lunedì 13 gennaio 2014

CONSIDERAZIONI POST GOLDEN GLOBES

di Matteo Marescalco
 
Citando e riadattando al contesto una battuta de La grande bellezza: “Quante certezze avete, non so se invidiarvi o provare una forma di ribrezzo”.

All'indomani della vittoria del Golden Globe come Miglior Film Straniero, il dibattito sul film di Sorrentino ha raggiunto, in un climax ascendente che prosegue, ormai, da vari mesi, l'apice del sublime ridicolo e della paraculaggine desolante. C'è chi rosica in silenzio; chi lo fa con una megalomania strabordante (accusando, poi, Sorrentino di essere megalomane); chi giudica senza, però, criticare e fornire il minimo straccio di argomentazione a supporto delle proprie idee; chi giudica fornendo argomentazioni risibili e confuse; chi, pur non avendo amato il film, ma animato da orgoglio patriottico, mostra il proprio entusiasmo; chi sostiene che Sorrentino abbia vinto perchè quest'anno “era senza rivali, chi avrebbe dovuto vincere se non lui?”; chi sostiene che Sorrentino abbia vinto perchè ha realizzato, furbone com'è, un film “di quelli che piacciono agli americani”, sorvolando sul fatto che i Golden Globes sono assegnati da una giuria di giornalisti della stampa estera; c'è chi rimprovera Sorrentino per aver ritirato il premio con eccessivo distacco e disinteresse, come se gli spettasse di diritto, non comportandosi come un buffone di corte. 

Tutti questi “personaggi” sono gli stessi che, puntualmente e da svariati anni, criticano, senza vederlo, il cinema italiano, perchè non propone nulla di nuovo, perchè (preparatevi a questa) i registi italiani non sanno fare i film che, invece, sanno fare all'estero i registi stranieri; gli stessi che criticano il cinema di Virzì, Luchetti, Bruni e Cotroneo perchè provinciale; di Garrone e Vicari perchè anacronistico; dei Taviani perchè di eccessivo impianto teatrale; di Bellocchio perchè lento e noioso; gli stessi che criticano il sentimentalismo banale e lacrimevole di Mieli; gli stessi ancora che criticano il cinema di Sorrentino perchè vuoto e troppo attento allo sviluppo formale delle sue opere a scapito della tenuta narrativa (sorvolando sui meriti di un autore che si è sempre dimostrato coerente ed ha saputo costruire un percorso autoriale in parte autobiografico basato sullo sviluppo di temi comuni a tutti i suoi film, sul declino, sulla rovinosa caduta, che sia quella di un ex cantante napoletano o di un rocker americano, di uno statista o di uno scrittore ormai fallito, di un commercialista eroinomane o di un usuraio; sul contrasto tra passato splendente e presente decadente, accompagnando la riflessione sul versante individuale della questione a quella sulla società contemporanea). Critiche che sfociano in un continuo piagnisteo poco costruttivo o in offese snob prive di fondamento. 
Tutti voi, che boicottate a prescindere “gli incostanti sprazzi di bellezza” di alcuni film italiani “sepolti sotto il chiacchiericcio e il rumore”, per poi guardare menate straniere pseudo intellettuali, ve li meritate Checco Zalone e i Soliti Idioti.

Ve li meritate.
Vi allego la mia recensione a La grande bellezza.

giovedì 9 gennaio 2014

IL CAPITALE UMANO

di Matteo Marescalco
 
Al suo undicesimo film da regista, Paolo Virzì abbandona il genere che ha sempre trattato finora e che gli è valso il titolo di erede contemporaneo della grande commedia all'italiana e dirige il suo primo noir, non privo, comunque, di sottili venature ironiche, che si candida ad essere la sua opera più ambiziosa. La sceneggiatura, curata dal regista con la collaborazione del solito Francesco Bruni e di Francesco Piccolo, è tratta dall'omonimo romanzo di Stephen Amidon. Il lungometraggio è incentrato sul disfacimento economico e morale italiano, affrontato ponendo l'attenzione, tramite la sapiente struttura reticolare della narrazione caratterizzata da una scansione in capitoli che offre, a seconda dei personaggi, più punti di vista differenti sui medesimi eventi, sulla famiglia di Dino Ossola (interpretato da un magnifico Fabrizio Bentivoglio mai così sopra le righe), uomo comune che mira al salto sociale, e di Carlo Bernaschi (il luciferino e “tirato” Fabrizio Gifuni, affiancato da Valeria Bruni Tedeschi, che riesce a rendere perfettamente funzionale la sua costante monoespressività), squalo della finanza italiana, pronto a tutto pur di trionfare sempre e comunque. In questo inferno arido di sentimenti e colmo di tristezza, in cui l'unica cosa che conta è il valore economico delle cose più che quello simbolico delle relazioni umane, Virzì segue i suoi personaggi per un periodo che nel racconto si estende per sei mesi, tra rivendicazioni e frustrazioni, sogni irrealizzati e ambizioni di potere, rimpianti e collisioni sociali, fino alla tragedia finale che, però, lascia ben poco spazio alla catarsi. In questa amara riflessione sull'essere umano, in cui le persone prese in considerazione si ergono ad emblemi della situazione italiana contemporanea, non c'è tempo (ricordate che il tempo è denaro) per la speranza filiale né per la redenzione. Ciò che resta è un vuoto incolmabile. Con la consapevolezza che i primi resteranno primi e gli ultimi sempre ultimi.

