sabato 26 marzo 2016

BATMAN VS SUPERMAN: DAWN OF JUSTICE

di Matteo Marescalco

Che ogni film di Zack Snyder sia un attacco multisensoriale allo spettatore è un dato di fatto. Peccato che uno dei più grandi autori di sequenze adrenaliniche del cinema contemporaneo, prestigiatore nell'universo della messa in scena barocca ed espressionista, creatore di mondi che destrutturano i motivi e la rappresentazioni tradizionali, sia stato ripetutamente colpito ed abbattuto dalla critica più snob. A partire dal remake in chiave ultracinetica del classico di George Romero, che segnò il suo debutto nel mondo del cinema, fino all'ultimo Man of Steel, reboot da solista per l'eroe di Metropolis. Bistrattato ed ingiuriato, Zack Snyder ha il merito di saper creare roboanti coreografie di massa, tableaux vivants e composizioni visive in cui realismo e formalismo più estremo, nonostante la netta contrapposizione, riescono a convivere.

Gettare le basi dell'universo DC in soli tre anni, a fronte del lavoro quasi decennale di cui si è già resa protagonista la Marvel, non è semplice. Ma è necessario. Il botteghino, nell'ultimo periodo, sta ripetutamente premiando i film con supereroi come protagonisti e la sola notizia di altri (numerosi) lungometraggi di questo genere fa andare in brodo di giuggiole i milioni di fan mondiali. Mentre il Marvel Cinematic Universe nasce nel 2008 con Iron Man e porta a termine la fase di presentazione dei suoi protagonisti (l'Avengers Assembled) nel 2012 con il film corale The Avengers, il DC Extended Universe nasce solo nel 2013 con il già citato Man of Steel per proseguire con Batman vs Superman e Suicide Squad, entrambi previsti per l'anno in corso. L'organizzazione della tempistica non è delle migliori. Il film corale precede i vari episodi sui singoli protagonisti (che avevano il compito di “gettarli nella mischia” e favorire il loro rodaggio al cinema), generando, al contempo, una serie di buchi neri difficili da superare per i comuni mortali non appassionati di fumetti. Questo episodio corale di Zack Snyder non solo rifonda il mito di Batman (che porta sulle proprie spalle il massiccio fardello della trilogia di Christopher Nolan) ma spiana la strada all'universo condiviso della DC. Con dei pregi e degli evidenti limiti che ne minano, già in partenza, la struttura.
Dopo l'immancabile genesi dell'eroe di Gotham (le prime sequenze sincopate sembrano uscite direttamente da Watchmen), è lo scontro tra Superman e il generale Zod a dare il via all'azione. Dawn of Justice si riallaccia al finale di Man of Steel. Ma cambiando punto di vista. Non prendiamo parte all'epico scontro tra i due kryptoniani, non voliamo insieme a loro, non siamo assoluti protagonisti della loro lotta nell'alto dei cieli. Questa volta, siamo le piccole formiche che assistono inermi dal basso delle strade. L'inferno in terra ci appartiene e caratterizza la nostra dimensione di deboli mortali. Un Bruce Wayne mai così crepuscolare, dal volto stanco e grigio e i capelli brizzolati, si muove tra le strade di Metropolis sulla propria macchina. La macchina da presa volteggia ed accarezza più volte i suoi movimenti, il ritmo è elevato tanto quanto è impotente la condizione di chi assiste dal punto di vista wellesiano. Così entra in scena Batfleck, un potente vigilante che cova rancore nei confronti degli dei che, a distanza di un centinaio di metri lungo l'asse verticale, se le danno di santa ragione. E Snyder ci getta nell'11 Settembre vissuto dai suoi non protagonisti. L'immersione nel territorio sociopolitico inizia nel migliore dei modi, prolungando la riflessione sulla contemporaneità elaborata da Nolan in The Dark Knight Rises. Compare anche il deserto, luogo liminale per eccellenza, contenitore di identità in crisi ed in via di definizione, dove, di fronte alla delegittimazione del potere di Cristo e dell'Uomo, regna solo il movimento senza fine. In puro stile Mad Max: Fury Road.

Una domanda attanaglia gli spettatori dello scontro tra i kryptoniani e quelli del film (termini intercambiabili, in fin dei conti?). Quanto è legittimo il potere di Superman? E quanto contano gli apparati statali di fronte a cotanta magniloquenza e forza? Batman vs Superman costruisce una mitologia in via di estinzione (se Dio è morto lo sono anche i supereroi?) in un'epoca di crisi e di fine dei racconti, prosegue nella destrutturazione della figura del superuomo perseguita da Snyder in Watchmen e non teme gli slanci pindarici nelle sequenze oniriche che popolano la mente di Bruce Wayne. E' in questi brevi momenti immaginifici che il cinema di Zack Snyder si libra in vola, libero del peso delle sue responsabilità. Le stesse che affliggono il personaggio di Ben Affleck, la cui muscolatura è indubbiamente meno “fresca” di quella di Henry Cavill ma molto più carica di dilemmi morali e filosofici. In preda ad incubi con protagoniste figure che sembrano uscite direttamente da ipotetici quadri di Johann Heinrich Fussli all'interno di un racconto di Lovecraft portato in scena da William Turner, il nuovo Batman è il personaggio più riuscito. L'uomo che è precipitato nel baratro nietzschiano e che si nutre del suo buio. Un salvatore che terrorizza le persone che soccorre.

