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Visualizzazione post con etichetta Maria Concetta Fontana. Mostra tutti i post
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venerdì 14 giugno 2019

BEAUTIFUL BOY

di Maria Concetta Fontana

Dopo Ben is Back con Julia Roberts nei panni di una madre che cerca di salvare il proprio figlio dalla tossicodipendenza, ritorna sul grande schermo un film che racconta una storia simile ma questa volta attraverso il rapporto tra padre e figlio. Si tratta di Beautiful Boy del regista belga Felix Van Groeningen, pellicola presentata alla scorsa Festa del cinema di Roma e che può contare su un cast composto da un attore affermato come Steve Carrel e dall’emergente e già molto apprezzato Timothée Chalamet.
 
Il film si ispira a due autobiografie, quella di David Sheff e di suo figlio Nic, protagonisti di una vicenda narrata in maniera brutalmente sincera, in cui viene mostrato come il problema della droga possa colpire una normale famiglia benestante in maniera così potente da rischiare di portare al crollo del giovane che ne è vittima e a quello delle persone care che cercano di aiutarlo. In particolare la scena in cui il padre e la nuova compagna partecipano a un gruppo di supporto per familiari con parenti tossicodipendenti mostra tutta la sofferenza causata a coloro che vivono accanto a persone che, anche se ancora in vita, sembrano già morte.
Nic Sheff è uno studente modello, ama scrivere ed è stato ammesso in tutti i college per cui ha fatto richiesta. Gli piace anche la buona musica e, ogni tanto, fuma qualche canna, o almeno così crede il padre. In realtà il ragazzo ha cominciato a sperimentare vari tipi di droga in grado di provocare danni irreversibili al cervello.
 
La storia è un continuo alternarsi tra un passato felice e spensierato e un presente che sembra esserlo ancora ma non lo è più. Nic, infatti, a dispetto delle apparenze è caduto in una situazione di apatia e insoddisfazione nei confronti di ciò che lo circonda, un malessere da cui soltanto le droghe pensa possano tirarlo fuori. Timothée Chalamet dà ancora una volta prova della sua straordinaria capacità recitativa, immergendosi in questo ruolo complesso con grande delicatezza e mostrando la vulnerabilità di un adolescente che nonostante l’aiuto della famiglia e i periodi di ripresa non riesce a trovare la forza di uscire dalla dipendenza. A sua volta Steve Carrel interpreta con passione un padre che, inizialmente sconvolto dalla scoperta dei problemi del proprio figlio perfetto, cerca da subito una soluzione, paga i migliori e più costosi rehab per farlo guarire, addirittura prova la stessa droga che sta uccidendo Nic per tentare di mettersi nei suoi panni. Con il passare del tempo, scopre però che il percorso è tutt’altro che semplice e lineare. 
 
A differenza del personaggio interpretato da Julia Roberts che, fino alla fine, non smette di lottare anche quando tutto sembra far perdere la speranza, David, a un certo punto, inizia a mollare la presa.
Beautiful Boy è un film che sicuramente emoziona, grazie anche alle due ottime interpretazioni di Carell e Chalamet, ma a volte risulta un po’ confusionario. L’ampio utilizzo dei flashblack non avviene in maniera cronologica, ma ai momenti in cui Nic era un ragazzino si alternano salti temporali che portano ancora più indietro, quando era soltanto un bambino. Il presente è fatto di continue cadute e riprese, con un susseguirsi di scene che non mostrano alcun vero cambiamento nel percorso del protagonista.
 
Inoltre, benché la pellicola sia ispirata alle biografie di padre e figlio, si concentra più sul dramma del primo, ma non si riesce davvero a entrare nella mente di Nic e a capire cosa abbia spinto un ragazzo come lui verso la droga e a un dipendenza tanto grave che non gli consente di rialzarsi davvero.
Tutto è lasciato alle pagine piene di dolore del diario personale del giovane e all’interpretazione di Chalamet, che mostrano bene le conseguenze dello stato d’animo fragile di questo giovane, ma non la profonda causa scatenante.

giovedì 13 giugno 2019

IL GRANDE SALTO

di Maria Concetta Fontana

Il grande salto rimette insieme, questa volta sul grande schermo, Giorgio Tirabassi e Ricky Memphis, nei panni di Rufetto e Nello, due amici e compagni di rapine rigorosamente finite male.
 
Dopo quattro anni trascorsi in prigione i due conducono una vita al limite della povertà. Entrambi sono senza lavoro e mentre uno è costretto a stare insieme alla moglie e al figlio in casa dei suoceri, l’altro dorme in una sorta di scantinato e soffre perché non riesce a trovare una donna. A un certo punto decidono di organizzare un colpo che possa far svoltare per sempre le loro vite e riconquistare la dignità perduta, ma purtroppo, puntualmente e più di una volta, le cose non vanno come sperato. Un destino ostile si abbatte con insistenza quasi maniacale contro di loro, fino a un finale dolceamaro. 

Il film è l’esordio alla regia di Giorgio Tirabassi, che è anche co-autore della sceneggiatura, in grado di alternare scenette comiche e surreali a momenti melodrammatici. A livello comico a momenti più riusciti, in particolare quelli dei battibecchi tra Rufetto e i suoceri, e i due brevi ma spassosi interventi di Valerio Mastandrea e Marco Giallini, si contrappongono altri in cui le battute risultano un po’ banali e poco incisive.

