martedì 31 maggio 2016

WARCRAFT - L'INIZIO

di Matteo Marescalco

Sorprendentemente, è diventato sempre più usuale andare al cinema a vedere blockbuster americani con aspettative piuttosto basse e restare pienamente soddisfatti, contrariamente anche alle più ottimistiche ipotesi. Negli anni 2000 il fantasy è un terreno che è stato ampiamente modellato dalla creatività visiva di Peter Jackson che ha trasposto sullo schermo la saga de Il Signore degli Anelli, tratta dai romanzi di J.R.R. Tolkien. Insomma, visti gli elevati risultati qualitativi raggiunti, è inevitabile che qualsiasi cineasta che voglia eventualmente dedicarsi a tale genere si misuri con quanto fatto da Jackson. Anche Duncan Jones, già autore di Moon e Source Code, nonché uno dei più interessanti volti nuovi nel panorama della fantascienza americana, ha pescato a piene mani dalle convenzioni del genere.
Appunto, il cinema di genere funziona perché è ben radicato nell’immaginario collettivo, è costruito a partire da basi solide e dedica profonda attenzione allo sviluppo della storia narrata. Poi, in modo particolare, Warcraft, nonostante l’inevitabile traslazione spaziale e temporale mutuata dai videogiochi della Blizzard, narra di mondi in contrasto, di patti, alleanze, violazioni di confini, di rituali, di cerimonie e di gruppi sociali. Quindi, la sensazione che il genere sia un filtro attraverso cui rileggere la realtà sociale attraverso personaggi stereotipati e convenzionali (evitando di considerare il lato negativo dei termini) è abbastanza palese.
Da una parte c’è il mondo morente degli orchi. Dall’altra, quello degli esseri umani. I primi decidono di invadere le terre popolate dai secondi, sfruttando un portale magico che collega i due scenari e guidati da un potentissimo stregone nutrito dal Vil, una magia oscura che corrompe con l’eccesso di potere che dona. La delineazione dei personaggi secondari (il Re, il Guardiano, il guerriero dall’animo focoso) rispetta completamente gli standard del genere fantasy e, probabilmente, è in questi che risiede il punto debole del film. L’arco narrativo di molti di loro non è pienamente soddisfacente, la loro evoluzione nella storia narrata non convince del tutto. Allo stesso modo, dispiace che Warcraft si ponga semplicemente come il primo episodio di quella che promette essere una nuova redditizia saga. Molte story-line secondarie sono mantenute aperte e la sensazione finale non è quella di quadratura del cerchio, lo spettatore avverte una certa insoddisfazione complessiva.
Peccato, perché, come detto, il film di Duncan Jones funziona sul versante visivo, nella piena commistione tra analogico e digitale e nella gestione della CGI, invadente ma mai fastidiosa. Il mondo di Warcraft è una sorta di Pandora, una terra schiusa dalle tecnologie digitali, che mostra il proprio lato più irreale ma che non dimentica mai l’essere umano e l’ossatura basata su un solido racconto. Jones ha, più o meno, messo in riga tutte le carte giuste per la creazione di una nuova mitologia. Non ci resta che attendere i prossimi episodi e sperare in una gestione dei personaggi più adeguata.

venerdì 27 maggio 2016

MARGUERITE E JULIEN-LA LEGGENDA DEGLI AMANTI IMPOSSIBILI

di Egidio Matinata

Un film di Valerie Donzelli. Con Anais Demoustier, Jeremie Elkaim. Scritto da Donzelli, Elkaim e Guault. Genere: drammatico, fantastico. Francia 2016. Durata: 103 minuti.

Julien e Marguerite de Ravalet, figli del Signore di Tourlaville, si amano teneramente fin da bambini. Diventati adulti, il loro affetto si trasforma in irrefrenabile passione. Scandalizzata dal loro legame, la comunità di Tourlaville inizia a dare la caccia ai due fratelli che, incapaci di resistere ai loro sentimenti, decidono di fuggire.

