martedì 13 settembre 2016

IL FESTIVAL DI VENEZIA PER UN CINEFILO ASSENTE

di Egidio Matinata

Un appassionato di cinema che non può andare al festival di Venezia è paragonabile a un’adolescente che non va al ballo di fine anno, ad un giocatore che viene squalificato in semifinale di Champions League quando la sua squadra ha già archiviato il passaggio del turno, ad un ciclista che a pochi metri dal traguardo alza in alto le braccia per esultare e stramazza al suolo goffamente. In poche parole, è uno sfigato. E cosa sono gli sfigati se non delle comparse che assistono al grande flusso degli eventi di cui altri sono protagonisti?
Ecco, quest’anno mi sono trovato dalla loro parte. Non potendo essere al Lido in questo afoso inizio Settembre, ho seguito comunque con grande interesse le vicende che hanno animato la 73esima edizione della Mostra; e non è stata affatto una brutta esperienza. Osservare le cose da un altro punto di vista, senza essere buttato nella mischia, può garantire una visione d’insieme che agli altri, magari, non … Ma chi voglio prendere in giro!? La verità è che è stato orribile. Dieci giorni di agonia e sofferenza. La cosa peggiore è stata il non poter rivivere la sensazione di essere in un altro mondo, un mondo che ha poco a che fare con la vita reale e che ha nel Cinema il suo minimo comune denominatore. Un’oasi in cui ti senti circondato da persone spinte dalla tua stessa passione, in cui puoi organizzare la giornata in base ai film da vedere, lasciando in secondo piano cose fondamentali come il cibo e il sonno, uscire dalla proiezione di un film inveendo contro gli antenati del regista che l’ha realizzato, oppure dirigerti con le gambe ancora tremanti verso l’uscita della sala dopo aver visto il capolavoro del festival, riuscendo solo a pensare «ma che diavolo ho visto!?».
L’unica cosa che mi è rimasta da fare è stata odiare, ma giusto un po’, gli amici accreditati (con i quali ho continuato, in maniera più che masochista, a condividere il gruppo WhatsApp Venezia73, mossa che ha sancito definitivamente il mio status di loser). Ora, unendo tutto ciò al fatto che l’edizione sembrava essere la più promettente degli ultimi anni, potete ben capire il mio stato d’animo. Indipendentemente dal valore effettivo dei film approdati in laguna, le scelte dei selezionatori hanno tentato di rendere la mostra quanto più omogenea possibile, senza seguire una linea ben precisa; il risultato è stato l’incontro-scontro tra le più varie tipologie di cinema: dai ‘vecchi’ (Wenders, Kusturica, Malick, Naderi, Gibson) alle ‘vie di mezzo’ (Villeneuve, Ozon, Sorrentino, Dominik, Fuqua, Ford), fino ai ‘giovani’ (Amirpour, Larraìn, Chazelle, Cianfrance).
Il cinema italiano sembra l’unico a uscirne davvero con le ossa rotte da questo festival, ma non è il caso di iniziare con allarmismi, proteste, luoghi comuni e quant’altro; in questo caso credo che sia una pura questione di tempistiche (molti autori hanno già presentato i loro film da un pezzo, altri sono al lavoro sui prossimi). Considerando che la scorsa annata ha regalato ottimi film che sembrano aver smosso le acque della nostra cinematografia, l’Italia può al massimo essere rimandata, ma non bocciata. La giuria, capeggiata dal buon Sam Mendes, ha incoronato nella giornata di chiusura The woman who left di Lav Diaz, il temutissimo film filippino di quattro ore, scelta che ha scatenato pareri molto contrastanti.
E qui c’è un altro fattore che fa arrabbiare gli sfigati che non partecipano al festival: non poter essere parte attiva del dibattito, prima di tutto non potendo vedere il film, sentire davvero l’aria che si respira, confrontarsi con chi il film l’ha davvero amato o odiato, frainteso o snobbato; in secondo luogo perché l’unica soluzione sarebbe discuterne sui social network, che però, spesso, diventano una copia sbiadita di un vero dibattito, una lente deformante che fa sembrare ogni discussione un vociare confuso e sguaiato. Non sempre, ma molto frequentemente. Ed è proprio il dialogo, il dibattito, ad essere uno dei punti positivi di questa edizione. Da un lato ci sono coloro che si sono schierati dalla parte di Diaz (cinema impegnato e impegnativo, cinema da festival, di nicchia), dall’altro chi avrebbe preferito un vincitore diverso, un’opera in grado di fare da ponte e allargare, metaforicamente, la dimensione della manifestazione, porgendo la mano ad un pubblico più ampio. Partendo dal presupposto che sono due punti di vista ugualmente validi, forse è proprio la discussione in sé ad essere un buon segno, anzi, una vittoria. In un’epoca in cui si parla tanto della morte del cinema e dell’avanzare di nuovi linguaggi audiovisivi, dibattiti come questo ci ricordano che il cinema è vivo e vegeto, ha tanti volti e tante forme. Credo che questo sia il lascito più importante di questa edizione: l’attestazione di un cinema che sa ancora dividere e far parlare di sé, e che fin quando lo farà non potrà mai morire. Quindi viva Arrival, Lav Diaz e Ford, viva Malick, La La Land e The Bad Batch, viva Ozon, The Young Pope e Kusturica, viva Naderi, Wenders e Larraìn.

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