mercoledì 29 novembre 2017

GLI EROI DEL NATALE

di Matteo Marescalco

Il periodo natalizio è alle porte e, puntuali, arrivano i numerosi film che allieteranno le nostre feste. Un posto di particolare importanza spetta a Gli eroi del Natale, prodotto della Sony Pictures Animation che rilegge, dal punto di vista degli animali co-protagonisti, la nascita di Gesù. 
Bo è un asinello che sogna di liberarsi dalla stalla in cui è rinchiuso e condannato a far girare la macina di un mugnaio pieno di sè; il suo migliore amico, la colomba Dave, gli dà una mano a fuggire e gli consiglia di seguire il corteo reale che passerà da Nazareth; Maria è una giovane donna alle prese con la propria gravidanza divina. A completare il quadro dei personaggi, Giuseppe, neo-marito di Maria e dubbioso sul proprio ruolo in relazione alla nascita di Gesù. Sullo sfondo della narrazione tradizionale si aggiunge la miriade di personaggi secondari legati all'evento che, in questa rilettura animata, assurgeranno al ruolo di protagonisti assoluti. 

L'idea di rifondare e raccontare diversamente quella che, a ragione, viene definita la più grande storia del mondo (ovviamente, per un target di piccoli) è originale e porta con sè un buon livello di sviluppo e di cura, sul versante narrativo ed animato. Ogni personaggio ha un conflitto e lotta contro qualcosa: l'idea di sè che hanno gli altri, il desiderio di uscire dalle quattro mura domestiche e di mettersi davvero in gioco e contribuire a quello che viene percepito come un evento determinante, l'inadeguatezza nel crescere il re dei re. La tradizionale struttura del viaggio dell'eroe presenta varie sfaccettature e si sviluppa in relazione a tutti gli animali che entrano in gioco. 

Ovviamente, le storyline troveranno il loro punto di detonazione in corrispondenza dell'evento finale, suggellato dalla comparsa della stella cometa che guida il cammino degli eroi. Il film offre una serie di valori su cui poter riflettere, in relazione al comportamento degli animali del presepe: coraggio, dedizione, redenzione e libertà di scelta. Questo interessante backstage della nascita di Cristo riduce al minimo i riferimenti divini. Nella sua semplificazione risiede una delle chiavi del successo del film che si attesta come un piacevole modo per trascorrere un pomeriggio all'insegna del divertimento familiare.

venerdì 24 novembre 2017

ASSASSINIO SULL'ORIENT EXPRESS

di Matteo Marescalco

Un lussuoso treno attraversa un freddo scenario invernale dominato dalla neve e dalle montagne. Dentro il treno l'atmosfera è soffusa ed il cibo è ottimo. Peccato che la calma che regna sovrana venga improvvisamente sconvolta da un omicidio. Ad essere ucciso è Ratchett, un losco individuo dal passato poco chiaro, colpito al petto da svariate coltellate di forte intensità. Chi dei distinti passeggeri è il colpevole? Il compito di condurre le indagini spetta ad Hercule Poirot, celebre invenzione letteraria di Agatha Christie.

Il baffuto personaggio, questa volta, è interpretato da Kenneth Branagh, che ha curato anche la regia dell'adattamento, caratterizzato dalla presenza di un cast che farebbe invidia a tutti: Johnny Depp, Judi Dench, Michelle Pfeiffer, Penelope Cruz, Willem Dafoe, Derek Jacobi e Daisy Ridley ci prendono per mano e ci accompagnano lungo questo estenuante viaggio.

Basterebbe il solo incipit di una decina di minuti a contestualizzare l'operazione produttiva di Branagh, regista ed attore di forte stampo teatrale. Quella mise en abyme delle metodologie di indagine di Poirot restituiscono un personaggio che difficilmente si limiterà ad orchestrare il dramma e a traghettare i personaggi. Branagh pone costantemente sé stesso al centro di ogni scena, dimostrando un egocentrismo di notevole intensità. Ogni sequenza è perfettamente orchestrata e girata, l'attenzione ai dettagli ed ai dialoghi è notevole ma quello che sembra mancare è una certa naturalezza cinematografica. Si ha l'impressione che ogni gesto sia fin troppo teatrale, finendo per restituire allo spettatore un senso di oppressione. I personaggi entrano in scena dopo un lungo piano sequenza che ricerca la spettacolarizzazione chiedendo in sacrificio l'approfondimento psicologico dei caratteri portati sullo schermo.