Se c’è una cosa davvero imperdonabile nel cinema, ma anche nella letteratura e nella musica, è la noia. Soprattutto se poi la si intende come un qualcosa di elevato, come un elemento che denota una certa superiorità che può essere intercettata da pochi; ed è giusto puntualizzare che la noia non ha minimamente a che fare con la lentezza. Ogni film, infatti, ha un ritmo interno che va rispettato. Barry Lyndon non può essere girato e montato come Mad Max: Fury Road (e viceversa) e la ragione naturalmente non sta né dall’una né dall’altra parte. Entrambi i film sono realizzati esattamente nel modo in cui andavano fatti.
Purtroppo non è solo la noia il problema del film di Valerie Donzelli, regista francese arrivata al suo quarto lungometraggio. Il primo elemento che si percepisce è la distanza abissale che separa il pubblico dai protagonisti; neanche per un momento si riesce a identificarsi con i due protagonisti, ispirati a due persone realmente esistite (la sceneggiatura di Jean Gruault era passata tra le mani di François Truffaut che però non la traspose mai). Anche la cornice della storia, in cui, in un orfanotrofio, delle ragazze si raccontano di notte la vicenda di questi due amanti leggendari, risulta essere una linea narrativa incompiuta e, in fin dei conti, un espediente narrativo inutile.
Eppure, il film presentava dei notevoli spunti di grande interesse, primo tra tutti il tema della distruzione di un’intera famiglia in un mondo totalmente inventato nel quale confluiscono elementi dell’Ottocento e della contemporaneità (e infatti, come ha dichiarato la regista, la sua intenzione era di girare un film in costume; una storia ambientata nel passato, ma che ho immaginato come un film di fantascienza).

L’intenzione era di creare un film di una certa larghezza, con una dimensione di fantasia, di inventare
un mondo, partendo però da elementi reali: il castello, la famiglia Ravalet e i fatti storici. Peccato che nulla di tutto ciò trovi una sua compiutezza realizzativa. Tutto rimane fermo ai blocchi di partenza, nessuno di questi elementi viene sviluppato davvero; ed è un peccato perché Donzelli dimostra in più occasioni di avere uno sguardo originale e consapevole, di saper creare delle scene molto suggestive, soprattutto negli esterni, quando la macchina da presa sembra essere libera da qualunque vincolo, non come nelle terribili, statiche, infinite scene negli interni.
Marguerite et Julien è un film per niente riuscito, goffo e senz’anima, che non riesce a scalfire minimamente le emozioni dello spettatore. Sono davvero poche le cose da salvare, tra cui i due minuti finali in cui dei versi di Walt Whitman accompagnano delle bellissime immagini. Quella è l’unica sequenza davvero azzeccata del film.

martedì 24 maggio 2016

JULIETA

di Matteo Marescalco

Pedro Almodovar è uno di quei registi che, nel corso dei decenni, a causa delle proprie scelte stilistiche fortemente autoriali, è riuscito ad affermarsi come brand. Non stupisce, quindi, sentire il brusio del pubblico quando la scritta El Deseo presenta appare sullo schermo. Si accorre in sala per il nuovo dramma di Almodovar, sapendo già che ci troveremo a che fare con destino, figure femminili dalla spiccata sensualità e forza d’animo, uomini che si fanno divorare dagli istinti carnali e, soprattutto, apparati scenografici dai colori saturi ed eccentrici. Dopo l’acida stoccata de Gli amanti passeggeri, il regista spagnolo torna sullo schermo con Julieta, tratto da tre racconti di Alice Munro, Fatalità, Fra poco e Silenzio, condensati per partorire una quarta creatura che racchiude in sé tutte le ossessioni di Almodovar.

Dopo la pausa del precedente film-divertissement, Julieta sembra rispondere ad un quesito che molti aficionados del regista si sono posti: che fine hanno fatto le tanto amate donne di Almodovar? Julieta le rappresenta. Ha incontrato uno sconosciuto su un treno e in questo non-luogo ha avuto un rapporto sessuale con lui. I due hanno avuto una figlia, Antìa, che, dopo la perdita del padre, ha affrontato la depressione della madre. Fino al compimento dei diciotto anni di età. Improvvisamente, il giorno del suo compleanno, abbandona la madre senza alcuna spiegazione. Julieta, scrivendo i ricordi, china sulla scrivania di casa sua, apre le sue emozioni allo spettatore che è preso per mano e condotto nel suo passato, segnato, fin dall’inizio, da un oscuro destino, dai tratti lynchiani.
E noi con lei intraprendiamo un viaggio nel cinema del regista, a bordo di un treno dai colori sgargianti e dalle forme geometriche. Il melodramma ed il thriller si intrecciano nel labirinto di passioni che è lo stile filmico di Almodovar. E via con le figure che sembrano marionette tra le mani del Caso, vittime dei drammi più sfrenati ed eccessivi, di tragedie che trovano la loro terra natia nelle zone costiere, aree mediterranee così prodighe di leggende e di racconti mitici. La più cara amica di Julieta è Ava, scultrice che crea figure in terracotta raffiguranti uomini nudi seduti. Julieta insegna letteratura classica e ama guardare Ava plasmare queste figure, creandole dal nulla, con l’ausilio dell’argilla e del fuoco delle passioni, allo stesso modo in cui gli dei hanno creato l’uomo e gli altri esseri umani.

