lunedì 27 giugno 2016

GHOSTBUSTERS: LA CONFERENZA STAMPA

di Matteo Marescalco

Questa mattina, alla Casa del Cinema di Roma, si è tenuta la proiezione stampa di Ghostbusters e, a seguire, la conferenza con il regista Paul Feig, già noto per Le amiche della sposa, Corpi da reato e Spy. Con piglio da englishman, nonostante la nazionalità americana, Feig, battuta pronta ed ampio sorriso, ha risposto a tutte le domande, affrontando anche quelle sulle spinose difficoltà produttive incontrate nella realizzazione del film, reboot della versione del 1984 diretta da Ivan Reitman. Di seguito, il resoconto della conferenza.

Più che un film sugli acchiappafantasmi, ho trovato il suo Ghostbusters un film incentrato su geeks e freaks. Quindi, è stato mosso più da questo interesse che dal realizzare un remake del film originario?
Certo. Posso raccontare soltanto le storie che sono in grado di raccontare. Quelle con persone outsider e sminuite come protagoniste. Le protagoniste del film sono in grado di difendere la città dai fantasmi e, nonostante ciò, continuano ad essere definite pazze. Mi piaceva l’idea di queste persone che continuano a credere in qualcosa. Mi piace anche una di loro che, pur avendo visto un fantasma, si allontana da ciò perché è stanca di sentirsi definire pazza. Il mio obiettivo era di fare una commedia e non un film drammatico.
Dan Aykroyd voleva realizzare un sequel ma non trovava una produzione. Com’è andata la vicenda? Ci descrivi il percorso produttivo?
Dan è sempre stato il mio eroe comico. Sapevo che era in giro questo progetto e che non riusciva a decollare. Bill non ne voleva far parte. Quando Ivan mi ha proposto la regia, mi ha anche detto che Dan avrebbe fatto il produttore esecutivo e io ho continuato a chiedergli consigli sullo sviluppo della sceneggiatura. Lui è stato un grandissimo appoggio e sostegno. Ha partecipato alle proiezioni di prova e non lo ringrazierò mai abbastanza.
Lei è il portabandiera della commedia femminile. Cosa apportano le donne alla comicità? Cosa si trova in più nelle commedie al femminile? In una scena, si paragonano i fantasmi al terrorismo. Che i terroristi siano i nuovi fantasmi di oggi?
A me piace tanto lavorare con donne divertenti. Ce ne sono tantissime che magari non hanno avuto l’opportunità per mettersi in mostra. Anche nelle commedie vengono spesso poste al servizio degli uomini e non viene consentito loro di essere divertenti. Magari interpretano il ruolo di donne iper-perfettine, pesanti e fastidiose. La mia idea era quella di fare una commedia al femminile ma per tutti e non per sole donne. Nella commedia, alle donne non è stata data questa possibilità. Io vorrei che un uomo, vedendo il poster di una commedia al femminile, non pensasse che sia solo per donne ma per tutti. A volte, le commedie maschili tendono ad essere aggressive e questo non è il mio modo di lavorare. Mi piace la scienza, mi piace l’idea che un essere solo, solitario, con in mente dei piani negativi, possa sfruttare la scienza per riportare sulla Terra entità paranormali. Questo è pauroso. Mi piaceva l’idea che una persona isolata, sfruttando il proprio ingegno, potesse realizzare e portare avanti il casino che accade nel film.
Il film è dedicato ad Harold Ramis che non c’è più. Appaiono tutti i personaggi del film del 1984 tranne Rick Moranis. Come mai?
Gli abbiamo chiesto se lui volesse far parte del film ma ha rifiutato l’invito. Ha detto che non era interessato a partecipare. Questa sua risposta mi ha intristito molto. Per quanto riguarda Harold, abbiamo provato ad omaggiarlo. C’è suo figlio che appare nella scena del concerto rock. C’è anche la figlia col nipotino. Tutta la famiglia di Harold ha partecipato.
Racconti qualcosa su Sigourney Weaver e sugli altri personaggi che appaiono nel film?
Quando abbiamo completato la prima stesura della sceneggiatura, abbiamo avuto l’idea di coinvolgere alcuni attori del film di Ivan. Bill Murray interpreta il ruolo dello scettico. Ha detto che non voleva fare nulla. Poi gli abbiamo proposto questo cammeo e non ha accettato. Fino a pochi giorni prima della ripresa della sua scena, non sapevamo se sarebbe stato presente o meno. Non è una persona facile da inchiodare. Comunque, è stato un supporto fondamentale per il nostro progetto. Si è dimostrato entusiasta, ha detto che l’idea gli piaceva molto. Sigourney è stata entusiasta fin dal primo giorno. Avevamo scritto per lei un cammeo diverso da quello finale ma non era abbastanza di sostanza. Lo abbiamo modificato e lei lo ha trovato molto divertente.

