mercoledì 26 ottobre 2016

LA RAGAZZA SENZA NOME

di Matteo Marescalco

«Un medico non può lasciarsi sopraffare dalle emozioni».

In questa frase pronunciata dalla giovane dottoressa protagonista dell'ultimo film dei Fratelli Dardenne può essere racchiuso il senso de La ragazza senza nome e, allargando il discorso, anche del fare cinema. Gli approcci a film e personaggi trattati possono essere di diverso tipo: alcuni registi prediligono costruire un mondo di emozioni con le quali gli spettatori possono entrare a contatto ed empatizzare, trascinati da forti sensazioni; altri, invece, tendono a minimalizzare ed anestetizzare il contenuto emotivo.

La ragazza senza nome sembrerebbe optare per un racconto del primo tipo: la dottoressa Jenny, talentuosa e dedita alla propria professione al punto tale da rifiutare un prestigioso impiego e preferire mandare avanti lo studio in cui ha iniziato a lavorare curando gli ultimi, si sente in colpa per non aver assistito al pronto soccorso (dopo l'orario di chiusura dello studio) una ragazza di colore che, l'indomani, viene trovata morta. L'obiettivo del medico diviene, quindi, quello di dare un'identità alla ragazza deceduta, mettendo in pericolo la propria vita. Inizia una detection con l'obiettivo di indagare sulle circostanze che hanno portato alla morte della ragazza.

Nonostante il soggetto interessante e, come si diceva, ad alto contenuto emozionale, almeno sulla carta, il risultato non è stato all'altezza delle aspettative di chi vi scrive. La formula è rigida e tende a ripetersi in modo assai simile al penultimo Due giorni, una notte, in cui sembrava quasi che si avvertisse il rumore degli ingranaggi arrugginiti che portavano avanti la narrazione. Il racconto è schematico e vive degli stessi motivi di sviluppo che si susseguono con costanza durante tutta la durata del film. Ma ciò che più si rimprovera a La ragazza senza nome è l'assoluta mancanza di pathos e di tensione. Il risultato finale è quello di un compitino algido e freddo, anestetizzato e privo di vita, portato avanti con diligenza ma anche con la giusta distanza fino al rapido ed inconcludente finale. Peccato che un cinema sociale come questo non osi sporcarsi maggiormente le mani ma si accontenti di rimanere in superficie.

martedì 25 ottobre 2016

CINEVOTI #ROMAFF11 (I VOTI DEI REDATTORI)

di Emanuele D'Aniello, Emanuele Paglialonga, Mara Siviero




Emanuele D'Aniello Emanuele Paglialonga Mara Siviero
AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor ★★1/2 ★★1/2 ★★1/2
INFERNO di Ron Howard

★★1/2 ★★★
IN GUERRA PER AMORE di Pif

★★★

3 GENERATIONS di Gaby Dellal ★★★ ★★ ★★
MOONLIGHT di Barry Jenkins ★★★1/2 ★★ ★★
SNOWDEN di Oliver Stone ★★ ★★★ ★★★
MANCHESTER BY THE SEA di Kenneth Lonergan ★★★★ ★★ ★★★1/2
LOUISE EN HIVER di Jean Françoise Laguionie ★★★ 1/2 ★★★
AFTERIMAGE di Andrzej Wajda

★★★ ★★1/2
SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari



★★
SING STREET di John Carney ★★★1/2 ★★★ ★★★★
CICOGNE IN MISSIONE di D. Sweetland e N. Stoller ★★★ 1/2 ★★1/2
MARIOTTIDE di Maccio Capatonda



★★
RICHARD LINKLATER: DREAM IS DESTINY di L. Black e K. Bernstein ★★★ ★★★ ★★★
THE ROLLING STONES OLE OLE OLE! Di Paul Dugdale



★★1/2
UNA di Benedict Andrew ★★★★ 1/2
7:19 di Jorge Michel Grau

★★ ★★1/2
TRAMPS di Adam Leon ★★★ 1/2 ★★
THE ACCOUNTANT di Gavin O'Connor ★★★ ★★ ★★★
NAPLES '44 di Francesco Patierno ★★★ ★★ ★★★
GOODBYE BERLIN di Fatih Akin

