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martedì 5 giugno 2018

TITO E GLI ALIENI ARRIVA AL CINEMA. LA NOSTRA INTERVISTA CON LA REGISTA PAOLA RANDI

di Matteo Marescalco

Dopo anni di lavoro, impegno e passione, Tito e gli alieni è riuscito a sbarcare sulla Terra. La poetica e commovente fiaba che ha per protagonista Valerio Mastandrea è stata presentata in anteprima alla 35esima edizione del Festival del Film di Torino ed è approdata alla Casa del Cinema di Roma in occasione dell'incontro con la stampa.

Diretto da Paola Randi, ad otto anni di distanza da Into paradiso, e prodotto da Matilde ed Angelo Barbagallo per Bibi Film, Tito e gli alieni sarà distribuito in sala dal 7 Giugno grazie a Lucky Red.

Dal momento in cui ha perso la moglie, il Professore vive nel bel mezzo del Deserto del Nevada, accanto all'Area 51 e in completo isolamento dal mondo. Trascorre le giornate seduto su un divano ad ascoltare i suoni dell'Universo, provando a portare avanti un progetto segreto per il governo degli Stati Uniti. L'unica persona con cui talvolta parla è Stella, un'organizzatrice di matrimoni per turisti che vanno a caccia di alieni. Una notizia improvvisa sconvolge la solitaria esistenza del Professore: la morte improvvisa del fratello e l'affido allo zio dei due nipoti che andranno a vivere con lui in America. Nonostante le aspettative di Tito e Anita, che credevano di trovare un luogo ben diverso dall'anfratto desolato in cui finiscono, i due bambini riusciranno comunque ad affezionarsi allo zio ed impareranno a volersi bene come una vera famiglia.

A detta di Paola Randi, il film è nato da un'immagine: «(…) quella di mio padre, che, negli ultimi anni della sua vita, aveva iniziato a perdere la memoria. A un certo punto, l'ho visto seduto a fissare una fotografia di mia madre morta da molti anni, cercando di conservarne il ricordo. Da lì, mi è venuta in mente l'immagine di un uomo sdraiato su un divano nel deserto, che provava a cercare la voce della moglie tra i suoni dello spazio».

Noi abbiamo avuto l'occasione di scambiare qualche chiacchiera con la regista.

Sei nata a Milano, ti sei laureata in Giurisprudenza e hai lavorato per ONG internazionali a favore delle donne nell'economia. In che modo e per quale motivo sei approdata al cinema?

In effetti, prima di arrivare il cinema ho fatto tante altre cose. Ho dipinto per tantissimi anni, ho studiato musica e teatro. Però, non c'era niente che quadrasse. Niente che mi facesse sentire così a mio agio da andare avanti. Mi sono laureata in Legge per fare piacere a mio padre che era avvocato e poi ho lavorato per moltissimi anni con mia madre che si occupava di grandi organizzazioni internazionali a favore delle donne nell'economia. Queste sono state esperienze bellissime e particolari che mi hanno mostrato il mondo attraverso punti di vista unici. Quindi, sono molto contenta di averle fatte. Però, arrivati a un certo punto, dopo la morte di mia mamma e la fine della mia organizzazione teatrale, mi sono trasferita a Roma e ho iniziato a lavorare nel settore delle pubbliche relazioni. Come lavoro è stato noiosissimo. Dopo circa un annetto di esperienza, ho avuto la fortuna di incontrare un amico del mio capo che aveva scritto un cortometraggio. Mi sono immediatamente proposta come regista. Sono riuscita convincerlo, ho girato questo primo corto di cui mi vergogno ancora adesso ma che ha avuto conseguenze fondamentali. Per la prima volta in vita mia, mi sono sentita a casa, perfettamente a mio agio in ciò che stavo facendo. Ho cercato disperatamente di frequentare qualche scuola di cinema ma non avevo più l'età richiesta, ero troppo grande. L'unico corso che ho incontrato è stato quello di Silvano Agosti. È stato un workshop davvero geniale, lui ci mostrava le opere prime dei grandi maestri, dicendoci che anche loro sono partiti dal nulla, come ognuno di noi, in fin dei conti. Si tratta di un aspetto che mi ha illuminato. A quel punto, un mio cliente ha visionato il mio corto e mi ha chiesto qualche sceneggiatura da proporre a Valerio Mastandrea, suo caro amico. All'epoca, io non ero niente e Valerio era già famosissimo. Serviva un'idea per realizzare un corto promozionale. Ho proposto Giulietta della spazzatura che, alla fine, è andato davvero molto bene. Grazie a quello, sono riuscita a farne anche altri. Poi ho vinto una borsa di studio per il Talent Campus della Berlinale e ho seguito un seminario con Herzog alla Holden di Torino. Tra seminari e workshop, sono riuscita, in qualche modo, a completare la mia formazione.

Quindi, insomma, è stata soprattutto una questione di esperienza sul campo.