Il problema è che, oltre all’idea del viaggio all’interno del proprio cinema, c’è ben poco di interessante in Julieta, le cui passioni ed emozioni si perdono come lacrime nella pioggia. Nonostante la tentata sincerità, la stilizzazione totale raffredda i sentimenti, raggiungendo il risultato di un’opera d’arte che ha eccessivamente sublimato la passione e la trasgressione di cui vorrebbe essere foriera. La deflagrazione non arriva ma resta vittima della cappa di colori e di geometrie cui viene inevitabilmente condannata dal suo autore.

ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

di Emanuele Paglialonga

Nel lontano 2010, nelle sale di tutto il mondo imperversava un film di Tim Burton con Johnny Depp: era Alice in Wonderland. Incassò più di 1 miliardo di dollari in tutti il mondo e 30 milioni di euro sul suolo italico. Un prodotto che, forte del 3D, che allora dominava l'universo cinematografico, aveva però diviso critici e pubblico.
Ciononostante, sei anni dopo la Disney ci riprova. Un altro live-action, ma stavolta non un remake dell’originale prodotto d'animazione: trattasi di un sequel che si rifà ancora una volta a Lewis Carroll, al romanzo, per la precisione, Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò.
Il film che si appresta ad arrivare nelle sale in questi giorni è Alice attraverso lo specchio. C’è ancora Johnny Depp, c’è ancora Mia Wasikowska e c’è ancora  Helena Bonham Carter, ma il regista non è più Tim Burton: il suo posto l’ha preso James Bobin, autore dei due film sui Muppets, del 2011 e del 2014.

Alice è cresciuta e all’inizio della storia la si vede solcare i sette mari: è diventata capitano, ha ereditato la nave del padre ed è partita a esplorare il mondo. Tornata a casa, le toccherà fare i conti con una realtà dura, con delle scelte piuttosto importanti da prendere a proposito del suo futuro.
Futuro. Tempo. Sono parole e concetti che nel film ritornano abbondantemente,  prendono vita, e hanno un colpo e un volto: quello di Sacha Baron Cohen, new entry rispetto al precedente del 2010, che qui interpreta, appunto, Il Tempo. E sì perché, Alice ritrova il Brucaliffo, che forse ha cambiato forma, e attraversa uno specchio al di là del quale ritroverà tutti i suoi vecchi compagni di giochi. Compreso il Cappellaio, che è però molto depresso, perché vuole sapere cos’è davvero successo alla sua famiglia, di cui ha perso le tracce, e per questo chiede ad Alice di occuparsene. E per farsi carico di questo compito, la giovane dovrà tornare nel passato, con o senza il consenso del Tempo, ma sicuramente con un oggetto molto importante: la cronosfera, che le permetterà appunto di compiere il viaggio.
Il Tempo la ammonisce, le dice che il passato non si può cambiare, ma che comunque da esso si può imparare. Una lezione di vita che la giovane apprenderà solo in un secondo momento.

Anche per questo sequel/prequel gli effetti speciali non mancano, le sequenze del mare del tempo sono piuttosto affascinanti: ciò che rende debole il film è, tuttavia, uno script non eccessivamente sicuro di sé, che dipana una storia neanche troppo anticonvenzionale, e che, soprattutto, non coglie al balzo la palla, anzi, la cronosfera, per restare in tema, di un argomento che è centrale all’interno dell’opera, quella del tempo, che avrebbe potuto essere sfruttato molto di più da un punto di vista filosofico e sul piano emozionale. La prova di Cohen è più che buona, a dimostrazione che i comici sono anche, nove volte su dieci, grandi attori, e se si ha talento si può passare da Grimsby a questo senza neanche troppa difficoltà.
Chissà quanto riuscirà a portare a casa, chissà se i prossimi live action della Disney saranno migliori di questo (Il libro della giungla uscito un paio di mesi fa lo è senza ombra di dubbio), e chissà come sarà il Dumbo di Tim Burton. Senza una cronosfera a portata di mano, bisognerà aspettare che passino mesi o forse anni.

giovedì 19 maggio 2016

THE NICE GUYS

di Egidio Matinata

Un film di Shane Black. Con Russell Crowe, Ryan Gosling, Angourie Rice, Matt Bomer, Margaret Qualley, Kim Basinger. Commedia, azione, thriller. USA 2016. Durata: 116 minuti.