★★1/2 ★★1/2
CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross

★★★1/2 ★★★1/2
GENIUS di Michael Grandage ★★1/2

★★1/2
HELL OR HIGH WATER di David Mackenzie ★★★1/2

★★★
TRAIN TO BUSAN di Sang-ho Yeon ★★★1/2 ★★★1/2 ★★★★
THE HOLLARS di John Krasinski ★★★ ★★ ★★1/2
FLORENCE FOSTER JENKINS di Stephen Frears ★★★ ★★1/2 ★★★
LA TORTUE ROGUE di Michael Dudok de Wit ★★1/2 1/2 ★★★
SWISS ARMY MAN di Dan Kwan e Daniel Scheinert

★★1/2

BIRTH OF A NATION di Nate Parker ★★★ 1/2

LONDON TOWN di Derrick Borte ★★★ 1/2

INTO THE INFERNO di Werner Herzog ★★★ ★★★

MARIA PER ROMA di Karen Di Porto 1/2 1/2

AL FINAL DEL TUNEL di Rodrigo Grande ★★★ ★★1/2

FRITZ LANG di Gordian Maugg ★★★1/2 ★★★1/2

LA FILLE DE BREST di Emmanuelle Bercot ★★1/2 ★★

LION di Garth Davis ★★★ ★★1/2

7 MINUTI di Michele Placido ★★ ★★1/2

RITMO SBILENCO di Mattia Colombo

★★

2NIGHT di Ivan Silvestrini ★★1/2



DENIAL di Mick Jackson ★★★



GOLDSTONE di Ivan Sen ★★1/2



KICKS di Justin Tipping ★★★




SAUSAGE PARTY

di Matteo Marescalco

Ci sono due scene in Sausage Party che valgono il prezzo del biglietto e si tratta, in entrambi i casi, di sequenze dall'intento parodistico. La prima attinge al genere del war-movie e porta in scena la caduta di alcune merci dal carrello della spesa, all'interno di un centro commerciale, dal punto di vista delle merci stesse: panini e wurstel fuoriescono dalle loro scatole, la farina che si diffonde rapidamente acceca gli alimenti dalle fattezze antropomorfiche, i suoni diventano cupi e roboanti, le differenti tipologie di cibo lottano tra loro per garantirsi la sopravvivenza. Ovviamente, il punto di vista umano non è in grado di avvertire minimamente quanto accade nel microcosmo del cibo.

La seconda scena arriva, all'incirca, a metà film e rappresenta il turning-point della narrazione: salsicce, carote, verdure, formaggi e salse giungono a casa di un acquirente ma, piuttosto che davanti al nirvana cui credevano di trovarsi, dovranno affrontare la loro morte. Gli alimenti si trasformano in carne da macello, vittime di chi li acquista come nei peggiori torture-porn. La scena sfocia con l'immagine di un salsicciotto tagliato a metà mentre esorta il suo compagno di confezione a scappare e ad avvertire i suoi "colleghi" invenduti del supermercato.

Ma facciamo un passo indietro. Sausage Party è il nuovo film del gruppo che ha in Evan Goldberg ed in Seth Rogen i suoi numi tutelari. James Franco, Jonah Hill e Conrad Vernon sono gli altri nomi che, negli ultimi anni, da Superbad a Pineapple Express fino a This is the End e The Interview (senza dimenticare Shrek 2), hanno dato ulteriore linfa al cinema di Judd Apatow. Questo ultimo prodotto, in modo particolare, trae spunto dalla saga di Toy Story, rivolgendo la domanda ai prodotti che popolano un supermercato: mentre la Pixar si chiedeva cosa succedesse ai giocattoli mentre gli esseri umani non li guardano, Rogen e Goldberg si chiedono cosa succede agli alimenti che vengono guardati dagli esseri umani che, tuttavia, sono in grado di vedere la loro realtà solo quando si iniettano droga ai sali da bagno. Protagonisti della vicenda sono, come già detto, le merci del supermercato che attendono il momento in cui verranno acquistati dagli dei (gli esseri umani) e in cui, secondo loro, raggiungeranno il Grande Aldilà. Non sono consapevoli, tuttavia, del fatto che si tratta solo di una storia creata ad hoc da tre alimenti di origine indiana, che abitano il supermercato da molto più tempo degli altri prodotti, per evitare scene di disperazione e di follia. Ciò che tutti gli alimenti non sanno è che il Grande Aldilà è soltanto la morte.

