giovedì 30 aprile 2015

LA GUERRA DEI SESSI IN LAS BRUJAS DE ZUGARRAMURDI

di Macha Martini

«Corri Cristo!». 
Le immagini scorrono frenetiche sullo schermo. Attaccano lo spettatore. Lì, fermo. Indifeso. Gli occhi sgranati, la bocca spalancata. Gag inspiegabili e geniali che lasciano il pubblico stupefatto. Il tutto shakerato a momenti di horror capovolto (non incutono terrore, anzi, creano situazioni paradossalmente esilaranti). Un interessante e particolare, forse a molti tratti trash, cocktail effervescente
I protagonisti? Pedine della società moderna nascoste dietro clowneschi e fantastici personaggi che scappano veloci. Streghe e disadattati cronici. Donne e uomini

Zugarramurdi, il cuore tetro e nascosto della Navarra Occidentale. Una moto scorre sull’asfalto. Tre fattucchiere. Un piano diabolico architettato per avere la propria rivendicazione sugli uomini. Irrompono i titoli d’inizio. Si mischiano immagini storiche della stregoneria e foto di donne attuali. Si lega il macrocosmo dell’immaginario fantastico collettivo e il microcosmo della figura attuale della donna, ad anticipare il tema che sarà trattato. Comincia il frizzante film di Álex de la Iglesia, che con questo suo ultimo lavoro usa un ironico mondo gotico per riflettere sulla guerra dei sessi nella società odierna.

Dialoghi vivi, brillanti, svegli, spumeggianti, con vari riferimenti cinefili. Montaggio ritmicamente acceso e dinamitico. Nulla è scontato. I personaggi, volutamente macchiette pantagrueliche e gargantuesche, calcano sulle difficoltà incontrate dagli uomini in relazione alle donne, che stanno assumendo sempre di più le redini nelle relazioni. 
Donne hitleriane s’infuriano ed evidenziano le carenze degli uomini, totalmente impacciati, che tentano di far risalire la propria autostima con un furto (ironicamente un furto di anelli nuziali, simbolo di promesse mancate). Incappano però in Zugarramurdi, legata al mondo delle streghe (nel 1610 l’Inquisizione condannò 11 persone, che furono arse vive), le più rappresentative del bagaglio di frustrazione che il mondo femminile ha dovuto portarsi dietro per anni e anni di storia. 
In tutto questo, gli uomini sembrano impotenti pedine che vagano (o meglio corrono), quasi nel buio, in una scacchiera rabelaisiana in mano a due giocatrici. In una sedia abbiamo donne forti e potenti che vogliono solo vendicarsi sul genere maschile che per secoli, e in parte ancora oggi, ha cercato di sopprimerle, relegandole in casa. Megere più che streghe. 

Loro rivale è un altro tipo di donna, Eva, interpretata da Carolina Bang, il pizzico di spezie in più che rende succulento Las brujas de Zugarramurdi, soprattutto grazie alla sua effervescente mimica dello sguardo, che buca costantemente lo schermo e conquista lo spettatore, pungendolo vivamente nel suo voyeurismo, che lo spinge a spiarla, come Tony e José (due tragici protagonisti di questa partita a dama), da dietro la fessura di una porta nel suo esibizionismo volutamente spinto al massimo. Eva è la riproduzione delle prime streghe, ovvero, delle sacerdotesse del dio Pan, legate alle forze della natura ed è così infatti che si presenta in più scene, come una forza della natura appena scatenata. Il nome di sicuro non è casuale. Eva come la prima donna secondo i miti biblici. Eva de Las brujas de Zugarramurdi è l’incarnazione della prima donna e, sia caratteristicamente, ma anche a livello logico di rimando, della prima strega. Indizio quasi fondamentale per due ragioni: d’interpretazione (donne streghe e disadattati cronici, fortemente derisibili, uomini) e intradiegetico di rovesciamento (legato alla religiosità cattolica del regista spagnolo). Se l’Eva biblica, infatti, conduce Adamo alla perdizione, il personaggio di de la Iglesia viene condotto invece, in una famiglia stregonesca dove la perdizione è il “bene”, da José (un uomo che all’inizio del film conosciamo come raffigurazione di Cristo) alla serenità (o quasi), data dalla nascita di una complicità tra donna e uomo (dove però, si rimarca, è la donna la testa e l’uomo è il braccio sotto le redini femminili).

Partendo da una metafora quasi fantasy, nel film si mette a fuoco un problema concreto: il
nuovo ruolo delle donne in una società su cui si stanno abbattendo pian piano i muri maschilisti e le difficoltà degli uomini davanti a tale cambiamento. Nel farlo, il regista destruttura il genere horror portando in scena una delirante commedia nera che viaggia tra derisione tanto del genere maschile (mostrato come carente e impacciato) quanto di quello femminile (si accentuano gli stereotipi misogini sulle donne, in modo molto comico, e anche i luoghi comuni, spesso distorti). 
Esagerando baroccamente, si ha un eccitante mix originale di generi commerciali. Anche se pecca nella resa degli effetti speciali (molto “caserecci” soprattutto per un pubblico abituato ai film delle grandi case produttrici statunitensi) e per la gestione finale dei tempi di scrittura, Álex de la Iglesia cattura il pubblico con una messa in scena elettrizzante, che ti colpisce passo dopo passo. L’effetto è di un piacere quasi perverso che scorre veloce come le immagini del film.

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