In definitiva quella di Giorgio Tirabassi è una commedia amara in cui a prevalere è quest’ultimo aspetto. Ciò che emerge, infatti, è una periferia romana, e in generale un’Italia, in cui le possibilità di riscatto sono poco o nulle, in cui il destino fa di tutto per mostrare che non c’è via di uscita. E allora forse non resta che trasformare quella sorte ostile in una possibilità di successo. Nell’ultimissima scena del film, infatti, si cambia nuovamente registro e si ritorna alla commedia fatta di situazioni grottesche e improbabili.

Forse però si sarebbe dovuto mantenere un maggiore equilibrio e allo stesso tempo osare di più, lasciando prevalere nella conclusione quel tono drammatico molto presente, invece di ribaltare ulteriormente le carte in tavola con una soluzione finale che lascia abbastanza perplessi.

sabato 13 aprile 2019

HELLBOY

di Maria Concetta Fontana

Dopo due film con la regia di Guillermo del Toro, la serie di fumetti di Hellboy torna sul grande schermo con un reboot diretto da Neil Marshall (regista di un paio di episodi di Game of Thrones). A prestare il suo volto al ragazzone proveniente dagli inferi è David Harbour, l’amato sceriffo di Stranger Things.

La pellicola comincia in medias res, senza grandi presentazioni, mostrando il protagonista che si trova da subito di fronte ad una possibile catastrofe: il ritorno della strega Nimue, detta la Regina di sangue, il cui corpo è stato fatto a pezzi al tempo di re Artù, e ognuna delle sue parti nascosta in luoghi diversi della terra per scongiurarne la ricomposizione. Qualcuno però riporta alla luce la donna e, di conseguenza, la sua terribile sete di vendetta. Ciò, per l’umanità, potrebbe significare la fine, con un mondo invaso dalle forze demoniache che, dopo essere state recluse negli inferi per millenni, adesso prendono il controllo della superficie illuminata dal sole.

La pellicola segue Hellboy in questa missione, accompagnato da un ex soldato, membro della BPRD, l'organizzazione di ricerca e difesa contro le minacce soprannaturali, e da un’amica d’infanzia, la quale è in grado di utilizzare il proprio corpo come medium per i defunti. Così il film procede spedito, ricco di scene d’azione, accompagnate da un sottofondo musicale heavy metal che contribuisce a trasmettere adrenalina, ma soprattutto da momenti splatter, che risultano sovrabbondanti e per tale ragione talvolta sembrano inseriti per un macabro piacere fine a se stesso. Ciò, insieme alla vena comica spesso presente, rende Hellboy un intrattenimento discreto, ma nulla di più. Un prodotto cinematografico che cerca di amalgamare l’aspetto umoristico dei suoi personaggi ad una narrazione che invece mostra uno scenario horror, per la costante presenza di sangue, scene violente e l’immaginario demoniaco.
 
L’aspetto più interessante è senz’altro costituito dalla storia di Hellboy stesso, una creatura che, benché faccia parte del mondo degli inferi, combatte a fianco della razza umana, con la quale è cresciuto, contro i demoni, che rappresenterebbero invece la sua vera gente. D’altra parte sono stati gli uomini stessi, in particolare i nazisti, a evocarlo dal sottosuolo al tempo della Seconda Guerra Mondiale, per utilizzarlo come strumento di morte e risolvere il conflitto a proprio vantaggio. Ma, nonostante sia stato chiamato per porre fine all’umanità, Hellboy è finito per diventare il principale alleato degli uomini per combattere le forze del male, a dimostrazione del fatto che non importa da dove vieni e quali siano le tue origini. Ciò che conta è il modo in cui cresci e che ti permette di diventare ciò che sei. 

Così Hellboy è rappresentato come un figlio affettuoso nei confronti del padre che lo ha allevato, privo delle corna che caratterizzano l’immagine del diavolo, e anzi occupato a limare i moncherini di ciò che ne resta. Tale gesto di routine è chiara metafora del suo impegno quotidiano per non essere quello che il mondo si aspetta, ma la creatura che lui ha deciso di diventare, non necessariamente destinato, a causa delle sue origini, a stare dalla parte degli esseri infernali.

venerdì 5 aprile 2019

NOI

di Maria Concetta Fontana

Dopo il successo di Scappa - Get out, premiato agli Oscar per la migliore sceneggiatura originale, il regista Jordan Peele torna al cinema con un nuovo horror dal titolo emblematico: Noi. In questo film, infatti, gli antagonisti dei personaggi principali sono proprio loro stessi, o meglio i loro doppi, pronti a ucciderli facendoli a pezzi con un paio di forbici dorate.

Al centro della storia vi è una famiglia afroamericana in vacanza a Santa Cruz, una località che dietro l’apparenza solare nasconde fin da subito elementi inquietanti. In particolare, la protagonista Adelaide (interpretata da Lupita Nyong'o) conserva brutti ricordi legati al posto e soprattutto alla sua spiaggia. Molti anni prima, quando era un bambina, si era persa per qualche minuto all’interno del labirinto degli specchi del luna park e lì si era imbattuta non nel suo semplice riflesso, ma in una ragazzina identica a lei.

