lunedì 20 marzo 2017

LA VENDETTA DI UN UOMO TRANQUILLO

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata per Point Blank

La vendetta di un uomo tranquillo, debutto alla regia di Raul Arevalo, ha inizio sotto il segno di una rapina. Il punto di vista della scena stabilisce una prima discrasia tra ciò di cui viene messo al corrente lo spettatore e le azioni di cui, invece, si rendono protagonisti i personaggi. Un’automobile parte e la frenesia degli eventi è moltiplicata dalle urla di un gruppo di rapinatori, che si trova a fuggire dalla polizia tra le strade di Madrid. Un lieve scarto verso sinistra rende impossibile notare il rapido avvicinamento di un altro veicolo che tampona bruscamente il primo. L’autista del gruppo scende e viene immediatamente atterrato dalla polizia. Il primo capitolo è archiviato.

Il 2014 è stato l’anno di True Detective e di La isla minima, due prodotti speculari che mettono in scena l’oscurità di un grembo materno non più in grado di proteggere. Della lezione di Alberto Rodriguez ha fatto tesoro proprio Raul Arevalo, il Rustin Cohle spagnolo, già visto alle prese, in tutta la sua gaudente omosessualità, con un aereo di linea che, nel 2012, continuava a planare più per inerzia che per altro, impossibilitato ad atterrare senza compromettere la propria struttura. (...)

giovedì 16 marzo 2017

GHOST IN THE SHELL: IL PRIMO FOOTAGE

di Matteo Marescalco

Grazie a Universal Pictures Italy abbiamo avuto l'occasione di assistere ad un footage di 12 minuti dell'atteso Ghost in the Shell. Il film di Rupert Sanders è l'adattamento del manga scritto e disegnato da Masamune Shirow nel 1989, ambientato in un Giappone futuristico dai toni cyberpunk. 
Il cast della trasposizione comprende grandi nomi del cinema mondiale: Scarlett Johansson, Juliette Binoche, Micheael Pitt e Takeshi Kitano.

L'attesa nei confronti di questa trasposizione cinematografica di un prodotto cross-mediale era notevole. I 12 minuti mostrati in anteprima hanno inizio con la nascita del Maggiore Mira Killian: un corpo sintetico, un cervello ed una serie di cascate  di un materiale simile a resina, che modella l'aspetto esteriore, ci immergono in un'atmosfera distopica che lavora sui residui del cinema di fantascienza del passato. Il quesito che è stato centrale, solo per citare alcuni prodotti, in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? (e di conseguenza in Blade Runner) e in A.I. Intelligenza Artificiale, continua a rivestire un ruolo peculiare: quanto un essere sintetico del genere può essere considerato umano, capace di provare emozioni e sentimenti e di agire sulle proprie azioni? Il processo di creazione avviene in una sorta di grembo materno ad altissima tecnologia mostrato in prospettiva da un 3D che definisce e modella gli ambienti. La scienziata, interpretata da Juliette Binoche, parla della ragazza come di un caso senza precedenti: un cervello umano installato, per la prima volta, su un corpo completamente robotico. 

Le sequenze successive mostrano una serie di movimenti action ipercinetici. In una Tokyo avveneristica che commistiona oggetti concreti ed ologrammi digitali, si muove il corpo attrazione di Scarlett Johansson, in grado di ridefinire continuamente la propria identità. Ogni spazio viene esplorato, conquistato e trasformato in un pretesto per stupire. Si tratta dell'ennesima svolta all'interno di un cinema che ritorna ad essere sempre più il cinema delle origini che, nei primi anni del Novecento, trascinava gli spettatori in un vortice oscuro ad alto livello di stupore. Questi primi minuti di Ghost in the Shell lasciano ben sperare. Nel caso in cui, il lato puramente estetico venga accompagnato da una valida narrazione in grado di scandagliare gli aspetti più oscuri e profondi dell'animo umano, potremmo trovarci di fronte ad una pietra miliare del cinema sci-fi-action degli anni 2000.