Infine, ad animare la vicenda è l'unico cattivo possibile nell'epoca della rivoluzione sociale, il fondatore di Facebook, il ragazzo che ha fatto della propria solitudine una delle più potenti imprese industriali al mondo. Lex Luthor è un genio imprigionato in un corpo troppo piccolo, un iconoclasta tempestato da tic nervosi, un mix tra Mark Zuckerberg e il Joker di Heath Ledger, un incubo vestito da nerd. Invidia la perfezione di Superman, sintesi di conoscenza e potere. E tenta di sfruttare Batman, presentandogli il kryptoniano come una scheggia impazzita. E lo scontro tra divinità ed uomo ha inizio. Con una certezza. Nonostante i buchi di sceneggiatura, nonostante un cammino troppo frettoloso, nonostante le due ore e mezza (che sembrano persino insufficienti per il materiale che presentano), nonostante ancora i cali di livello e i pretesti risolutivi davvero ridicoli, nonostante la netta inversione di tendenza del terzo atto, che distrugge quanto costruito fino a quel momento e lascia il posto allo spettacolo più becero («Il botteghino, Zack! Il botteghino!»), ad essere usciti vincitori sono Zack Snyder e Ben Affleck. Semplici uomini (ardenti di passione) dietro una macchina produttiva da miliardi di dollari.

mercoledì 23 marzo 2016

IL MIO GROSSO GRASSO MATRIMONIO GRECO 2

di Matteo Marescalco

Quattordici anni dopo aver sceneggiato le avventure della famiglia Portokalos, Nia Vardalos torna al cinema per il sequel de Il mio grosso grasso matrimonio greco che, nel 2002, raggiunse un tale successo al botteghino da spingere i fan del film a chiedere all'attrice-sceneggiatrice un secondo episodio.
Nel primo film, si parla di scontro generazionale e culturale, di indipendenza femminile e di famiglie patriarcali. Tutti spunti che la Vardalos ha ripreso, sfruttandoli per costruire, in questo secondo episodio una serie di gag da sit-com (è l'“usato sicuro” a dominare la scena), aggiornandole all'epoca che viviamo. Quella dei pc e di facebook. Persino Chicago perde parte del proprio appeal. Quello che non cambia assolutamente è la pacchianeria dei Portokalos, la cui megalomane residenza americana basterebbe per tenere lontano qualsiasi yankee dotato di un minimo di gusto estetico. Il vero amore, però, ha il merito di superare la facciata superficiale di ogni cosa, riuscendo a raggiungere la sintesi anche tra culture in completa opposizione tra loro.

Centro focale del Il mio grosso grasso matrimonio greco era il matrimonio della timida figlia dei coniugi Portokalos, Toula, il cui padre, greco trapiantato a Chicago, mirava a dare in sposa ad un bel giovanotto greco. Le sue aspettative vengono disattese da Ian Miller, giovane insegnante di Letteratura, appartenente ad una famiglia americana alto borghese. Il ragazzo, quindi, non presenta i requisiti fondamentali richiesti dal padre di Toula. Il lieto fine è comunque dietro l'angolo. In questo secondo capitolo, la Vardalos si basa sul già visto, non rinunciando, però, ad alzare il tiro. Chiama in causa, difatti, tre generazioni: quella genitoriale, la sua e quella dei figli. Il bacino protagonista delle distorsioni comiche è più ampio rispetto a quello del precedente episodio, così come le possibilità ironiche derivanti dallo scontro generazionale.
Ad animare il capitolo è, ancora una volta, un matrimonio nato da un segreto. Come moderni ed emozionati wedding planner, tutti i Portokalos si trovano ad organizzare il grandioso evento. Ma una notizia che scuote l'animo di Ian e di Toula è sullo sfondo: la giovane figlia comincia a diventare grande e deve scegliere l'Università. Il quesito è: trasferirsi o restare nella stessa regione (e prolungare i giochi d'infanzia?)?

