domenica 29 settembre 2013

THE WORLD'S END

di Matteo Marescalco

"Dei gesti compiuti in quegli anni, quasi non ve n'è uno che più tardi non vorremmo sopprimere, mentre ciò che invece dovremmo rimpiangere è di non possedere più la spontaneità che ce li faceva compiere. Più tardi si vedono le cose in modo più pratico, pienamente conforme a quello del resto della società, ma l'adolescenza è il solo tempo in cui si sia imparato qualcosa". (Marcel Proust)


"The world's end" è l'ultimo episodio della Trilogia del Cornetto, ideata da Edgar Wright, Simon Pegg e Nick Frost, comprendente anche "Shaun of the dead" ("L'alba dei morti dementi"), una commedia romantica con gli zombie, e "Hot Fuzz", una commedia poliziesca. Ogni episodio della trilogia è caratterizzato dalla presenza di un Cornetto di colore diverso: in "Shaun of the dead", il Cornetto è di colore rosso, in omaggio al genere horror che viene parodiato, in "Hot fuzz" di colore blu per indicare l'elmento poliziesco, in "The world's end" verde, dal momento che si tratta di uno sci-fi. L'uso dei tre colori è un omaggio alla Trilogia Tre Colori di Krzysztof Kieslowski.
Cinque amici d'infanzia, spinti da Gary King, il personaggio interpretato da Simon Pegg, si ritrovano per ripetere l'epico pub crawl fallito della propria adolescenza. L'allegra compagnia, tra aneddoti e perdita progressiva di lucidità, si ritroverà ad affrontare una strana esperienza del terzo tipo, ai limiti del surreale.
Così come "This is the end", anche "The world's end" è un buddy movie dedicato all'amicizia maschile, con un gruppo di amici che, dopo vent'anni, si riunisce per ritentare un'impresa già tentata in età adolescenziale. A fare la voce grossa è Gary King, un Peter Pan in versione dark, voce fuori dal coro, alcolista sfaccendato ed eterno adolescente che non è riuscito ad orientare la propria vita verso la maturità.
La prima sequenza, dopo il flashback iniziale che ripercorre la magica notte dei cinque protagonisti, si apre con una movimento di carrello che presenta la versione adulta di quei cinque giovani che, nel lontano 1990, credevano di poter dominare il mondo. Edgar Wright ha delineato un percorso stilistico e tematico coerente, in cui ha portato avanti una vera e propria analisi sociologica, dietro la linea principale di sviluppo legata al genere messo in scena, basata sulla mostruosità dell'omologazione sociale quotidiana, che viene presentata come il vero elemento "spaventoso" del mondo contemporaneo, portata avanti e potenziata da uno smoderato processo di evoluzione informatica e digitale (in Romero, gli zombie rappresentavano l'avanzata del sistema capitalistico e consumistico) e ha qui realizzato una sorta di western contemporaneo contaminato dal genere sci-fi, basato sul contrasto tra individui adulti ridotti
ad entità simulacrali (civilization), in preda ad una standardizzazione ed omologazione deprimente e mortifera che riduce, rispettivamente nei tre episodi, a zombie, ad individui acritici in cerca della perfezione assoluta e a robot e la purezza dello sguardo e del comportamento adolescenziale (wilderness), quando ogni cosa è lecita in nome di una virginalità ed autenticità legata allo sguardo puro e meravigliato (che riporta alla mente il boy wendersiano) e alla sperimentazione di esperienze vitali. "The world's end" è anche un film sulla mania degli adulti disincantati di guardare al proprio passato adolescenziale mitizzandolo, e ai giovani se stessi come a degli eroi della vita quando ci si comportava come se si fosse immortali. In tutti e tre gli episodi della trilogia ritorna centrale il pub come luogo di ritrovo e di aggregazione oltre che di risoluzione della vicenda, così come l'attenzione coreografica verso la realizzazione delle scene madri, tutte d'azione. Wright e Pegg hanno realizzato un film che, a differenza del precedente "Hot fuzz", punta meno allo stomaco e più al cervello, con la sua riflessione sugli effetti negativi provocati dalla globalizzazione e da un artificiale processo evolutivo (che, così come è avvenuto, porta ad un inevitabile world's end) che qui viene demistificato perchè, in realtà, ha condotto alla morte dell'individualità soggettiva in nome della costruzione di una cooperante comunità globale, e dei rapporti interpersonali nell'epoca in cui il PC domina incontrastato, creando
una vita alternativa in rete in cui trovano spazio delle copie differenziali-zombie di noi stessi. "The world's end" è, in un certo senso, un film parallelo ma opposto a "The perks of being a wallflower" ("Noi siamo infinito"): in questo si guarda all'adolescenza con lo sguardo disincantato dei giovani; nel film di Wright, un gruppo di adulti poco cresciuti guarda alla propria adolescenza, desiderando tornare a quell'età in cui si è privi di responsabilità e si eroizza una serata di sbronza con gli amici, sviluppando sentimenti legati al ritrovamento sofferto del tempo perduto e del ricordo e alla rievocazione malinconica del proprio passato.
La sceneggiatura è poco equilibrata nella delineazione dei personaggi, alcuni dei quali risultano poco approfonditi sul piano psicologico (su tutti, i fratelli Chamberlain), qualche cosa nell'ingranaggio del rapporto uomini/robot non torna perfettamente e alcune gag allentano il ritmo, risultando forzate. Nel complesso, rispetto agli altri due episodi della trilogia, "The world's end" è un film meno divertente ma più riflessivo, con un finale un po' pasticciato e forzato.
Alla fine, l'unica cosa possibile è l'esplosione-implosione di questo falso universo adulto e simulacrale in cui i veri valori (l'amore e l'amicizia) sono stati dimenticati ed il ripristino di un equilibrio alternativo in un mondo da rifondare.