Sì. E, in quel periodo, nonostante abbia fatto una quantità mostruosa di corti, ho firmato per il mio primo film soltanto tre anni dopo, all'epoca, con Fabrizio Mosca.

Hai detto di esserti dedicata anche alla pittura. Questa tua passione emerge particolarmente in Tito e gli alieni, in cui effetti speciali realizzati nel profilmico ed effetti visivi in CGI raggiungono un connubio perfetto e rendono il tessuto filmico come un campo di forze in azione. Sembra quasi che tu abbia lavorato sull'immagine filmica alla stregua di una tela da pittura. Tra l'altro, si inizia da 1,85:1 per poi passare al 4:3 e terminare con il formato 2,35:1. Come mai questa scelta?

Tito e gli alieni inizia dal formato 1,85:1 e passa al 4:3 nel momento in cui la Via Lattea si trasforma nella Extraterrestrial Highway lungo cui viaggia il segnale sonoro. È come se, all'inizio, fossimo noi gli alieni dentro una navicella spaziale che viaggiano e portano la notizia della morte del fratello al Professore. Quindi, è una sorta di dichiarazione: siamo noi gli alieni che stanno atterrando su un pianeta diverso. E l'altro invito è quello a lasciare da parte ogni idea precostituita e andare in questo mondo ribaltato, allontanando ogni tipo di cinismo. Nella prima parte del film, inoltre, è fondamentale il rapporto cielo-terra più che quello panoramico. Per cui, il formato vecchia Hollywood, che è un formato bellissimo in composizione di inquadratura, regala questo respiro verticale, dal cielo alla terra. Il 4:3 occupa tutta la prima parte del film finché il Professore non è pronto a mettersi in azione. Da quel momento, i suoi orizzonti si allargano e si arriva al 2,35:1. Solo da quel momento accade in lui qualcosa.

Tutto il film ma soprattutto il finale configurano il cinema come un gigantesco deposito di immaginario e dispositivo di memoria. Quali sono state le tue referenze filmiche?

Guarda, uno dei miei autori di riferimento è Hal Ashby, regista di Oltre il giardino, Harold e Maude, Tornando a casa. In particolare in Oltre il giardino, che è un film davvero bellissimo, lui ha questa cifra elegante che riesce a miscelare la surrealtà pittorica à la Magritte a un'analisi della società e di un personaggio molto poetico, simile a Chaplin. Per me, Ashby è stato un autore davvero fondamentale. Ovviamente, tantissimi altri mi hanno influenzato in questo percorso. Per la fantascienza, penso a Spielberg, che è proprio una luce. Poi Kubrick e Solaris di Tarkovskij. C'è anche un grande prestigiatore come Melies. Lui aveva inteso il cinema come luogo di prestidigitazione, cioè luogo di magia dove poter avere una libertà assoluta nell'inventare e rielaborare formule di racconto. Melies è un po' il papà di tutti gli effetti speciali. Anche Michel Gondry ha richiamato moltissimo tutto questo. Da un certo punto di vista, anche Wes Anderson che ha usato l'animazione in maniera deliziosa. Io ho lavorato anche in stop-motion e come tecnica mi piace da morire. L'artigianalità dell'effetto speciale è qualcosa che mi piace molto perché dà allo spettatore la possibilità di svelare e scoprire i trucchi. L'artigianato al cinema è legato ad un senso di stupore da bambini, unito all'unicità di ciò che rappresenti. Il digitale, invece, è qualcosa di ripetibile all'infinito. Anche se devo dire che le sperimentazioni miste di effetti digitali e nel profilmico hanno dato dei frutti molto interessanti.

Pensando a Sicilian Ghost Story di Grassadonia e Piazza, a Dogman di Garrone e a Lazzaro felice della Rohrwacher, ho notato molti film italiani, nell'ultimo anno, hanno scelto di abbracciare il terreno della fiaba. O, quanto meno, della restituzione favolistica della realtà. Che ne pensi? Ne hai visto qualcuno?

Dogman è davvero bellissimo. Tra l'altro, la figura di Chaplin, di cui parlavo prima, emerge anche nel film di Garrone. Sono tutti personaggi un po' fuori dal tempo e dalle cose. Nonostante questo, però, riescono a dare un incredibile ribaltamento di prospettiva nel leggere delle cose che sono semplici ma che l'umanità sembra non riuscire più a comprendere.

Credo che nel finale, Tito e gli alieni raggiunga il suo acme, grazie a quella scena particolarmente emozionante che condensa lo spirito del film. Come l'avete realizzata?

Nella scena finale che hai citato, sono riuscita a fare una cosa che avrei voluto fare da parecchio tempo: le proiezioni sull'acqua. Anche l'acqua è un elemento nostalgico che dona all'immagine una tridimensionalità che però è effimera. Adesso c'è, poi non ci sarà più. È qualcosa che implica un senso di perdita ma che comunque lascia una traccia, una volta che passa e va via. È un po' come le immagini al cinema che sono una forma di comunicazione intrinsecamente nostalgica. Il cinema  cerca di cogliere un sentimento per immagini e di riproporlo per sempre. Ha a che fare con la memoria in modo assolutamente peculiare.