Nonostante il cinema abbia abbandonato il suo supporto più tradizionale, non rinuncia al carattere più stereotipato della narrazione comica classica. Si parte da una situazione iniziale di stallo, “funestata” da una serie di interrogativi (su se stessi come coppia e come famiglia) che generano caos e disordine ma che finiranno per essere risolti nel migliore dei modi. Niente di nuovo sul fronte americano-greco, insomma.
Ancora una volta, saranno il romanticismo ed il candore tipico dei Portokalos a consentire la risoluzione della vicenda. La possibilità di aggredire e mordere non viene sfruttata. Ma d'altronde, non si era mai palesata.
Insomma, tutto è bene quel che finisce bene.

venerdì 18 marzo 2016

J.J. ABRAMS, STEPHEN KING, STEVEN SPIELBERG. VINTAGE, TEMPO E INNOCENZA.

di Matteo Marescalco

«Il giorno che cambiò la mia vita non fu un giorno ma una notte. Era la notte di Halloween. Era il 1960, e vivevo a Holden, nel Kentucky. (…)amavo le barrette al cioccolato Zagnut e a mia sorella Ellen piacevano le Baby Ruth. A mio fratello Tuggah piaceva tutto. Non mi piace Halloween, non più. Fu la notte in cui mia madre, mio fratello e mia sorella furono uccisi con un martello. Mio padre uccise tutti tranne me».
Una lenta ed impercettibile carrellata in avanti pone al centro dell'inquadratura il volto di un vecchio in primo piano, con alle spalle una lavagna da scuola. Dopo una serie convulsa di piani dedicati all'evento descritto, un recadrage, coincidente con la fine del racconto, provvede a centrare James Franco, nel ruolo di Jake Epping, professore di Letteratura in una scuola serale.
Epping, scosso dal compito svolto dal vecchio, spiega i motivi per cui è rimasto così colpito, nonostante l'evidente naiveté stilistica: «Harry, è una storia molto potente. Grazie per averla condivisa con noi. Allora, perchè era buona? Perchè quando l'abbiamo sentita, l'abbiamo riconosciuto. Era sincero».
Questa prima macrosequenza della serie tv 22/11/'63, prodotta da J.J. Abrams e tratta dall'omonimo romanzo di Stephen King, presenta in incubazione, come il grande cinema americano classico, il centro focale della vicenda ed alcuni caratteri ricorrenti dei prodotti dei suoi autori. La sequenza di apertura della screwball comedy (e non solo) americana, in genere, racchiude tutti i temi e i passaggi narrativi e figurativi che saranno, poi, sviluppati dal resto del film. E i due caratteri che emergono prepotentemente da questi primi minuti della nuova serie tv di Hulu riguardano il tempo  e l'innocenza

Il libro di King parte da un McGuffin (nel retro di una tavola calda c'è un varco temporale che porta alle 11:58 del 9 Settembre del 1958) e si pone la domanda: «Cosa faremmo se ci venisse fornita la possibilità di modificare il passato?». Da qui, ha inizio il viaggio che conduce il maestro della prosa post-alfabetizzata, solo recentemente (nonché ampiamente) rivalutato dalla critica, verso i più profondi meandri dell'universo King: assolati viali del Maine, cantine e fessure da cui escono mostri e multiformi follie, esistenze turbate, pezzi rock e coinvolgenti ballate country. Con un unico caposaldo. Uomini (o più spesso, giovani uomini) in lotta con il lato oscuro del mondo, alle prese con una realtà fenomenica che finisce, troppo spesso, per essere ingurgitata, digerita e sputata dall'oscuro e perturbante supporto reale che ne sta alla base. Personaggi che, infine, gareggiano (in sella alla propria Silver) contro il diabolico Tempo, provando ad intervenire sulla linearità delle sue vicende, sperando nell'appiglio di una qualche Tartaruga che, da arbitro super partes delle vicende universali, può ben poco di fronte all'inconsistenza del Male se non palesarsi come fede infantile e scriteriata. «E' un meccanismo perfetto e bilanciato di voci ed echi che fanno da rotelle e leve, onirico orologio che rintocca oltre il vetro degli arcani che chiamiamo vita. (…) Un universo di orrore e smarrimento circonda un palcoscenico illuminato, sul quale noi mortali danziamo per sfidare le tenebre».

J.J. Abrams, Steven Spielberg (nume tutelare del primo) e Stephen King sono tra i maggiori storyteller  del nostro tempo. Tutti e tre hanno avuto a che fare con storie molto potenti, che abbiamo sentito e abbiamo riconosciuto. E tutti e tre sono alfieri di un racconto popolare che ha, sovente, al proprio centro uomini ordinari in preda ad eventi straordinari. Fin dai tempi di Duel, è stato il reale a farsi magia e a saturare ogni spazio della grigia vita quotidiana. Storie sincere perchè saldamente ancorate all'immaginario collettivo di ognuno di noi, da cui hanno tratto archetipi validi per qualsiasi cultura e in ogni tempo, e che hanno provveduto ad alimentare e plasmare oltremodo. Tocca alla serie-tv di Abrams (papà della nuova isola mediale di Lost) rileggere le pagine di King ed è toccato sempre a lui rifondare (ed aggiornare) l'universo filmico di Spielberg.