Ci ha raccontato come sono nati i cammei dei protagonisti. Per quanto riguarda i caratteri delle donne protagoniste, quanto è stato scritto e quanto improvvisato?
Io scrivo il film e i personaggi e, dopo aver fatto il casting, i personaggi vengono modificati a seconda di ciò che gli attori vogliono fare. Ciò che conta è che risultino cuciti su misura.

Come spiega la pessima accoglienza del trailer su YouTube? Visti i numerosi film con eroine femminili, non si rischia di cadere nel cliché?
Credo che ci sia stata una campagna organizzata da quelli a cui non piaceva l’idea del film. Questo non vuol dire che non possa essere ben accolto. Il primo trailer è stato un primo sguardo, gli effetti speciali non erano nemmeno pronti. Il giudizio è stato eccessivo. Ciò detto, abbiamo mostrato il trailer in diversi cinema e l’accoglienza è stata nettamente migliore. Per quanto riguarda l’eccessiva presenza di eroine, non credo. Io parlo per Hollywood. I ruoli da protagonista femminile di qualità sono inferiori rispetto a quelli maschili. Si dovrebbe puntare alla parità, c’è ancora un grosso squilibrio. Spero si possa raggiungere una parità per avere il ruolo che ognuno merita.  

domenica 26 giugno 2016

FANTASTICHERIE DI UN PASSEGGIATORE SOLITARIO

di Matteo Marescalco


«La scrittura riesce a parlare la lingua di Dio, e a consolarci dei nostri dolori. A questo servono i sogni, del resto. Anche quelli brutti. Soprattutto quelli brutti».

Un libro, un’ossessione e tre linee spazio-temporali differenti. Sono questi gli ingredienti fondamentali di Fantasticherie di un passeggiatore solitario, diretto da Paolo Gaudio, uscito nelle sale poche mesi fa e selezionato tra i lungometraggi in concorso alla quarta edizione del LatronicHorror, dopo aver già vinto svariati premi in festival internazionali italiani ed esteri. La storia si basa su un ardito intreccio tra tre epoche diverse: quella di uno scrittore alle prese con un demone intrappolato, con il fantasma della sua sposa e con un libro bigger than life che dà il titolo al film; di uno studente di filosofia nella Roma dei nostri giorni che trova nei suoi amati libri una fuga dalla mediocrità della vita quotidiana; e, infine, il contesto atemporale e in stop-motion del protagonista del libro. Il montaggio sfrutta sapientemente l’accostamento delle tre situazioni, spingendo lo spettatore a partecipare attivamente alla narrazione all’interno della quale, tra l’altro, è possibile anche mettere in atto un’ulteriore suddivisione. Sorge spontaneo, infatti, pensare che l’ambiente contemporaneo equivalga allo stato di veglia, mentre il racconto in stop-motion che vede protagonista il personaggio principale del romanzo sia da accostare allo stato del sonno (e del sogno).
Tra echi burtoniani ed omaggi ad Edgar Allan Poe e a Friedrich Nietzsche, Fantasticherie è un bel viaggio verso la terra dei sogni, che vorrebbe puntare alle viscere, attingendo ai sacri archetipi così fondamentali per ogni nucleo culturale, rielaborandoli ed omaggiandoli. In questo film c’è molto dell’infanzia dei nati tra gli anni ’80 e i ’90 che avranno la possibilità di compiere un’immersione in un mondo che, a tratti, ricorda anche la fantasia artigianale di Michel Gondry e della sua arte del sogno. E il faticoso esperimento di Gaudio funziona per questo, nonostante qualche forzatura di troppo a livello di scrittura e di recitazione. Per il modo in cui si sporca le mani trasformando i sogni in realtà, le ombre del cinematografo in oggetti reali. La paura in un viaggio-rito di iniziazione sul potere salvifico delle storie. Che coinvolge ed attrae il suo protagonista. Ma che, probabilmente, lo rende anche sua vittima. In attesa del bacio di una sposa («Grazie per avermi salvato la vita, Story») che possa continuare ad alimentare la sua imperitura fantasia.

mercoledì 22 giugno 2016

THE CONJURING - IL CASO ENFIELD

di Egidio Matinata

Un film di James Wan. Con Vera Farmiga, Patrick Wilson, Frances O’Connor, Madison Wolfe, Simon McBurney, Franka Potente. Horror, Drammatico. USA/UK. Durata: 133 minuti.