The Nice Guys è un film divertentissimo; si, è una cosa molto banale da dire, ma è certamente un giudizio vero e sincero (spesso il vero e il banale coincidono). Si esce dal cinema con il sorriso in volto dopo essere stati sballottati su queste montagne russe per quasi due ore e si avrebbe voglia di continuare a seguire le avventure dei personaggi che hai appena abbandonato.
La strana coppia di protagonisti che guida questa folle carovana è composta da Jackson Healy (Russel Crowe), picchiatore su commissione, e Holland March (Ryan Gosling), un goffo detective privato. Si ritrovano in questa Los Angeles degli anni ’70 (libertina, stravagante decisamente trendy, ma anche “marcia", dove lo smog ricopre tutto come una crosta e in cui Hollywood Boulevard è diventata un "letamaio di pornografia”) per risolvere il caso di una ragazza scomparsa e la morte di una porno star che apparentemente non sembrerebbero collegate, ma che in realtà nasconde una cospirazione molto più grande di quanto possano pensare.

Rispetto a quanto si potrebbe pensare, il film si appoggia certamente sulle spalle dei suoi due ottimi interpreti, ma prima ancora è una sorta di reinterpretazione/rilettura/parodia della letteratura hard-boiled e del cinema noir e poliziesco. Volendo, potremmo dire che il film di Shane Black è un coktail di Ellroy (anche se effettivamente non si tratta di uno scrittore hard-boiled) e Il Grande Lebowsky, il tutto agitato nello shaker del buddy-movie. Nella struttura si avvicina molto (ma senza aderirvi mai fino in fondo) al poliziesco e al noir, lasciando allo spettatore la sensazione di essere sempre un passo indietro rispetto all’evoluzione della storia e rispetto a ciò che sanno (o pensano di sapere) i protagonisti. Così, man mano che la trama si dipana, gli indizi vanno al loro posto e i casi iniziano ad assumere una forma e una logica, iniziamo a conoscere sempre di più il passato, i dettagli e le sfumature dei protagonisti. Merito di Black e del suo co-sceneggiatore Anthony Bagarozzi è anche quello di impostare l’azione (non intesa come scene d’azione) tanto sul piano verbale quanto su quello fisico; il relazionarsi di Healy e March, sia tra loro che con gli altri personaggi, è efficace nei dialoghi ma anche nei momenti di scontro fisico, in cui sentiamo ogni tonfo, ogni scontro e ogni colpo, a volte anche eccessivamente (alla Bud Spencer e Terence Hill). Ma questo eccedere non dà mai fastidio, anche se il registro del film non è improntato esclusivamente nell’andare sopra le righe; c’è anche una vena drammatica, molto lieve e ben calibrata che agisce sullo sfondo.

The Nice Guys è grande cinema di intrattenimento, leggero e divertente, ma solo all’apparenza senza pretese. Nel cast spicca la bravissima e giovanissima Angourie Rice (si, a volte sugli attori bambini si prendono abbagli enormi, ma in questo caso è davvero impossibile non vederne la bravura), oltre a Crowe e Gosling, coppia inedita di eroi fuori dagli schemi e anche maledettamente idioti, che, come in tutte le grandi storie, cambiano rimanendo sostanzialmente gli stessi, in un’avventura ironica, assurda e spensierata.

Scritto e pubblicato per: http://sensidicinema.blogspot.it/2016/05/the-nice-guys-un-film-da-montagne-russe.html

martedì 17 maggio 2016

LA PAZZA GIOIA

di Emanuele Paglialonga

Dopo essere stato applaudito a Cannes, nella sezione della Quinzaine des Réalisateurs, a tre anni da Il capitale umano, Paolo Virzì torna nelle sale: uscirà in 400 copie, infatti, a partire dal 17 maggio, il suo ultimo lavoro, La pazza gioia.
Protagoniste del film, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. La prima interpreta Beatrice Morandini Valdirana, sedicente contessa e chiacchierona; la seconda è invece Donatella Morelli, giovane donna, fragile e silenziosa. In comune hanno il fatto di essere entrambe ospiti di una struttura terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a misure di sicurezza.
Un bel giorno, di ritorno assieme alle altre pazienti, Donatella e Beatrice decidono di scappare: prendono il primo autobus che passa loro di fronte e danno inizio alla loro avventura. Si daranno, come dice la stessa Beatrice a un certo punto, alla pazza gioia.