L'inizio in stile musical è promettente ma le gag successive, che spesso si slegano rispetto alla storyline principale, risultano scollate, pretenziose e prive di senso. Gli scontri tra gli alimenti portano in scena quelli tra le differenti razze, in ambito macroscopico, ma in modo fin troppo facile e raffazzonato. Le volgarità e l'oscenità sono ostentate ma le risate stentano ad arrivare per trovare spazio soltanto nel finale metacinematografico e nella precedente scena politicamente scorretta. Peccato per quest'occasione persa.

domenica 23 ottobre 2016

IN GUERRA PER AMORE

di Matteo Marescalco

La locandina di questo secondo lungometraggio di Pif, In guerra per amore, mostra l'immagine di Pierfrancesco Diliberto, vestito da soldato, in groppa ad un asino e sullo sfondo la cartina geografica della Sicilia. Realtà ed afflato poetico/fiabesco trovano la loro sintesi già a partire dal manifesto del film per essere sviluppate a dovere durante i 99 minuti che narrano lo sbarco in Sicilia concomitante ai problemi di cuore del giovane Arturo, cameriere a New York che si vede costretto ad arruolarsi nell'esercito americano per chiedere al padre siciliano la mano della sua amata, Flora, promessa sposa del figlio di un importante boss italo-americano.

Particolare ed universale percorrono due binari paralleli in cui la storia di Arturo e le vicende storiche che coinvolgono la Sicilia nel 1943 (e che la investiranno in pieno in seguito) si avvinghiano inesorabilmente. Attraverso la romantica storia d'amore tra Arturo e Flora, il film racconta uno degli eventi simbolo della seconda guerra mondiale e l'origine dell'ascesa della mafia nel dopoguerra.

L'influenza del grande cinema si fa sentire lungo tutto il corso di In guerra per amore (si passa per Baaria, La vita è bella e Forrest Gump), la ricostruzione storica è effettuata con particolare dovizia e Pif porta in scena il suo punto di vista sfruttando l'interposizione del filtro cinematografico. Probabilmente, questa volontà del regista rischia di indebolire il film che, a tratti, risulta essere lievemente stucchevole ed artificioso. A donare una particolare sfumatura al film è anche la scelta di desaturare le scene ambientate in Sicilia, fissa nella sua struggente malinconia. La commistione di dramma e commedia funziona, sulla scia del già citato La vita è bella, fino al finale in cui il miele del rapporto sentimentale tra Flora ed Arturo e della liberazione dal dominio nazista lascia il posto al pugno allo stomaco delle conseguenze che l'aiuto chiesto dai servizi militari americani a Cosa Nostra hanno riportato sulla Sicilia.
In guerra per amore intrattiene, diverte e commuove ma manca di quel tocco affilato che, in alcuni momenti, avrebbe giovato maggiormente al film. 

CINEVOTI #ROMAFF11

di Matteo Marescalco







AMERICAN PASTORAL di Ewan McGregor ★★1/2
INFERNO di Ron Howard ★★
IN GUERRA PER AMORE di Pif ★★1/2
3 GENERATIONS di Gaby Dellal ★★
MOONLIGHT di Barry Jenkins ★★
SNOWDEN di Oliver Stone ★★★1/2
MANCHESTER BY THE SEA di Kenneth Lonergan ★★★★
LOUISE EN HIVER di Jean-François Laguionie ★★★1/2
AFTERIMAGE di Andrzej Wajda ★★★
SOLE CUORE AMORE di Daniele Vicari ★★★1/2
SING STREET di John Carney ★★★★
CICOGNE IN MISSIONE di D. Sweetland e N. Stoller ★★★
MARIOTTIDE di Maccio Capatonda ★★★
RICHARD LINKLATER: DREAM IS DESTINY di L. Black e K. Bernstein ★★★1/2
THE ROLLING STONES OLE' OLE' OLE'! di Paul Dugdale ★★★★
UNA di Benedict Andrew
7:19 di Jorge Michel Grau ★★★1/2
TRAMPS di Adam Leon ★★1/2
THE ACCOUNTANT di Gavin O'Connor ★★★1/2
NAPLES '44 di Francesco Patierno ★★★
GOODBYE BERLIN di Fatih Akin ★★★
KUBO AND THE TWO STRINGS di Trevis Knight ★★★
CAPTAIN FANTASTIC di Matt Ross ★★★
GENIUS di Michael Grandage ★★★
NOCES di Stephan Streker ★★
HELL OR HIGH WATER di David Mackenzie ★★★
TRAIN TO BUSAN di Sang-ho Yeon ★★★
THE HOLLARS di John Krasinski ★★1/2
MY FIRST HIGHWAY di Kevin Meul ★★
FLORENCE FOSTER JENKINS di Stephen Frears ★★★
LA TORTUE ROUGE di Michael Dudok de Wit ★★1/2