Ed Warren è inquadrato in primo piano e il suo volto occupa la metà sinistra dello schermo, il suo braccio sinistro tende all’indietro e in mano ha un ciondolo con un crocifisso; nella parte destra, fuori fuoco, una bambina forse posseduta siede su una poltrona logora, mentre attende di essere interrogata. Ed inizia a porre le domande, ma a rispondere non è la voce della bambina, bensì quella di un uomo vecchio; mentre l’interrogatorio va avanti la forma che occupa la parte destra, sempre fuori fuoco, inizia a mutare prima in modo impercettibile e poi man mano di più. La voce invece continua ad essere cupa e spaventosa.

In questa scena fondamentale ci sono tutti gli elementi che rendono questo film un grande film: la profonda conoscenza del genere horror, la consapevolezza cinematografica e il talento artistico che permette di poter innovare, creare nuove forme e soluzioni visive. James Wan si conferma sempre più come uno dei maestri dell’horror contemporaneo (tra i suoi lavori ci sono Saw, Dead Silence, Insidious e L’Evocazione), capace di creare saghe di successo dal punto di vista commerciale e che abbiano anche qualcosa da dire e soprattutto da mostrare ad un pubblico ferrato sul cinema di genere (e non solo). Ciò che convince fin da subito è la solidità della storia (anche se molto simile al primo capitolo) e dei personaggi, oltre alla ricostruzione del contesto sociale e dell’ambiente in cui ha luogo la vicenda. Vera Farmiga e Patrick Wilson tornano nel ruolo di Lorraine e Ed Warren che, in una delle loro più terrificanti indagini paranormali, si recano a Londra per aiutare una madre single che vive da sola con quattro bambini in una casa infestata da spiriti malvagi. Coniugando la storia dei Warren con la storia della famiglia colpita da questo male sovrannaturale, Wan e i suoi sceneggiatori riescono a non ripetersi ma a ricreare situazioni nuove in luoghi familiari. Ma soprattutto, come detto, i punti forti del film sono la caratterizzazione dei personaggi, l’intrecciarsi delle vicende personali con la storia principale, e la messa in scena. Oltre alla scena citata all’inizio ce ne sono almeno altre tre o quattro davvero straordinarie: senza entrare nel dettaglio una ha a che fare con una trasformazione, mentre un’altra (forse la migliore in assoluto) con un quadro.

The Conjuring-Il caso Enfield è un film impeccabile da ogni punto di vista. Anche la durata anomala per un prodotto del genere (2 ore e 13 minuti) non scalfisce minimamente la compattezza del prodotto, perché come ogni opera degna di questo nome riesce a muovere le leve delle emozioni. Paura e drammaticità si amalgamano alla perfezione, non mettendo da parte l’intrattenimento ma, anzi, valorizzandolo attraverso la forma. Questo è grande cinema.

