lunedì 21 ottobre 2013

BEFORE MIDNIGHT

di Matteo Marescalco


Era il 1995 quando Richard Linklater ("School of rock", "Fast food nation", "A scanner darkly") ha portato sullo schermo, per la prima volta, la storia di Jesse e Celine (interpretati da Ethan Hawke e Julie Delpy), due ragazzi (lui è americano, lei francese) incotratisi casualmente su un treno per Vienna, nel film "Before sunrise" che prende il titolo dal tempo trascorso insieme dalla coppia, dal pomeriggio fino alla successiva alba, con la promessa di ritrovarsi dopo sei mesi alla stessa stazione ferroviaria. Nel 2004, Linklater, Hawke e la Delpy hanno rimesso mano alla storia dei due amanti per caso, scrivendo il secondo episodio della trilogia di Before, "Before sunset", ambientato nove anni dopo, trascorsi senza che i due si siano mai rincontrati, a Parigi, dove Jesse, ora sposato e con un figlio, è venuto a presentare il suo romanzo parzialmente autobiografico, incentrato sulla storia di due ragazzi che passano una sola magnifica notte insieme. Tra il pubblico c'è anche Celine, che è arrivata notando l'evidente somiglianza tra la vicenda reale e quella narrata nel libro. Anche se è trascorso un arco di tempo notevole, i due stanno insieme per un'altra intera giornata (fino al tramonto). Il finale è nuovamente aperto. Nel 2013, regista ed attori principali, per la seconda volta nove anni dopo l'ultimo episodio, rifocalizzano la loro attenzione sulla vita di Jesse e Celine, che vivono insieme e hanno due figlie. Dopo Vienna e Parigi, le riprese si spostano in Grecia, dove la famiglia dello scrittore e docente universitario trascorre una vacanza in uno scenario favoloso e romantico, in compagnia di alcuni amici e dove cominciano ad emergere i primi problemi di coppia.
Richard Linklater è uno degli autori americani che sono riusciti abilmente a costruire una poetica off-Hollywood, perseguendo un proprio stile visivo e narrativo, distante dalle tendenze più convenzionali del cinema americano contemporaneo.
"Before sunrise", "Before sunset" e "Before midnight" possono essere fenomenicamente etichettati come dei film romantici, che riescono a parlare di sentimenti universali, rivolgendosi a tutti, senza mai cadere, però, nello stucchevole e nel lacrimevole. Chi è rimasto catturato dalla progressiva

vicenda romantica di Jesse e Celine, due giovani come tanti altri, non poteva che attendere con ansia la naturale evoluzione della loro storia che dopo diciotto anni giunge al termine. E, a parere di chi scrive, la scelta di seguire, quasi con la stessa attenzione microscopica di un entomologo, la storia dei due ragazzi per diciotto anni, dai loro vent'anni ai quarant'anni circa, non è del tutto casuale, ma potrebbe essere stata determinata dalla volontà del regista e degli sceneggiatori di porre termine alla trilogia dopo tutti questi anni per sfruttare allegoricamente l'età dell'ipotetico raggiungimento della maturità. Gli stessi tre titoli non si riferiscono unicamente alle varie parti della giornata, ma assumono un senso più profondo, divenendo fondamentali nell'intero disegno progettuale: l'alba della giornata coincide, ovviamente, con l'età adolescenziale, densa di speranze da riversare nel giorno che verrà, così come il tramonto non viene utilizzato per indicare la fine del rapporto amoroso ma il trampolino di lancio verso il suo perfetto compimento, da individuare nelle ore vicino alla mezzanotte, l'età adulta. Ogni episodio della trilogia è caratterizzato, oltre che dalla coincidenza tra tempo reale e tempo finzionale (i due personaggi fittizi sono invecchiati come gli attori che li interpretano), da una diversa ambientazione che viene ulteriormente esaltata da differenti scelte fotografiche che sfruttano quanto più possibile gli elementi naturali ed artificiali con cui entrano in relazione Jesse e Celine e consentono di individuare nel paesaggio circostante il terzo elemento protagonista.
"Before midnight" presenta gli stessi caratteri peculiari dei due precedenti episodi: fitti dialoghi tra i due protagonisti, le cui lunghe passeggiate vengono tallonate dal regista tramite lunghi piani sequenza, che discorrono di Vita e Morte, di affari personali e di speranze, di lavoro, famiglia, obiettivi raggiunti e speranze infrante, dell'essere genitori, di realizzazioni professionali e della vita di tutti i giorni, elementi che si ergono a simboli della debolezza e dei punti di forza di qualsiasi essere umano. L'elemento principale a cui si può maggiormente deputare l'unanime consenso critico e pubblico della trilogia è da rintracciare proprio nei meccanismi identificativi che sono messi in moto dalla storia messa in scena: le vicende di Jesse e Celine simboleggiano le vicende universali che riguardano tutti noi. La storia di questi due ragazzi che si incontrano, chiacchierano e si innamorano è la storia d'amore onirica che ognuno di noi avrebbe voluto vivere. L'immediatezza documentaristica
 

