domenica 11 settembre 2016

THE BAD BATCH

di Matteo Marescalco


Risulta decisamente strano trovare Jim Carrey, Keanu Reeves e Giovanni Ribisi, tre attori tanto cari al cinema degli anni '80 e '90, in un film come The Bad Batch. O probabilmente no. Perchè il secondo lungometraggio di Ana Lily Amirpour, scoperta dal Festival del Film di Roma di Marco Muller, che inserì in selezione il suo primo A girl walks home alone at night, si nutre dell'estetica pop di quegli anni, impastandola con fascinazioni perverse ed erotismo muscolare, riuscendo a raggiungere una strana amalgama, sbilanciata e poco coerente ma dotata di un'indubbia forza vitale.

Nelle prime inquadrature l'occhio umano si perde nelle desolate lande di un deserto che sembra estendersi all'infinito. Un corpo da modella si aggira in questo ambiente devastato dalla luce solare, sopravvissuto ad un'esplosione nucleare, ad una guerra post-atomica o, semplicemente, alla politica americana di Donald Trump. Ma non ci è dato sapere tutto ciò. Il potere decisionale appartiene allo spettatore.
La ragazza girovaga finchè si imbatte in una zona di scarto popolata da residui umani, ammassi di muscoli che sono paragonabili al corpo filmico di The Bad Batch: pompato allo sfinimento, artificioso e latore di un'anormalità che ne mina le fondamenta. Si tratta di una comunità di cannibali che deturpa il bel corpo della ragazza, cibandosi delle parti di cui viene privata. Fuggita da questo lotto difettoso, Arlen approda a Comfort, altro mondo rovesciato, dominato da atmosfere lisergiche anni '70, tra mescalina, musica pop e un Keanu Reeves santone che tiene orazioni da grande sogno ma violenta le sue ancelle. Le sequenze si dilatano a dismisura, il ritmo si fa lento ed il silenzio totale. Ana Lily Amirpour non insegue il baricentro del film, tende volutamente a sfilacciare la narrazione e a percorrere le differenti ed eterogenee traiettorie del racconto e dello sguardo che si aprono nel deserto, ottenendo un presente che è l'unico cannibale della vicenda.

Nel bel mezzo di soluzioni estetiche ingenue, di una messa in scena che mostra ma non disdegna
anche di suggerire, di echi da slasher movie, della violenza e dei toni profetici da distopia, trova posto la bonarietà della Amirpour nei confronti dei suoi personaggi, giganti deboli che hanno bisogno di una lieve scintilla di amore, santoni new age in crisi di identità, borderline che hanno perso ogni nozione di confine. In un'America priva ormai di punti di riferimento, in cui il grande sogno è definitivamente tramontato e soggetto a travisamenti vari, non resta altro che un moto deformante e il fascino perverso dei suoi personaggi, bestie prive di prospettiva che si aggirano nelle lande desolate. Speranzosi, però, nell'azione di un uomo a cavallo pronto ad «accendere un fuoco da qualche parte in mezzo a tutto quel buio e a quel freddo».

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