 


Voto: ★★★

domenica 15 settembre 2013

MOOD INDIGO - LA SCHIUMA DEI GIORNI

di Matteo Marescalco
 
"Mood Indigo - La schiuma dei giorni", tratto dall'omonimo romanzo surreale di Boris Vian, segna il ritorno di Michel Gondry dietro la macchina da presa, due anni dopo aver diretto "The Green Hornet" e, per la seconda volta dopo "Human Nature", senza curare anche la sceneggiatura, la cui stesura è stata affidata a Luc Bossi.
Il lungometraggio è incentrato su Colin, interpretato da Romain Duris, un giovane uomo talmente ricco da non lavorare e da passare intere giornate a casa in compagnia di un cuoco che lo accudisce e di un topo. Ad una festa, si innamora di Chloè, interpretata da Audrey Tautou, una ragazza che decide di sposare. In preda alla felicità, convince anche il suo amico fraterno Chick a sposare la donna amata, offrendogli in dote una notevole quantità di denaro, dote che verrà impiegata nell'acquisto delle opere del filosofo esistenzialista Jean-Sol Patre. Ma non tutto ciò che luccica è oro...Chloè infatti si ammalerà di una ninfea polmonare e Colin, in preda ad un folle dolore, spenderà tutte le proprie ricchezze per pagare le cure alla moglie.
Secondo le previsioni, il regista francese Michel Gondry (autore delle splendide liriche visionarie "Eternal sunshine of the spotless mind" e "L'arte del sogno") sarebbe dovuto essere perfetto per trasporre sullo schermo il romanzo visionario, eccentrico ed onirico di Boris Vian. Però, le aspettative non sono state soddisfatte, probabilmente a causa dell'eccessiva libertà creativa che ha caratterizzato questo progetto, costato 20 milioni di dollari.
Ogni cosa ha vita propria nel mondo multicolor di Gondry, tutti gli oggetti che popolano la casa di Colin sembrano animati in stop-motion, inni alla verve artigianale del cinema meliesiano, al mondo analogico e visionario del più grande inventore di sogni. Qui, però, si cade nell'autoreferenzialità e nel manierismo più scatenato, in un'esplosione parossistica di visionarietà scenografica che finisce
per incarnare un pastiche fine a se stesso. "Mood Indigo" assomiglia, per quanto riguarda lo sviluppo tematico, più ad "Eternal sunshine of the spotless mind" che a "L'arte del sogno" a cui, invece, "sottrae" molte invenzioni cromatiche e scenografiche, in completa antitesi al film del 2004. In quanto a colori e ad interpretazioni, infatti, "Eternal sunshine of the spotless mind" era giocato tutto in sottrazione, caratterizzato da una messa in scena quasi scarnificata, con particolare attenzione alla sovrapposizione labirintica di livelli temporali differenti, in cui trovava spazio un gioco d'alternanza tra ricordi, realismo soggettivo ed oggettivo. Ne "L'arte del sogno", la caotica esplosione cromatica ed estatica era pienamente giustificata e posta al servizio del tema trattato e dello sviluppo della trama. Qua, l'esplosione visionaria finisce per trasformare il film in una gigantesca seduta psicanalitica-onanistica, con una serie di sequenze contingenti che allungano a dismisura il brodo. A pagarne le conseguenze è la drammaticità della vicenda ed il rapporto tra i due personaggi che sono delineati in modo superficiale ed interpretati da Duris e dalla Tautou (non basta il suo solito sorrisetto artificioso per una buona performance) senza la profondità drammatica messa in scena dalla Winslet, da Carrey e Bernal e la fisicità ironica di Jack Black. Ciò che manca è una qualsiasi identificazione spettatoriale, non si crea empatia con i personaggi, non si gioisce e non si soffre con loro, non si vive il dramma con emozione. Paradossalmente, è un film talmente caldo (in modo fittizio) da risultare freddo. Gondry si perde in giochini insignificanti e fini a se stessi che non aiutano lo sviluppo della trama, facendoglielo perdere di mano.
"Mood indigo" è completamente sbagliato: nella costruzione, nella regia, nello sviluppo e nelle interpretazioni, elementi soffocati dall'ipertrofia creativa immotivata. E quello che succede alla fine del film è una delle peggiori cose possibili: si esce dalla sala "intatti" dalla tragedia dei due protagonisti, freddi, non sconvolti. Due ore di nulla. O di troppo nullificante. Fate voi.

Voto:★★

martedì 10 settembre 2013

IL CINEMA DI ALFONSO CUARON: IL ROAD MOVIE COME VIAGGIO METAFISICO VERSO UNA RI-NASCITA ESISTENZIALE

di Matteo Marescalco

«Io sono profondamente e coscienziosamente ateo, e non ho nessun tipo di problema religioso. Anzi, attribuirmi una tranquillità spirituale di tipo religioso è innanzitutto non capirmi, e poi offendermi. Non è Dio che mi interessa, ma gli uomini» (Luis Bunuel).

In anni recenti, i cineasti messicani hanno destato scalpore a livello mondiale. Tra loro, si sono particolarmente distinti Alfonso Cuaròn, Alejandro Gonzalez Inarritu e Guillermo Del Toro, con i rispettivi direttori della fotografia, Emmanuel Lubezki, Rodrigo Prieto e Gulliermo Navarro. Pellicole come La piccola principessa, Il labirinto del fauno, Amores Perros, Y tu mamà tambièn La spina del diavolo, uscite in sordina in tutto il mondo, sono riuscite a conquistare in breve tempo il cuore dei critici e degli spettatori.
I registi messicani si sono sempre affiancati al Cinema in modo particolare, utilizzando la Settima arte come pretesto per accostarsi ai problemi politici, sociali ed antropologici del difficile rapporto tra Stati Uniti e Messico, due mondi così vicini ma, in realtà, molto lontani, con l'uno a fare da colonizzatore e da sfruttatore e l'altro da vittima. Non stupisce, quindi, che autori quali Rodrigo Pla, Alfonso Cuaròn, Guillermo Del Toro e Alejandro Gonzalez Inarritu abbiano declinato il problematico rapporto USA-Messico nella narrazione dei rapporti tra mondi diversi, tra universo elitario, ma chiuso, e universo "popolare", ma aperto al nuovo ne La Zona (Rodrigo Pla); nella costituzione di un mondo favolistico ed immaginario in cui trovare evasione dalle brutture della vita (Il labirinto del fauno); nei rapporti cronologici tra passato-presente-futuro e nell'eterno ritorno del passato che non dimentica e perseguita (Alejandro Gonzalez Inarritu).