del film rende impossibile non riconoscersi in questi due personaggi, nelle loro ansie, nel dolore che si provocano e nelle piccole recriminazioni cui vanno incontro.
Per quanto riguarda la costruzione narrativa, "Before midnight" sfrutta la presenza di un maggior numero di personaggi, che interagiscono con i due protagonisti, rispetto agli episodi precedenti e nella costruzione dialogica si avverte una maggiore presenza di trovate ironiche che velocizzano gli scambi tra Jesse e Celine. Interessante il lavoro fotografico che ha puntato ad un netto contrasto tra i colori caldi delle ambientazioni paesaggistiche, sfruttando, a volte, l'illuminazione in controluce ed un generale raffreddamento della passione amorosa. Sul versante interpretativo, la crescita di Julie Delpy non è andata di pari passo a quella di Ethan Hawke, eterno ragazzino, che non è riuscito a dimostrare la stessa maturità portata in scena dall'attrice francese.
"Before midnight" rappresenta la giusta e calibrata chiusura di questa trilogia che può essere definita, a seconda dei singoli episodi, magica-onirica-realistica, che ha fatto sognare e che farà sognare varie generazioni, con Jesse e Celine che, in fin dei conti, sono le persone a cui idealmente tendiamo, senza però raggiungere mai le loro vette di maturità ed immaturità e una delle coppie che è entrata con più prepotenza nell'immaginario collettivo, come solo il Cinema consente di fare.


