta si situava proprio l'attore afroamericano, per l'occasione in veste di membro della giuria: «Ho dei figli di 16, 18 e 24 anni a casa. Vanno al cinema due volte a settimana e guardano Netflix. (…) A casa mia Netflix non è che un grandissimo beneficio, perché i miei figli guardano lì dei film che altrimenti non avrebbero mai visto». Insomma, immaginario da un lato e totale fruibilità globale dall'altro.

In quell'occasione, la piattaforma di video on demand portava in concorso gli ultimi film di Bong Joon-ho e di Noah Baumbach e preparava, da lì a pochi mesi, l'uscita in pompa magna del suo primo blockbuster, Bright, affidato alla direzione di un regista muscolare come David Ayer e alla scrittura di Max Landis (che su Netflix era già precedentemente sbarcato con Dirk Gently-Agenzia di investigazione olistica). 

FINAL PORTRAIT-L'ARTE DI ESSERE AMICI

di Matteo Marescalco

Dopo aver presentato la sua quinta regia a Berlino (in occasione dell'ultima Berlinale) e al Torino Film Fest, Stanley Tucci torna in Europa per un altro incontro stampa a Roma. Ancora una volta, il suo Final Portrait-L'arte di essere amici è il protagonista indiscusso della discussione con il pubblico.

Il piccolo film è ambientato nella Parigi del 1964. Si tratta di un particolare biopic che ha per protagonisti Geoffrey Rush ed Armie Hammer: i due impersonano Alberto Giacometti e James Lord, giovane scrittore americano in visita nella capitale francese. Il primo è uno dei maggiori artisti della seconda metà del secolo scorso, il secondo un dandy a cui è cara la vita da flaneur, tra salotti borghesi e ristoranti per pochi eletti. Il racconto concentra la propria attenzione sul rapporto sui generis che si viene a creare tra i due personaggi. Lord commissiona un ritratto a Giacometti ma la lavorazione che sarebbe dovuta durare pochissimi giorni, in realtà si estende oltre le due settimane di tempo, periodo sufficiente affinché lo scrittore americano venga a conoscenze della vita sregolata del pittore svizzero. Sempre ai limiti della decenza e dell'igiene, Giacometti è famoso per le sue opere incompiute, abbozzi che finivano puntualmente per essere distrutti e cominciati nuovamente da capo.

Tucci parte da una vicenda biografica ben precisa (quale può essere il rapporto tra due persone) per allargare il piccolo quadro a temi dai tratti universali. La macchina da presa utilizzata a mano tallona da vicino i personaggi e fornisce un modo per aggirare la ripetitività della situazione narrativa. A causa dell'insicurezza del pittore, l'entusiasmo con cui Lord chiese un ritratto a Giacometti si trasformò in noia e in disagio, dopo settimane di prove non andate a buon fine. Al di là delle questioni meramente relative agli scambi da commedia tra i due personaggi, la spina dorsale della vicenda è davvero enorme. La dinamica tra maestro e giovane testimone, la ricerca ossessiva alla base della realizzazione di un'opera d'arte considerata anche come malattia dell'anima, la sua fruibilità presso il pubblico, l'evoluzione della pittura al tempo della riproducibilità tecnica. Il regista accarezza ogni singola tematica per liberarsene in fretta, evitando di restare incagliato nei tratti da lezioncina scolastica che la struttura del film avrebbe rischiato di assumere ma, allo stesso tempo, evitando anche di puntare ad un qualcosa di più rispetto ad un mero dialogo tra due protagonisti (con l'inserto di qualche personaggio di contorno).

In tal senso, l'attore-regista abbraccia la via del bozzetto e della macchietta, probabilmente l'aspetto strutturale più semplice attraverso cui aggirare l'ostacolo. Insomma, niente di nuovo sotto il sole ma semplicemente un compitino svolto molto bene e senza particolari sbavature, privo però dell'irrequietezza che tanto si addiceva al personaggio portato in scena.