giovedì 9 marzo 2017

LA BELLA E LA BESTIA

di Matteo Marescalco

Negli ultimi anni, la tendenza della Disney è stata quella di realizzare versioni in live-action dei grandi classici presenti in catalogo che hanno contribuito a rendere immortale la major statunitense. Ecco arrivare, tra il 2014 ed il 2016, Maleficent, Cenerentola ed Il Libro della Giungla, diretti rispettivamente da Robert Stromberg, Kenneth Branagh e Jon Favreau. Quest'anno, è toccato a La Bella e la Bestia. L'operazione, sul versante commerciale, è di innegabile appeal. Sul versante meramente qualitativo ed artistico, tuttavia, i dubbi hanno la meglio. 

La storia dovrebbe aver cresciuto tante generazioni: Belle è una ragazza che vive in un villaggio troppo piccolo per le sue aspirazioni e che finisce prigioniera nel castello di una Bestia, resa tale dal sortilegio di una strega. Lentamente, la giovane fa amicizia con i servitori incantati che lavorano nel castello e impara ad approfondire il carattere e la personalità della Bestia senza fermarsi alla sola apparenza. Ma i nemici non tarderanno ad arrivare.
 
Nei precedenti remake in live-action, la Disney dimostrava di allontanarsi dalla versione originale per ossigenare il racconto con nuovi spunti. Tim Burton per Alice in Wonderland e i già citati Stromberg, Branagh e Favreau hanno costruito una struttura che andasse ad ampliare e ad arricchire le narrazioni originali. In questo aspetto, La Bella e la Bestia risente della totale assenza di originalità e di un'impostazione che ricalca eccessivamente il film d'animazione. In tal senso, nella mancanza di riferimenti alla contemporaneità e di una contestualizzazione che potesse giustificare l'operazione commerciale, il prodotto delude le aspettative del pubblico e si dimostra ecessivamente vintage, nel risvolto negativo del termine.
In conclusione, è un peccato che oltre le scenografie rifinite e le coreografie di livello non ci sia alcunché di interessante. 

martedì 7 marzo 2017

THE GREAT WALL

di Matteo Marescalco

Lo scorso anno, Warcraft-L'inizio sbarcava nelle sale americane e cinesi e segnava un importante record che ridisegnerà il panorama mondiale degli incassi e della distribuzione. Il film di Duncan Jones, infatti, ha ottenuto il maggior incasso di sempre per un film straniero in Cina, aprendo definitivamente l'attenzione della distribuzione internazionale al mercato cinese, nuova terra di conquista hollywoodiana.
 
Circa un anno dopo, arriva al cinema The Great Wall, co-produzione cinese/statunitense diretta da Zhang Yimou ed interpretata da un melting-pot di attori: Matt Damon, Pedro Pascal, Willem Dafoe, Andy Lau e Tian Jing. Il budget di circa 135 milioni di dollari ha fatto di The Great Wall il film più costoso girato interamente in Cina. 
Dopo aver combattuto in numerose battaglie, risaltando per le loro particolari abilità, William e Pedro, due mercenari senza scrupoli, si recano in Cina alla ricerca della polvere nera, l'antenata della comune polvere da sparo, per rivenderla in Occidente. I due vengono catturati e fatti prigionieri da un esercito di eccellenti guerrieri noto come Ordine Senza Nome. I guerrieri sfruttano la Grande Muraglia per difendere l'umanità dall'avanzata di strane forze soprannaturali che emergono ogni 60 anni e che potrebbero metterne a repentaglio il futuro. 

Il film di Zhang Yimou è un fantasy che, più volte, nelle scene corali e nelle coreografie di massa delle battaglie, ricorda la saga de Il Signore degli Anelli; non a caso, gli effetti speciali sono realizzati dalla WETA di Peter Jackson che ha portato sullo schermo l'universo di J. R. R. Tolkien. Oltre ad essere una straordinaria esperienza videoludica e dimenticando per un attimo alcune incongruenze nella delineazione dei caratteri dei personaggi, The Great Wall si presta a svariate ed interessanti letture che hanno per tema il futuro del cinema digitale. Come se non bastasse, le creature soprannaturali del film dialogano tra loro tramite una sorta di segnale wi-fi, oltrepassando il collegamento analogico che consentiva la "connessione" tra i Na'vi di James Cameron in Avatar. Insomma, a differenza che nelle citate creature, in The Great Wall non esiste alcun residuo umano. Guai a cercare elementi di critica sociale che potrebbero inficiare quello che si configura come lo scopo principale del film: divertire il pubblico. Armatevi di una lattina di Coca-Cola e di una confezione di pop-corn e godete al massimo grado del puro intrattenimento di The Great Wall!