JACK REACHER - PUNTO DI NON RITORNO

di Egidio Matinata

Un film di Edward Zwick. Con Tom Cruise, Cobie Smulders, Patrick Heusinger, Robert Knepper, Aldis Hodge, Danika Yarosh. Genere: Azione, Thriller, Drammatico. USA 2016. Durata: 118 Min

Susan Turner, maggiore dell'esercito che dirige la vecchia unità investigativa di Jack Reacher, viene arrestata con l’accusa di spionaggio e Reacher, consapevole della sua innocenza, deve aiutarla ad uscire di prigione e scoprire la verità dietro una grande cospirazione del governo per proteggere i loro nomi e salvare le loro vite. Fuggitivo dalla legge, Reacher scopre un potenziale segreto del suo passato che potrebbe cambiare la sua vita per sempre.

Il film di Edward Zwick è il sequel de La prova decisiva (2012), un ottimo action movie che aveva inaugurato un nuovo franchise e dato nuova linfa alla carriera dell’inossidabile Tom Cruise (perfettamente a suo agio nei panni del personaggio creato dalla penna di Lee Child nell’arco di quasi venti romanzi, nonostante una differenza fisica notevole: capelli biondi, occhi azzurri, più di cento chili di peso e quasi due metri d’altezza).
Scritto e diretto da Christopher McQuarrie (sceneggiatore, tra gli altri, de I Soliti Sospetti e Edge of Tomorrow, regista di Le vie della violenza), il film convinceva da ogni punto di vista: regia pulita ma mai banale, trama coinvolgente e articolata, personaggi costruiti e interpretati alla perfezione, tra cui spiccava il cattivissimo ‘Zek’ di Werner Herzog (oltre a Rosamund Pike, Robert Duvall, Richard Jenkins e David Oyelowo).
Purtroppo in Punto di non ritorno non avviene nulla (o quasi) di tutto ciò. McQuarrie è qui solo nelle vesti di produttore, e la sua mancanza si sente sia in fase di scrittura che nella regia; il film non è girato male, sia ben chiaro, ma si sente la mancanza del tocco in più, della pulizia e della precisione che rendevano grande ciò che poteva essere soltanto buono. Zwick ha sempre alternato prodotti buoni ad altri meno riusciti, senza creare una sua autorialità vera e propria, e in questo film riesce ad infondere una certa sciatteria che non giova in particolar modo nelle scene d’azione (confusionarie, sbrigative, piene di tagli di montaggio che le rendono troppo frammentarie).

La sceneggiatura non decolla mai; dopo il buon inizio che porta lo spettatore direttamente nel vivo della vicenda, assistiamo al vero incipit ritardato di qualche minuto, il quale però è troppo veloce nel presentare il personaggio di Susan e troppo lento per portare il film sulla via della trama principale.
Anche la svolta intimista, legata al personaggio della giovane Danika Yarosh, è tutto sommato banale e fuori luogo.
Cobie Smulders è un altro punto debole del film; nonostante abbia il fisico e la faccia tosta per farsi carico di questi ruoli muscolari, dimostra di non avere neanche il 10% del carisma di una Scarlett Johansson (The Avengers, Lucy), giusto per fare un esempio recente.
La cosa migliore del film rimane proprio Jack Reacher/Tom Cruise. Nonostante cerchino in tutti i modi di portarlo fuori strada, lui rimane una costante, una sicurezza.
Speriamo solo che questo Punto di non ritorno non rimanga un punto di non ritorno per la saga.

