lunedì 22 gennaio 2018

LA FORMA DELL'ACQUA

di Matteo Marescalco


“Se vi dovessi parlare di lei, la principessa muta, che potrei dirvi? Vi dovrei parlare del quando? È successo tanto tempo fa durante gli ultimi giorni di regno di una Principessa delle fate. O vi dovrei parlare del posto? Una piccola città vicino alla costa ma lontano da qualsiasi altra cosa. O forse dovrei mettervi in guardia sulla veridicità di questi fatti e sulla favola dell’amore e della perdita e del mostro che ha tentato di distruggere tutto”.
 
Dopo qualche occasione sprecata, è con queste frasi che Guillermo del Toro torna al territorio che gli è più congeniale: quello in cui l’universo fiabesco si scontra duramente con una ben precisa realtà storica. Insomma, lo schema drammaturgico de Il labirinto del fauno, film che diede al regista messicano la notorietà internazionale, viene replicato anche in questo nuovo La forma dell'acqua, vincitore del Leone d'Oro alla 74esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Con un innesto funzionale all’esplorazione di anfratti oscuri e materici: l’amore e il sesso restituiscono corpi vergini e corrotti nascosti sotto apparenze completamente opposte.
 
La vicenda è ambientata nell’America dei primi anni ’60, in piena Guerra Fredda. In un laboratorio di massima sicurezza, legato a ricerche sulle più avanzate tecnologie in materia aerospaziale, viene tenuta prigioniera una creatura anfibia catturata in Amazzonia. Il dramma, evitando di indugiare sulla spedizione che ha portato alla sua cattura, ha inizio dalla detenzione e dagli esperimenti che vengono condotti su questo mostro della laguna, una sorta di divinità che stravolgerà i destini di tutte le persone entrate in contatto con lui. Parallelamente, lo sguardo della macchina da presa trascina lo spettatore nella quotidianità ordinaria di Elisa (Sally Hawkins), la principessa senza voce, una tenera ragazza che si occupa delle pulizie del laboratorio e che abita in un appartamento ubicato sopra un cinema. A tenerle compagnia è il suo migliore amico Giles, un disegnatore di manifesti solitario, un “relitto”, come si definisce più volte, interpretato da Richard Jenkins. Le giornate trascorrono simili, tra voli immaginari ed umiliazioni lavorative, fino a quando Elisa entra in contatto con la creatura anfibia e con la sua nemesi, Strickland (Michael Shannon), responsabile della sicurezza del laboratorio. 

mercoledì 3 gennaio 2018

THE GREATEST SHOWMAN

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione//the-greatest-showman/

Stati Uniti, metà Ottocento. Phineas Taylor Barnum è il figlio di un sarto che, alla sua morte, lascia il bambino privo di parenti. Per lui, si aprono le porte di una triste infanzia dickensiana, tra piccoli furti e sogni ad occhi aperti. Sì, proprio sogni ad occhi aperti. Perchè se c'è un campo in cui P.T. Barnum eccelle, è proprio quello dell'immaginazione. Il ragazzo inizia a credere nel sogno americano e a percorrere il binario dell'ascesa sociale che lo porterà al traguardo della fama e della ricchezza internazionale. Nato in condizioni poco agevoli, Barnum non ha mai considerato la povertà come un freno al raggiungimento dei propri obiettivi ma, al contrario, come lo stimolo per creare dal nulla la vita che ha sempre sognato. Utilizzando la fantasia per plasmare il suo mondo come un pezzo di creta, colui che sarebbe diventato il più grande showman ed impresario di tutti i tempi si indebita fino al collo per trasformare la sua visione in realtà e riesce persino a risorgere dalle sue ceneri, spingendo sempre il suo sguardo al di là rispetto allo steccato a cui si ferma quello della gente comune.  

mercoledì 27 dicembre 2017

VI PRESENTO CHRISTOPHER ROBIN

di Matteo Marescalco

In seguito ai traumi fisici e psichici causati dalla Prima Guerra Mondiale, lo scrittore teatrale A. A. Milne decide di trasferirsi in campagna e di acquistare una casa nel Sussex, dove va a vivere con la moglie ed il piccolo figlio. Tuttavia, quella di cercare la tranquillità nella campagna inglese è una scelta che va stretta alla moglie che torna in città e lascia soli marito e figlio. In questa rinnovata atmosfera di condivisione tra padre e figlio, Milne inventa le storie di Winnie the Pooh e dei suoi amici e le dà alle stampe grazie all'aiuto di un amico illustratore. L'improvviso successo che lo investe supera anche la più rosea aspettativa. Purtroppo, però, insieme al successo, arriverà anche la cattiva reazione del piccolo Christopher Robin, che non accetta bene il fatto che quel gioco privato con il padre si sia trasformato in un fenomeno mondiale.

Chi ha amato (e continua ad amare) il dolce orsacchiotto portato sullo schermo da Walt Disney difficilmente crederebbe ad una tale fiaba dell'orrore qual è Vi presento Christopher Robin. Dietro il sorriso di Christopher Robin si annida l'amarezza del padre scrittore, sopravvissuto ad una guerra che lo ha segnato fisicamente e, soprattutto, mentalmente, incapace di dare amore al figlio e di rapportarsi normalmente con lui. Tutt'altra realtà, a sua volta, si cela dietro il successo planetario di Winnie the Pooh ed è quella dell'infanzia di un bambino divorata dalla paura di non esistere e di essere ricondotto a vita al personaggio che appare nelle storie del padre.