La prima sequenza di Super 8 consiste in una delicata carrellata in avanti, come a voler prendere per mano lo spettatore e condurlo all'interno dell'universo finzionale narrato. La macchina da presa si accosta ad un cartellone, all'interno di una fabbrica siderurgica, che ci suggerisce che un incidente è avvenuto il giorno prima. Il successivo nucleo di inquadrature delinea un dramma umano al centro del quale vi è un bambino, che ha perso la propria madre, il padre, alle prese con difficili responsabilità, e i quattro amici con cui il ragazzino avrebbe dovuto girare un film di zombie. Anche nel momento di massimo dramma, Abrams, come King e Spielberg, non disdegna di fare l'occhiolino ai propri personaggi e fruitori, inserendo uno scoppiettante dialogo tra i ragazzi, che lascia presagire le loro imperiture passioni. Un'ultima serie di piani presenta, infine, l'oggetto magico e il “cattivo” della vicenda, come da studi proppiani sulla fiaba russa che, nel 1928, individuavano una serie di funzioni ricorrenti nell'ambito della narrativa popolare.

Iniziano a delinearsi i punti di contatto tra queste tre punte di diamante della cultura letteraria e mediale americana degli ultimi quarant'anni (piccola curiosità: il debutto di King nel mondo della letteratura e di Spielberg in quello del cinema risale, per entrambi, al 1974). Ed è toccato a J.J. Abrams raccogliere il testimone del cinema di Steven Spielberg, quando, poco meno che ventenne, il regista di New York fu incaricato, insieme all'amico Matt Reeves, di restaurare alcuni filmati giovanili realizzati proprio dall'autore di Hook. Per collegarci a quanto detto precedentemente, attraverso un cordone ombelicale che ci consenta di mantenere in vita quanto finora scritto e di avventurarci verso il resto di questo nostro viaggio, che cosa è Hook se non la storia di un uomo che, in preda alla più mortifera linearità della propria routine quotidiana, risveglia quanto di infantile rimane in lui, tornando ad un modus vivendi circolare? La linea retta, tramite un netto intervento sul Tempo, viene curvata e duplicata. «Io so cose che nessun angelo sa. Lo stupore del bambino ha fatto di me un uomo». Cosa sono, quindi, i bambini nei testi filmici e letterari di Spielberg, Abrams e King? Una condizione linguistica, una capacità di sguardo e percezione più attenta e differente. L'infanzia, ovviamente, si estende anche al di là della presenza dei bambini, essa è una condizione che coinvolge pure i personaggi adulti (ridestando il Peter Pan che esiste ancora sotto il velo di Maya che copre Peter Banning).

Dicevamo. Super 8 è diretto da Abrams nel 2011. Narra le vicende di un gruppo di ragazzi che si trovano ad affrontare un alieno. Sarà proprio la sua venuta a spezzare l'andamento temporale tradizionale della vita di periferia americana e ad incrinare le loro certezze, tra le prime turbe adolescenziali e la passione per il cinema. Si tratta di un modo artigianale di fare cinema hollywoodiano, quasi un modello da Art Nouveau (non sarebbe meglio usare il termine Jugendstil?), replicato al suo interno dal film sugli zombie realizzato dagli aspiranti film-makers, i cui effetti speciali sono (volutamente) da serie B ma che restituiscono tutta la passione del creare sogni ai tempi della nuova innocenza dell'audiovisivo americano. Fine degli anni '70, gli USA uscivano devastati dalla Guerra del Vietnam. L'home-video, dal 1972, trasportava e rendeva fruibile il cinema a casa, allevando un'intera generazione alla visione secondo tempi nettamente dilatati. E la durata del film e della visione cominciavano a non coincidere più, con la seconda che interveniva dilatando e rendendo molto più consumabile in base ad esigenze personali il primo. Nel 2011, riuscire a replicare un mood che sembra essere stato sommerso dall'epoca della riproduzione digitale delle immagini, della massificazione del cinema e della facile raggiungibilità di tutti i mezzi necessari per girare un prodotto filmico, vuol dire davvero assumere lo stesso atteggiamento pre-linguistico (pre-visivo) dell'innocenza del cinema.
«Gli Yankee hanno colonizzato il nostro subcosciente», disse nel 1975 Wim Wenders, in anticipo di due anni sul primo episodio del fenomeno mondiale creato da George Lucas che è toccato ad Abrams aggiornare di recente, riuscendo a far convivere una tipologia di racconto costruita sulla base degli episodi originari ma svecchiata dagli effetti delle nuove tecnologie digitali. Celluloid heroes never really die. E il nuovo cinema degli effetti digitali non riesce (perché non vuole) ad affrancarsi dal passato. Anzi, individua in esso la linfa vitale per andare avanti. Come per dire che nelle forze del passato è custodito il futuro. Citando Pietro Masciullo di Sentieri Selvaggi: «Il Risveglio della Forza è un film da attendere spasmodicamente proprio perché già-visto, in un ricalco programmatico del modello che non deve mai produrre scarti. (…) deve far percepire tutto lo sforzo conservatore di una riproduzione perfetta che tenga conto solo di ciò che il cinema è stato. Siamo a casa». Abrams, insomma, si rifugia nell'universo del fandom degli anni '70, epoca, tra l'altro, della sua infanzia, della sua formazione cinematografica, dei primi amori in sala.

