lunedì 14 novembre 2016

QUEL BRAVO RAGAZZO

di Emanuele Paglialonga


-La tv è come la mafia: non se ne esce se non da morti-, sentenziava laconico in Boris-Il film René Ferretti (aka Francesco Pannofino), regista di fiction orride, quando Sergio gli proponeva di girare un film per il grande schermo. Non ci credeva minimamente che avrebbe funzionato, tant’è che La casta divenne Natale con la casta
Come da tradizione, tutti i comici televisivi italiani finiscono per compiere il passo verso il grande schermo. Per alcuni è andata bene (Aldo, Giovanni e Giacomo, Ficarra e Picone e ovviamente Checco Zalone), per altri meno (I Soliti Idioti, Pio e Amedeo, per citare i casi più recenti).  
Per quanto divertenti sembrino in televisione, il film a soggetto è un’altra cosa, e prima di tutto bisogna scriverlo bene. Se regge nella sua interezza si potranno inserire tutti i lazzi e le trovate comiche che si ritengono necessarie. Se non regge, diventa mediocre e fastidioso. 

Con Quel bravo ragazzo è il turno di  Herbert Ballerina, al secolo Luigi Luciano: la spalla secolare di Maccio Capatonda si affranca e diventa protagonista. Il plot è piuttosto semplice: un boss mafioso vicino alla morte scopre di avere un figlio di trentacinque anni e il suo ultimo desiderio è che a lui venga affidato il suo impero mafioso, ignorando che il giovane, Leone (Herbert Ballerina appunto), sia un ingenuo e goffo combinaguai. 
Leone non è quindi evidentemente all’altezza dell’incarico affidatogli. E Herbert Ballerina invece è in grado di reggere un film da protagonista? Assolutamente sì. La sua è ormai a tutti gli effetti una maschera: se quella di Zalone è diventata quella dell’ignorante e dello scemo che non vuole andare in guerra, quella di Herbert Ballerina è invece quello scemo che nemmeno sa cos’è la guerra, dell’ingenuo di buonissimo cuore che crederà a qualsiasi bugia gli venga raccontata (vedi il suo Fernandello nella sitcom Infinity Mariottide). 

Pur essendo la storia assai semplice, il film è onesto, privo di qualsiasi tipo di volgarità, banalità e ipocrisia: Quel bravo ragazzo rispetta lo spettatore e si colloca nel nobilissimo settore del cazzeggio fatto con professionalità. I fan (ma anche non i fan) non rimarranno delusi e ne usciranno senz’altro divertiti. Senza impegno, ma neanche con superficialità.
Dietro ogni battuta “stupida” e surreale di Maccio Capatonda e Herbert Ballerina c’è l’intelligenza di Marcello Macchia e Luigi Luciano, così come dietro questo film c’è il buon lavoro svolto in fase di sceneggiatura da Luciano assieme a Gianluca Ansanelli, Enrico Lando, Andrea Agnello e Ciro Zecca, e in fase di regia da Enrico Lando. 

In un inizio di stagione non scoppiettante dal punto di vista degli incassi per il cinema italiano, Quel bravo ragazzo potrebbe rivelarsi un’interessante sorpresa, come accadde nel 2009 per Cado dalle nubi, il film che lanciò Zalone sul grande schermo. L’appuntamento è per giovedì 17 novembre.
Quando la spalla diventa protagonista (e funziona).

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