mercoledì 5 ottobre 2016

BAD MOMS

di Emanuele Paglialonga

Che fine ha fatto il gruppo, anzi, il branco della trilogia di Una notte da leoni? Gli attori hanno preso strade diverse: Bradley Cooper (Phil) si è dato ai ruoli impegnati, come anche Zach Galifianakis (Alan; lo abbiamo visto in Birdman lo scorso anno), per quanto non abbia abbandonato i film poco sofisticati. Ed Helms (Stu) è invece quello dei tre a essersi meno affermato: ha proseguito con le commedie, lo rivedremo nel 2017 in Bastards al fianco di Owen Wilson. Todd Phillips, regista della trilogia, è tornato dopo tre anni dietro alla macchina da presa; è infatti attualmente in sala con Trafficanti, con Johan Hill e Miles Teller.

Gli sceneggiatori erano invece Jon Lucas e Scott Moore. Nel 2013 avevano esordito alla regia con Un compleanno da leoni. Oggi ritornano con Bad Moms-Mamme molto cattive.
Il pitch del film è il seguente: essere buone madri oggi è difficili. Che succede se si inizia a essere un po’ meno perfette, e a pensare un po’ anche al proprio benessere?
Niente di nuovo sotto sole, sembrerebbe. Eppure, gli arcinoti cliché delle commedie e dei B-Movie americani vengono qui rielaborati in una storia lineare, tanto semplice quanto ben sviluppata, in grado di mantenere saldo fino alla fine il proprio punto di vista. Certo, c’è a un certo punto un super party a casa della protagonista al quale accorrono tutte le donne della scuola, alla fine si compatisce e si socializza con la cattiva di turno, anch’essa dotata -chi l’avrebbe mai detto- di sentimenti. I cliché ci sono, lo si è detto, ci sono e fanno parte del mestiere.
Il film è solido ed efficace per buona parte della sua ora e mezza, e il merito è innanzitutto di due sceneggiatori  esperti del mestiere, in grado di dosare bene slapstick (botte, scivolate, cadute di vario tipo), trash (una scena in cui si discute di peni circoncisi, normali o poco rigidi), attualità (una coppia scoppia perché lui aveva l’amante virtuale), politicamente scorretto, sentimenti.
Non è infatti difficile empatizzare con la protagonista. Merito degli autori, ma anche dell’interprete, un’ottima Mila Kunis. Tutto il film ruota attorno a lei ma non si regge solo sulle sue spalle: anche il cast di contorno è discreto, da Kristen Bell a Kathryn Hahn fino a Christina Applegate.

Bad Moms è un Hangover al femminile: parte tutto da una bevuta. Nella trilogia era causa del disastro, qui è invece l’occasione per le protagoniste di cambiare momentaneamente vita. E occhio, perché la chiave di tutto è “al femminile”. Qui i maschi si spanciano sui divani, delegano alle mogli le responsabilità sui figli o su imprese che amministrano maldestramente, mentre le donne, le mamme, sono imperfette ma necessarie al mantenimento di ogni equilibrio; combattono e fanno di tutto per quanto hanno di più caro al mondo: i loro figli. E non si arrendono. Perché, come vien detto a un certo punto, -Le mamme non si arrendono. Arrendersi è roba da padri-.
Una commedia di questo tipo, al femminile, semplice e senza pretese ma ben scritta e con una grande dignità intellettuale, in Italia ancora ce la sogniamo.

martedì 4 ottobre 2016

AMERICAN PASTORAL

di Egidio Matinata

Un film di Ewan McGregor. Con Ewan McGregor, Jennifer Connelly, Dakota Fanning, David Strathairn, Uzo Aduba, Valorie Curry, Rupert Evans. USA 2016. Drammatico. 108 minuti.