Il senso veicolato dal racconto passa attraverso le scelte di regia (i movimenti di macchina) piuttosto che attraverso la scrittura. Questa trasposizione di Kenneth Branagh è uno di quei casi in cui la regia non è al servizio della sceneggiatura (che, per quanto riguarda la collocazione dei turning point si mostra anche abbastanza imprecisa). Il rischio di inserire la prima svolta narrativa in corrispondenza del 45esimo minuto è quello di perdere completamente l'interesse dello spettatore. Al termine della visione, rimane ben poco in mente (e peggio ancora, ancorato al cuore). L'unico personaggio a presentare un arco narrativo compiuto è il solo Hercule Poirot (a dimostrazione di quanto sia lui il centro focale del film, anche in vista di una serializzazione del prodotto). I delitti, le passioni, i tormenti e le sofferenze dei personaggi secondari rimangono nel dimenticatoio o, comunque, sono assolutamente insufficienti per delineare la loro trasformazione e la risoluzione di un conflitto.

Ben poco si salva di questa operazione, mero divertissment posticcio ed artificioso, insincero ed incapace di trasformarsi in qualcosa di davvero interessante.

SMETTO QUANDO VOGLIO-AD HONOREM

di Matteo Marescalco

Nel 2014, il primo capitolo di Smetto quando voglio, che avrebbe poi dato inizio alla trilogia realizzata grazie al favore positivo del pubblico, è stato accolto con entusiasmo da critici e spettatori. Il secondo capitolo, Masterclass, uscito a Febbraio, è stato preceduto da un battage pubblicitario senza eguali per un film italiano: Roberto Recchioni, Zerocalcare, Giacomo Bevilacqua e Riccardo Torti hanno realizzato le quattro copertine da collezione dedicate ad un fumetto su Smetto quando voglio in vendita in edicola. La partnership con la Sapienza (in cui sono stati girati i due sequel) ha attivato l'attenzione della città universitaria. Insomma, il pubblico cinematografico italiano ha avuto il suo fenomeno popolare. Gli incassi, nonostante questo, sono stati inferiori al primo episodio (e quindi alle aspettative).

Smetto quando voglio-Ad Honorem è stato accompagnato dal lancio sui vari canali social di un filmato che rilegge in chiave ironica i video americani che, nell'ampio spettro del marketing di un prodotto, utilizzano un linguaggio scientifico e forbito per sottolinearne i pregi. Il breve filmato parte dal concetto che questo terzo episodio è molto più divertente dei precedenti due; poi analizza il volto di Luigi Lo Cascio, villain del film, molto più cattivo di Pennywise, Joker e persino del Geometra Calboni. Il fatto che uno strumento di marketing faccia ironia su sé stesso e sul prodotto che presenta, con una scrittura certosina e millimetrica, riflette alla perfezione lo spirito della saga di Smetto quando voglio, che ha fatto del precariato un pretesto per la commedia e l'action.

Il primo episodio portava in scena la vicenda di Pietro Zinni e della sua banda di ricercatori che, sulla scia di Walter White di Breaking Bad, sintetizzavano una sostanza stupefacente non ancora messa al bando dal ministero. In Masterclass, con la premessa di uno sconto di pena e la ripulitura della fedina penale, la banda collabora con le forze di polizia all'arresto dei principali trafficanti di smart drugs romani. Peccato che le cose prendano, ancora una volta, una piega inaspettata. Zinni e co. se la dovranno vedere con un nuovo personaggio che li mette in serie difficoltà. Questo nuovo villain, il principale generatore di conflitto in Ad Honorem, è Walter Mercurio, il cui passato è oscuro e coinvolge anche il Murena.

La chiusura della trilogia di Sydney Sibilia compatta quanto visto finora e getta una luce su alcune zone d'ombra del passato. Se i precedenti episodi cercavano l'effetto sorpresa (il primo nel territorio “sicuro” della commedia, il secondo invadendo la rischiosa palude dell'action movie), questo Ad Honorem chiude il cerchio e regala inaspettati approfondimenti umani che costituiscono un solido background su cui innervare la vicenda di momenti ironici. Smetto quando voglio esiste e sancisce la nascita di un'epica popolare nel cinema di genere italiano che annovera, dopo Enzo Ceccotti di Lo chiamavano Jeeg Robot, una nuova banda di supereroi. Sibilia e la Groenlandia (la società di Matteo Rovere, regista di Veloce come il vento) hanno dimostrato che è possibile, in Italia, progettare un cinema diverso, che riesca ad echeggiare la grande organizzazione industriale hollywoodiana, fatta di high concept, struttura narrativa rigida e costruita sulla base di predeterminati modelli narrativi, effetti speciali funzionali alla storia narrata che si configura come un prodotto medio frutto di un enorme ed intelligente sforzo produttivo. Quando un film è ben scritto e presenta conflitti pienamente strutturati e sviluppati, il risultato non può che essere questo.