Il tuo film mi è sembrato soprattutto un film di sensazioni e di costruzione visiva, nonostante la sceneggiatura sia ben costruita. In che modo avete lavorato sulla coesistenza tra dimensione visiva e aspetto narrativo?

Ho lavorato alla sceneggiatura con Massimo Gaudioso e Laura Lamanda. Abbiamo lavorato parecchio, la sceneggiatura è stata riscritta tante volte, dopo aver incontrato i protagonisti e dopo aver fatto scouting anche in America. Poi, come mi è accaduto altre volte, io scrivo il finale in corsa. A un certo punto del film, poco prima di girarlo, tendo a scrivere nuovamente la conclusione. Perchè credo che, mentre lo giri, il film assuma un'identità propria che ti porta ad intervenire e a raccontarti dove andare a finire. Almeno, per me è così. Ecco perché, per me è fondamentale girare il finale alla fine e rispettare l'ordine cronologico del film. Ho bisogno di vedere dove naturalmente la storia mi porta. Poi anche il montaggio è una fondamentale e decisiva riscrittura del film. Riuscire a fare intuire un mondo che non c'era è stato molto difficile.

Ultima curiosità: per un film del genere quanto è stata importante la figura di Valerio Mastandrea? In sede di produzione, la presenza di un attore del genere può facilitare le cose?

A livello produttivo mi avevano fatto una serie di altri nomi. Poi, certo, Valerio è stato fondamentale perché se lui sposa in modo deciso un film, è anche più facile metterlo in piedi e realizzarlo. Valerio è davvero un attore unico, non c'è nessuno come lui. Nella recitazione, riesce ad unire misura e rigore ad un'umanità caldissima e ad una credibilità straordinaria. È in grado di dare credibilità a qualsiasi cosa. Poi ha anche una vena malinconia ed ironica allo stesso tempo che oggi hanno in pochi.

lunedì 30 aprile 2018

JOAQUIN PHOENIX PRESENTA A BEAUTIFUL DAY A ROMA. LA NOSTRA INTERVISTA

di Matteo Marescalco

*l'intervista è stata realizzata e tradotta da Matteo Marescalco, Mara Siviero e Laura Silvestri 

Giubbotto nero, maglietta, jeans ed immancabili Converse azzurre, Joaquin Phoenix è tornato a Roma per presentare A beautiful day, con cui ha vinto il Prix interpretation masculine all'ultima edizione del Festival di Cannes.

Nel film, Phoenix interpreta il ruolo di Joe, ex marine la cui vita è tormentata dai fantasmi del suo passato violento. Joe si guadagna da vivere liberando delle giovani ragazze dalla schiavitù sessuale. Un giorno, viene contattato da un senatore americano, la cui figlia è stata rapita da una di queste organizzazioni criminali. Il veterano andrà incontro ad una serie di eventi che gli cambieranno per sempre la vita. Il rapimento della ragazzina lo porterà a contatto con un giro di pedofilia e corruzione che coinvolge le sfere alte della società.

Insolitamente di ottimo umore, Joaquin Phoenix si è reso protagonista di un evento ai confini della realtà che mi ha visto interprete principale: insieme a due mie colleghe (Mara Siviero di My Red Carpet e Laura Silvestri di Persinsala) ho incontrato casualmente l'attore, durante il pomeriggio precedente la conferenza stampa, nei pressi di Via del Corso. Una chiacchierata di una decina di minuti ha animato il nostro incontro. Al termine della presentazione dell'indomani, abbiamo ricevuto una telefonata sulla volontà di Joaquin di incontrarci nell'ambito di un'intervista privata in cui portare a termine la chiacchierata iniziata il giorno prima. Praticamente, chi vi scrive ha avuto l'occasione paradossale di intervistare Joaquin Phoenix su sua precisa richiesta.

L'attore si presenta al nostro incontro scusandosi per i pochi minuti di ritardo e sottolineando quanto sia stato miracoloso l'ufficio stampa a trovarci («Fuck! They found you, it's a miracle!»).

«Per noi spettatori, è come se voi attori foste un po' membri di famiglia. Siamo sempre abituati a vedervi sul grande schermo ed è come se vi conoscessimo, anche se si tratta, ovviamente, di un luogo comune. Per un attore, è inevitabile entrare a far parte dell'immaginario collettivo. In che modo vivi e gestisci questa scissione tra icona e persona? Quanto è faticoso essere un'immagine e, al contempo, un comune essere umano?».