In modo particolare, il 51enne regista e sceneggiatore Alfonso Cuaròn, nei suoi film, è riuscito a delineare e a seguire un percorso stilistico e tematico coerente ed omogeneo, senza mai cadere nel banale o nel già visto. In quella che ribattezzeremo la  TRILOGIA DEL VIAGGIO (Y tu mamà tambièn, I figli degli uomini, Gravity), il regista messicano ha saputo sfruttare i meccanismi narrativi tradizionali di uno dei generi americani più classici, il road movie, che, dal 1969, con Easy rider di Dennis Hopper, è stato spesso utilizzato come metafora di un'erranza e di un cammino di ricerca interiore coincidente con il viaggio intrapreso dai protagonisti, che portasse ad una ri-nascita ed alla costituzione di un nuovo io. Genere iper-sfruttato di cui Cuaròn ha avuto il merito di allargare gli orizzonti tematici, intessendolo di ampi ed interessanti riferimenti filosofici, sfruttando il pensiero di autori quali Friedrich Nietzsche e Martin Heidegger.
Tutti e tre gli episodi della Trilogia del viaggio sono caratterizzati da un viaggio, che diventa, man mano, sempre più mentale ed allegorico e che conduce verso se stessi, consentendo una ri-nascita e la costituzione di una nuova soggettività in rapporto al mondo fino a quel momento vissuto o da vivere da quel momento in poi. Ecco perchè, quando si parla del Cinema di Alfonso Cuaròn, è lecito parlare di cinema umanista ed antropocentrico.

Dopo aver diretto Solo con tu pareja e La piccola principessa ed essersi dichiarato profondamente deluso dall'esperienza americana di Paradiso perduto, Cuaròn è ritornato, nel 2001, in terra natìa per dirigere il dramma intimista Y TU MAMA TAMBIEN, incentrato sul viaggio (più che altro allegorico) che compiono due adolescenti, in compagnia di una cugina acquisita, per raggiungere l'immaginaria spiaggia di Boca del Cielo. Il periodo in cui l'adolescenza è agli sgoccioli è uno dei più interessanti da narrare, anche se il rischio di cadere nel ridicolo e nel racconto giovanilista è ben presente. Cuaròn riesce ad aggirare questo ostacolo, portando in scena un road movie (ambientato sullo sfondo di un Messico desolato e primitivo, quasi favolistico, nella cui delineazione, il regista messicano risente dell'influenza del realismo magico) in cui l'erranza autoreferenziale e autotelica del viaggio senza meta diventa oggettivazione della crescita interiore dei due giovani protagonisti, secondo i quali, la vita è fatta solo da effimere esperienze sessuali e alcooliche. Convinzioni che verranno teneramente scalfite dall'"inserimento", tra i due membri della coppia, di una donna più matura che traghetterà Tenoch e Julio verso l'età adulta e che li porterà a sperimentare una strana nostalgia e a diventare due sconosciuti, l'uno per l'altro. Il comportamento enigmatico di Luisa sarà chiaro soltanto nel finale, ambientato nella spiaggia di Boca del Cielo, in cui la donna si abbandona, in acqua, ad una nuova vita, trovando la morte come rinascita. Ecco che il regista messicano porta in scena due elementi cardine della sua riflessione filmica: l'acqua come elemento di catarsi, redenzione e di ri-nascita interiore e definitiva, ed il viaggio come strumento di dischiusione di un nuovo io.