La donna non riesce a nascondere le sue preoccupazioni al marito, al quale alla fine decide di raccontare le sue paure. Inizialmente l’uomo pensa si sia trattato di semplici allucinazioni e cerca di tranquillizzarla, salvo poi ricredersi quella notte stessa, quando nel cortile di casa intravede un gruppo di persone vestite di rosso che si tengono per mano. Si tratta di una famiglia composta dai genitori e i due figli, proprio come la loro. In realtà, però, non sono semplicemente come loro, sono loro. A capo di questo inquietante gruppo familiare e dei suoi piani di vendetta vi è la donna che rappresenta la doppelganger di Adelaide. Comincia così una notte infernale in cui la famiglia protagonista dovrà lottare con tutte le sue forze per non restare uccisa dalla propria controparte. Durante questa battaglia, però, anche loro finiranno per cambiare e forse rimanere contagiati da quella parte oscura della propria anima, pronta a tutto pur di salvare se stessa e i propri cari.

L’idea alla base di Noi è molto affascinante. Come ci si libera di un nemico, se quel nemico è rappresentato da noi stessi? È possibile uccidere una parte di noi senza conseguenze? La trama, inoltre, ha, come già il precedente film del regista, significati politici. In particolare, il racconto dell’alter ego di Adelaide si presta ad essere interpretato come una critica nei confronti dell’ingiustizia di coloro che si trovano in una posizione agevolata senza esserselo davvero meritato. Vi è, infatti, una parte della popolazione mondiale che vive in condizioni disagiate, a volte disumane, mentre chi sta dalla metà giusta del globo può contare su vantaggi che non ha fatto nulla per guadagnarsi. Eppure si tratta di persone proprio come noi, che avrebbero diritto ad un’esistenza migliore.

Il film non manca di varie scene umoriste che servono a stemperare la tensione, alleggerendo una narrazione incalzante che tiene il pubblico con il fiato sospeso e in angoscia per tutta la sua durata, dalle prime sequenze ai minuti finali. Questi ultimi, in particolare, lasciano lo spettatore interdetto, facendolo interrogare sulla plausibilità delle teorie che ha elaborato lungo il corso del film per spiegare gli avvenimenti. Il fatto che non vi sia una risposta univoca, forse, serve proprio a far emergere come ciascuno in Noi può trovare ciò che vuol vedere, le paure più inconsce che come negli incubi peggiori diventano realtà e assumono un volto, che purtroppo è proprio il nostro.

giovedì 28 marzo 2019

DUMBO

di Maria Concetta Fontana

Seguendo la lunga scia di live action ispirati ai classici d’animazione, un nuovo film Disney ritorna sul grande schermo. Si tratta di Dumbo, diretto in questa nuova versione dal visionario Tim Burton, regista che aveva già lavorato con la celebre casa di produzione per l’adattamento di Alice in Wonderland del 2010.
 
La trama vede protagonista una famiglia che vive in un circo, composta da due bambini, Milly e Joe, rimasti orfani di madre, e il loro padre (Colin Farrell) appena tornato dalla guerra. L’uomo, però, durante il conflitto è rimasto mutilato; così, non potendo più svolgere il suo precedente lavoro di addestratore di cavalli, si ritrova a dover ripiegare su mansioni più umili, in particolare la cura degli elefanti. Tra questi spicca un nuovo acquisto: Jumbo, un’elefantessa incinta il cui parto è molto vicino. Il proprietario del circo, Max Medici, personaggio a tratti cinico ma anche ingenuo e molto divertente (interpretato da Danny DeVito), punta sul futuro nuovo arrivato per attrarre un pubblico maggiore e risollevare così le sorti della sua attività. Ma quando finalmente nasce, il cucciolo presenta un “difetto” che lo rende inutilizzabile nello show: due enormi orecchie che non gli permettono nemmeno di muoversi agilmente. 

Saranno Milly e Joe a scoprire che quello che per molti è soltanto un handicap da nascondere, in realtà, può rivelarsi un punto di forza, rendendo Dumbo la nuova e incredibile star del circo. I due giovani protagonisti, inoltre, conoscono bene la sofferenza che si prova a restare soli e cercano di aiutare l'elefantino a ritrovare anche la sua mamma, rivenduta ad un altro acquirente a causa della sua presunta pericolosità. Così, grazie a questa straordinaria attrazione, l’attività della famiglia Medici cattura l’attenzione dell’imprenditore Vandemere (Michael Keaton) che decide di acquistare il circo di Max insieme a tutti i suoi membri per inserirlo all’interno del suo grandioso parco dei divertimenti.
Dietro questo impero luccicante, però, si nascondono sfruttamenti, che come spesso accade non riguardano soltanto gli animali, ma si uniscono ad una mancanza di scrupoli anche nei confronti delle persone coinvolte nello spettacolo, la cui sicurezza viene messa a rischio in nome del guadagno.
 