«Quando lavoro, mi mantengo concentrato unicamente sul lavoro. La mia vita è totalmente dedita al mio lavoro in quel momento. Faccio tutto in sua funzione, è l'unica cosa a cui penso. Le persone con cui lavoro diventano automaticamente mie amiche. Al contrario, quando sono a casa, penso solo a stare a casa. Porto il cane fuori, gli do da mangiare, faccio le pulizie, mi immergo del tutto nella vita quotidiana. Adoro fare film, per me è qualcosa di davvero importante ma altrettanto lo sono la mia vita privata e le persone a me care. Credo sia necessario apprezzare ciò che si ha. A volte, credo che ci sia il pericolo di mettere il lavoro per primo e dimenticarsi del resto. Mi sembra che questo accada a molti grandi attori che iniziano a vedere la recitazione come una mera professione e niente più. Ho sempre paura che questo possa accadere anche a me. Per questo motivo cerco sempre di bilanciare le due anime, quella professionale e quella privata».

«A questo proposito, in che modo scegli i tuoi ruoli?».

«Non so, davvero. Credo sia un processo molto istintivo. Un po' come quando ci si innamora. Hai presente quando non stai con nessuno in particolare ma ti immagini come possa essere stare con qualcuno? Riesci a immaginarlo? Poi incontri una persona e pensi: è proprio quella che cercavo! A volte questo sentimento è impossibile da comprendere, avviene tutto molto in fretta. Va così. Quando non sto girando e penso a cosa vorrei fare, si viene a creare questo desiderio. Così, quando ricevo una sceneggiatura, se è quella giusta e se c'è chimica, succede qualcosa e basta».

«C'è un ruolo, nello specifico, che ti piacerebbe interpretare in futuro?».

«Uhm, a dire il vero, non ho un ruolo dei sogni. Tra quelli che ho interpretato, tutti mi hanno colpito anche se in modo diverso. Di alcuni, però, ho ricordi molto più vividi. Credo per via dell'esperienza in sé. Ad esempio, girare con Philip Seymour Hoffman e Paul Thomas Anderson (con cui e per cui l'attore ha recitato in The master e in Inherent Vice, ndr). Questo è stato uno dei momenti più significativi della mia carriera. Sono davvero molto legato a loro e non posso non ripensare a quei momenti con grande trasporto. Spesso il viaggio è più interessante della meta».

«Amo i film di James Gray e credo che la trilogia di We own the night, Two lovers e The immigrant sia davvero maiuscola. Nei tre film interpreti personaggi molto simili tra loro: sono dei fantasmi pieni di sensi di colpa e dal passato oscuro e tormentato. Mi è sembrato che tu sia perfettamente riuscito ad esteriorizzare i tormenti interiori dei personaggi. In che modo avete lavorato su questo aspetto e sull'ambientazione che diventa anche uno specchio del loro mondo interiore? In che modo hai collaborato con regista e direttore della fotografia in relazione a quest'aspetto?».

«James è una persona molto precisa, fa molta attenzione ai dettagli e a quello che possono rivelare sui personaggi e sulle loro esperienze. Spesso si metteva a suonare sul set per creare una certa sintonia in modo tale che l'ambiente influenzasse positivamente l'interpretazione. Si tratta di qualcosa a cui tiene molto e io stesso ho potuto constatare che si tratta di qualcosa che, in effetti, funziona. Per il resto, credo che tu abbia ragione e che gran parte del merito vada ai diversi direttori della fotografia. Ad esempio, reputo Darius Khondji uno dei più grandi dei nostri tempi».

«In molti film da te interpretati torna la musica come leitmotiv. In I'm still here ti trasformi in un artista hip-hop, in Walk the Line interpreti Johnny Cash, in Two Lovers ti scateni in una sequenza di ballo in discoteca, per non parlare dell'incipit di We own the night. Qual è il tuo rapporto con la musica? Suoni qualche strumento?».

«Ho imparato a suonare la chitarra proprio per Walk the Line ma è parecchio che non torno a suonarla, in effetti. Ci stavo pensando l'altro giorno, è proprio buffo: forse è perché sto invecchiando un po' ma mi sono rattristato pensando a quando ero giovane; avrei comprato un cd con i miei amici, mi sarei seduto con loro e lo avremmo ascoltato tutti insieme. Ogni singola canzone, tutti insieme. Ultimamente mi rendo conto di ascoltare meno musica però, quando la ascolto, ho la sensazione di amarla comunque alla follia. Ma è un sentimento totalmente diverso rispetto a quand'ero giovane. Prima non era così semplice procurarsi della musica: all'epoca, venivi a sapere che sarebbe uscito il nuovo cd dei Public Enemy ma dovevi aspettare mesi per averlo e ti precipitavi più volte al negozio dei dischi. Comunque, adoro la musica e tutti i miei fratelli sono musicisti. Mia sorella Rain ha diversi gruppi, è una cantante; mia sorella Liberty ha una band. Cazzo, non riesco a ricordare come si chiami ma fino a ieri hanno suonato e il loro show ha fatto sold-out. Mia sorella Summer è una pianista. Anche io adoravo cantare per strada quando ero piccolo. La musica ha sempre giocato un ruolo fondamentale nella mia vita».