E se in Y tu mamà tambièn, la carnalità è posta in primo piano, ed il raggiungimento della maturità è consentito tramite un percorso sessuale caratterizzato da varie tappe, ne I figli degli uomini si evitano scene sessuali, viene meno l'aspetto più "terreno", la catarsi è unicamente spirituale, il ritorno alla fertilità è consentito ma non tramite la costituzione di una nuova coppia. Presentato in anteprima alla 63esima Mostra del Cinema di Venezia, I FIGLI DEGLI UOMINI è tratto dall’omonimo romanzo di P. D. James.
Nell'ipotetico 2027, la razza umana è sull’orlo dell’estinzione perché da diciotto anni non nascono più
bambini e la scienza non riesce a capire quali siano le cause della dilagante infertilità. In una Londra infestata da frange nazionaliste violente che vorrebbero cacciare dall’Inghilterra tutti gli immigrati, Theo, ex attivista pacifico, ora semplice burocrate, si trova coinvolto con la ex moglie rivoluzionaria, Julian, nel salvataggio e nella protezione di una donna rimasta misteriosamente incinta, che potrebbe rappresentare un barlume di speranza per la continuazione della specie umana.
Ambientato in un futuro distopico, non molto lontano dal nostro, il film mette in scena, in una Londra disperata, anarchica e violenta, una tragedia per il genere umano. Sono passati diciotto anni dalla nascita dell’ultimo bambino, le scuole e i parchi sono vuoti, l’assenza di bambini ha trasformato il mondo in una no man’s land oscura, grigia, priva di ogni fede e speranza. Netta la contrapposizione tra benestanti e poveri: i primi continuano a vivere nelle loro enormi case, asettiche, piene di opere d’arte trafugate dai principali musei europei; i secondi vivono nelle strade, in un ambiente reso malsano dalla nascita di nuovi complessi industriali che rendono il panorama simile a quello dickensiano dell’industrial revolution, straordinariamente fotografato da Emmanuel Lubezki (direttore della fotografia di The Tree of Life, The New World e Birdman). Attentati si susseguono quasi quotidianamente e sembra che il silenzio ed il vuoto provocati dall’assenza di bambini siano stati colmati da rumori causati da raffiche di mitra ed esplosioni di bombe, simboli di un’umanità caduta irrefrenabilmente nell’abisso tragico, in un baratro di nichilismo ed anarchia. Gli immigrati vengono ghettizzati, rinchiusi in moderni campi di concentramento e sottoposti a varie torture, prima di essere espulsi. Il governo fornisce gratuitamente alla popolazione inglese il Quietum, un kit da suicidio. Si muove in questo contesto il protagonista Theo, (anti)eroe inconsapevole, che contribuirà in modo decisivo alla salvezza (?) del pianeta. Si noti come Theo non sia responsabile delle proprie azioni, ma agisca sotto i consigli della ex moglie Julian (nella prima parte del film) e spinto dal desiderio della giovane nera di salvare il proprio figlio (ironia della sorte, la speranza per una nuova umanità non viene da un’aristocratica english woman ma da una donna nera). Cuaròn ha anche il merito di aver costruito degli splendidi ritratti femminili, trasferendo nei suoi film il ruolo motore della donna nell’azione e nella narrazione (in Y tu mamà tambien, l'incontro con la donna porta i due giovani alla maturità; ne I figli degli uomini la donna gravida è circondata da un alone sacro, in Gravity, il compito di redimere l'umanità è affidato al personaggio interpretato da Sandra Bullock) tipico delle opere tarantiniane e almodovariane.
Il merito del regista sta nell’aver saputo creare un film fantascientifico privo di chissà quali effetti speciali che faccia riflettere sul presente proponendo una storia in un futuro di guerra, inquinamento, razzismo e violenza, decadimento del nostro presente. La tragedia che ha colpito l’umanità non è dettata da cause esterne, da un attacco alieno o da un cambiamento climatico repentino. Non è stata la natura a ribellarsi e a tradire l’uomo. Tale tragedia, come suggerito dal titolo, è figlia dell’uomo, che ha tradito e perso la propria natura. Cuaròn sembra volerci dire che l’uomo è diventato fin troppo apatico, distaccato e disinteressato all’amore e alle gioie quotidiane che ne derivano, attento solo allo sviluppo economico e al benessere materiale più che a quello psicofisico. «La faccenda dell'infertilità è solo un pretesto per il viaggio interiore e metafisico dell'eroe che passa da un atteggiamento apatico ad uno attivo» (Slavoj Zizek). 
La regia, caratterizzata da virtuosistici piani sequenza lunghi alcuni minuti, girati con telecamera a spalla (in alcune scene sporca di sangue) è ottima e funzionale alla storia. Spesso la macchina da presa segue il protagonista, come un inviato di guerra, trasformando il film in una sorta di documentario che acuisce il senso di incertezza e di claustrofobia. Notevoli sono gli ultimi venti minuti del film: il pianto di un neonato riesce a far bloccare momentaneamente gli scontri armati tra immigrati, esercito e dissidenti, non più abituati ad un tale prodigio della natura, e particolari sono i giochi di luce creati da Lubezki che fotografa in modo più luminoso le scene caratterizzate dalla presenza del neonato, simbolo della speranza ritrovata. E’arrivato un nuovo Salvatore? Non a caso, il gruppo attivista che protegge inizialmente la donna incinta è chiamato gruppo dei Pesci (termine di derivazione greca, ἰχθύς, acronimo di Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio).
Un' ulteriore chiave di lettura può essere rappresentata dalla filosofia nietzschiana: in un mondo che gli uomini (gli uomini?) hanno reso inautentico, è necessario un annichilimento dei falsi valori tradizionali a favore di sentimenti dionisiaci, quantomeno autentici. Il bambino potrebbe quindi rappresentare l’Oltreuomo, profetizzato da Zarathustra, in grado di rifondare il mondo.

Il cast, in cui spiccano Clive Owen e Michael Caine, è ottimo e riesce a mettere in scena
la disperazione e l’emaciazione di questi uomini, vicini alla fine del mondo, alla loro fine. E’ difficile che un film catastrofico non sia trasformato in disaster movie e che ci sia un tale equilibrio: tutto merito del regista che ha saputo muovere in modo encomiabile la macchina da presa, ha scelto ottimi collaboratori tecnici ed ha saputo gestire un cast di prim’ordine ed una sceneggiatura che, forse, in 

mani altrui, avrebbe potuto dare risultati diversi. Il finale è enigmatico. Theo e Kee riescono a trovare una barca (secondo il filosofo Slavoj Zizek, è ottima la soluzione finale della barca, che non ha radici

e galleggia libera, condizione essenziale per il rinnovamento interiore) che li conduca alla nave Tomorrow. Le urla di bambini che accompagnano i titoli di coda che ci suggeriscono un ritorno del mondo al suo normale status, sono reali o rappresentano gli ultimi ricordi di un mondo ancora felice del morente Theo?
Qui, il rinnovamento passa attraverso la costituzione di una famiglia divina, con Theo (nomen omen), Kee (moderna Maria) ed il neonato Oltreuomo, con la barca che traghetta verso una nuova condizione esistenziale.