martedì 21 giugno 2016

DESIERTO

di Matteo Marescalco

La timida apparizione mattutina del sole nel contesto di un arido e soffocante deserto fa da sfondo al movimento lento e meccanico di un camion. Il deserto è quello che separa Messico e Stati Uniti. E il camion trasporta un gruppo di immigrati che spera di superare il confine e di giungere nella terra dei sogni. Il cammino, già impervio, è reso ancora più difficoltoso da un problema al camion: uomini e donne sono costretti a proseguire a piedi il loro viaggio. Tra loro, emerge un ragazzo, interpretato da Gael Garcia Bernal, sguardo magnetico e doti da leader. Soccorre e aiuta chi ha bisogno, non temendo il pericolo di restare indietro. La macchina da presa lo tallona fin dai primi minuti, dopo le inquadrature lunghe dedicate al vero protagonista della vicenda, il deserto, come suggerisce il titolo. Gli immigrati proseguono nel loro incedere sofferto, scindendosi in due gruppi, a causa della lentezza di alcuni di loro. E il road-movie dalle tinte politiche si tinge di venature horror. Da puro slasher-movie, infatti, ogni singolo componente del primo gruppo viene colpito da un proiettile dalla lunga distanza. Autore degli omicidi è un vigilante squilibrato, interpretato da Jeffrey Dean Morgan, che combatte la sua personale guerra contro gli immigrati messicani che, a suo vedere, inquinano il suolo statunitense.
Da qui inizia la fuga scriteriata dei sopravvissuti e il survival-movie à la Gravity fa sentire la sua inevitabile influenza su questo prodotto ibrido diretto da Jonas Cuaron che di Gravity fu anche co-sceneggiatore. La fuga si trasforma in movimento in un luogo senza centro che riserva parecchie insidie ai fuggitivi privi di mappe e di consapevolezza della zona. A differenza del vigilante che, oltre che su una mappa, può anche contare su un pastore tedesco da caccia, una sorta di vicario 2.0 del suo sguardo, navigatore satellitare pre-digitale. E lo scontro si trasforma in un contrasto tra due differenti istanze dello sguardo. Difficilmente i nemici sono inseriti nella stessa inquadratura, sia perché poche volte arrivano ad essere così vicini sia perché la loro è una fuga individuale, la lotta tra uomo e deserto non ammette aiutanti, eccetto che in occasione di alcune interessanti trovate visive basate sulla geografia dei luoghi.
La ripetizione monotona di quattro note (anche in Signs, gran parte della tensione era veicolata da tre semplici note ascendenti) contribuisce ad accrescere suspense e ritmo. Nella storia del cinema, il deserto ha sempre rappresentato la dimensione liminale per eccellenza, luogo dove si gioca l’affermazione della propria identità. In modo particolare, il rapporto statunitensi-messicani è stato declinato attraverso una serie di prepotenze dei primi sui secondi. Molti film di Alfonso Cuaron (Y tu mama tambièn, I figli degli uomini, Gravity) hanno portato in scena una lotta per la sopravvivenza, un cammino di alti e bassi in cui lottare per vedere riconosciuta la propria identità, l’attraversamento spaziale come viaggio interiore. L’alba vista dallo spazio, in Gravity, è meravigliosa. Dal deserto messicano un po’ meno. Eppure ritorna due volte, insieme ad un tramonto. La metafora della vita è dietro l’angolo, accompagnata da quella che ha al proprio centro la delineazione drammaturgica di una qualsiasi storia, di cui Desierto segue ogni plot-point. Ma, a differenza, dei film di Alfonso Cuaron, l’opera seconda di Jonas non lascia ampio spazio alla speranza. Il deserto è stato vinto. Ora resta da affrontare il sogno americano, al chiaroscuro di un tramonto che lascia soltanto una fioca luce sul futuro.

mercoledì 15 giugno 2016

IL PIANO DI MAGGIE


di Macha Martini

La vita è caos. È inutile fare progetti. Vige la legge di Murphy e «se qualcosa può andare male, andrà male». Nulla è pianificabile, eppure Maggie è una pianificatrice della sua vita e di quella degli altri.
La sua vita è organizzata e calcolata. La seguiamo con una carrellata. Cammina allegra, leggera, spensierata, come questa commedia, molto frizzante e fresca, nonostante il clima invernale di New York. Ha deciso: basta uomini, è arrivato il momento di avere un figlio da sola. La macchina da presa si muove sicura come l’occhio di un regista onnipresente, prevedendo già i movimenti dei personaggi. Lo spettatore nel ruolo della “Vita” vedrà tutti i piani andare in fumo, perché il destino dovrebbe essere lasciato indisturbato.
Ecco apparire John Harding incontrato per puro caso. «Una persona persa nei recessi della sua mente, che sente di star vivendo la sua vita totalmente all’ombra di sua moglie Georgette. (…) Si sente perduto (…) È un personaggio in agonia» spiega Ethan Hawke (John). Un antropologo in crisi e troppo preso dalla moglie fredda ed egocentrica, oltre che fantasiosamente comico, anche nei suoi tratti vulnerabili, e totalmente imprevedibile. John si rende conto che Maggie è la soluzione per ottenere la vita che vorrebbe. Maggie crede di poterlo salvare, innamorandosi per la prima volta e pianificando la sua e la vita di John.

