martedì 13 settembre 2016

VENEZIA 73: RECENSIONI DA COINQUILINI. I FILM ODIATI

di Matteo Marescalco

Per provare a pubblicare un pezzo di analisi differente dalle solite recensioni, ho chiamato a raccolta quattro dei miei sette coinquilini veneziani (per questa seconda puntata, la terza ha declinato l'invito, causa impegni universitari) chiedendo loro di scegliere due dei film più amati e due dei più odiati visionati all'ultima Mostra del Cinema e di parlarne brevemente. Oltre ad aver condiviso con loro bat-caverne negli anfratti della cucina, bagni dalla (in)dubbia pulizia, attacchi in massa di zanzare, cavallette, locuste e chi più ne ha più ne metta, spritz gentilmente offerti dal bar del Movie Village, proiezioni-sonnifero, appostamenti e Pabli Larrain ubriachi, mi trovo ora a riflettere, insieme a loro, sui film che hanno maggiormente suscitato le nostre emozioni, in positivo e in negativo. Di seguito, i film più odiati dagli hateful five che partecipano alla conversazione.
Per i film più amati, cliccate qui.

EMANUELE D'ANIELLO (CulturaMente e Bastardi per la gloria)

Piuma di Roan Johnson
Piuma parla di immaturità: quella di due ragazzini di fronte all'arrivo di una figlia inattesa, quella dei genitori di fronte ai problemi della vita, e in un certo senso, anche di quella cinematografica di una pellicola vuota, leggera fino all'esasperazione, fino a diventare inutile. Piuma è infatti una farsa che rifugge la complessità e, pur di strappare risate, evita di ricordarsi la realtà: ci si può rivedere, all'inizio, nei giovani Ferruccio e Caterina (evito di dire la versione "mocciana" dei nomi nel film) e nei personaggi dei genitori? Assolutamente sì; ma alla fine della pellicola? No, perché rimangono soltanto macchiette. Il film ha soprattutto un enorme difetto: voler raccontare la semplicità soltanto con la semplicità stessa, non capendo che la leggerezza, specialmente nel mondo odierno e nel cinema, è uno degli stati d'animo più complessi ed importanti da ricreare e comunicare.

Les beaux jours d'Aranjuez di Wim Wenders
Credo che tutti, almeno una volta nella vita, debbano vedere La mia cena con Andrè di Louis Malle, un compendio su come raccontare l'umanità al cinema. Questa premessa è doverosa per far capire che i film di solo dialogo, con due persone sedute ad un tavolo, sono possibili e interessanti. Evidentemente, però, Wim Wenders non lo ha mai visto, perché il suo nuovo film, oltre alla staticità, oltre alla noia, ci ha regalato minuti infiniti di dialoghi ridicoli e non interessanti raccontati da due personaggi che parlano come robot. Tutto ciò in 3D: una presa in giro o una provocazione se arrivasse da un altro regista, ma, arrivando da Wenders, non fatico a credere che l'idea avesse la massima serietà e, di conseguenza, la massima presunzione di tenere in ostaggio lo spettatore e far passare il tutto come arte.

MATTEO MARESCALCO (Cinemonitor, Cinema4Stelle, Il Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

Nocturnal Animals di Tom Ford
La sensazione latente di estetizzazione senza alcun fine che si muoveva in incubazione in A single man esplode in quest'ultimo film dello stilista Tom Ford e finisce per avere conseguenze disastro sui suoi personaggi. Per Ford, la narrazione è sempre al servizio del suo stile e mai viceversa, l'odio nei confronti dei personaggi finisce per ingabbiarli in una costruzione circolare in cui tutto è palese fin dall'inizio. Il distacco, la brutalità e la freddezza dell'atteggiamento del regista verso i protagonisti che animano il suo spettacolo patinato si riflette anche sull'atteggiamento spettatoriale, lasciato ai margini della vicenda e privo di muoversi con libertà. Mai vista tanta cattiveria nei confronti di chi nutre una narrazione.