Un'angosciante e solitaria odissea di due soli personaggi isolati nello spazio, dalla durata complessiva di 92 minuti, con un piano sequenza iniziale di 17 minuti e 156 piani totali che stridono fortemente con i 1000/2000 richiesti, di solito, per realizzare un blockbuster del genere. Questo, e molto altro ancora è GRAVITY, che segna il ritorno dietro la macchina da presa di Alfonso Cuaròn, che ha presentato, fuori concorso ed in anteprima mondiale, la sua ultima fatica, in apertura alla 70esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Per Cuaròn si tratta di un dolce ritorno al Lido: il regista di La piccola principessa e Harry Potter e il prigioniero di Azkaban aveva già presentato in Laguna i suoi precedenti lavori Y tu mamà tambien e I figli degli uomini, che aveva fruttato al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, suo fido collaboratore, una più che meritata Osella al miglior contributo tecnico. 
Protagonista di Gravity è l'astronauta Ryan Stone, interpretata magistralmente, contro ogni aprioristica previsione, da un'androgina Sandra Bullock, che ha il pregio di reggere il film interamente sulle proprie spalle per più di un'ora, e che, affiancata da Matt Kowalski-George Clooney, lavora ad una serie di riparazioni di una stazione orbitante nello spazio. All'improvviso, una catena di sfortunati eventi imprevisti e di effetti collaterali scaraventa contro i due personaggi una tempesta di detriti che distrugge la loro stazione orbitale, eliminando ogni collegamento con Houston e lasciando i due astronauti a vagare da soli nello spazio e a cercare un modo per tentare il rientro sulla Terra.
La catena di imprevisti che ha colpito il film sembra, ironicamente, assai simile a quella che rende difficile i 90 minuti nello spazio alla dottoressa Stone: dopo cinque anni di lavoro, cambio di Studio (Cuaròn e il figlio Jonas avevano proposto la sceneggiatura, che, alla fine è stata acquistata dalla Paramount, alla Universal), svariati rifiuti e spostamenti progressivi del cast (il copione è stato proposto a Robert Downey jr., Angelina Jolie, Natalie Portman e Marion Cotillard), esce il film che entra di diritto tra le pietre miliari del cinema di fantascienza, con cui, volenti o nolenti, tutti i registi che gireranno d'ora in poi film di questo genere dovranno più o meno confrontarsi. 
L'affascinante incipit è un colpo al cuore: un lungo piano sequenza di 17 minuti, in cui la macchina
da presa, come fosse un vero e proprio oggetto di scena inserito in quel determinato momento in quel determinato contesto, danza in uno spazio privo di forza di gravità, gettandoci, anche per merito di una martellante colonna sonora, nell'universo angosciante del film. Straordinari sono i movimenti ondulatori e rotatori della cinepresa di Cuaròn e l'illuminazione in controluce di Emmanuel Lubezki, bravissimi nel valorizzare oltremodo la profondità di campo e nel distillare nel corso del film una dose di angoscia e di suspense che rendono Gravity sconsigliato agli agorafobici ed ai claustrofobici. Perchè, ciò che fa paura non è solo l'enorme buco nero dello spazio sconfinato, ma anche il sicuro cantuccio "domestico" dell'astronave, che non si rivelerà come un luogo in grado di proteggere l'astronauta Stone e di assicurarle il ritorno a casa. Secondo Alfonso Cuaròn: «C’è voluto del tempo e la sfida più grande era riuscire a far abituare tutto il cast, dai disegnatori fino agli attori, a pensare in una modalità differente. Il nostro cervello è abituato a ragionare in un ambiente gravitazionale mentre qui dovevamo cercare di descrivere al meglio uno spazio dove tutto risulta privo di pesantezza. Non abbiamo certo realizzato un documentario ma il nostro intento era quello di riuscire ad assorbire al meglio l’atmosfera di vuoto data dall’universo, per farla confluire poi all’interno dei personaggi. Questi ultimi vivono continuamente la metafora dello spazio: un gioco al massacro tra vita e vuoto, senso di morte e rinascita.»

Più che su un'odissea spaziale, Gravity è un'opera filosofica incentrata sull'odissea che vive ogni singolo essere umano durante la propria vita, continuamente bersagliata da detriti fatti non di materiale spaziale, ma di drammi personali, sconfitte, rinunce. Ecco che, a tal proposito, come ha ammesso il co-sceneggiatore Jonas Cuaròn, la genesi del film è caratterizzata da un doppio binario, da un lato, un percorso fatto di suspense, dall'altro una riflessione sulla vita mediante la terrificante solitudine dei due protagonisti. Il tutto perfettamente orchestrato da una sceneggiatura caratterizzata anche da improvvise sferzate di umorismo che alleggeriscono momentaneamente la situazione, e che stimola una piena identificazione spettatoriale, coinvolgendo sinesteticamente gli spettatori. Lo spazio, nel film di Cuaròn, è un non-luogo metafisico, mistico e straniante, che fa da apripista e da preludio ad un inevitabile cambiamento che non può non arrivare e che, qua, riguarda il personaggio interpretato da Sandra Bullock, donna dalle fattezze maschili, colpita, in passato, da un evento tragico che, ora, trova la sua più terrificante proiezione nell'oscura solitudine spaziale, che si configura come uno spazio fantasmatico che diventa oggettivazione dei traumi e dei dubbi personali, luogo di lotta tra la vita e la morte. Ed è proprio nel momento di massima sofferenza, abbattimento e delirio mentale,
di completo nichilismo e di sfiducia nei confronti del proprio passato, che l'uomo deve affermare la propria dignità, e che Ryan Stone è pronta a riscrivere il libro della propria vita, o meglio ancora, ad accettare, con un nuovo punto di vista, ciò che quel libro le ha riservato. Monumentale, a tal proposito, l'omaggio a 2001 Odissea nello spazio, con il piano in cui il corpo della Bullock (il Bambino delle Stelle) rotea placidamente in posizione fetale all'interno dell'astronave-grembo materno (che qui si rivela come uno spazio ostile che non può più proteggere dalle intemperie del mondo esterno), anticipando la rinascita e la nuova consapevolezza di sè tramite una serie di tappe che accompagnano la donna Ryan Stone (non più astronauta, semplicemente, essere umano) nel cammino dall'humus alla conoscenza. Il viaggio nello spazio è, qui, inteso come viaggio alla ricerca di un nuovo sè, come proiezione dell'ente individuale verso una nuova nascita che non può che avvenire in un territorio altro, oscuro, ostile, inesplorato, insensato, lontano dall'ipersemiotizzato universo terrestre.
Qui, e ne I figli degli uomini, l'Uomo si rivela tale in quanto dotato della possibilità di scelta, non è più l'heideggeriano e arrendevole essere per la morte che precede la nietzschiana ri-nascita del bimbo-oltreuomo profetizzata ed accompagnata da Zarathustra-Theo-Clive Owen, che qui trova il suo corrispettivo in Matt Kowalski-George Clooney, in grado di andare oltre e di non dare altri significati ad una nascita se non, appunto, quello essenziale di nascita, al di là del fatto che si tratti della venuta al mondo di un nuovo Salvatore in grado di salvare il mondo dal baratro di valori in cui è precipitato, tramite un sacrificio che porta all'aborto del vecchio ed inautentico sé.
E, ancora una volta, come in quasi tutti i film di Alfonso Cuaròn, il regista messicano focalizza l'attenzione sul viaggio e sull'acqua. In Y tu mamà tambien, il finale si svolge nella spiaggia di Boca del Cielo (che viene raggiunta dopo un lungo viaggio in auto), che è più un luogo mentale che un luogo vero e proprio, il luogo del giudizio, che, con la scomparsa tra le acque della protagonista femminile, trasporta i due giovani personaggi interpretati da Diego Luna e da Gael Garcia Bernal dall'adolescenza all'età adulta, tramite un inaspettato incontro con la morte, che sancisce anche la fine della loro lunga amicizia. Ne I figli degli uomini, la ri-nascita del genere umano è affidata ad un'esile barca che trasporta la donna nera ed il suo cocchiere alla ben più grande e stabile nave Tomorrow che dovrebbe, a sua volta, condurre l'umanità verso una nuova vita.
Applausi a scena aperta per Cuaròn che è riuscito, ancora una volta, a dirigere un film usufruendo dei meccanismi di genere e rielaborandoli in chiave filosofica, ha saputo mettere in scena un ipotetico (ed illusorio) viaggio mentale-cammino verso la conoscenza e la piena consapevolezza di un nuovo sè, sfruttando al massimo i meccanismi di una sceneggiatura tradizionale e del 3D che funzionano perchè ancorano saldamente lo spettatore alla storia e lo gettano nell'angoscioso vortice oscuro dell'infinito spazio della nostra esistenza.