E il passato si ritrova a generare imponenti ripercussioni sul futuro.
Ma cosa succederebbe se, in un meccanismo alla rovescia, fosse il futuro ad intervenire sul passato? Ed, in modo particolare, in che modo sarebbe cambiata la storia degli Usa se J.F. Kennedy non fosse stato ucciso, nel lontano 22 Novembre 1963? L'ardua sentenza va ad un professore di Letteratura, ancora in grado di emozionarsi con una storia sincera, di penetrare lo schermo nero di una cantina-cinema e di rendersi protagonista di un racconto alternativo, con l'obiettivo di ri-mediare (al)la Storia. Anche solo per farsi portare via, per allontanare il tempo e ballare.

giovedì 17 marzo 2016

TUTTO PRONTO PER L'EDIZIONE PRIMAVERILE DI ROMICS!

di Matteo Marescalco

Tutto è pronto per l'edizione primaverile (la prima del 2016) del ROMICS, la grande rassegna internazionale sul Fumetto, l'Animazione, i Games, il Cinema e l'Entertainment, organizzata da Fiera di Roma, che si terrà nell'omonimo luogo dal 7 al 10 Aprile.
Eventi, incontri e spettacoli caratterizzano un ricco programma che si sviluppa, contemporaneamente, in diversi padiglioni, all'interno dei quali, si potranno trovare anche tutte le novità sul mondo dei fumetti e dell'intrattenimento.

Attraverso Romics, si vuole sottolineare l'importanza economica del settore creativo e la sua possibilità di trasformarsi in un'industria culturale. Per questo, rispetto alle precedenti edizioni, sono più numerose le realtà imprenditoriali che, quest'anno, hanno dimostrato il loro interesse nei confronti della manifestazione. Dalla Regione Lazio alla Camera di Commercio di Roma, dal Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo fino agli altri partner, tra cui IED Roma, Euro Cosplay, Rai, Rai Radio 2, Rai Gulp, Comingsoon.it, Screenweek.it, etc.

Passiamo adesso ai Grandi Ospiti dell'edizione. Maestri internazionali ed italiani si alternerano sul palco del Romics per raccontare la loro straordinaria carriera artistica e per illustrare le basi tecniche e teoriche delle loro creazioni. Workshop, tavole rotonde ed altre iniziative varie consentiranno agli appassionati di incontrare dal vivo gli animatori dei loro sogni.
Gli autori premiati con il Romics d'Oro saranno:
  • Go Nagai, ritenuto uno dei maggiori autori di fumetto e animazione giapponese, creatore del genere Mecha, che ha fatto storia per oltre quarant'anni. Un universo di personaggi che ha cresciuto intere generazioni si deve proprio a lui: Ufo Robot, Goldrake, Mazinga, Devilman, Cutey Honey, Jeeg Robot, Violence Jack.
  • William Simpson, leader storyboard artist della serie-tv Game of Thrones che fa da collante tra le narrazioni di George R. R. Martin e le immagini in live action.
  • Averardo Ciriello, tra i più prolifici illustratori italiani, con oltre 70 anni di carriera. Tra gli anni '50 e i '70, ha dipinto oltre 300 manifesti di cinema con i più grandi divi del momento.
Tra gli ospiti speciali, ampio spazio sarà riservato a Rufus Dayglo, Edvige Faini (specializzata in Concept Design, Matte Painting ed Environment Design, ha contribuito alla realizzazione di Maleficent, Jupiter Ascending, Il pianeta delle Scimmie, Edge of Tomorrow, 300, Sin City), Lele Vianello, Alexis Nesme, Stefano Babini e Valerio Oss (Digital Compositor e Visual Effects Artist, ha collaborato ai film 127 Ore, Harry Potter e i doni della Morte e Black Sea. Presenterà al Romics il suo atteso cortometraggio d'animazione Mila).
L'obiettivo, quindi, è quello di fornire un'ampia panoramica sulla situazione creativa contemporanea, evitando di concentrarsi su un'unica scuola fumettistica ma spaziando, quanto più possibile, alla ricerca di particolari talenti, debitori delle tradizioni del loro Paese di origine.