Coadiuvato alla sceneggiatura da Francesca Archibugi, Virzì passa dai toni cupi e duri de Il capitale umano  a quelli colorati e sgargianti de La pazza gioia; da un nord-est Italia nuvoloso, freddo, notturno, a una Toscana calda e assolata. La genesi del film il regista la racconta in un interessante aneddoto:
-Il primissimo spunto per fare questo film nasce da un’immagine di loro due (Bruni Tedeschi e Ramazzotti, ndr) che camminano tra l’erba, il fango e la neve, che ho spiato da lontano. Eravamo sul set de Il capitale umano e Micaela era venuta in visita, il giorno del mio compleanno. Stavo girando l’ultimo ciak, prima di pausa, di una scena tra Bentivoglio e Gifuni. E vedo appunto, laggiù nell’area camper degli attori e della produzione, Valeria che conduceva Micaela verso il tendone del catering, la prima con addosso una specie di gualdrappa per coprirsi dal freddo sopra l’elegante e dorato abito di scena del personaggio, zampettando sui tacchi, mentre l’altra le arrancava dietro, con un misto, mi sembrava, di fiducia e di sgomento. E ad un certo punto, siccome il terreno era impervio e zuppo di neve sciolta, Valeria ha porto la mano a Micaela per aiutarla. In quel momento, ho avuto una voglia improvvisa di puntare la macchina da presa verso quelle due tipe interessanti, bellissime, buffe e forse un po’ matte, laggiù, trascurando la scena che stavo girando (non me ne vogliano Gifuni e Bentivoglio)-.

Il processo creativo dietro questo film, insomma, è senza dubbio interessante: è la prima volta che lui e la Archibugi collaborano insieme alla sceneggiatura di un film: amici da una vita, la seconda, nel suo ultimo Il nome del figlio ha addirittura filmato il parto vero della Ramazzotti, nella vita moglie di Virzì. Fino ad ora si erano “soltanto” aiutati e dati consigli l’un l’altro a proposito dei loro film. 
L’idea delle due donne che scappano e si danno alla pazza gioia, pur essendo un cliché, in questo film è stata declinata in maniera interessante: uno dei punti di forza della storia, infatti, è l’aver aggiunto il tema della malattia mentale delle due protagoniste, ed averlo trattato, soprattutto, con molto garbo. Virzì filma con grande sensibilità questi personaggi, diversi ma fragili, soli.
Attenzione però: la fuga delle due protagoniste non è descritta come fosse una favola. Il regista stesso, nella conferenza stampa a margine dell’anteprima romana diverse settimane prima di Cannes, ci ha tenuto a sottolineare che non era sua intenzione girare una favola, e che anzi molta cura ha speso per rendere più realismo possibile.

Non è una favola, quindi. E se non è una favola e si è voluti essere realisti, è realistico quello che succede alle due protagoniste nella seconda parte del film? Parrebbe più una falla di sceneggiatura, a questo punto: il film inizia, conosciamo Donatella e Beatrice, scappano, succedono un paio di cose non troppo eccezionali, e poi la fuga fugge a sua volta, si va verso altri lidi, a un certo punto si separano, poi una viene presa e l’altra no, poi ritornano insieme: c’è grande confusione sotto questo punto di vista.
Virzì apre sia la strada della fuga delle due protagonista, sia quella che affronta il tema della diversità e della pazzia, ma alla fine dei conti non decide da che parte stare. A Donatella e a Beatrice non capitano chissà quali avventure, quindi la fuga non prevale sui loro personaggi. Forse un po’ il contrario, ma neanche tanto. E può essere un bene, ma è più un’arma a doppio taglio.
Il grosso del film sta sulle spalle di Micaela Ramazzotti: alla sofferenza e alla back story del suo personaggio si crede e si prova empatia. Un po' meno per il personaggio della Bruni Tedeschi, non troppo diversa dalla Carla de Il capitale umano: qui è solo più pazza. Sul personaggio della Ramazzotti, invece, si è lavorato con maggiore attenzione: sul corpo tatuato e sulla voce: recita in toscano, come ne La prima cosa bella, pur essendo romana.
Forse stavolta, dopo l’estremo realismo de Il Capitale Umano, un po’ di favola in più avrebbe giovato. Sarà per prossima ispirazione.

giovedì 12 maggio 2016

MONEY MONSTER

di Emanuele Paglialonga

Sostenendo con la forza della ragione
che una bomba possa essere intelligente
le potresti domandare, poco prima dell’esplosione,
la descrizione di un tramonto, o se ha fatto già l’amore oppure no
.