In conclusione, è possibile affermare che, in ogni suo film, il regista messicano Alfonso Cuaròn, anche quando si è dovuto scontrare con le logiche produttive delle major, è riuscito a perseguire un coerente progetto stilistico e narrativo incentrato sul viaggio iniziatico ed allegorico di un personaggio, dal deserto dei sentimenti fino al giardino della rinascita universale, in cui il cambiamento del singolo si pone come primo passo per un cambiamento collettivo.

sabato 7 settembre 2013

MOEBIUS

di Matteo Marescalco

Il regista coreano Kim Ki-duk sbarca per la quinta volta (dopo L'isola, Indirizzo sconosciuto, Ferro 3 e Pietà, con cui ha vinto il Leone d'Oro della 69esima edizione) alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, con il film Moebius, letteralmente massacrato dalla censura coreana per "la forte ed estrema violenza e le scene incestuose".
La pellicola è incentrata su una serie di evirazioni (che, nella mente del regista, dovrebbero portare ad un aborto simbolico favorevole ad una catarsi interiore, ma che in realtà appaiono nella loro cruda efferatezza, prive di intenti metaforici): la prima persona ad impugnare un pugnale è una donna che si scopre tradita dal marito e tenta di privarlo del pene. Non riuscendoci, evira il figlio che verrà ripetutamente preso di mira dai suoi coetanei. La donna va via di casa e gli uomini rimasti cadono in una spirale depressiva ed autodistruttiva che li porta a cercare ripetutamente su Google notizie riguardo il trapianto di organi genitali e la possibilità di provare piacere infliggendo dolore al proprio corpo. Il ragazzo tenta, quindi, di procurarsi la materia prima, strappandola allo stupratore della propria amata. Materia prima che, però, in una scena esilarante (che ha, tuttavia, la pretesa di essere drammatica), viene presa in pieno da un camion. Il padre, allora, decide di evirarsi e di far trapiantare il proprio pene nel corpo del figlio. Il ritorno a casa della madre getterà ulteriore scompiglio nella già complessa situazione familiare, orientando il film verso un finale inevitabilmente drammatico (finalmente, dopo 85 minuti di crasse risate, almeno il finale è drammatico, da tragedia greca).
L'ultimo film di Kim Ki-duk è un titolo destinato a dividere la platea e a far discutere di sè, per la forte carica di passionalità corporea e per il tema più che disturbante che porta in scena. Moebius è caratterizzato dalla totale assenza di dialoghi, da una notevole attenzione alle immagini e alla costruzione delle sequenze (girate con videocamera digitale), volutamente artigianali e tecnicamente agresti. Visto il tema trattato e la particolare messa in scena, le attese erano elevate, attese che, però, non sono state assolutamente rispettate. Quello che dovrebbe essere un dramma intimo ed intimista, rarefatto e privato, viene mostrato in tutta la sua carica shockante, con il solo obiettivo di colpire lo spettatore, in modo presuntuoso e autoreferenziale, puntando sulla provocazione gratuita, che trasforma il tutto nella sagra del pene evirato.
 


