domenica 9 giugno 2013

THE MASTER

di Matteo Marescalco
 
Protagonisti dell’ultimo film evento di Paul Thomas Anderson, presentato alla 69esima edizione della Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia sono Freddie Quell e Lancaster Dodd, rispettivamente interpretati da Joaquin Phoenix e Philip Seymour Hoffman.
Il primo è uscito dalla Seconda Guerra Mondiale a pezzi, gravemente colpito nel fisico e nella psiche. Il secondo, comandante di nave, filosofo, scienziato, artista, scrittore, ha dato vita ad una setta religiosa, nota con il nome di “La Causa” ed ha iniziato a sperimentare una serie di metodi per poter curare l’umore, la psiche e alcune malattie degli uomini. Troverà in Freddie un paziente da analizzare, un adepto perfetto, una sua mimesi su cui proiettarsi, un altro sé, il fantasmatico che ha represso. In un primo momento le cose tra i due andranno bene. Man mano, però il rapporto si incrinerà…
I primi quaranta minuti del film fanno urlare al capolavoro: Paul Thomas Anderson, da virtuoso di costruzione registica e formale qual è, inserisce nella prima parte della sua opera una serie di sequenze senza tagli di montaggio da manuale, straordinarie per intensità drammatica e visiva e per organizzazione dei movimenti. Il primo personaggio ad essere presentato è Freddie Quell, che, dopo una delle sue varie sbornie, si imbatterà, per caso (magari “La Causa” li ha spinti ad incontrarsi, inconsciamente) in Lancaster Dodd, che gli si presenta come poeta, filosofo, scienziato, ma soprattutto come uomo.
Dalla prima ora in poi, viene analizzata la setta religiosa “La Causa”, fondata da Lancaster, per la cui figura pare che Anderson abbia tratto ispirazione da L. Ron Hubbard (in effetti i tratti in comune sono notevoli), e i metodi utilizzati dal suo fondatore che pensa che tramite una serie di esperienze sensoriali alla ricerca del proprio passato (anche quello antecedente alla nascita, tirando in ballo, quindi, l‘ipotesi della reincarnazione) e di esperienze inconsciamente rimosse sia possibile curare, persino, alcune malattie.
Tra i due, maestro ed allievo, si crea un forte legame empatico. Quell diventa il protetto di Dodd, che lo trasforma in una vera e propria cavia, e prova a reinserirlo in società, trasformandolo in un individuo in grado di saper dimenticar i propri traumi subiti e di poter gestire la propria rabbia. Tutto ciò, però, avviene in modo un po’ lento, ripetitivo, ingarbugliato. Peccato che dopo la visivamente splendida prima ora il film perda ritmo e si accartocci su se stesso fino a trasformarsi in una soporifera seduta psicoanalitica ideale per far cadere il mondo in uno stato comatoso.
Tecnicamente ineccepibile, per fotografia, montaggio e scelte musicali (il film è stato girato e proiettato, a Venezia, in favolosi 70mm), sorge il dubbio, però, che Anderson, prima di realizzare il suo “The Master”, abbia dato un’occhiata a “The Tree of Life” di Terrence Malick. Sono troppe, infatti, le sequenze

“cosmiche” scopiazzate dal film del regista filosofo. Straordinarie le interpretazioni che hanno fruttato ai due attori la Coppa Volpi alla miglior interpretazione maschile e due nomination all’ultima edizione dei Premi Oscar come miglior attore protagonista e non. Joaquin Phoenix fornisce quella che, di sicuro, sarà l’interpretazione migliore della sua carriera, costruisce da sé il personaggio, ne cura i movimenti, inarcando la schiena e torcendo spesso le spalle, non ponendo in secondo piano la mimica facciale, che gestisce, in un modo fin troppo sopra le righe, tra ammiccamenti e pianti vari. Si tratta di un personaggio carnale, ferino, che buca lo schermo con la sua bestialità emotiva che riesce a trasformare in drammaticità fisica. Da vedere in lingua originale, sia solo per
 

assaporare e godere della straordinaria risata diabolica e quasi tangibile di Phoenix, che colpisce per un tono di voce così profondo e duro. Seymour Hoffman trattiene la propria recitazione e non si espone come ha fatto Phoenix, attestandosi come uno dei migliori attori contemporanei.
Anderson, con la scusa di andare ad analizzare il rapporto (quasi omosessuale) tra due persone che non riescono a fare a meno l’una dell’altra, perché troppo simili, anche se uno (Dodd) tenta di occultare questo aspetto scapestrato della sua personalità, fornisce un saggio di analisi su due aspetti principali del mondo umano: la libertà e la solitudine. Spesso i personaggi vengono inquadrati con primi o primissimi piani leoniani. Con tutto ciò, il regista non fa altro che sottolineare che tutti gli uomini, per quanto possano essere simili o diversi tra loro, resteranno, comunque, fondamentalmente soli. Ognuno di noi nasce
solo e morirà solo. Qualsiasi rapporto (come quello tra il master ed il suo allievo) è destinato alla fine, precipitosa o lenta che sia.

Per quanto riguarda la libertà, Anderson pone l’accento sul fatto che ogni uomo, senza alcuna esclusione, desidera trovare, nel corso della propria vita un master (Dio, un genitore, un caro amico, il superiore a lavoro) che riesca ad indirizzare la sua vita e ad aiutarlo man mano che gli si presentino varie difficoltà, fino a distaccarsene, lentamente. La vita degli uomini è in bilico tra il voler fare di testa propria, padroni del proprio divenire, e il volersi affidare a persone più esperte di loro, non riuscendo mai a risolvere questa dicotomia contraddittoria. Più che un film sulla vicenda di L. Ron Hubbard, Anderson ha diretto un’opera totale sulla storia umana, partendo dal rapporto tra due uomini, che, in stile “The Tree of Life”, lo spettatore deve riuscire a mettere in relazione al rapporto tra tutti gli uomini e alle vicende universali. Con o senza l’aiuto del regista.


Voto: ★★★★