lunedì 6 marzo 2017

KONG SKULL ISLAND

di Matteo Marescalco

Se c'è una cosa che colpisce del grande cinema americano degli ultimi anni è che il blockbuster ha raggiunto vette davvero elevate di perfezione e di cura formale, di approfondimento psicologico dei caratteri messi in gioco e di costruzione della struttura narrativa, oltre ad essersi affermato come teatro di riflessione su temi che riguardano il passaggio dall'analogico al digitale e ad aver digerito e persino "teorizzato" meglio di altre tipologie di cinema questo passaggio epocale. Per certi versi, Kong Skull Island ha il grande pregio di inserirsi nel novero di prodotti di cui è stato detto. Per certi versi, appunto.
 
Il classico del 1933 di Merian C. Cooper ed Ernest B. Schoedsack ha riempito le platee e infranto tutti i record, affermandosi come un capolavoro del genere che ha dato vita a versioni successive, tra remake, parodie e spin-off. Il finale di King Kong, con il gorilla in cima all'Empire State Building, è tra le immagini più icastiche della cultura popolare. In questo reebot del franchise di King Kong (che fa parte dello stesso universo di Godzilla di Gareth Edwards con cui condividerà un cross-over nel 2020), una società segreta nota come Monarch scopre l'esistenza di un'isola sconosciuta e non ancora esplorata. Viene così inviata una spedizione composta da reporter e soldati che, arrivati sull'isola, vengono attaccati da un gigantesco gorilla. Bloccato su Skull Island, il gruppo dovrà sopravvivere alle innumerevoli insidie dell'isola e provare a portare a casa qualche prova sull'esistenza di Kong che, nel frattempo, deve affrontare i predatori che gli contendono il dominio.
 
E' il 1973, la Guerra del Vietnam stava per giungere al termine, ed altri sconvolgimenti economici, sociali e politici scuotevano il decennio. Il periodo scelto viene ricreato alla perfezione grazie all'utilizzo di particolari lenti anamorfiche che, a detta del regista, sono state perfette per rappresentare quegli anni e dare un tocco vintage in più. Gli USA attraversano la fase di perdita dell'innocenza, un periodo di paranoia dilagante e di crisi diffusa. Sull'isola di Skull Island, gli esseri umani presenti mostreranno la loro vera natura. Su tutti, Preston Packard, interpretato da un luciferino Samuel L. Jackson, comandante militare della spedizione che attacca Kong non perchè sia il cattivo dell'isola ma semplicemente perchè sente la mancanza dei Viet Cong. La follia della lotta contro qualsiasi cosa, ad ogni costo, illumina costantemente il suo volto. Attenzione, però, al pericolo dietro l'angolo: Kong Skull Island è, prima di tutto, un gigantesco giocattolone che lavora sulle immagini e sui colori, sui movimenti e sull'azione, raggiungendo il suo apice nella trattazione delle sequenze ipercinetiche. Quindi, è consigliabile evitare di soffermarsi sugli eventuali strascichi pacifisti o su aspetti affini nel contesto di un blockbuster che vuole semplicemente intrattenere il pubblico. 

Un plauso particolare va a Larry Fong, in grado di lavorare come pochi sulla manipolazione dell'immagine digitale. In un contesto formale così curato risalta la mediocrità dei personaggi che animano il film e che vengono sacrificati dinnanzi al grande mostro. Pollici in su per questo prodotto rétro che odora di revival e di cultura popolare e che, soprattutto, non si vergogna mai del proprio carattere sgangherato trasformandolo in un punto di forza.