Grazie all'appoggio e alla collaborazione della Regione Lazio, Romics ha deciso di dedicare alla creatività anche un luogo fisico, una sorta di agorà che unisce artisti, critici, operatori e giovani emergenti per innescare nuovi processi creativi. Lo spazio Lazio Creativo prevede un punto di ritrovo per la distribuzione di gadget e materiali informativi e un wall, dove giovani e artisti si incontreranno per liberare la loro creatività. Il Comics Meeting&Lab sarà un'arena in cui si scontreranno arte e mondo lavorativo.
Il MIBACT patrocinerà il Concorso Romics dei libri a fumetti, con lo scopo di promuovere l'editoria a fumetti. Il Concorso offrirà una panoramica sulle più recenti e rilevanti pubblicazioni di settore in Italia.

Saranno numerose le Mostre protagoniste di questa 19esima edizione del Romics.
In prima linea Goldrake atterra a Romics, grande mostra per celebrare la presenza del Maestro Go Nagai. Materiali iconografici, poster, gadget, dischi originali giapponesi ed italiani e statue giganti di Goldrake, Mazinga e Devilman nello spazio curato da Yamato Video. Tra gli eventi dedicati a Go Nagai, segnaliamo anche l'incontro con il pubblico, nel Pala Romics, con oltre 10.000 posti, la grande mostra con modellini vintage e prototipi di modellini futuri, il concerto delle sigle dei cartoni più amati creati da Nagai e tavola rotonda sull'influenza che le sue opere hanno avuto su diverse generazioni di autori di fumetto. Per la consegna del Romics d'Oro a Nagai, saranno presenti anche Gabriele Mainetti e Claudio Santamaria, regista e protagonista di Lo chiamavano Jeeg Robot, lungometraggio ispirato ai fumetti dell'artista giapponese.
Averardo Ciriello, una vita per l'illustrazione è il titolo della seconda mostra, dedicata al grande illustratore italiano, le cui suggestive grafiche ci immergono in un'altra epoca, avvolgendoci nel fascino della sua pittura.
La terza mostra, dedicata ad Edvige Faini, consentirà agli appassionati di spaziare dai mondi fantastici da lei realizzati alle ambientazioni futuristiche, dalle grandi produzioni cinematografiche fino ancora al lavoro preparatorio dietro i videogames.
Ulteriori mostre saranno dedicate a Paolo Barbieri e a Rufus Dayglo.

Ampio spazio sarà dedicato, infine, anche al cinema, con il Movie Village di Romics che compie tre anni, apprestandosi a celebrare i più attesi film della stagione. I film e le serie su supereroi e beniamini della fantascienza, del fantasy e dell'horror verranno presentati con materiali promozionali nella sala grande da 10.000 posti. Tra i titoli protagonisti Warcraft, Il Cacciatore e la Regina di Ghiaccio, Batman vs Superman: Dawn of Justice, Angry Birds, Suicide Squad, Animali fantastici e dove trovarli, Ghostbusters, Independence Day-Rigenerazione, X-Men: Apocalisse, L'era glaciale: In rotta di collisione, Codice 999, Hardcore, The boy and the beast, Supergirl, The Flash, Arrow e materiali inediti su Lo chiamavano Jeeg Robot.
Incontri tematici sul palco del Movie Village con speaker e talent del mondo del cinema analizzeranno il mondo dell'animazione e degli effetti speciali.

Ancora una volta, torna l'appuntamento con il Romics Cosplay Award. Per il miglior cosplay singolo è previsto un biglietto aereo A/R per il Giappone. Tornerà anche il Romics Karaoke Award, l'unico contest karaoke italiano attraverso cui verrà selezionato il rappresentante nazionale che prenderà parte al Nippon World Karaoke Gran Prix Cosplay, in Giappone, ad Agosto 2016.
Infine, ricordiamo il Romics Gran Galà del Doppiaggio, giunto quest'anno alla sua XIII Edizione. A Laura Boccanera e a Gianluca Crisafi andranno, rispettivamente, il Premio Ferruccio Amendola e il Premio Andrea Quartana.