lunedì 20 novembre 2017

CONFERENZA STAMPA COCO

di Matteo Marescalco

Due anni dopo l'arrivo di Pete Docter a Roma in occasione della presentazione stampa di Inside Out, giunge nella capitale un altro membro dei Pixar Studios. Stiamo parlando di Lee Unkrich, regista di Toy Story 3 e produttore esecutivo e co-regista di molti altri film dello studio di animazione digitale americano. In questo suo tour europeo, Unkrich è stato accompagnato da Darla K. Anderson, produttrice ed addetta alla supervisione dei film Pixar.

In un variopinto villaggio messicano fervono i preperativi in occasione del Dia de los muertos, una particolare forma di celebrazione tipica della cultura sudamericana che si colloca tra l'1 ed il 2 Novembre. Il dodicenne Miguel si getta a capofitto nei festeggiamenti, strimpellando la sua chitarra e coltivando il sogno di poter suonare, un giorno, dinnanzi a platee ben più ampie. La famiglia, tuttavia, a causa di un'antica maledizione, gli impedisce di suonare e di seguire la sua passione. Proprio nel giorno della festa che celebra i morti, Miguel trafuga la chitarra del suo cantante preferito. Questo atto lo trasporterà in un universo magico dalle tinte orrorifiche: il ragazzino si troverà catapultato nel mondo dei morti. Come uscirne?

La prima domanda in conferenza rimarca la somiglianza tra Coco, La sposa cadavere di Tim Burton (e, in genere, l'intero immaginario burtoniano) e Il libro della vita di Jorge R. Gutierrez (che annovera Guillermo del Toro tra i produttori). «Su Tim Burton, sapevamo benissimo quando abbiamo iniziato a lavorare su questo film, che, avendo a che fare con scheletri, automaticamente saremmo stati correlati a lui. Noi abbiamo provato a differenziarci, creando personaggi belli da guardare ed interessanti. E abbiamo aggiunto gli occhi che sono una sorta di finestra sulla loro anima. Per quanto riguarda Il libro della vita, si è trattato di una mera coincidenza. Abbiamo iniziato a lavorare su Coco ben sei anni fa, ovvero due anni prima dell'uscita del film di Gutierrez. In giro ci sono tantissimi film sul Natale quindi non capisco perché non ci possano essere più film dedicati al Dia de los muertos. Noi abbiamo visto e apprezzato il suo film e lui ha visto e apprezzato il nostro. La storia è completamente diversa».

«Voi della Pixar avete girato un film su un evento fondamentale della cultura messicana e lo avete presentato in anteprima mondiale proprio in Messico. Considerando il fatto che avete un presidente che vuole costruire un muro con il Messico, mi sembra una bella dichiarazione di intenti». Secondo il regista: «Abbiamo lavorato su Coco per sei anni. Ed il mondo, sei anni fa, era ben diverso da quello che è oggi. Sin dall'inizio, l'idea era quella di lavorare su un film che fosse prova del nostro profondo amore nei confronti del popolo messicano e della sua cultura. Ci auguriamo che possa contribuire a costruire un ponte. L'obiettivo era mostrare la ricchezza di questa cultura, sperando che si possano dissolvere le molte barriere artificiali frapposte».

Per quanto riguarda i dettagli dell'animazione, mai così fotorealistica (in molte scene, l'impressione è quella di assistere ad un film in live action), l'attenzione si è concentrata sul personaggio di Dante, il cane di Miguel: «La lingua di Dante è completamente incontrollabile, indipendente dal suo volere. Si tratta di una razza particolare e specifica del Messico. Risale a migliaia di anni fa ed è parte della cultura azteca. Il gene del dna di questa razza controlla crescita del pelo e crescita di denti. Per questo motivo, in Messico ci sono parecchi cani senza pelo e senza denti. Non avendo denti, la lingua non riesce ad essere trattenuta. Per quanto riguarda la tecnologia usata, è la stessa che abbiamo utilizzato per la realizzazione dei tentacoli di Hank di Alla ricerca di Dory».