«Chi è il tuo cantante preferito?».

«Beh, che dire. Credo proprio sia John Lennon. Ma adoro anche Bowie. Ho ascoltato certe cose di recente...».

«E che ne dici delle boy band anni '90? I Backstreet Boys?».

«Ehm...c'è una canzone che in effetti è un po' impossibile non farsi piacere».

«'cause I waaaaant it that way?».

«Anche quella, a dire il vero! Ecco, il pop è divertente ma in determinati contesti. Quando ascolto pop, non è che mi tocchi nel profondo o mi colpisca a livello emotivo. Però è anche bello divertirsi ogni tanto e uscirsene con un bel “Backstreet's back, alright!!”».

«Torniamo di nuovo al cinema. Quali sono i tuoi film preferiti?».

«Non saprei. Ho visto Dr. Strangelove un sacco di volte e anche The Godfather. Ci sono quei film che, in qualche modo, se passano dalla tv non riesco a non vedere. Ci sono film di registi come Paul che non puoi non vedere e rivedere. E questa è la cosa più bella: il fatto che un film ti lasci con una sensazione tale da voler sempre ritornare in quel mondo. Ogni volta che rivedi un film del genere provi sempre nuove sensazioni. A volte un film che vedi da bambino lo percepisci in un modo, mentre da adulto sviluppi sensazioni completamente diverse. Ed è straordinario che un film possa darti emozioni così variegate».

«Ultima domanda. Qual è la persona più eroica che tu conosca?».

«Probabilmente mia mamma. Si tratta di una donna incredibile e quello che fa è fantastico. Ha 74 anni e viaggia per il mondo con la sua organizzazione. È davvero una persona eccezionale e cerco sempre di seguirne l'esempio».

*link alla prima parte dell'articolo

martedì 27 marzo 2018

INTERVISTA CON UN GIOVANE SCRITTORE: JACOPO ZONCA, AUTORE DEL ROMANZO 52 49

di Matteo Marescalco

Incontro Jacopo Zonca sotto il tiepido sole di una Roma che abbraccia con fare deciso l'entrante stagione primaverile. Il cortile interno del Centro Sperimentale di Cinematografia attenua il calore della giornata ed ospita il nostro dialogo su 52 49 (edito da Epika Edizioni di Lorella Fontanelli ed acquistabile in formato tradizionale o in Kindle presso tutti gli store digitali), romanzo di debutto del giovane autore originario della provincia di Parma. Zonca è visibilmente emozionato per questa sua prima intervista, anche se ha già presentato il romanzo nella Saletta Adorno di Parma, ed è prossimo all'anteprima romana presso la Libreria Sinestetica di Conca d'Oro.

Il racconto è incentrato sulla figura di Filippo, ragazzo benestante ed eterno disoccupato che trascorre le giornate organizzando il da fare per il prossimo weekend. Filippo sembra aver ricevuto tutto dalla vita: soldi in abbondanza, una bella casa e un'automobile tutta per sé. Quando meno se lo aspetta, però, la monotona routine gli riserva un evento traumatico. Il ragazzo decide, allora, di cambiare rotta e di imboccare, con molta fatica, un percorso che lo porterà a seguire nuovi stimoli e ad abbandonare la vecchia vita. Ma, per citare Magnolia di Paul Thomas Anderson: «We may be through with the past, but the past is never through with us».

La citazione non è casuale perché Jacopo Zonca, oltre ad essere un grande estimatore del lavoro del regista californiano, si è trasferito a Roma per studiare Recitazione, Regia e Sceneggiatura all'Accademia di Cinema e Televisione Griffith e presso la Fonderia delle Arti Scuola di Cinema di Roma. Le sue partecipazioni a teatro, nel ruolo di attore e drammaturgo, vanno da Personalità Borderline di Fabrizio Catarci presso il Teatro lo Spazio di Roma a Tu sei la mia patria: Racconti della grande guerra di Francesco Sala; e, ancora, dal ruolo di protagonista principale nel monologo Dio c'è, diretto e scritto da Pietro De Silva, fino ad una serie di cortometraggi realizzati da diversi committenti (la Web Series Shots e lo Shakespeare Fest del Globe Theatre diretto da Gigi Proietti).