«Maggie è una persona piuttosto logica, pura, lineare e vera e tutte queste cose continuano a guidare la sua vita» illustra Greta Gerwig (Maggie). Nulla però va secondo i piani e nulla è come lo si aspettava. Ecco allora Maggie intenta nuovamente a ricontrollare le vite di tutte per avere un po’ di relax e la sua vita da mamma come aveva sempre desiderato. Nulla però è perfetto ed eccola ripiombare in un ennesimo disastro a tre che la vedrà complice di Georgette. Le loro tre vite si intrecceranno in modi inaspettati e comici, anche se in maniera molto naturale. «Il fatto che lei (Maggie) capisce che ci sono cose che sfuggono al suo controllo è la rivelazione al centro di questa storia (…) Capisce che il senso della vita è fare piani, farli al meglio, ma poi aspettarsi che vengano totalmente sconvolti. Ed è proprio allora che tutto va come dovrebbe» sentenzia la Gerwig. «Bisogna arrendersi al mistero dell’universo. E quando Maggie accetta il mistero dell’universo, viene premiata» conclude la Miller (regista e sceneggiatrice).

Grande caratteristica di questa commedia è proprio quella di trattare i suoi personaggi nella maniera più naturale e reale possibile, così che gli spettatori possano ritrovare un po’ di se stessi in loro. Nulla è forzato e non ci sono cliché. I personaggi e gli avvenimenti non seguono stereotipi classici. La stessa protagonista femminile non si comporta mai secondo quanto impongono le convinzioni o i sensi di colpa, nonostante il suo pianificare sia sempre atto a fare la “cosa migliore. «Maggie vorrebbe vivere una vita etica e vera, ma è anche realista e c’è qualcosa di intossicante nella sua abilità di muoversi per il mondo (…) È spinta dal senso dell’etica, che poi però la porta a fare dei veri e propri disastri» spiega l'attrice. Col progredire del film, infatti, il modo di fare di questo “spirito diverso” sembra sempre più discutibile, ma sono le sue complessità e i suoi difetti che la rendono un personaggio affascinante e fresco agli occhi del pubblico che, che similmente a un vouyer, come evidenziato dai movimenti stessi della macchina da presa, segue una partita a Risiko con la vita. Tutti i personaggi si muovono nelle loro vite nel modo migliore che possono alle prese con relazioni difficili. La loro storia riflette gli aspetti pratici e caotici delle moderne famiglie allargate.

La Miller fa calare il pubblico in una profonda curiosità delle persone, lasciando solamente delineati i personaggi, come se facessimo parte del mondo diegetico anche noi e potessimo vedere gli abitanti del film non nelle loro intimità ma nella loro vita comune. Sono credibili e complessi, capaci di intrattenere e divertire, non disdegnando note dolenti. «Credo che la commedia sia profondamente necessaria, come anche la capacità di ridere di noi stessi e di guardare il mondo attorno a noi con umorismo» rivela la Miller. I personaggi sono molto credibili grazie anche alla strategia portata dalla regista-sceneggiatrice. Deciso di usare come soggetto parte del romanzo di Karen Rinaldi A cosa servono gli uomini, ha sviluppato la sceneggiatura avendo in mente già attori precisi, trasformando i personaggi da semplici nomi scritti su una pagina a personaggi reali, assorbiti totalmente dai tre attori. La produttrice Rachael Horovitz afferma: «Una delle ragioni per il quale il film è riuscito così bene è che questi attori sono semplicemente perfetti per il loro ruolo». «Rebecca dice sempre che scrive i personaggi e che poi quando vengono scelti gli attori, cuce il ruolo su misura per loro, in modo che sia semplicemente perfetto» illustra l’altro produttore Damon Cardasis. Così  Greta Gerwig si è immersa totalmente, andando anche a comprarsi i vestiti che le facevano pensare a Maggie e riuscendo a far venire voglia agli spettatori di accompagnare la protagonista nel suo viaggio, trasudando purezza, innocenza e buona volontà.

Il piano di Maggie  è un film realista dal punto di vista delle emozioni. Piena di pathos e di emozione. È come una granita in una giornata di mare, con colori che influiscono sull’emozione: un linguaggio visivo semplice e allegro.

lunedì 13 giugno 2016

ALLA RICERCA DI DORY


di Matteo Marescalco
Ancora una volta, dopo Toy Story 3, The Brave ed Inside out, tocca ad un film Disney Pixar inaugurare la serata d’apertura del Taormina Film Fest. Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton ha allietato la serata al teatro antico di migliaia di persone, venute per godere delle nuove magie offerte dai geni del gruppo Pixar.