Così cantava Francesco di Giacomo, voce solista del Banco del Mutuo Soccorso in un brano, Bomba Intelligente, che non ha avuto in vita il tempo di completare, cosa che invece hanno provato a fare gli Elio e le Storie Tese, pubblicandola anche nel loro ultimo album, partendo proprio dal testo di di Giacomo e dall’arrangiamento musicale di Paolo Sentinelli. 
Ma che ha a che vedere un brano contenuto in Figgatta de Blanc con Money Monster, l’ultimo film di Jodie Foster presentato in anteprima al Festival di Cannes? La bomba, per l'appunto: quella contenuta in giubbotto che Kyle Budwell, un giovane e disperato interpretato da  Jack O'Connell fa indossare al conduttore televisivo ed esperto di finanza Lee Gates, George Clooney.
Seguendo i consigli di Gates, infatti, Budwell ha fatto un cattivo affare, investendo i suoi 60.000 dollari in una società che, da un giorno all’altro, si è ritrovata misteriosamente ad avere 800 milioni di buco, senza che nessuno, fra gli investitori o gli stessi addetti ai lavori, abbia capito niente. Così, presa la pistola e il giubbotto con l’esplosivo, Budwell irrompe nella trasmissione di Gates, Money Monster, minacciando di far saltare in aria il conduttore e tutto lo studio se non otterrà una risposta su quale fine abbiano fatto i suoi soldi e quelli di tutti gli investitori e perché. Tutto questo, in diretta televisiva. Gates dovrà gestire quindi questa delicata situazione, coadiuvato dai preziosi consigli che la regista della trasmissione, Julia Roberts, gli fornirà nel corso della vicenda.
Un primo punto, importante: Budwell non rivuole indietro i suoi soldi. Sa di non uscire con le proprie gambe dalla situazione in cui si è andato a infilare. Vuole solo venire a conoscenza della ragione di quel buco. Tutti giustificano infatti l’improvvisa perdita del capitale con un tecnicismo, glitch, riguardante il malfunzionamento di un algoritmo che la società in questione utilizzava, che a ben vedere nessuno era stato in grado di spiegare.

E si ritorna a di Giacomo: può una bomba essere intelligente? E un algoritmo? Entrambi, evidentemente, non godono di vita propria: tutto dipende dall’utilizzo che ne viene fatto da parte degli uomini. Dell’impronta umana, come si dice a un certo punto, a proposito delle tracce che si lasciano anche in un sistema all’apparenza così evanescente e poco fisico come quello della finanza e della rete in genere. E lo si spiega fin dall’inizio: oggi il denaro viaggia alla velocità della luce, attraverso sistemi e algoritmi. Solo che qualche volta, per la troppa velocità, è facile che si possa bucare una gomma.
Se La grande scommessa affrontava forse troppo tecnicamente il tema della crisi e delle speculazioni borsistiche, rendendosi di non facile o perlomeno non immediata comprensione, il film della Foster va dritto al cuore del problema senza perdersi troppo in chiacchiere: responsabili di sfaceli economici come quello del film sono quel pugno di ricchi e di potenti che tiene in scacco i destini del mondo, mentre il resto del pianeta rimane lì impalato a guardarsi scippare il futuro da sotto gli occhi.

L’intelligenza degli sceneggiatori (Alan DiFiore, Jim Kouf e Jamie Linden) è stata di prendere questo contesto, questo ambiente, il mondo del secondo decennio del ventunesimo secolo, e di costruirci sopra un thriller ad alta tensione, in grado di catturare l’attenzione dello spettatore, sia, evidentemente, per la presenza di due star come Clooney e la Roberts, sia per delle tematiche bene o male comuni a tutti i cittadini del mondo, perlomeno occidentale, sia, infine, per uno stile di scrittura filmica agile, dinamico, moderno ma mai superficiale.
Il film si presenta infatti come un Truman Show dal sapore hitchcockiano, fluido, perfetto, potente, che commette però un grave errore nell’atto finale che fa precipitare il pathos e la suspense fino a quel momento creati. Una rivelazione arrivata anzitempo, infatti, anticipa l'apice del climax narrativo, finendo per indebolirlo.

A questo punto, è necessario fare un paio di riflessioni:
La prima è di carattere cinematografico: ancora una volta, dopo il recente Ave Cesare!, Clooney diventa un simbolo: nel film dei Coen, il suo allocco Baird Whitlock incarnava un Sistema, quello di Hollywood, che non doveva e non poteva fermarsi per nessuna ragione al mondo: un treno in corsa che nessuno aveva il diritto di arrestare.
Veniva preso a schiaffi Clooney, quando il suo Whitlock provava a riferire quello che aveva sentito dire da un gruppo di intellettuali comunisti: Mannix prendeva a schiaffi una Hollywood che è così e che non può permettersi il lusso di fermarsi a pensare ed eventualmente di modificarsi: una grande fabbrica di sogni e di emozioni è inevitabile che perda per strada qualche diritto.
In Money Monster il discorso è diverso: qui Clooney incarna lo show becero e misero di un capitalismo che ripropone ogni giorno il suo dominio attraverso i media e la rete. -Quanto vale la mia vita?- si domanda ad un certo punto, rivolgendosi ai telespettatori di tutto il mondo che potrebbero salvargli la pelle se solo decidessero di acquistare dei titoli per far risalire le quotazioni della società col buco da 800 milioni. Belloccio, gigione, cicisbeo, il suo Lee Gates prima che Budwell irrompa in studio è un’incosciente faccia da prendere a schiaffi, con cui però lo spettatore si troverà inevitabilmente a empatizzare.
Caricare di questi significati, o di altri neanche così dissimili come nel caso di Ave, Cesare!, la figura di un belloccio come Clooney è un discorso che sarebbe molto interessante portare avanti nei prossimi film in cui sarà impegnato.