La maggiorparte delle sequenze drammatiche risulta grottesca e, paradossalmente, ironica, e l'eccesso stilistico e tematico finisce per sotterrare ogni possibile significato simbolico del film riguardante il complesso di Edipo e la natura ferina dell'uomo. Kim Ki-duk attinge a piene mani dal background psicanalitico di Laura Mulvey secondo cui, al cinema, i personaggi femminili possono incarnare una sessualità sovversiva e, per questo, vengono puniti con la morte. Inoltre, secondo la Mulvey, in particolar modo nel cinema classico, la figura femminile genera, con la sua mancanza (quella del pene), l'ansia di castrazione nel personaggio maschile che, punendo la donna, restaura il proprio dominio e l'ordine simbolico sotto l'egida della legge patriarcale. Ansia di castrazione che trova reale oggettivazione, in Moebius, nella donna che, da custode del focolare domestico, si trasforma in creatura ferina, punitiva e vendicativa, agendo, momentaneamente, da soggetto attante della vicenda e trasformando i personaggi maschili in macchiette grottesche e degne di pietà. Il suo fallimento, tuttavia, sembra essere inscritto nell'ordine simbolico e psicologico delle cose. Ecco che il pugnale si carica di una valenza fallica che attesta il rovesciamento del rapporto uomo-donna, e che finirà per amputare se stesso e il pene reale.
Le tematiche e le dinamiche che Kim ha portato in scena sarebbero potute essere interessanti, è un vero peccato che vengano risolte in un processo di messa in scena che tende verso un fin troppo facile e scontato utilizzo dello shock visivo che fa precipitare il film in una parodia della peggior specie.

Voto:★

venerdì 6 settembre 2013

CINEVOTI VENEZIA 70


VENEZIA 70 FUTURE RELOADED di Autori Vari
★★1/2
GRAVITY (3D) di Alfonso Cuaròn
★★★★
VIA CASTELLANA BANDIERA di Emma Dante
★★1/2
JIGOKU DE NAZE WARUI (WHY DON'T YOU PLAY IN HELL?) di Sion Sono
★★★★
TRACKS di John Curran
★★
DIE FRAU DES POLIZISTEN (THE POLICE OFFICER'S WIFE) di Philip Groning
★★★★
THE CANYONS di Paul Schrader
CHILD OF GOD di James Franco
★★★1/2
WOLF CREEK 2 di Greg McLean
★★★
PHILOMENA di Stephen Frears
★★★
KILL YOUR DARLINGS di John Krokidas
★★
MISS VIOLENCE di Alexandros Avranos
★★★1/2
KAZE TACHINU (THE WIND RISES) di Hayao Miyazaki
★★1/2
LOCKE di Steven Knight
★★★
THE ZERO THEOREM di Terry Gilliam
★★
MOEBIUS di Kim Ki-duk
ANA ARABIA di Amos Gitai
★★★
DISNEY MICKEY MOUSE 'O SOLE MINNIE di Paul Rudish
★★1/2
HARLOCK: SPACE PIRATE (3D) di Shinji Aramaki
★★

giovedì 5 settembre 2013

GRAVITY

di Matteo Marescalco

Un'angosciante e solitaria odissea di due soli personaggi isolati nello spazio, dalla durata complessiva di 92 minuti, con un piano sequenza iniziale di 17 minuti e 156 piani totali che stridono fortemente con i 1000/2000 richiesti, di solito, per realizzare un blockbuster del genere. Questo, e molto altro ancora, è "Gravity", diretto dal regista messicano Alfonso Cuaròn, che, dopo sette anni di assenza, torna dietro la macchina da presa, presentando, fuori concorso ed in anteprima mondiale, la sua ultima fatica, in apertura alla 70esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Per Cuaron si tratta di un dolce ritorno al Lido: il regista di "La piccola principessa" e "Harry Potter e il prigioniero di Azkaban" aveva già presentato in Laguna i suoi precedenti lavori "Y tu mamà tambien" e "I figli degli uomini", che aveva fruttato al direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, suo fido collaboratore, una più che meritata "Osella" al miglior contributo tecnico.
Protagonista di "Gravity" è l'astronauta Ryan Stone, interpretata magistralmente, contro ogni mia aprioristica previsione, da un'androgina Sandra Bullock, che ha il pregio di reggere il film interamente sulle proprie spalle per più di un'ora, e che, affiancata da Matt Kowalski-George Clooney, lavora ad una serie di riparazioni di una stazione orbitante nello spazio. All'improvviso, una catena di "sfortunati" eventi imprevisti e di effetti collaterali scaraventa contro i due personaggi una tempesta di detriti che distrugge la loro stazione orbitale, eliminando ogni collegamento con Houston e lasciando i due astronauti a vagare da soli nello spazio e a cercare un modo per tentare il rientro sulla Terra.
La catena di imprevisti che ha colpito il film sembra, ironicamente, assai simile a quella che rende difficile i 90 minuti nello spazio alla dottoressa Stone: dopo cinque anni di lavoro, cambio di Studio (Cuaròn e il figlio Jonas avevano proposto la sceneggiatura, che, alla fine è stata acquistata dalla Paramount, alla Universal), svariati rifiuti e spostamenti progressivi del cast (il copione è stato
proposto a Robert Downey jr., Angelina Jolie, Natalie Portman e Marion Cotillard), esce il film che entra di diritto tra le pietre miliari del cinema di fantascienza, con cui, volenti o nolenti, tutti i registi


che gireranno d'ora in poi film di questo genere dovranno più o meno confrontarsi.
L'affascinante incipit è un colpo al cuore: un lungo piano sequenza di 17 minuti, in cui la macchina da presa, come fosse un vero e proprio oggetto di scena inserito in quel determinato momento in quel determinato contesto, danza in uno spazio privo di forza di gravità, gettandoci, anche per merito di una martellante colonna sonora, nell'universo angoscioso ed angosciante del film. Straordinari sono i movimenti ondulatori e rotatori della cinepresa di Cuaròn e l'illuminazione in controluce di Emmanuel Lubezki, bravissimi nel valorizzare oltremodo la profondità di campo e nel distillare nel corso del film una dose di angoscia e di suspense che rendono "Gravity" sconsigliato agli agorafobici ed ai claustrofobici. Perchè, ciò che fa paura non è solo l'enorme buco nero dello spazio sconfinato (oltre al baratro interiore da cui non sembra esserci via d'uscita), ma anche il sicuro cantuccio "domestico" dell'astronave, che, però, non si rivelerà come un luogo in grado di proteggere l'astronauta Stone e di assicurarle il ritorno a casa (la distensione del cavo-cordone ombelicale che consente il ritorno al grembo materno dell'astronave, preludio alla ri-
 