Per diversi motivi, le aspettative nei confronti di questo film non erano delle migliori: si tratta di un sequel di un film del 2003 (Alla ricerca di Nemo) e la tendenza inconscia è quella di etichettare i sequel come mero prodotto economico volto al totale sfruttamento di un brand. Che anche i sequel possano avere una loro anima è una considerazione che, in genere, passa in secondo piano. Nel caso specifico dei Pixar Studies, l’esperienza di Toy Story 2 (inferiore al primo episodio ma ampiamente rivalutato alla luce del terzo e, quindi, di un giudizio complessivo sull’intera trilogia) e di Cars 2 (unico vero passo falso del team creativo di John Lasseter) gettava un’ombra anche su Alla ricerca di Dory. Mai giudizio preventivo fu più errato di questo applicato al lungometraggio animato di Andrew Stanton (tornato all’ovile, insieme a Brad Bird, dopo le esperienze nella live action). Dopo l’incursione nella matematica dei sentimenti, volta alla scoperta dei meccanismi logici (da catena di montaggio) dietro ad ogni processo creativo ed emozionale, ecco ritornare il famigerato binomio logica-sentimenti. Dory è il pesciolino che in Alla ricerca di Nemo aiutava Marlin in un viaggio di formazione alla ricerca del figlio. E ha un grande problema che ne mina la quotidianità: soffre di perdite di memoria a breve termine. In questo sequel, parte alla ricerca dei suoi genitori, in un viaggio che assume i contorni di romanzo di formazione, qual è, in effetti, l’intera produzione Pixar.

Dory non conosce il proprio posto nel mondo, è animata da forti sentimenti nei confronti dei suoi amici e dei genitori ma, al contempo, la logica e le ripetute perdite di memoria intervengono, riportandola ad una sorta di eterno azzeramento. WALL-E, Lotso, Jessie, Carl Fredricksen, Nemo e Dory sono tutti quanti dei diversi che cercano la loro vera identità, confrontandosi con un mondo esterno che potrebbe trasformarli in carne da macello, riuscendo a trovare una dimensione in cui trasformare la loro vita in un inno all’immaginazione. Dotato di un interessante e delicato sotto-testo dedicato alla disabilità, Alla ricerca di Dory è un viaggio-formazione nei film della Pixar, nonché un manifesto programmatico su cosa sia il cinema per il team creativo di John Lasseter. Oltre ogni costruzione logica e rigorosa, si affermano sempre e comunque emozioni e sentimenti contrastanti. Non esiste la gioia senza la tristezza, allo stesso modo in cui non esisterebbero le emozioni senza una seppur lineare e semplice struttura drammaturgica.

Per citare il dialogo finale tra Marlin e Dory: «È meraviglioso». «Indimenticabile». Alternando tra soluzioni narrative già sperimentate nei precedenti film, Alla ricerca di Dory è un tour sentimentale dentro noi stessi, ancor più di Inside out. Dentro ogni singolo bambino ed adulto trasformato irrimediabilmente dalla Pixar. E, ovviamente, è un gigantesco on the road all’interno del cinema, macchina creatrice di sogni che ci permette di nuotare verso nuovi sguardi e nuove avventure, senza mai dimenticare i nostri cari vecchi compagni di viaggio.