Il modo in cui è narrata la storia in questo nuovo live action è in perfetto stile Disney, un racconto che emoziona e scorre veloce, impreziosito dalle bellissime scenografie che ricostruiscono il colorato mondo circense, di cui comunque non vengono ignorate le ombre. La trama non approfondisce particolarmente i personaggi, preferendo puntare soprattutto sulla tenerezza suscitata dalle commoventi vicende di Dumbo, prima oggetto di scherno da parte del pubblico e poi separato dalla sua mamma. In particolare, si insiste sulla crudeltà dell’utilizzo di animali negli spettacoli circensi, sottolineando lo sguardo impaurito e triste dell’elefantino dagli occhi blu, il cui volto viene truccato da pagliaccio per soddisfare la voglia di divertimento degli uomini. 

A tal proposito, i vari momenti in cui il cucciolo, nonostante le sue paure, viene spinto a prendere parte allo spettacolo, suscitano molta compassione ed esprimono una chiara presa di posizione contro le sofferenze provocate agli animali, costretti a forzare la loro natura e, dunque, ad essere umiliati.
Tale aspetto malinconico si adatta maggiormente ad alcune delle atmosfere cupe di Burton, il quale, però, nel finale, liberatorio come ogni happy ending disneyano, decide di celebrare la bellezza della natura e della libertà con una scena che ricorda Il re leone, il cui live action arriverà anch’esso nelle sale proprio quest’anno.

mercoledì 27 marzo 2019

CAPTIVE STATE

di Maria Concetta Fontana

Nel 2016, Chicago viene invasa da una misteriosa razza aliena che ne prende il comando. Da allora, sono trascorsi nove anni e i potenti del Paese si sono alleati con i dominatori. Come in ogni dittatura, il controllo esercitato sulla popolazione è a livelli altissimi: ciascun abitante ha sottopelle una cimice che permette di sapere in ogni momento dove si trova. A ciò si uniscono le oceaniche manifestazioni durante le quali tutti i partecipanti, come robot, ripetono gli stessi gesti osannando il nuovo ordine. Pace, unità e armonia è lo slogan appeso sui grattacieli dal governo, il quale si vanta di aver debellato povertà e disoccupazione. Ma il prezzo per tale “sicurezza” è come sempre la libertà. A differenza, però, di altri tipi di dittature in cui a governare sono comunque membri della stessa razza umana, in questo caso la popolazione diventa suddita di un’altra specie. Così, proprio come nel suo precedente lavoro, L’alba del pianeta delle scimmie, anche in questo suo ultimo film, Captive State, il regista Rupert Wyatt mette in scena lo scontro tra due gruppi diversi.

La pellicola dapprima segue il giovane Gabriel (interpretato da Ashton Sanders, uno dei protagonisti di Moonlight), rimasto orfano durante l’invasione e da qualche anno privo anche del fratello maggiore, che si è unito al gruppo di ribelli chiamato la Fenice. Il giovane protagonista lavora in una fabbrica in cui vengono archiviati nei computer governativi i materiali presenti nelle vecchie memorie telefoniche. Nella società raccontata in Captive State, ogni mezzo tecnologico è bandito così da evitare qualsiasi tipo di contatto. In realtà, però, Gabriel conserva alcuni di questi oggetti illegali per rivenderli al mercato nero e accumulare così un po’ di soldi che gli servono per fuggire da quella prigione che è ormai diventata Chicago. I suoi piani però sono destinati ad andare in frantumi quando viene agganciato sia dal fratello maggiore Rafe che da un poliziotto, il quale sta indagando per sventare qualsiasi azione anarchica. A questo punto il giovane deve decidere se è disposto a sacrificarsi insieme ai ribelli oppure allearsi con i collaborazionisti e diventare la loro spia.

In particolare l’obiettivo della Fenice è distruggere la Sears Tower, il centro di controllo alieno che
sorveglia gli abitanti della città e allo stesso tempo impedisce loro di comunicare con l’esterno. Così, nella parte centrale della pellicola si perde di vista Gabriel per dedicarsi al racconto di questa decisiva azione di resistenza, tramite un montaggio incalzante coadiuvato dall’altrettanto adrenalinica colonna sonora. Tale cambio di prospettiva, in cui si abbandona per un po’ il giovane protagonista, ancora insicuro su come agire, insieme al finale ricco di azione, rende il tutto non perfettamente armonico e in parte confusionario.

Una delle caratteristiche dell’invasione raccontata in Captive State è che gli occupanti si vedono molto poco, anche perché abitano in una zona sotterranea dove soltanto ad alcuni esseri umani è concesso di accedere. Il fatto che la minaccia sia quasi invisibile rende tutto ancora più temibile, poiché non conoscere di persona il proprio nemico lo fa diventare ancora più difficile da combattere. Ma ciò che stupisce è come alcuni uomini, pur di continuare ad avere una parte del potere, siano disposti a sottomettere altri essere umani, in una gerarchia in cui comunque non possono essere loro al vertice. Così durante il golpe organizzato dalla Fenice per far cadere il governo invasore, viene utilizzato come arma inconsapevole proprio uno dei collaborazionisti.