La seconda riflessione il film la porta avanti sul versante antropologico, e qui la si può fare anche breve, per quanto pungente sia la questione, che riguarda tutti noi: Budwell avrebbe fatto quello che ha fatto se non avesse perso sessantamila dollari? Le manovre oscure in borsa ci sono sempre state. Quando portano buoni risultati, gli investitori stanno zitti, quando vanno male allora si ribellano.
Insomma: prendi George Clooney e Julia Roberts, rimettili insieme dopo la saga di Ocean’s Eleven e Confessioni di una mente pericolosa e separali per tutto il film (hanno solo due scene insieme, all’inizio e alla fine: il loro unico contatto è via auricolare), e otterrai...Money Monster: un ottimo film (nonostante un grosso difetto), una riflessione necessaria sui tempi moderni. Una bomba intelligente.

martedì 10 maggio 2016

X-MEN - APOCALISSE

di Egidio Matinata

Un film di Bryan Singer. Con James McAvoy, Michael Fassbender, Jennifer Lawrence, Oscar Isaac, Olivia Munn, Sophie Turner, Tye Sheridan, Evan Peters, Rose Byrne, Nicholas Hoult. Scritto da Simon Kinberg. USA 2016. Durata: 143 minuti.

Da quando hanno fatto la loro prima apparizione sugli schermi cinematografici, nel 2000, gli X-Men si sono imposti immediatamente come personaggi cardine dell’immaginario collettivo contemporaneo. La saga, tra le più longeve (anch’essa con alti e bassi), ha dalla sua certamente il merito di creare grande intrattenimento attraverso personaggi intriganti, una costruzione visiva potente e molti sottotesti che in realtà la fanno da padrone: primi tra tutti, l’accettazione di se stessi e degli altri.
Dopo il mezzo passo falso di Conflitto Finale (2006) di Brett Ratner, la saga è riuscita a rilanciarsi e rinnovarsi approfondendo i temi di cui parlavamo prima, le motivazioni e il passato dei personaggi, e introducendo nuovi attori scelti in maniera impeccabile, a partire dai due principali: Michael Fassbender (Magneto) e James McAvoy (Professor X). Questa seconda trilogia (per ora) comprende First Class (2011), Giorni di un Futuro Passato (2014) e, l’ultimo, Apocalisse (2016).

Anno 1983. L’invincibile e immortale Apocalisse viene liberato da un millenario sepolcro. Quando si rende conto che la sua razza non è più considerata divina, furioso, raduna una squadra di potenti mutanti, fra cui un sofferente Magneto, per distruggere l’umanità e creare un nuovo ordine mondiale su cui regnare. Per fermare le sue mire di distruzione globale, Raven (Jennifer Lawrence) e Professor X guidano una squadra di giovani X-Men in un epico scontro con un nemico apparentemente invincibile.
Da un film di tali dimensioni ci si aspetta sempre una costruzione visiva imponente e un uso massiccio di effetti speciali, cosa che accade ma nella giusta dose, e una costruzione credibile della psicologia e delle relazioni tra i personaggi. Tutto ciò avviene, grazie anche al ritorno (dopo il secondo capitolo di questa prequel-trilogy) di Bryan Singer dietro la macchina da presa: capace di creare sequenze ad alto tasso di spettacolarità ma anche di inquadrare i corpi dei suoi attori, sia donne che uomini, in maniera molto erotica. Questo film, ma sostanzialmente anche gli altri, mostrano quanto sia importante la coesione di questi due aspetti. Ma soprattutto, Apocalypse, dimostra che per gli X-Men funzionerebbe anche un film più “piccolo” (quanto potrebbe essere bello, interessante e intrigante un film ambientato esclusivamente nella scuola di Charles Xavier?!). Per tornare alla spettacolarità non si può non citare la sequenza di cui è protagonista Quicksilver, sulle note di Sweet Dreams, che è praticamente già cult. Tutte le new entry risultano all’altezza della situazione: da Oscar Isaac (ovviamente) a Sophie Turner, da Olivia Munn a Tye Sheridan.