Questi giorni di Giuseppe Piccioni
Nonostante le maiuscole prove nelle personali riletture dell'Amleto e del Don Giovanni e il ruolo da protagonista assoluto in Una casa di bambola, Filippo Timi continua ad effettuare pessime scelte al cinema. In Questi giorni, inserito inspiegabilmente nel Concorso ufficiale dell'ultima Mostra del Cinema, interpreta un professore insicuro e balbuziente, una figurina di contorno che si aggiunge alle molte altre che si muovono nell'universo creato da Piccioni. Alla sostanziale debolezza dei personaggi, si aggiunge anche un copione sciatto e blando che si nutre di luoghi comuni e di cliché per nulla approfonditi. Banale, abbozzato ed imbarazzante. E, come se non bastasse, peggiora con l'avanzare dei minuti. Da dimenticare.  

EMANUELE PAGLIALONGA (Il Giornale di LettereFilosofia e Diario di un cinefilo)

Arrival di Denis Villeneuve
Il film propone un punto di vista interessante per quel che riguarda la fantascienza: arrivano gli alieni ad invadere il pianeta ma il problema è cercare di interpretare il loro linguaggio. Se ne farà carico Amy Adams, traduttrice e docente universitaria, inviata a dialogare con dei calamari giganti che si fanno capire con segni molto simili alle macchie di Rorschach. Originale ma sviluppato male: tutta la parte relativa all'interazione tra alieni e umani è lenta e finisce per appesantire il film. La fantascienza non è mai stata così noiosa.

Tommaso di Kim Rossi Stuart
Di film inguardabili alla Mostra ce ne sono stati diversi. Da Une vie a Les beaux jours d'Aranjuez, passando per Planetarium ma il Leone per il peggior film in assoluto lo porta a casa Kim Rossi Stuart, che qui indossa la triplice veste di attore, regista e sceneggiatore. Il suo Tommaso è una sintesi riuscita malissimo fra Woody Allen e Nanni Moretti: i problemi che affliggono il protagonista riguardano la sessualità e le relazioni con le donne. Peccato che il film non abbia capo né coda, che i nudi femminili siano gratuiti ed immotivati, che la recitazione sia insopportabile e sopra le righe. Ogni scena è stata pensa male e scritta peggio. Perché?!
ELISA TORSIELLO (Above the line, Cinema4Stelle e Radioeco)

Une vie di Stephané Brizé
Affermare che l'opera è tratta da un romanzo di Maupassant non è una giustificazione valida per la presentazione a Venezia. L'ultimo film di Brizé si rivela debole, tedioso e pedante, incapace di coinvolgere emotivamente il pubblico, facendolo immedesimare nel dolore e nelle pene provate dalla protagonista. Interessante il montaggio che frammenta la continuità narrativa con numerosi salti indietro nel tempo ma un aspetto tecnico non può salvare l'intero film. La lunghezza stessa risulta fastidiosa, dando l'impressione di una sceneggiatura che, nell'incapacità di trovare punti di svolta, allunga il brodo narrativo già di per sé al limite della sopportazione.

Tommaso di Kim Rossi Stuart
Ciò che veramente fa arrabbiare di questa seconda opera da regista di Kim Rossi Stuart, compromettendone il giudizio finale, è l'interessante struttura narrativa di base, volta ad analizzare problemi relazionali a noi tutti comuni, rovinata da una regia anonima e interpretazioni troppo urlate e poco emotivamente smussate. I personaggi che abitano il mondo di Tommaso rivelano un'apatia interpretativa tale da immettere tra loro e il pubblico un vuoto difficile da colmare. Si comprendono le difficoltà di Tommaso nello stabilire relazioni sentimentali durature e solide ma non riusciamo a farle nostre. Guardiamo a dovuta distanza un uomo schiacciato dal dolore ma non riusciamo a credergli. Cosa che, per un mondo come quello del cinema dove l'illusione si fa realtà, non è propriamente accettabile.

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