Come ogni distopia, anche l’opera di Wyatt ha molti rimandi alle realtà politiche contemporanee, in particolare a quei regimi totalitari in cui nessuno può dirsi al sicuro, dato che ogni parte della propria vita è sotto controllo e chiunque può essere una spia. Non a caso il regista, che insieme alla moglie Beeney ha firmato anche la sceneggiatura, annovera tra i suoi modelli di riferimento per Captive State il cineasta francese Jean-Pierre Melville, il quale è stato membro della Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale. Proprio come in quel periodo storico anche nel film di Wyatt la popolazione si è trovata di fronte al dilemma: obbedire e mantenere un’esistenza tranquilla, come può esserla però quella di prigionieri, oppure disobbedire e rischiare tutto, anche i propri affetti più cari.

domenica 17 marzo 2019

IL PROFESSORE E IL PAZZO

di Maria Concetta Fontana

Sono stati necessari diversi decenni per compilare l’Oxford English Dictionary, il più celebre dizionario di lingua inglese, nonché il primo a comprendere parole anche di uso comune, che lo hanno reso un’opera non soltanto per eruditi. Il professore e il pazzo, pellicola in uscita il 21 marzo, racconta gli avvenimenti dietro a questa incredibile creazione.
Proprio come la storia narrata, anche le vicende relative alla produzione del film hanno richiesto parecchi anni, durante i quali il doppio premio Oscar Mel Gibson ha lottato per portare sullo schermo la storia già narrata in un libro del 1998, edito in Italia da Adelphi. A capo di questo mastodontico progetto vi fu il professor James Murray (interpretato da Gibson), che riuscì in un’operazione a dir poco ambiziosa: raccogliere e fissare su carta qualcosa in continua evoluzione come la lingua, tra l’altro un idioma come quello inglese parlato anche al di fuori dell’Europa, nelle varie colonie dell’impero britannico.

Soltanto una mente geniale come quella di Murray, aiutata da quella altrettanto brillante ma venata di follia di un ex medico americano, Minor (a cui presta il volto un altro premio Oscar, Sean Penn) rinchiuso in un carcere psichiatrico, riuscì a portare avanti la creazione di una tale opera. Quest’ultima però non derivò esclusivamente dall’immenso lavoro di due grandi personalità, ma fu il frutto del coinvolgimento di volontari anglofoni che contribuirono a raccogliere il materiale necessario a redigere l’immenso volume, tramite l’invio di schede in cui occorreva scrivere le parole comprese di citazioni e casi di utilizzo.

La trama del film alterna, dunque, il racconto della stesura travagliata del dizionario con le vite personali di questi due complessi personaggi. In particolare, Minor è una mente fragile, tormentata dai sensi di colpa e dalla follia che ne è derivata, la quale lo ha reso vittima di allucinazioni e paranoie, che, come mostrano le primissime sequenze del film, lo spingono all’omicidio di un innocente, condannandolo a un manicomio per criminali. Ma anche l’incredibile perseveranza di Murray nella creazione del dizionario lo classifica agli occhi di altri eruditi come un folle. L’uomo, tra l’altro, non possiede nessuno titolo accademico, potendo contare sulle sconfinate competenze linguistiche acquisite soltanto da autodidatta, che ne fanno un incredibile poliglotta e una mente molto curiosa. Ed è proprio questa apertura mentale e il loro essere due outsider che avvicinerà Murray a Minor, portandoli ad un sodalizio non soltanto intellettuale ma anche umano.

Talvolta il film calca la mano su particolari macabri, mostrando sangue o altri liquidi organici, denunciando così anche le vere e proprie torture, spacciate come metodi medici, che ancora alla nella metà del XIX secolo i pazienti con problemi mentali subivano. La prova attoriale di Sean Penn contribuisce ad aumentare ancora di più il pathos, ma talvolta scivola nell’overacting, a causa anche di una storia, che complice la colonna sonora in alcuni momenti, viene raccontata in maniera un po’ troppo melodrammatica. A livello visivo, Oxford, con i suoi luminosi giardini o i suoi interni eleganti stracolmi di sapere con intere pareti occupate da migliaia di volumi, si contrappone all’ambiente buio e angusto della cella del carcere psichiatrico, che però cambia un po’ volto quando a Minor viene concesso di possedere libri e materiali per disegnare.


Il regista del film, P. B. Shemran, paragona quella del professor Murray ad altre importanti storie di invenzione che hanno rivoluzionato la civiltà, come Facebook o prima ancora la connessione Internet, vicende che proprio negli ultimi anni sono state anch’esse raccontate al cinema. In realtà, in qualche modo tutte queste creazioni derivano proprio dal dizionario, vale a dire dall’idea di raccogliere in un unico oggetto, prima di carta adesso digitale, tutto il sapere finora accumulato dall’umanità. L’Oxford English Dictionary, però, per l’impiego di gente comune tra i volontari ricorda soprattutto un progetto dal basso come Wikipedia, fondato sul coinvolgimento degli stessi utenti nella sua creazione.

sabato 9 marzo 2019

TATATU: COME GUADAGNARE GUARDANDO FILM E SERIE-TV!

di Maria Concetta Fontana

Lo scorso 6 marzo agli Studios di via Tiburtina, a Roma, si è tenuta la presentazione di una nuova e innovativa piattaforma di video on demand: TaTaTu.