«Jacopo, ti vedo emozionato. Eppure hai recitato in teatro e davanti alla macchina da presa, hai scritto monologhi drammatici che hanno ricevuto pareri positivi e sei quindi abituato a sopportare su di te sguardi altrui. Con 52 49, debutti, e devo dire molto bene, nel mondo del romanzo. Cosa cambia nello sviluppo di una narrazione tra un monologo, un corto destinato al web, una sceneggiatura ed un romanzo?».
«La sceneggiatura è il regno delle azioni dei personaggi e dei dialoghi; un racconto su carta non finalizzato ad essere trasposto può, invece, esplorare molto meglio le psicologie dei personaggi, rischiando dei momenti di lentezza che una sceneggiatura difficilmente può permettersi. Quindi, cambia la modalità di scrittura. La sceneggiatura è molto più schematica e fredda, anche se io sono un po' della scuola opposta. Amo le sceneggiature più romanzate e che coinvolgano anche gli attori. Per la stesura di un racconto, sei molto più libero nella descrizione dei pensieri e degli stati d'animo dei personaggi. Ho scelto di scrivere in forma letteraria perché ho studiato sceneggiatura e credo che scriverne una sia molto difficile. In effetti, volevo scrivere un racconto che fosse una sorta di ibrido tra lo stile di una sceneggiatura ed un romanzo. Almeno questa era l'ambizione. La sceneggiatura è un oggetto di lavoro finalizzato alla sua trasformazione in racconto audiovisivo e, tutto sommato, credo che 52 49 possa anche essere adattabile per lo schermo».

«Quindi, mentre un racconto vive di per sé, la sceneggiatura è soltanto uno strumento di transito».
«Esatto, la sceneggiatura è il film su carta. È già difficile trovare persone che investano su di te. Figuriamoci per la realizzazione di un corto che si basa su una macchina produttiva molto più ampia».

«In 52 49 mi hai dato la sensazione di aver lavorato su storie che sono già state lette e che, magari, riguardano anche le tue passioni ed investono le tue emozioni. In che modo hai maneggiato gli archetipi e ti sei approcciato al già visto/già letto?».
«Oltre ad aver studiato Recitazione, ho anche seguito dei corsi di Regia e Sceneggiatura in cui ci venivano chiesti i nostri autori di riferimento. Questo non per scimmiottare il loro stile. Piuttosto per assimilarlo e proporne una rilettura. Ho semplicemente raccontato una storia già ampiamente letta e vista. Ma l'ho fatto a modo mio. Per quanto riguarda la scrittura vera e propria, ho scelto uno stile classico, basata sull'arco di trasformazione del personaggio principale. Possiamo anche parlare di tradizionale viaggio dell'eroe e di struttura in tre atti. Lo schema di evoluzione del personaggio verso una determinata direzione è necessario. Stravolgere una struttura classica che funziona ed è perfetta è inutile».

«Insomma, sei un sostenitore della struttura classica».
«Assolutamente. Solo conoscendo bene gli schemi classici puoi maneggiare meglio il tuo materiale».

«Quanto è stato complesso il percorso produttivo di 52 49? Hai mai pensato al rifugio nell'autopubblicazione?».
«Ho iniziato a scrivere a Novembre 2016 e ho completato la primissima stesura nel giro di una ventina di giorni. Mi sono imposto di scrivere convinto di dover buttare giù determinati sentimenti, senza ancora pensare ad una pubblicazione. È inutile girarci attorno: se scegli di scrivere, l'obiettivo è  quello di farti leggere. Chi sceglie una carriera del genere è fondamentalmente un narcisista. Chi dice il contrario è uno che racconta delle balle. Diciamo che questo narcisismo deve essere bilanciato da una notevole dose di onestà nei confronti del proprio pubblico. È giusto scrivere ciò che si vuole ma pensando sempre ad un pubblico di riferimento. Scrivere ha agito come una valvola di sfogo per provare a superare un periodo che per me è stato emotivamente difficile. La stesura delle varie situazioni mi ha poi spinto a riorganizzare il tutto curando maggiormente la confezione. Per quanto riguarda il versante produttivo vero e proprio, la mia prima bozza era molto più corta della versione definitiva di 52 49. Finito il racconto, ho iniziato a mandarlo in giro, pensando a pubblicazioni per case editrici online. I tempi, probabilmente, non erano ancora maturi. L'estate successiva, ho continuato a guardarmi attorno, rivolgendomi soprattutto alle case editrici del Nord. Sono entrato in contatto con la casa editrice Epika di Lorella Fontanelli. Ho contattato l'editrice e si è creato un bel rapporto. Ascoltando i suoi consigli ed adattandomi alle sue richieste, com'è giusto che sia, sono riuscito ad ottenere la sua fiducia. Dopo un anno circa, 52 49 ha visto la luce».

«A questo proposito, la storia dell'editoria è costellata di rapporti difficili tra editore e scrittore, con il primo ad ingabbiare il secondo che, a sua volta, lo accusa di dispotismo. Qual è stato il fine del lavoro editoriale sul tuo romanzo? Apportare modifiche in vista di un ben determinato target o correggere, piuttosto, il tiro della storia?».
«Io tengo in gran considerazione la mediazione editoriale. Se ti fidi di una persona, capisci che certi consigli sono molto utili. Ascoltare e mantenere sempre la propria identità sono due aspetti fondamentali. Creare un rapporto di contatto umano e fare in modo che l'editore capisca il tuo carattere consente di accelerare anche con il lavoro. Per quanto riguarda il pubblico di riferimento, credo di rivolgermi soprattutto ai giovani perché ovviamente il loro target è il più vicino al mio. Finora mi ha fatto piacere ricevere consensi insospettati da parte di persone che credevo avrebbero fatto a pezzi il mio libro. Probabilmente, evitare di distinguere in modo netto tra buoni e cattivi ha aiutato a sfumare i personaggi e a catturare l'attenzione anche di persone un po' più in là con l'età».