nascita interiore, presenta, all'inizio, varie difficoltà). Secondo Alfonso Cuaron:"C’è voluto del tempo e la sfida più grande era riuscire a far abituare tutto il cast, dai disegnatori fino agli attori, a pensare in una modalità differente. Il nostro cervello è abituato a ragionare in un ambiente gravitazionale mentre qui dovevamo cercare di descrivere al meglio uno spazio dove tutto risulta privo di pesantezza. Non abbiamo certo realizzato un documentario ma il nostro intento era quello di riuscire ad assorbire al meglio l’atmosfera di vuoto data dall’universo, per farla confluire poi all’interno dei personaggi. Questi ultimi vivono continuamente la metafora dello spazio: un gioco al massacro tra vita e vuoto, senso di morte e rinascita."
Più che su un'odissea spaziale, "Gravity" è (come il sottovalutato "I figli degli uomini") un'opera filosofica incentrata sull'odissea che vive ogni singolo essere umano durante la propria vita, continuamente bersagliata da detriti fatti non di materiale spaziale, ma di drammi personali, sconfitte, rinunce. Ecco che, a tal proposito, come ha ammesso il co-sceneggiatore Jonas Cuaron, la genesi del film è caratterizzata da un doppio binario, da un lato, un percorso fatto di suspense, dall'altro una riflessione sulla vita mediante la terrificante solitudine dei due protagonisti. Il tutto perfettamente orchestrato da una sceneggiatura caratterizzata anche da improvvise sferzate di umorismo che alleggeriscono momentaneamente la situazione, e che stimola una piena identificazione spettatoriale, coinvolgendo sinesteticamente gli spettatori. Lo spazio, nel film di Cuaron, è un non-luogo metafisico, mistico e straniante, un vuoto che contiene il tutto, che fa da "apripista" e da preludio ad un inevitabile cambiamento che non può non arrivare
e che, qua, riguarda il personaggio interpretato da Sandra Bullock, donna dalle fattezze maschili, colpita, in passato, da un evento tragico che, ora, trova la sua più terrificante proiezione nell'oscura solitudine spaziale, che si configura come uno spazio fantasmatico che diventa oggettivazione dei traumi e dei dubbi personali, luogo di lotta tra la vita e la morte. Ed è proprio nel momento di massima sofferenza, abbattimento e delirio mentale, di completo nichilismo e di sfiducia nei confronti del proprio passato, che l'uomo deve affermare la propria dignità, e che Ryan Stone è pronta a riscrivere il libro della propria vita, o meglio ancora, ad



accettare, con un nuovo punto di vista, ciò che quel libro le ha riservato. Monumentale, a tal proposito, l'omaggio a "2001 Odissea nello spazio", con il piano in cui il corpo della Bullock (il Bambino delle Stelle) rotea placidamente in posizione fetale all'interno dell'astronave-grembo materno (che qui si rivela come uno spazio ostile che non può più proteggere dalle intemperie del mondo esterno), anticipando la rinascita e la nuova consapevolezza di sè tramite una serie di tappe che portano la donna Ryan Stone (non più astronauta, semplicemente, essere umano) dall'humus alla conoscenza. Il viaggio nello spazio è, qui, inteso come viaggio alla ricerca di un nuovo sè, come proiezione dell'ente individuale verso una nuova nascita che non può che avvenire in un territorio altro, oscuro, ostile, inesplorato, insensato, lontano dall'ipersemiotizzato universo terrestre. Qui, e ne I figli degli uomini, l'Uomo si rivela tale in quanto dotato della possibilità di scelta, non è più l'heideggeriano e arrendevole essere per la morte che precede la nietzschiana (ri)nascita del bimbo-oltreuomo profetizzata ed accompagnata da Zarathustra-Theo-Clive Owen, che qui trova il suo corrispettivo in Matt Kowalski-George Clooney, in grado di andare oltre e di non dare altri significati ad una nascita se non, appunto, quello essenziale di nascita, al di là del fatto che si tratti della venuta al mondo di un nuovo Salvatore in grado di salvare il mondo dal baratro di valori in cui è precipitato, tramite un sacrificio che porta all'aborto del vecchio ed
 

inautentico sè.
Ed, ancora una volta, come in quasi tutti i film di Alfonso Cuaròn, il finale non può che avvenire in acqua. In "Y tu mamà tambien", la spiaggia di Boca del Cielo, che è più un luogo mentale che un
luogo vero e proprio, con la scomparsa tra le acque della protagonista femminile, trasporta i due giovani personaggi interpretati da Diego Luna e da Gael Garcia Bernal dall'adolescenza alla maturità, tramite un inaspettato incontro con la morte, che sancisce anche la fine della loro lunga amicizia. Ne "I figli degli uomini", la ri-nascita del genere umano è affidata ad un'esile barca che trasporta la donna nera ed il suo cocchiere alla ben più grande e stabile nave Tomorrow che dovrebbe, a sua volta, condurre l'umanità verso una nuova vita. Applausi a scena aperta per Cuaròn che è riuscito, ancora una volta, a dirigere un film sfruttando i meccanismi di genere e rielaborandoli in chiave filosofica, ha saputo mettere in scena un ipotetico (ed illusorio) viaggio mentale-cammino verso la conoscenza e la piena consapevolezza di un nuovo sè, utilizzando al massimo i meccanismi di una sceneggiatura tradizionale e del 3D che funzionano perchè ancorano saldamente lo spettatore alla storia e lo gettano nell'angoscioso vortice oscuro dell'infinito spazio della nostra esistenza. Unica pecca: l'incredibile serie di sfortunati eventi che tartassa e rende impossibile la vita spaziale dell'ingegnere Stone ed il finale che, fortunatamente solo ad una prima e semplicistica lettura, potrebbe apparire lievemente consolatorio e buonista. 

Voto: ★★★★