Si tratta della prima sharing economy del free time, in grado di offrire più di 500 contenuti tra film, serie tv, musica, sport e game e, allo stesso tempo, di far guadagnare i propri utenti per il tempo trascorso davanti allo schermo. Per ogni secondo di visione, infatti, gli spettatori verranno pagati tramite token TaTaTu, una forma di criptovaluta che potrà essere utilizzata in vari e-commerce gestiti da Triboo. Così la visione di contenuti per piacere personale, che solitamente avviene tramite abbonamenti a pagamento, non soltanto avverrà gratuitamente ma permetterà anche di fare acquisti on line.

Presente all’evento uno dei volti più iconici dei film di Quentin Tarantino, Michael Madsen, che ha mostrato il suo appoggio e la sua fiducia nei confronti del giovane produttore nonché CEO di TaTaTu, Andrea Iervolino. Quest’ultimo, che, soltanto tredicenne, aveva già dato vita al suo primo business tecnologico, ha raccontato che un paio di anni fa ha iniziato a ragionare sul fatto che la gente condividesse contenuti sui social pensando di usufruire di un servizio gratuito. In realtà, però, sono proprio gli user che riempiono di prodotti quelle piattaforme, e per farlo non ricevono alcun compenso. Da ciò nasce l’idea di condividere i soldi derivati dalle pubblicità anche con chi, utilizzando le piattaforme social, dà loro quel valore che altrimenti non avrebbero, e così ha creato TaTaTu.

Il servizio è al momento disponibile su Apple Store e Android con una library che conta più di 5000 ore di contenuti. Al party serale, inoltre, si è unito anche l’attore Antonio Banderas che, per il suo ultimo film, Lamborghini, di prossima uscita nelle sale, è stato pagato proprio in token TaTaTu.

giovedì 7 marzo 2019

CAPTAIN MARVEL

di Maria Concetta Fontana

Sono trascorsi più di dieci anni da Iron Man, il primo cinecomic tratto dall’universo fumettistico della Marvel. Da allora sono stati prodotti venti film, ma, soltanto durante lo scorso anno, è uscita nelle sale cinematografiche una pellicola con un cast composto principalmente da attori di colore, il Black Panther che ai recenti Oscar si è aggiudicato ben tre statuette. Adesso, a due giorni dall’8 marzo, arriva finalmente anche il primo film con una protagonista femminile: Captain Marvel. A darle il volto è Brie Larson (miglior attrice protagonista agli Academy Awards 2016) accompagnata da altri nomi importanti come Jude Law e Samuel L. Jackson. Quest’ultimo, in particolare, ringiovanito di parecchi anni grazie alle sofisticate tecniche digitali di de-aging. Inoltre, proprio come in Wonder Woman della DC, non soltanto il personaggio principale ma anche la regia è in parte in mano a una donna, dal momento che la pellicola è stata co-diretta da Anna Boden, autrice pure della sceneggiatura.

Ma, prima di essere Captain Marvel, la protagonista è Carol Danvers, una giovane che ormai da qualche anno vive insieme ai Kree, razza di nobili guerrieri che dopo un grave incidente l’hanno guarita e le hanno donato incredibili superpoteri. Sebbene sia passato molto tempo da quel giorno, le notti di Danvers continuano ad essere disturbate dai flashback che le riportano alle mente immagini che non riesce a spiegarsi, a causa della perdita di memoria. Le cose sono destinate a cambiare durante la missione che vedrà i Kree scontrarsi con gli Skrull, esseri mutaforma che minacciano la pace. Infatti, in seguito alla battaglia la protagonista si ritroverà nel pianeta C-53, che altro non è che la Terra, un luogo importante dove incontrerà il capitano Fury e comincerà a fare chiarezza sul proprio passato e quindi sulla sua identità.

Per quanto già nella prima sequenza del film sia da subito messa in mostra la forza di Vers, la giovane non è sempre stata così, non essendo una supereroina per nascita ma avendo dovuto lottare per diventare tale, superando difficoltà e pregiudizi. Il suo sogno era quello di volare e, grazie alla caparbietà e all'atteggiamento strafottente, ben espresso dallo sguardo fiero, è riuscita ad ottenere ciò che voleva, rialzandosi dopo ogni caduta. Ed è proprio questo che la rende una vera guerriera, non i poteri straordinari che ha ricevuto in dono ma la forza di volontà che possedeva prima. L'origin story di questa supereroina viene costruita attraverso un assembramento di pezzi: da una parte, una serie di flashback confusi sul suo passato e, dall’altra, ciò che si scopre man mano che si procede con la narrazione nel presente. In particolare, l’ambientazione è degli anni ’90 come evidenziano i riferimenti musicali, visivi e la lentezza della connessione internet, nonché la presenza degli iconici Blockbuster, allora negli anni d’oro, in cui Vers precipita.

La caratterizzazione di Captain Marvel è in linea con quella dei restanti personaggi dell’universo nato da Stan Lee (omaggiato nell’intro con un logo Marvel interamente dedicato a lui): una supereroina dotata di poteri incredibili che deve imparare ad utilizzarli ma soprattutto che deve scoprire chi è realmente. Immancabile anche il classico humor che mescola il lato ironico alla spavalderia dei protagonisti e che si realizza in particolare tramite i siparietti comici tra Fury e Vers, a cui si unisce una dolcissima e misteriosa gatta.