«Uno degli aspetti del libro che mi ha maggiormente colpito risiede nel modo in cui sei riuscito a calarti nelle personalità dei singoli personaggi. In effetti, come hai tradotto in scrittura la psiche dei diversi personaggi? Assumi il punto di vista di Filippo (il protagonista), dei genitori e di altri amici, caratterizzando ognuno con tratti peculiari. Parlami un po' di questo aspetto».
«Per quanto mi riguarda, ogni scrittore deve essere anche uno spettatore. Ciò che scrivi ti deve piacere. Io ho applicato uno stile che amo in altri autori. Durante la lettura e la scrittura, è come se avessimo una macchina da presa in testa a cui cambiare le varie ottiche. È come se le ottiche corrispondessero alle scelte stilistiche. Usando uno stile frenetico, ho provato a trasportare il lettore all'interno della vicenda per coinvolgerlo al massimo. L'autore che mi ha maggiormente influenzato è Irvine Welsh. Lui fa parlare i suoi personaggi in un dialetto scozzese rielaborato. Ho provato, più o meno, ad applicare il suo stesso metodo: utilizzare un linguaggio che sembrasse del Nord ma che comunque fosse comprensibile un po' per tutti. Aver studiato dizione mi ha aiutato a concentrarmi meglio sul linguaggio e sui difetti di pronuncia di ognuno di noi. Ho anche guardato molto ad Anthony Burgess e al suo Arancia Meccanica in cui i personaggi parlano il cosiddetto Nadsat, uno slang a metà tra l'inglese ed il russo. Mi piaceva il fatto che i miei personaggi usassero dei termini inglese in modo abbastanza naturale e che questo fosse il loro marchio di fabbrica».

«Hai già nominato Irvine Welsh ed Anthony Burgess. Io aggiungo Stanley Kubrick (regista di Arancia Meccanica). Passo nuovamente la palla a te».
«Sicuramente Bret Easton Ellis e Stephen King. L'amore per la lettura e per un certo tipo di racconto di ampio respiro deriva dal secondo. Amo particolarmente David Foster Wallace che, però, è davvero inimitabile ed irraggiungibile».

«Tornando al romanzo, non ho trovato tante descrizioni di ambienti esterni. Tu porti in scena la psiche dei tuoi personaggi ed approfondisci questo universo. Leggendo il tuo libro, mi sono sentito quasi isolato, ho avuto la sensazione di essere in un acquario. Sembra non esistere un mondo esterno, almeno fino all'irruzione di Erika, che rompe una routine quotidiana circolare. 52 49 non mi è sembrato un libro sulla tossicodipendenza quanto un racconto sul raggiungimento di un attimo di bellezza e di felicità. In questo aspetto, mi hai ricordato tanto Ti prendo e ti porto via di Niccolò Ammaniti: l'esplosione di attimi di bellezza fortissimi ed inaspettati funziona davvero. Non so quanto tu sia d'accordo con me».   
«La penso come te. La mia non è una storia sulla droga né io ho avuto l'ambizione di parlare di un universo tanto sfaccettato ed ampio come il suo. La vicenda della tossicodipendenza mi è stata d'aiuto nella detonazione del racconto. Definirei 52 49 una storia di crescita. Sulla tua bella definizione di acquario sono d'accordo. Tutti i personaggi vorrebbero uscire dalla loro bolla senza riuscirci. Ne consegue un'ulteriore chiusura su sé stessi».

«Negli ultimi anni, la tua vita è stata segnata da continui viaggi tra Parma e Roma. In una nostra precedente chiacchierata, hai detto di sentire spesso la nostalgia di casa. Ho notato che, in 52 49, Filippo ricorre agli stupefacenti soprattutto quando è a casa. I problemi lo opprimono e mi sembra che la casa e l'idea di famiglia non facciano proprio una bella figura. È vero che i luoghi chiusi non se la passano bene nel tuo racconto?».
«Io vengo da un paesino in provincia di Parma e ogni luogo del genere ha delle contraddizioni di fondo. In casa sua, Filippo vive una vita apparentemente perfetta: televisorone e dvd a valanga. Ma in questa casa è sempre solo. Quindi, la casa è un rifugio ma è anche una prigione. È un po' la stessa idea che ha del carcere Red Redding de Le ali della libertà: un luogo di prigionia ma anche una sorta di casa da cui ha paura di andar via».