giovedì 9 giugno 2016

CRISTIAN E PALLETTA CONTRO TUTTI

di Matteo Marescalco


Il primo film da regista di Antonio Manzini ha per protagonisti personaggi che sembrano usciti dai romanzi di Niccolò Ammaniti. E ciò non stupisce affatto, considerando le frequenti collaborazioni tra i due scrittori romani, a partire da quella alla sceneggiatura de Il siero della vanità, fino ai due racconti scritti a quattro mani, Giochiamo? e Sei il mio tesoro, convogliati nell’antologia Il momento è delicato. Nessuna sorpresa, quindi, coglie il fedele lettore di Ammaniti dinnanzi a freaks disperati che affondano le mani nelle zozzerie delle periferie romane, di fronte a costruzioni circensi gestite da un improbabile deus ex machina o, ancora, nei confronti delle dorate lande pugliesi, terreno in cui Cristian e Palletta vanno alla ricerca di un giaguaro tenuto come animale domestico da una mostruosa famiglia mafiosa. I due amici passano da una Roma da bar, fredda e distante, all’improvvisa accensione cromatica di una Puglia rappresentata essa stessa come un grosso fenomeno da baraccone, contenitore più di animali che di veri esseri umani.
La struttura narrativa è articolata in diversi capitoli, a seconda dei vari giorni della settimana e rispetta i tradizionali livelli organizzativi. Dopo un esordio ambientato nella vita quotidiana di Cristian, giovane sfaccendato che spera nella botta di culo, il primo plot-point è collocato dopo circa venti minuti e consiste nell’attraversamento di una soglia che condurrà in un “altro mondo”. La coppia Pietro Sermonti-Libero De Rienzo funziona perfettamente così come la parte più “fisica” del racconto. Ciò che manca è l’assenza di vero mordente, poche volte si spinge sull’acceleratore (in corrispondenza, infatti, delle sequenze più riuscite del lungometraggio) e l’atmosfera di amarezza che si vorrebbe costruire funziona solo parzialmente. Dispiace perché si tratta comunque di una rispettabile commedia indipendente che riesce a percorrere strade alternative rispetto a quelle tradizionali del cinema italiano ma che, puntualmente, si tira indietro. Sorgono anche seri dubbi sugli obiettivi dell’operazione produttiva. A che pubblico è rivolto il film? Più che essere stato girato per una platea quanto più ampia possibile o, viceversa, per un preciso e determinato zoccolo duro, Manzini sembra aver realizzato un film unicamente per sé stesso e per i suoi amici intellettuali romani. E, in conferenza stampa, le dichiarazioni di De Rienzo sul suo odio nei confronti della promozione nel mondo del cinema sembrano confermare le idee di chi vi scrive: becero quanto immotivato odio nei confronti del mercato e operazione artistica fine a sé stessa si equivalgono e non fanno assolutamente bene alla salute del cinema italiano.

mercoledì 8 giugno 2016

THE NEON DEMON

di Egidio Matinata

Un film di Nicolas Winding Refn. Con Elle Fanning, Jena Malone, Bella Heathcote, Abbey Lee, Keanu Reeves, Christina Hendricks, Desmond Harrington. USA/Francia 2016. Durata: 117 minuti.

-Io non faccio film. Io creo esperienze-.
Questa è la frase simbolica che ha segnato in maniera indelebile la conferenza stampa di The Neon Demon, decimo film del danese Nicolas Winding Refn con protagonista Elle Fanning.
La storia di Jesse, aspirante modella alla ricerca di una carriera in una Los Angeles che ricorda molto quella di Cronenberg in Maps to the Stars, ha scandalizzato Cannes come e forse più di Solo Dio perdona.

L’uomo che aveva stregato tutti con Drive in pochi anni è riuscito a distruggere il mito costruito con quel film e ri-creare il proprio, diventando il regista di culto della generazione nata nella prima metà degli anni ‘90. L’inconsapevolezza generale aveva portato a un grande fraintendimento: il vero Refn (in parte quello del passato e quello che avremmo visto nel futuro) non era il Refn di Drive, bensì quello di Valhalla Rising e Bronson. A differenza della protagonista del suo ultimo lungometraggio, alla ricerca di una propria identità, Refn sa perfettamente quale sia la propria; il suo cinema è sempre in bilico tra bellezza estrema e il trash, la raffinatezza e la volgarità, l’eccesso e la sottrazione. Ed ha veramente senso solo se lo si intende in questa sua doppia accezione. Certamente ci si può lasciar trasportare da un certo gusto che anima la messa in scena di NWR (come nel caso della sequenza iniziale, manifesto programmatico di tutto il film: la bellezza pura sacrificata sull’altare della lussuria, mentre uno sguardo esterno e pieno di bramosia la osserva e la immortala desiderandola) o magari cedere al fascino delle sue provocazioni (e bisognerebbe capire anche questo: quanto contano per lui lo scandalo e la provocazione) ma la visione che se ne avrebbe in questo caso sarebbe comunque parziale e distorta.