In generale, Captain Marvel è una pellicola che punta molto sull’azione, con battaglie interessanti a
 livello visivo grazie anche alle ambientazioni nello spazio, ma che non coinvolge particolarmente per la sua trama. Infatti sono poco indagati i legami emotivi tra i vari personaggi, che sembrano semplicemente un contorno. Così Vers resta un’eroina sicuramente da ammirare, utile alle bambine e alle ragazzine che finalmente potranno immedesimarsi in una protagonista femminile della Marvel, ma che appare un po’ fredda, forse troppo perfetta, e a cui per tale ragione non ci si affeziona molto.

lunedì 4 marzo 2019

COCAINE-LA VERA STORIA DI WHITE BOY RICK

di Maria Concetta Fontana


Negli anni ‘80, a Detroit, essere in possesso di più di 650 grammi di stupefacenti comportava l’ergastolo senza possibilità di condizionale. Non importava che lo spacciatore fosse poco più che un ragazzino e nemmeno che avesse cominciato collaborando con l’FBI, spinto ad entrare nelle gang come infiltrato e dietro minaccia.
Cocaine-La vera storia di white boy Rick è un pugno allo stomaco.  Si tratta di un film che, essendo ispirato a fatti reali e potendo contare su ottime interpretazioni, coinvolge e allo stesso tempo lascia molta angoscia. La pellicola si apre all’interno di una fiera in cui Rick (il giovane e promettente Richie Merritt) e il padre (Matthew McConaughey) sono andati a fare acquisti in quella che a Detroit appare come una normale domenica in famiglia, trascorsa a scegliere quali armi comprare per modificarle e poi rivenderle. Così, se all’inizio di alcuni film americani viene mostrato il suggestivo skyline di qualche metropoli, in Cocaine una delle prime inquadrature evidenzia fin da subito il degrado dell’ambiente dove i protagonisti vivono.

La storia in cui si è immersi è quella di un ragazzino di quattordici anni che viene agganciato dall’FBI per infiltrarsi nei gruppi di spacciatori afroamericani e smascherare quella complessa organizzazione criminale che si contendeva il potere. E, nella città con il più alto tasso di popolazione nera degli USA, un adolescente con la pelle bianca non passava di certo inosservato. Proprio da ciò deriva il suo soprannome: white boy Rick. Siamo negli anni ’80, periodo di mode discutibili e Skate and roll, locale in cui è ambientata una scena dove tra colori fluo, capelli cotonati e disco music sembra che la macchina da presa diretta da Yann Damange si muova allo stesso ritmo dei personaggi in pattini a rotelle sulla pista da ballo. 

Quella di Rick è una famiglia a pezzi: la madre ha abbandonato i propri cari, mentre Dawn, la sorella maggiore a cui il ragazzo è molto legato, ha problemi di dipendenza e per un po’ si trasferisce dal fidanzato/spacciatore, che però la picchia. Il padre invece appare come un uomo illuso, deciso a non abbandonare quella città in cui ha sempre vissuto e convinto di racimolare un po’ di denaro per poter finalmente aprire una videoteca, cercando nel frattempo di tenere unito ciò che resta del proprio nucleo familiare. Da parte sua, il protagonista, a soli quattordici anni, con il volto quasi completamente imberbe se non fosse per un accenno di baffetti, ha già abbandonato la scuola e quando gli si presenta l’occasione di guadagnare bene, dopo qualche titubanza, accetta la proposta con l’ingenuità di un adolescente di un quartiere difficile che pensa di riuscire a cavarsela senza grossi problemi.

Il suo personaggio non può che suscitare tenerezza, in particolare nei momenti in cui alterna il linguaggio volgare, la sua attività di criminale, con i pacchetti di droga che passano di mano in mano, e le manifestazioni d’affetto per la sorella, che mostrano come in fin dei conti resti pur sempre un bambino, costretto a crescere troppo in fretta. Così se in una scena lo si vede seduto accanto a Dawn con un enorme peluche che ha trovato per strada e le ha preso come regalo, nella scena dopo è con un arma in pugno mentre spara all’uomo che gli ha appena rubato la macchina. A tal proposito in uno scambio di battute con la sorella, il protagonista afferma con una naturalezza disarmante: «Era bello, vero? Quando eravamo bambini, per un po’», e lei stupita da queste parole gli risponde: «Tu sei ancora un bambino, Rick». Una considerazione che lascia molta amarezza, ma provoca anche rabbia per l’ingiustizia della situazione in cui questo adolescente si trova a vivere. Ciò non significa che il protagonista sia esente da colpe. Eppure non si riesce a non provare compassione per lui e la sua vita bruciata a soli 17 anni. Perché se è vero che ognuno può impegnarsi per cercare di cambiare il proprio destino, diventa molto più difficile farlo quando l’ambiente degradato che ti circonda è l’unico che hai mai conosciuto. Inoltre, dal film emerge un’immagine del sistema giudiziario americano particolarmente cinica, in cui il governo federale inizialmente ricatta un quattordicenne per ottenere il suo aiuto e dopo averlo usato, quando è lui ad aver bisogno, si disinteressa della sua situazione, non impegnandosi veramente a tirarlo fuori dal grave guaio in cui si è cacciato.