«Con il solo protagonista e senza personaggi di contorno, nessun racconto potrebbe realmente esistere. Si tratta di una parte dell'esergo della mia laurea triennale. Ho inserito questa frase perché ho l'idea che, specialmente per un fuori sede, sia necessario stabilire una serie di relazioni che possano aiutare nei momenti di difficoltà. Credo che ognuno di noi, da solo, valga ben poco se non è circondato da altre persone che lo affiancano. Nel caso di Filippo, le delusioni derivanti dalla compagnia sbagliata di amici hanno un loro peso specifico nella sua tossicodipendenza. Quali sono le tue idee a tal proposito?».
«Anche se dalla storia potrebbe sembrare il contrario, io ripongo totale fiducia nei giusti rapporti di amicizia. La solitudine di Filippo è una solitudine che io ho provato anche se ci tengo a sottolineare che il personaggio non è autobiografico. Si tratta di una condizione che non riguarda tanto le persone che hai incontrato o le situazioni che hai vissuto ma più che altro uno stato mentale. Ho conosciuto persone pressoché sole che però erano comunque felicissime. Altre persone, invece, sotto un'apparenza felice e caratterizzata da un gran numero di amici, erano profondamente tristi. La solitudine andrebbe rapportata al nostro mondo interiore. Filippo avverte un profondo vuoto che non riesce a colmare. L'acquario di cui parlavi prima è una sorta di vetro che lui ha davanti gli occhi e che, in qualche modo, lo protegge. Allo stesso tempo, però, lo distrugge completamente».

«Mi fermo di nuovo sulla famiglia, che mi sembra tornare con una elevata dose di problemi e promiscuità anche in Pictures, un tuo monologo di qualche tempo fa».
«Esatto. Pictures è un monologo che ho scritto e diretto per uno spettacolo a tappe composto da monologhi e presentato a Roma. Ho poi depositato il brano e l'ho inviato a svariati concorsi, nello stesso periodo in cui inviavo 52 49 alle case editrici. Poi ho presentato il brano al concorso Monologando di Padova e sono arrivato terzo su centottantaquattro partecipanti. Per me è davvero un motivo di grande soddisfazione».

«Quindi possiamo affermare che Pictures nasca dallo stesso background di 52 49? Ripenso ad una frase di Stephen King che sostiene che l'amore abbia i denti. I denti poi mordono e i morsi non guariscono mai. Sia in Pictures sia in 52 49 si parla di amore. Da un lato si tratta di amore genitoriale; dall'altro non solo di quello».
«Sì. L'intuizione è corretta. Filippo è un personaggio cinico ma possiede comunque la capacità di innamorarsi. Credo che l'amore sia fondamentale per la crescita personale a prescindere da come un rapporto vada a finire. Le emozioni provate saranno sempre custodite. L'amore produce sempre una trasformazione, in positivo o in negativo, e può anche produrre la sofferenza che più si avvicina al lutto. Pictures e 52 49 sono entrambi animate da amori al limite».

«Ci apprestiamo alla conclusione del nostro dialogo con un approdo sulle spiagge cinematografiche».
«Il cinema è molto presente in 52 49. Non tanto sotto forma di omaggio ai miei miti quanto come possibilità di fornire a Filippo un modo per staccare la spina. Nella prima parte del romanzo, Filippo è più legato ad un cinema popolare. L'innamoramento totale avverrà grazie a Paul Thomas Anderson, un regista che ama ogni suo singolo personaggio, anche il più cattivo. Quando ho visto Magnolia per la prima volta, sono rimasto scioccato dalla maturità del film e dall'ampiezza dell'esperienza vissuta».

«Cosa ami maggiormente nei personaggi di Anderson? In cosa consiste quella luce che Filippo percepisce nei suoi film?».
«Tutti i personaggi di Anderson si sentono in qualche modo distaccati dalla realtà e molto colpevoli. Hanno tutti un rapporto difficile con la famiglia, anche in un film apparentemente più leggero come Ubriaco d'amore, il rapporto tra Adam Sandler e le sue sorelle è terribile. La loro è una condizione di alienazione ma tutti, più o meno, hanno il vivissimo desiderio di esserci, di amare e di soffrire. Di condurre una vita che, nonostante tutto, si ponga un sogno e un obiettivo. I suoi personaggi sono dannatamente umani, con tutti i loro pregi e i loro difetti».

«Per concludere, perché hai scelto di dare questo titolo al tuo romanzo?».
«Per me 52 49 indica una mediazione tra la realtà romana e quella del mio paesino, Vigatto. 52 49 è una particolare dimensione in cui coltivare una certa tranquillità e pace interiore. È una sorta di tramite per il raggiungimento di un equilibrio mentale. Ovviamente, leggere il romanzo aiuta a capire meglio il significato alla base della scelta di questi due numeri».

«Jacopo, il romanzo è una bomba e io ti auguro un grosso in bocca al lupo per tutto!».
«Grazie mille. E crepi il lupo!».