Voto: ★★★1/2
 

sabato 4 gennaio 2014

TWO LOVERS

di Matteo Marescalco
 
"Mi sono aggrappato al nulla, ho amato il nulla, nulla vidi o sentii se non un grande sogno"
(John Keats)

New York, quartiere popolare di Brighton Beach. Dopo aver tentato il suicidio a causa di problemi passati che continuano ad affliggerlo, Leonard, uomo di bell'aspetto ma tenebroso e dal carattere introverso, conosce due donne a distanza di poco tempo l'una dall'altra. Una è Sandra, scelta per lui dai suoi genitori; l'altra è la sua vicina di casa Michelle. Leonard vive un amore tormentato, combattuto tra ragione e istinto, trovandosi ad affrontare, sotto nuova forma, i fantasmi del suo passato.
Dopo aver diretto Little Odessa, The yards e I padroni della notte, James Gray abbandona il genere poliziesco/noir, senza, tuttavia, dimenticarne del tutto il registro formale ed estetico, per approdare al melodramma, girando un dramma fatalistico sul destino umano e rinnovando per la terza volta la collaborazione con Joaquin Phoenix (che, tra l'altro, ha da poco diretto in The immigrant) che sembra proiettare molte delle proprie tormentate vicende biografiche nel personaggio di Leonard. Il protagonista del film è stato, fino a questo momento, un vinto dalla vita, tipico personaggio tragico che ambisce al raggiungimento della felicità che, però, può solo sfiorare, in una continua tensione elastica che finisce per sfaldare il suo equilibrio psico-fisico. Dopo essere stato costretto dai genitori della sua futura sposa a lasciarla a causa di problemi genetici che avrebbero impedito loro di avere un figlio, Leonard ha tentato due volte il suicidio, ed è, infine, ritornato a vivere a casa dei suoi genitori che si comportano nei suoi confronti con amore, come ci si comporterebbe con un bambino, invadendo svariate volte il suo spazio vitale, la sua camera, il cui disordine sembra riflettere la sua confusione interiore. In questo contesto si inseriscono le due donne: una emblema della razionalità e della dolcezza, che riflette la calma e la protezione materna, che lo condannerebbe definitivamente alla devastante spirale della non-vita da cui è avvolto; l'altra rappresenta la passione amorosa, l'impulsività, ha una storia d'amore

con un uomo sposato, è una femme fatale che lo inebria e che non si comporta con lui come fosse un bambino da accudire e proteggere, è nel suo amore che Leonard trova la chiave per evadere dalla triste realtà cui è relegato. Leonard è il ritratto dell'uomo contemporaneo, impotente, debole, triste, malinconico, sensibile, alla drammatica ricerca di un qualcosa che lo faccia fuggire dal tran tran in cui è quotidianamente immerso da cui sembra riuscire a distaccarsi per poi ritornarvi in una continua ciclicità fatta di ascese e precipitose cadute.
Gli elementi che impreziosiscono oltremodo il film sono la sceneggiatura (Gray ha detto di aver tratto ispirazione da Le notti bianche di Dostoevskij), la messa in scena e l'interpretazione di Joaquin Phoenix, che riesce a realizzare una completa mimetizzazione nel personaggio che interpreta, variando i toni della sua performance per corrispondere pienamente al bipolarismo di Leonard. Come sempre, Phoenix è una fiera che domina la scena, uno degli ultimi attori fisici in grado di concentrare completamente l'attenzione dello spettatore sul proprio corpo attoriale, che buca lo schermo con la sua emotività stentata. Le scelte fotografiche sono magistrali, nel contrasto dialettico tra ambiente freddo e sentimenti dirompenti e repressi che riempiono ogni minuto del film, nelle sequenze realizzate con macchina a mano che conferiscono a questa tragedia un'ulteriore sensazione di immediatezza e di realismo, nell'andare ad inserire i personaggi in ambienti bui in cui, a mala pena, è reso visibile solo il volto, come per dire che i personaggi di Gray sono creature notturne, escono fuori dall'oscurità con l'illusione di poter raggiungere la luce, ma che, quando sembrano così vicini da potersene affrancare, precipitano improvvisamente nello stesso mare di oscurità in cui stava precipitando realmente Leonard all'inizio del film, e in cui è allegoricamente precipitato alla fine. Perchè non esiste

redenzione completa per i titani di Gray. Un altro pregio di Two lovers è il modo in cui la sceneggiatura affronta il dramma dei personaggi: la tragedia non è mai sbattuta con forza sullo schermo, non deve mai sbalordire per la propria forza corrosiva e distruttiva, è sempre appena suggerita, come fosse sussurrata, nel primo bacio che Leonard ruba a Sandra, negli scatti fotografici che rivelano una felicità di superficie, simulacrale, nell'abbraccio viscerale e colmo di lacrime con cui Leonard dichiara il suo amore a Michelle, nella preparazione della fuga che rende Leonard per la prima volta attore della propria vita ma, in quanto attore, vittima di un'illusione sistematica ed inevitabile, nell'addio finale alla propria madre, pieno di aspettative, fiducioso, ma colpevole, nella conclusione in cui Leonard si ritrova vittima ancora una volta degli stessi fantasmi che lo hanno condannato, in passato, all'immobilità. Perchè, per citare Jimmy Gator di Magnolia: "Noi possiamo chiudere col passato ma il passato non chiude con noi". E, nell'abbraccio finale, restano solo le lacrime di ciò che sarebbe potuto essere ma che non è stato.

Voto: ★★