Particolarmente toccanti sono le ultime scene in cui Rick viene arrestato e poi condannato. Preso da una sorta di apatia, lo si vede piangere soltanto per pochi momenti, ma anche in queste occasioni la sua reazione appare fin troppo composta. Non si lascia andare alla disperazione che ci si aspetterebbe da un adolescente a cui viene detto che trascorrerà il resto della propria vita in prigione. Forse ciò è dovuto proprio al fatto che questo ragazzino cresciuto a Detroit non ha mai nutrito grandi speranze per se stesso, si è goduto la vita tra spaccio, donne e soldi finché è durata, bruciando subito tutte le tappe, ma consapevole di un futuro segnato fin dall’inizio. Non a caso per sdrammatizzare nei momenti difficili una battuta che scambia con la sorella è: «Meno male che non hai perso la bellezza… perché non l’hai mai avuta».

Così alla fine del film al diciassettenne Rick vengono trovati 8 chili di cocaina, il doppio del peso che aveva quando era nato, un tempo ormai lontano in cui il padre poteva ancora immaginare per lui un’esistenza migliore della sua.

venerdì 1 marzo 2019

ESCAPE ROOM

di Maria Concetta Fontana

Quattro uomini e due donne con storie molto diverse alle spalle vengono invitati a prendere parte gratuitamente a un gioco che si rivelerà molto più immersivo del previsto. Viene loro recapitato un misterioso cubo, che, una volta riuscito a capirne il meccanismo, si apre facendo fuoriuscire un allettante invito per una nuova esclusiva escape room. Su uno di questi biglietti è scritto “a chance to escape”. La situazione, dunque, si presenta come un modo per fuggire, anche soltanto per un pomeriggio, alla monotonia della vita quotidiana e, in caso di vittoria, guadagnare 10 mila dollari.

Inizia così Escape Room, il nuovo film di Adam Robitel, basato su uno dei giochi più in voga negli ultimi tempi, appunto quello che dà il titolo alla pellicola. Nate circa dieci anni fa dall’idea di un giapponese, queste stanze puntano a coinvolgere i propri partecipanti rendendoli protagonisti di un thriller di cui devono risolvere indovinelli ed enigmi, cercando di carpire tutti gli indizi per potere uscire prima dello scadere del tempo. Nel gennaio scorso in Polonia è scoppiato un incendio proprio in una di queste escape room, tragico evento in cui hanno perso la vita alcune adolescenti e che ha causato lo slittamento dell’uscita in sala del film, prevista in Italia il prossimo 14 marzo.

Il gioco a cui si assiste nel lungometraggio, però, non ha nulla di finto poiché ad essere in pericolo
sono le vite vere dei partecipanti. Apparentemente i membri scelti per far parte di questo gruppo di giocatori non hanno nulla in comune, c’è l’outsider con problemi di alcool, la cervellona timida, l’uomo d’affari cinico e sbruffone, il nerd, la veterana di guerra e infine un uomo di mezza età che vuole racimolare un po’ di denaro. Eppure, ben presto, si scopre che qualcosa li accomuna tutti: essere usciti vivi da gravi incidenti, in cui sono stati gli unici superstiti. Si tratta allora di capire adesso chi sarà colui che sopravvivrà di nuovo, il fortunato tra i fortunati.


Il gioco fin da subito appare troppo realistico e soprattutto senza nessuna possibilità di abbandonarlo, se non risolvendo gli enigmi che di volta in volta verranno presentati. Si comincia con una camera che si trasforma in un gigantesco forno per poi passare a temperature decisamente più basse con uno spazio aperto in un lago ghiacciato, una sala da gioco capovolta il cui pavimento pian piano crolla e alcune stanze d’ospedale in cui si rischia l’avvelenamento. Ognuno degli ambienti rinvia al trauma vissuto da uno dei protagonisti, ad indicare come chi ha organizzato questo complesso e macabro gioco conosca bene le loro storie. C’è un Grande Fratello che li controlla, divertendosi sadicamente a vedere come riescono a superare le prove e scoprire chi sarà il vincitore, nonché l’unico rimasto in vita. Ciò metterà i partecipanti di fronte ai fantasmi del proprio passato, le paure e il senso di colpa che ne sono derivati e che si portano ancora addosso.

Proprio come nel celebre film degli anni ’90, Jumanji, il gioco diventa realtà. Una realtà molto pericolosa perché una volta dentro non si può più uscirne, se non finendo di giocare. Ma soprattutto in caso di perdita non si torna in vita. La claustrofobica sequenza iniziale del film si apre con un flashforward per cui lo spettatore sa già chi sarà il superstite tra i sei personaggi iniziali, tocca scoprire se alla fine almeno lui ce la farà a sopravvivere.

In generale Escape room è un discreto film d’intrattenimento che unisce la costruzione tipica del thriller a qualche tinta horror. I personaggi e i loro background sono semplicemente abbozzati ma il film riesce comunque ad intrigare lo spettatore, curioso di capire non soltanto in che modo i giocatori riusciranno ad uscire da quelle stanze letali ma soprattutto di scoprire chi si nasconde dietro questa enorme messa in scena. Inoltre, il finale aperto con cliffhanger presagisce una continuazione della storia, già confermata dalla realizzazione del sequel, il cui rilascio è previsto per il 2020.