Il Festival si svolge da Giovedì 7 a Domenica 10 Aprile 2016 dalle ore 10:00 alle ore 20:00.
Le biglietterie sono aperte dalle ore 10:00 alle ore 19:00 nei giorni di manifestazione.
Per ulteriore informazioni, consultate www.romics.it o rivolgetevi a info@romics.it o al numero 0687729190.

sabato 12 marzo 2016

LA CORTE

di Matteo Marescalco

In barba agli svolazzamenti formali di Inarritu, allo sguardo da drone di un film senza punti di vista ed al puro virtuosismo (ego)mostruoso, questa mattina, a Roma, Fabrice Luchini ha presentato La corte, film già proiettato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia che, tra l'altro, gli è valso il premio come Miglior Attore.
Il prodotto di Christian Vincent (con cui Luchini torna a lavorare 25 anni dopo La timida) dimostra che, nell'epoca del digitale e dello sguardo biomeccanico, è ancora possibile che la regia sia assolutamente asservita alla sceneggiatura ed alla drammaturgia degli eventi.
La storia è semplice. Ne è protagonista Michel Racine (nomen omen), temuto Presidente di una Corte d'Assise, alle prese con un caso di infanticidio. La naturale freddezza del giudice viene sconvolta dalla presenza, in giuria, dell'unica donna che Racine abbia mai amato, quasi in segreto. Riuscirà questo tiepido raggio di sole a sciogliere il glaciale giudice?

Dopo un inizio di conferenza sotto le righe, Fabrice Luchini ha tirato fuori tutto il suo istrionismo, trasformando la sua noia per l'evento in divertimento per i giornalisti presenti in sala, variando da Nanni Moretti, incontrato la sera prima («Veste come un professore degli anni '80»), alla dittatura mediatica berlusconiana, e ancora dalla situazione del cinema francese contemporaneo fino ad ipotetiche lezioni di eloquenza da impartire a Hollande. L'attore è un fiume in piena e, tornando serio, si sofferma anche sull'umorismo: «Siamo ormai schiacciati ed imprigionati dall'umorismo. Tutti ormai ridono e devono fare ridere. Il vero humor è rottura degli equilibri. Oggi, invece, è istituzionalizzato, controllato. E quando l'umorismo è sotto controllo genera una risata meccanica e triste. L'umorismo è diventata una pratica per piccoli borghesi mediocri e la sua carica trasgressiva non esiste più».

Luchini indossa una sciarpa rossa, la stessa che porta sempre con sé Racine, il protagonista de La corte, l'unica nota di colore che concede alla propria vita austera, illuminazione cromatica che lascia presagire l'incontro con la donna amata e che getta un velo di speranza sul suo futuro affettivo. Ma, più che un giudice, Racine è un attore e l'aula giudiziaria è il suo palcoscenico.
A tal proposito, ha detto il regista: «Ho scoperto che la corte è un po' come un teatro, con il pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C'è un ordine prestabilito. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito».

Colpisce del film l'attenzione riservata alla trattazione dei dettagli e degli sguardi magnetici dei personaggi che svelano rapporti inaspettati.
«Angoscia umana, poetici voli della fantasia, lunghi momenti di noia, fugaci momenti di familiarità, rivali in campo ai ferri corti, bugie, verità che si contraddicono l'un l'altra e tante domande che rimangono senza risposta». Dopo la presentazione della situazione e la successiva costruzione della tensione, si raggiunge lo spannung e l'inaspettato coup de theatre, tanto amato da Racine. La situazione è capovolta, prestandosi a differenti chiavi di lettura. E la macchina da presa provvede ad intrecciare detection e sottotrama sentimentale, trasformando il processo in una sorta di (auto-) analisi del personaggio principale e del meccanismo filmico, che mette in scena se stesso.

Oltre ad essere un attore, il primattore, Racine è anche il regista, il direttore d'orchestra, il metteur en scene. Che ha, tuttavia, perso le coordinate della propria esistenza sentimentale.

How's it going to end? -recitava la spilletta indossata dall'unica donna che il protagonista di The Truman Show avesse mai amato. Come andrà a finire il processo? Verrà individuato il vero colpevole? «Non importa che la verità venga raggiunta o meno. Ciò che conta è far si che la giustizia venga applicata» precisa un fin troppo freddo e pragmatico Racine. Il giudice rivedrà le sue affermazioni? Al di là di un racconto magistralmente portato in scena dagli interpreti, oltre le parole su cui è innestato il cinema classico, risiede l'immagine, un delicato movimento di macchina che svela un'emozione. Uno sguardo puro e cristallino.


martedì 8 marzo 2016

KUNG FU PANDA 3

di Matteo Marescalco

Chi sono io?
E' questa la domanda cardine dell'ultimo episodio (finora) della trilogia dedicata al giovane panda Po, protagonista assoluto di Kung Fu Panda, prodotto d'animazione dei DreamWorks Studios di Steven Spielberg.

Il 17 Marzo tornerà al cinema il paffuto panda bianco e nero, la cui unica aspirazione è quella di diventare un esperto in arti marziali, disciplina che collide fortemente con il suo fisico. Ma Po, che ha in sé la forza del Guerriero Dragone, non demorde e cerca di fare sempre del suo meglio. Quando il super-cattivo dell'episodio, Kai, sconfigge tutti i maestri di kung-fu della Cina, Po dovrà fare il doppio del lavoro. E la situazione si fa ancora più difficile con l'improvvisa apparizione di suo padre, che lo condurrà in un luogo segreto, l'ultimo villaggio al mondo dei panda.