Nel 2013, Coco fu al centro di una controversia relativa alla registrazione, come marchio commerciale, da parte della Walt Disney Company della frase Dia de los Muertos. La comunità messicana negli Stati Uniti non tardò a manifestare il disaccordo, convinta che si trattasse di appropriazione indebita, da parte della Disney, di usi e tradizioni messicane. Lee Unkrich ha ricordato l'accaduto: «Dia de los Muertos è stato uno dei primi titoli che abbiamo preso in considerazione per il film. Poi, a seguito dell'episodio con la comunità latina, ci siamo affranti molto e abbiamo cercato altre strade da percorrere. Tutto ciò, però, ha finito per dare un effetto positivo alla realizzazione. Abbiamo ingaggiati altri esperti e consulenti che, alla fine, probabilmente, ci hanno reso possibile realizzare un film migliore di quello che avevamo in mente».

Coco, diretto da Lee Unkrich e distribuito da Walt Disney Studios Motion Pictures, arriverà nelle sale italiane dal 28 Dicembre. Il nostro consiglio è quello di affollare completamente i cinema!

sabato 18 novembre 2017

GLI SDRAIATI

di Matteo Marescalco

Chi sono gli sdraiati? Adolescenti che guardano il mondo dal punto di vista del divano di casa loro, alternando lo sguardo su smartphone, diventato a tutti gli effetti un prolungamento corporeo, e tv. Tito, il figlio di Giorgio Selva, è uno sdraiato. Lui e i suoi amici (la banda dei froci) sono alti, grassi, puzzano, si raccontano balle e stanno sempre insieme, da scuola al divano fino al letto. Finchè non irrompe Alice, la nuova compagna di classe, che spezza la quotidianità dei ragazzi e di cui Tito finisce per innamorasi. Giorgio Selva è uno stimato volto della tv pubblica, conduce un programma di approfondimento e vive con il figlio in un'area ipermoderna di Milano, all'interno di un grattacielo che è un po' il suo rifugio in cui nascondersi. Ha un suocero che adora, un figlio che non lo considera (Tito), una ex moglie giornalista che non incontra da anni, una ex domestica con cui, 17 anni prima, ha avuto una relazione extraconiugale e la banda dei froci che, insieme a Tito, gli rende le giornate infernali.

Gli sdraiati è anche il titolo del libro di Michele Serra, pubblicato nel 2013 da Feltrinelli Editore, da cui Francesca Archibugi e Francesco Piccolo hanno tratto questo film. Lo sguardo della regista alterna punti di vista diversi, osservando le ragioni che spingono Giorgio Selva a sentirsi un padre escluso dalla vita del figlio e quelle che caratterizzano l'atteggiamento di Tito, in cerca di maggiore libertà ed indipendenza. Il problema nel rapporto tra i gruppi di personaggi di età diversa risiede nella povertà di immaginario e di soluzioni creative che la regista e lo sceneggiatore propongono. Gli adulti sono tutti pezzi grossi dei media o della vita intellettuale italiana (la vita dei pochi proletari presenti viene trattata in modo esageratamente didascalico); i ragazzi, dal canto loro, si muovono tutti in bici e presentano atteggiamenti ai limiti della sopportabilità, all'interno di quel cantuccio sicuro che è offerto loro dalla ricchezza dei genitori. Tutto sommato, si poteva cercare un approccio che si allontanasse dalla superficie opaca dello stereotipo e che attingesse al materiale di partenza in modo diverso.

Nel mosaico di personaggi che popolano Gli sdraiati, un gigantesco punto interrogativo riguarda
Antonia Truppo, costantemente sopra le righe nell'interpretare la domestica trapiantata al nord che riveste un ruolo fondamentale nell'economia dello sviluppo narrativo del film. Il mondo in cui si muove la Archibugi è un ben preciso universo radical chic popolato da ragazzini menefreghisti e genitori che consentono loro ogni comportamento, anche il più esagerato, tra appartamenti affollati di libri, piscine al coperto, vigneti e ville vista mare. Il ritratto generazionale non funziona perché ogni elemento portato in scena è spinto al parossismo finendo per privare il pubblico del piacere della condivisione di sensazioni con i personaggi, figurine monodimensionali prive di umanità e che stancano dopo pochi minuti.