Non si deve fare l’errore però di vedere qualcosa di più rispetto a ciò che è presente in The Neon Demon (e in tutto il cinema del regista danese); tutta l’opera di Refn è all’insegna dell’autoreferenzialità, di manie, pulsioni e fantasie personali. -Sono ossessionato da me stesso nel mio lavoro. Bronson era una sorta di autobiografia- ha affermato in conferenza, e ancora: -La grande creatività è narcisismo all’estremo-.
Il suo è un cinema proiettato verso il futuro, come lui stesso ammette (-Ho visto il futuro molti anni fa. Faccio sempre film per il futuro-), impulsivo e sì ragionato, ma in maniera molto astratta; è lontano dalla citazione fine a se stessa, anche se di certo ci sono molti elementi che rimandano a David Lynch, Mario Bava e Suspiria di Dario Argento, il tutto condito dalla benedizione dei tarocchi di Jodorowsky (interpellato ogni settimana durante le riprese). Anche la componente simbolica non va certo sottovalutata (il triangolo, la luna, i vari personaggi che rappresentano diversi aspetti della bellezza e della sessualità … ), così come la volontà di creare film che vadano oltre i generi, oltre le forme canoniche, oltre le storie stesse.

Il primo passo per cercare di capire Refn è di essere consapevoli di non poterlo capire mai fino in fondo. Il futuro che dice di aver visto l’ha visto solo lui, appunto, quindi tutti noi ne saremo sempre estranei; dovremo rassegnarci ad essere ipnotizzati dalle sue immagini, incapaci di distogliere lo sguardo anche quando ci faranno ribrezzo, anche quando avremo paura di essere stati presi in giro, quando le note di Cliff Martinez ci scuoteranno dentro, ma soprattutto ogni volta che ci renderemo conto di essere di fronte ad uno dei talenti puri più cristallini degli ultimi vent’anni.

mercoledì 1 giugno 2016

TUTTI VOGLIONO QUALCOSA

di Matteo Marescalco

Chi non ha mai visto la trilogia dedicata a Jesse e Celine, giovane coppia conosciutasi a Vienna nel lontano 1995? Chi non ha vissuto le peripezie di quei due giovani tra le mani del destino, pedine danzanti tra le note del tempo? O ancora, allargando il discorso, chi non ha sognato di passare una notte insieme ad una ragazza sconosciuta e di poter trascorrere insieme a lei i migliori attimi della propria vita? In fondo, la vita è una questione di attimi che ci colgono al volo. Questo, Richard Linklater lo sa bene. Dopo aver assottigliato il confine tra vita e cinema, lo scultore del tempo ha realizzato la sua opera più ambiziosa, per la quale ha pedinato un ragazzo dal 2002 al 2013, epoca di grandi trasformazioni sociali e di immani cambiamenti cinematografici. E, guardando Boyhood, lo spettro di Antoine Doinel si aggira furtivo all’interno della nostra mente. Si ferma e ci fissa. Il movimento si blocca nel tempo e la stasi si protrae all’infinito. La vita è una questione di attimi, per l’appunto.
Da La vita è un sogno alla trilogia di Before, da Boyhood fino a quest’ultimo Tutti vogliono qualcosa, è chiaro che Richard Linklater non è semplicemente uno dei vari autori da etichettare sotto la targhetta “indie”. C’è qualcosa di più in ballo. Il minimalismo dei suoi film, spesso caratterizzati da lunghi piani sequenza, unito alla semplicità delle situazioni drammaturgiche, restituisce un’istantanea su momenti ben precisi che sembrano spesso appartenere ad un contesto onirico. Poco importa che si tratti di una storia d’amore vissuta a Parigi, a Vienna o in Grecia. O, ancora, degli ultimi giorni prima dell’inizio delle lezioni al college per un gruppo di giovani ragazzi. Linklater è sempre andato alla ricerca del tempo perduto, trattandolo come l’essenza stessa del suo fare cinema, pedinando i tempi morti che, solitamente, non contribuiscono allo sviluppo di un film tradizionale. Al di là delle costruzioni registiche tradizionali e, per l’appunto, come già detto, degli sviluppi drammaturgici semplificati (Boyhood è quanto più in linea con l’idea americana di coming-of-age possa esistere), resta un’acuta ricostruzione del tempo filtrato attraverso gli occhi dei suoi protagonisti che ne vivono il lento incedere anche attraverso lo sviluppo dei fenomeni mass-mediali.
Insomma, guai a chi etichetta Tutti vogliono qualcosa come l’ennesimo filmetto post-adolescenziale su ragazzotti che, a pochi giorni dal college, passano il tempo a fare sesso e ad ubriacarsi. Di questo viaggio alla ricerca di un mood che non esiste più rimane la purezza dello sguardo, la chiarezza del filtro, gli interrogativi sul futuro, con una certezza. La vita è sempre una questione di attimi. Da cui farsi depredare, da cogliere al volo e di cui essere assoluti protagonisti.