Un’ultima riflessione si potrebbe fare sul concetto di catastrofe e di apocalisse, due temi ormai onnipresenti da diversi anni sulla scena cinematografica mondiale, ma soprattutto nei grandi blockbuster americani. Forse inconsciamente, e neanche così tanto, si ha la paura o il sentore che dietro l’angolo ci sia sempre un evento catastrofico ad attenderci. La risposta di questa saga (che potrebbe sembrare banale, ma non lo è affatto) è che la coesione, che sia essa tra mutanti o esseri umani, e la fiducia verso il prossimo, il diverso o colui che ci fa paura potrebbe essere l’unica ancora di salvezza. Riuscire a fare tutto ciò attraverso la fantascienza, l’azione e l’avventura significa fare grande intrattenimento e grande cinema.

giovedì 5 maggio 2016

THE BOY

di Egidio Matinata

Un film di William Brent Bell. Scritto da Stacey Menear. Con Lauren Cohan, Rupert Evans, Jim Norton, Diana Hardcastle. USA 2016. Durata: 97 minuti.

Alla ricerca di un nuovo inizio dopo un passato travagliato, una giovane donna americana si rifugia in un isolato villaggio inglese. E' qui che Greta (Lauren Cohan) viene assunta da una coppia di anziani genitori in una maestosa villa vittoriana per fare da babysitter al loro figlio di otto anni, Brahams. Ben presto Greta scoprirà che quel ragazzo altri non è che una bambola a grandezza naturale che i signori Heelshire trattano come un bambino vero. Tutto comincia ad incupirsi quando Greta, rimasta sola, ignora le rigide regole imposte dalla coppia e inizia un flirt con un ragazzo del villaggio, Malcolm (Rupert Evans). Una serie di eventi inquietanti e inspiegabili, ai limiti del soprannaturale, la condurranno a vivere un incubo ad occhi aperti.

The Boy si rifà ad un immaginario horror abbastanza classico: abbiamo il vecchio castello, una coppia stramba e vagamente inquietante di anziani, una giovane e bella ragazza che fugge da un’altra vita e una bambola (un potente elemento drammaturgico sempre ben sfruttato in questo genere: Dead Silence, La bambola assassina, L’Evocazione, per citarne alcuni). Inizia come un film di James Wan e finisce come un film di Shyamalan, questo The Boy. Ma, purtroppo, non riesce a raggiungere il risultato di ottimi, se non grandi, film come The Conjuring e il recente The Visit. La regia di William Brent Bell si adagia molto facilmente su schemi già collaudati e inquadrature già viste, e se il cinema racconta attraverso le immagini, la regia deve dare un qualcosa in più rispetto alle parole e al racconto. In questo caso una prima parte che dovrebbe inquietare e coinvolgere risulta banale e anche abbastanza noiosa. Procede in maniera “classica”, facendo succedere tutto ciò che ci aspettavamo dopo aver visto il trailer: la doccia, la soffitta, il quadro e, naturalmente, le regole da (non) seguire. Però poi il film migliora grazie soprattutto alla sceneggiatura di Stacey Menear che riesce a gestire bene personaggi, indizi, colpi di scena e, ancor di più, la fase della storia che riguarda il passato della protagonista (il “fantasma” di Cole, suo ex fidanzato, è quasi più spaventoso di quello che dovrebbe trovarsi nel vecchio castello). Ed è forse qui che risiede il punto di maggior interesse del film, come se volesse riportare l’attenzione, dopo una serie di inganni e distrazioni, alla vera natura delle nostre paure: quelle che scaturiscono dagli esseri umani.

Il problema, come nella maggior parte degli horror moderni sta in quelli che, in maniera molto banale, potremmo chiamare “spaventi facili” (ne avevamo già parlato nella recensione di quel grande film che è The Babadook). Nonostante ci siano alcune scene ben orchestrate e abbastanza inquietanti, si cade sempre troppo facilmente in una costruzione dello spavento momentaneo (anche in momenti in cui non ce ne sarebbe davvero bisogno) in cui la paura nasce e muore nell’arco di pochi secondi. Per fortuna un buon colpo di scena e un’ultima parte quadrata e riuscita salvano questo film (che parte come un horror sovrannaturale/psicologico e poi si evolve in una sorta di slasher) dall’essere uno dei tanti film dell’orrore odierni: ricchi di facili spaventi e poveri di sostanza.