Abbiamo discusso diverse volte dello stato del cinema americano contemporaneo, prendendo come motivo di analisi i film evento (http://diariodiuncinefilo-matteo.blogspot.it/2016/02/the-hateful-eight.html), la scorsa stagione cinematografica (http://diariodiuncinefilo-matteo.blogspot.it/2016/01/2015-al-cinema-tiriamo-le-somme.html) e i casi di Suburra (http://diariodiuncinefilo-matteo.blogspot.it/2015/11/suburra.html) e di Avengers: Age of Ultron (http://diariodiuncinefilo-matteo.blogspot.it/2015/04/avengers-age-of-ultron-e-la.html).
Kung Fu Panda 3, diretto dalla coppia Jennifer Yuh Nelson/Alessandro Carloni, presenta una serie di elementi davvero interessanti in tal senso.

La domanda a cui Po cerca di dare risposta sembra quella che si pone, attualmente, il sistema cinematografico contemporaneo. Nell'epoca di YouTube, della proliferazione scriteriata di immagini e video, di scontro pellicola/digitale, di Video On Demand e di (apparente) perdita di centralità della sala cinematografica,  ci si interroga sul profondo mutamento ontologico e sulla crisi della forma del cinema.
Già basterebbe il solo scontro tra i due padri di Po, Li Shang, quello biologico e Mr. Ping, l'oca che lo ha adottato, ad esemplificare il contrasto tra i padri fondatori del cinema: George Melies e David Wark Griffith. Dalle due passioni di Alessandro Carloni, quella di raccontare storie e quella per il loro versante visivo, riusciamo a comprendere fino in fondo quanto il rimando non sia stato casuale, a parere di chi vi scrive. I due, Li Shang e Mr. Ping (Melies e Griffith) uniranno le loro forze (cinema attrazione e narrazione) per contrastare il cattivo, Kai, sintesi digitale che assorbe il potere di tutti i maestri di kung fu cinesi, servendosi dei loro differenti punti di vista. Sarà proprio Po, sintesi perfetta di spettacolo e racconto, ad individuare e a sfruttare il punto debole di Kai: i molteplici punti di vista (lo stile videoclipparo dei primi esperimenti in digitale) assicuratigli dai differenti maestri lo precipitano in uno sguardo da drone. Kai non è un essere umano e la prima risoluzione della vicenda non può che avvenire a partire dalla nozione di sguardo, elemento ponte tra gli statuti mediali dell'analogico e del digitale. La singolarità dell'immagine affezione garantisce il residuo dell'elemento umano nell'universo digitale.
Kung Fu Panda 3 costruisce un imponente complesso spettacolare che, tuttavia, non rifiuta mai di narrare e di creare un racconto. La voglia di intrattenere e divertire gli spettatori più giovani è evidente ma non precipita mai in un carnevale di esplosioni e di effetti speciali sbilanciati.  

Archiviati i riferimenti metatestuali, questo terzo episodio della trilogia contribuisce alla delineazione del personaggio Jack Black (che abbiamo già parzialmente analizzato nella recensione di Zoolander 2). Da School of Rock a King Kong, da Be Kind Rewind, fino ancora a I fantastici viaggi di Gulliver e al recente Piccoli brividi, l'attore americano ha sempre interpretato un personaggio tipo, un uomo dall'imponente stazza fisica, che lo rende difforme rispetto al resto del mondo. In School of Rock (scritto appositamente per Black), è un musicista da quattro soldi che sogna di diventare un dio del rock. Si finge il suo coinquilino e ottiene un posto da supplente in una rigida scuola elementare della sua città, all'interno della quale tutta la "grandezza" debordante dell'attore finirà per esplodere, spezzando anche le catene delle convenzioni sociali. In Piccoli brividi, interpreta R.L. Stine, autoreclusosi in una sorta di castello degli orrori. Le creature mostruose partorite dalla sua mente getteranno nel disordine la piccola cittadina in cui vive. Anche in questo film, il personaggio di Black deve affrontare i fantasmi interiori che lo condizionano e riflettere sulla propria identità.

Tornando al film cui è dedicata la recensione, non si tratta, quindi, di un semplice prodotto destinato solo ai più piccoli (che, indubbiamente, sono il target principale), ma fornisce una serie di chiavi di lettura e di spunti per approfondite analisi sui punti sopra citati. Ancora una volta, è il cinema di genere a rivelarsi terreno fertile per un dibattito che vada al di là del mero orizzonte fenomenico.