Voto:★★

domenica 13 ottobre 2013

ANNI FELICI

di Matteo Marescalco 
"Indubbiamente, erano anni felici. Peccato che nessuno di noi se ne fosse accorto". E' questa l'indulgente frase finale pronunciata da Daniele Luchetti, divenuto, per l'occasione, voce narrante, nel suo ultimo lungometraggio "Anni felici", il cui titolo originale sarebbe dovuto essere il più lirico ed evocativo "Storia mitologica della mia famiglia".
La vicenda è ambientata negli anni '70, fondamentali per la spinta propulsiva di carattere antropologico-culturale che li ha caratterizzati, ed è ripercorsa dallo sguardo fanciullesco di Dario Marchetti (in cui il regista romano ha trasfigurato il suo punto di vista), che vive quegli anni tra liti e riappacificazioni familiari, in un periodo che può essere definito come l'adolescenza italiana, tra dubbi, turbamenti e prime certezze. Fondamentale è stato, nell'infanzia di Daniele, il rapporto burrascoso tra i due genitori, che viene portato in scena in modo ironico e triste, con sferzate di cattiveria volte, però, non a ferire realmente ma solo a sfiorare. Il padre, interpretato magistralmente da un Kim Rossi Stuart in grado di trasmettere una vasta gamma di emozioni attraverso semplici modulazioni del tono vocale, è pittore e scultore sui generis e si dedica ad installazioni visive avenguardistiche più per moda dei tempi che per una vera e propria vocazione artistica, e la madre, interpretata da Micaela Ramazzotti, in costante bilico tra felicità e tristezza, spensieratezza e vuoto interiore, teme, a ragione, che il marito la tradisca con le modelle per le sue opere scultoree. In questo contesto incerto si muove il giovane Daniele Luchetti, alla ricerca, così come il bel Paese, di una via di indirizzo da imboccare e della propria identità.
"Anni felici", presentato in anteprima mondiale al Toronto Film Festival, chiude l'ideale trilogia che era stata aperta nel 2007 da "Mio fratello è figlio unico", trasposizione de "Il fasciocomunista" di Antonio Pennacchi, e che aveva avuto l'acme di consenso di critica e pubblico nel 2010, con "La nostra vita" che ha fruttato la Palma d'Oro alla Miglior Interpretazione Maschile ad Elio Germano. Questi tre episodi neorealisti, pur presentando vari tratti differenziati, sono caratterizzati da alcuni elementi peculiari comuni, che tornano sia a livello di messa in scena sia di sviluppo narrativo. Se ciò che salta all'occhio, nella costruzione formale delle sequenze, è il predominio della macchina da presa a mano che frammenta lo spazio filmico, contribuendo a potenziare la sensazione di spigolosità, di durezza e di immediatezza quasi documentaristica, e, per quanto riguarda la sceneggiatura, il fatto
che la trilogia focalizzi la propria attenzione e quella degli spettatori su una difficile situazione familiare senza apparenti vie d'uscita felici, che viene sussunta alla rispettiva dimensione storica, è anche evidente che ogni singolo episodio presenta differenti modalità di sviluppo e di approfondimento tematico, che tuttavia conducono, più o meno, alla medesima conclusione. E' come se Luchetti abbia fatto scaturire da un punto comune le tre situazioni di partenza, che poi trovano tre diverse possibilità di sviluppo e si incanalano, infine, sulla "retta via" delle soluzioni finali che tornano, seguendo una sorta di struttura romboidale, a coincidere nello stesso punto, che rappresenta una tregua, una situazione non risolta ma semplicemente in stand-by. In "Mio fratello è figlio unico" il fulcro della vicenda è costituito dal difficile rapporto familiare tra due giovani fratelli, uno fascista e l'altro comunista, inserito nel background storico, politico e sociale degli anni Sessanta-Settanta, tra rivolte operaie, confusione ideologica e anni di piombo. La contemporaneità, invece, fa da sfondo a "La nostra vita", drammatica vicenda di un operaio edile romano che perde la moglie e che si ritrova a badare da solo ai suoi due figli, sprofondando in un vortice di problemi e dubbi esistenziali. "Anni felici" sposta la riflessione di Luchetti sul contesto familiare in una dimensione altra, che si colloca nell'ambito emotivo-personale e che trova oggettivazione nell'assunzione del punto di vista del se stesso bambino, il cui sguardo filtra le vicende sociali che, per tale motivo, arrivano allo spettatore quasi attutite, private dei reali clangori roboanti. "Anni felici" è, quindi, un'opera semifinzionale, a metà tra fiction e costruzione oggettiva degli eventi, in cui la verità ed il ricordo rielaborato si avviluppano e la stessa scelta del regista di raccontare gli eventi con la propria voce narrante è una decisione che dimostra la commistione di questi elementi eterogenei. Purtroppo, però, la debolezza del film risiede proprio in questo, oltre che nella mediocrità di scrittura, argomento che merita un discorso a parte. "Anni felici" è un oggetto non identificato, un film che appare solo sfiorato dagli eventi storici del periodo e che scorre senza emozionare lo spettatore, in cui l'uso di inquadrature in soggettiva per potenziare l'identificazione spettatoriale con i personaggi sortisce l'effetto opposto, aumentando il divario tra schermo e fruitore e la voce narrante di Luchetti appare indecisa sul da
farsi, indulgente e buonista, con il solo obiettivo di rassicurare lo spettatore su ciò che sarebbe successo in futuro. Il regista romano non è riuscito a trattare la vicenda con il giusto grado di distacco, in modo quasi disinteressato, né penetrandola fino in fondo, trasportandoci al cuore pulsante ed emozionale di essa. In "Mio fratello è figlio unico" si respirava l'atmosfera degli anni Settanta, si vivevano quasi in prima persona le ansie ed i tormenti dei personaggi finzionali, con la giusta dose di ironia e al contempo di distacco disincantato. "Anni felici" sembra aver costruito degli anni Settanta innocui, quasi paradisiaci, idealizzati all'eccesso e le atmosfere proprie di quegli anni sono descritte in modo forzato e banale perché sature dei più tipici luoghi comuni che non stati evitati dalla scrittura seriale di Stefano Rulli e Sandro Petraglia. La delineazione dei personaggi, che finiscono per incarnare dei veri e propri tipi fissi (il personaggio dell'artista d'avanguardia interessato unicamente a portare avanti la sua idea di arte indipendentemente dal guadagno economico che ottiene e che non lo tange, il difficile rapporto con la madre severa che lo ha caricato di aspettative e ha orientato in negativo la sua esistenza, la figura della moglie alla ricerca di un'emancipazione che appare più fittizia che reale e che non riesce a lasciare il marito, nonostante sia consapevole dei suoi plurimi tradimenti), risente di un'eccessiva stereotipizzazione che li rinchiude in gabbie costrittive, in una fissità antievolutiva da cui faticano ad uscire, alla ricerca di una minima evoluzione che tarda ad arrivare perché, paradossalmente, snaturerebbe i personaggi dal ruolo statico per cui sono stati costruiti. "Anni felici" non riesce ad eguagliare la spensieratezza densa di oscuri presagi di "Mio fratello è figlio unico" né la ruvidità drammatica de "La nostra vita", affermandosi come una nostalgica revisione degli album e dei filmini famigliari con l'obiettivo di rivivere, in una sorta di revival, un'epoca passata sommamente responsabile di ciò che ognuno di noi è e sarà.

 
Voto: ★★1/2