Adattare il capolavoro letterario di Philip Roth, vincitore del Premio Pulitzer nel 1998, non era esattamente come "scommettere su un cavallo vincente". Quello degli adattamenti cinematografici è un terreno molto instabile, impervio e pieno di trappole, specie se l’intento è di mettere mano ad uno dei libri americani più acclamati degli ultimi cinquant’anni. Ewan McGregor, inizialmente coinvolto solo come attore principale, ha deciso di prendere in mano le redini del progetto, alzando la posta in gioco per il suo esordio da regista; ma l’esito può dirsi riuscito a metà.
La storia inizia quando Nathan Zuckerman, un affermato scrittore, incontra Jerry Levov, suo amico d’infanzia, ad una cena in onore dei vecchi tempi. Jerry gli rivela che il vero motivo per cui si trova lì è la morte del fratello Seymour, il famigerato “Svedese”. Zuckerman rimane molto sorpreso e amareggiato, ma vuole saperne di più. Così Jerry inizia a raccontargli la storia del fratello, un uomo che dalla vita ha avuto tutto: bellezza, carriera, soldi, una moglie ex Miss New Jersey e una bambina a lungo desiderata, il cui mondo pian piano va in pezzi quando la figlia ormai adolescente compie un attacco terroristico che provoca una vittima.

Non si può effettuare il confronto libro/film, prima di tutto perché in questo caso il risultato
sarebbe impietoso (il libro di Roth è un capolavoro, è storia della letteratura; il film non lo è e non lo sarà mai); si dovrebbe smettere di confrontare per forza i film e i libri da cui sono tratti, perché si tratta di opere diverse, di forme d’arte diverse che hanno determinate caratteristiche e rispondono a logiche non comuni. Andando al sodo, un film del genere, della durata inferiore a due ore si basa su una sceneggiatura di 100/115 pagine (indicativamente, considerando la regola di 1 pagina = 1 minuto di girato), mentre il libro di Roth è di 472 pagine, praticamente quattro volte tanto. Quindi è inutile lamentarsi del fatto che sullo schermo non vedremo (o sentiremo) i pensieri di Zuckerman, le descrizioni della fabbrica dei Levov o dei cambiamenti in atto nell’America degli anni ’60, ma che tutto ciò sarà accennato e/o trattato marginalmente. La verità è che è praticamente impossibile riportare sullo schermo un testo letterario senza tradirlo o tagliarlo. Il cinema si appropria della trama, del plot, e il suo compito primario è raccontare per immagini e magari riuscire a catturare e ricreare l’atmosfera delle pagine di un libro. Quindi, anche in questo caso, è giusto parlare di McGregor e non di Roth. Dal punto di vista della regia, il film non è gestito male, anche se alterna buone intuizioni visive ad alcuni momenti in cui si avverte una certa inesperienza (ad esempio nell’uso delle immagini di repertorio, nella scelta di alcune tracce della colonna sonora, o in alcuni snodi narrativi troppo frettolosi). Peccato che la cosa più sbagliata del film sia aver affidato a McGregor il ruolo del leggendario “Svedese”, un esempio lampante di miscasting: il suo personaggio non ha niente di leggendario, imponente, statuario; è invece sempre in balia degli eventi e dei personaggi che lo circondano (dall’inizio, durante il colloquio tra la fidanzata e il padre Lou, e negli incontri con Rita Cohen e la figlia); non si ha mai la sensazione di assistere alla caduta di un uomo, proprio perché sembra partire già come sconfitto. Molto più riusciti sono invece i personaggi di Jennifer Connelly (Dawn Levov, la moglie) e di Dakota Fanning (Merry Levov, la figlia problematica e balbuziente) e le loro rispettive trasformazioni.

American Pastoral è un buon film e niente più. Ha pregi e difetti di un’opera prima e il peso di essere figlio illegittimo di un genitore troppo ingombrante. Sarà ottimo per le tante persone che a qualche cena si vanteranno di averlo visto, credendo di aver assistito ad un esempio di arte elevata, ma la verità è che si tratta di un film medio che, senza troppe pretese, racconta di un rapporto padre-figlia difficile e contorto, evitando però (o forse non riuscendo) di raccontare le contraddizioni di un Paese e di un periodo storico. Paradossalmente il finale, diverso rispetto a quello del libro, è forse il momento migliore del film, il più coraggioso e anche il più emozionante.