La costruzione di questa fiaba oscura è assai didascalica e priva di punti di svolta degni di nota. La narrazione procede spedita ma sottotono senza essere mai in grado di evolversi e di catturare l'attenzione dello spettatore che, per tutta la durata del film, sembra assistere semplicemente ad una seduta dallo psicoterapeuta. La struttura del racconto è divisa in due parti: una dedicata al ritorno di Milne dalla guerra e alle difficoltà dello scrittore nel recuperare la sua vita sociale e familiare ed una incentrata sulla collisione tra il mondo immaginario creato da padre e figlio ed il gelo materno e paterno che avvolgono il piccolo Christopher Robin nei rapporti quotidiani.

Dietro le quinte sul successo di Winnie the Pooh, Vi presento Christopher Robin pone l'attenzione
sulle difficoltà incontrate da Milne jr. nel corso della sua vita, alle prese con uno dei primi fenomeni massmediatici della storia, facendo pressione sul versante drammatico della vicenda. Il problema di cui risente il film risiede in una certa programmaticità di fondo. Ogni cosa è mostrata e spiegata nel corso di un racconto che fatica a muoversi tra i vari generi che abbraccia e che finisce per essere una grossa occasione persa.

domenica 24 dicembre 2017

COCO

di Matteo Marescalco

L'obbligo di questo Natale sarà quello di portare i più piccoli al cinema a vedere Coco, l'ultima fatica Pixar. Una robusta narrazione è più che sufficiente a conquistare completamente la fiducia degli spettatori più giovani. Un racconto intessuto di colpi di scena e dotato della straordinaria capacità di far commuovere, e quindi di smuovere l'animo della platea, sottolinea tutta la propria competenza a coinvolgere l'emotività e ad innestare quanto narrato nella mente e, soprattutto, nel cuore. 

Nel Messico contemporaneo, Miguel è un ragazzino con il grande sogno di diventare musicista. Tuttavia, fa parte di una famiglia che, da svariate generazioni, si occupa della produzione di scarpe. E quello sarà anche il destino di Miguel, ostacolato dai suoi cari anche perchè la musica è stata bandita dalla sua famiglia, da quando la trisavola Imelda fu abbandonata dal marito chitarrista e costretta a crescere da sola la piccola Coco, adesso anziana ed inferma nonna di Miguel. Durante il Dia de Los Muertos, però, il ragazzino, stanco di dover rispettare quel divieto, ruba una chitarra da un sepolcro e si ritrova ad oltrepassare magicamente il ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti. Miguel sarà catapultato in un universo parallelo di colori arancionati ed organizzato come la mente di Inside Out. L'incontro con il truffaldino Hector lo porterà a stretto contatto con un'impensabile verità sulla sua famiglia. 

Il fatto che Coco esplori il grande rimosso della cultura occidentale, ovvero l'idea della morte, si aggiunge al coraggio che ha portato la Pixar ad "uccidere" uno dei personaggi principali già nel prologo di Up e a realizzare un film animato principalmente per bambini praticamente muto come WALL-E. A differenza del villaggio cui appartiene, Miguel, nel suo viaggio reale, compie un percorso attingibile all'interno del mondo dei morti, dove a narrare di ricordi e di memoria sarà proprio l'oltretomba coloratissimo. Coco parla di vita e di morte, dell'importanza del ricordo e della memoria ma anche della necessaria esigenza di bilanciare passioni individuale ed organizzazione collettiva, nell'ambito di tradizioni ed usi che non vengano mai trattati come semplici legacci ed imposizioni ma semplicemente come background all'interno del quale crescere e sviluppare il rispetto per gli altri. Insomma, tenendo quindi in considerazione millenari costumi e spinta alla modernizzazione culturale. 

E, ancora una volta, come in Up e in Toy Story, a farla da padrone è soprattutto il mistero del tempo che passa, la necessità di evolversi e di cambiare, grazie alla forza di amore e sentimenti che, nel caso della Pixar, non sono mai deboli ricette astratte ma sentimenti puri da cercare e conquistare affrontando un percorso classico irto di difficoltà e traumi. Con la certezza, però, dell'affetto delle persone a noi più care.

L'ORA PIU' BUIA

di Matteo Marescalco

*recensione pubblicata su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione//lora-piu-buia/

Movimenti rozzi ai limiti della goffaggine, Hamburg in feltro, sigaro e panciotto. Indubbiamente, Winston Churchill è stata una delle figure preminenti nella storia dell'iconografia europea del Novecento. Caratteri che, con l'ausilio dei continui mumble mumble e di una voce profonda ed aggressiva che graffia i timpani, hanno inevitabilmente attirato l'attenzione di un attore consumato e spesso sottovalutato come Gary Oldman, chiamato a (ri)portare in vita le vicende del primo ministro del Regno Unito nel Maggio 1940, l'ora più buia che il popolo inglese dovette affrontare in vista di una riscossa che avrebbe poi provocato la disfatta dei regimi totalitari.

Joe Wright pone il suo stile gonfio di classicità al servizio di un prologo teatrale: come il pubblico a teatro, lo spettatore cinematografico assiste allo schiudersi delle tende della privacy sulla vita di Churchill, accecato dalla luce di Londra, in preda ad un'abbondante colazione e a tessere la tela di innumerevoli trame diplomatiche. E noi, con il favore di una luce di caravaggesca memoria, perquisiamo gli oscuri anfratti percorsi dal primo ministro, il dedalo di uffici sotterranei, osserviamo i processi in Parlamento animati da drammi e sotterfugi e compiamo in metropolitana un viaggio verso Buckingham Palace con lo stesso stupore causato dalla vista di Churchill in mezzo ai pendolari.

*continua a leggere su Point Blank: http://www.pointblank.it/recensione//lora-piu-buia/