domenica 15 novembre 2015

SUBURRA

di Matteo Marescalco
 
Il passaggio dall'analogico al digitale ha intaccato i connotati identitari del linguaggio cinematografico contemporaneo, sottoposto ad un'intensa fase di scosse e di assestamenti.

Tra gli aspetti che caratterizzano questa transizione, uno dei principali risiede nella fine del supporto fisico. Il linguaggio numerico binario ha, infatti, sostituito la pellicola, il corpo materico del cinema. In questo contesto, le modalità di adattamento più interessanti all'ingresso in massa delle interfacce digitali hanno avuto luogo nel cinema americano contemporaneo. E' stato il blockbuster ad assorbire e a digerire meglio il percorso rivoluzionario che il cinema ha intrapreso da trent'anni a questa parte, conducendo una riflessione sul proprio passato e sulle modalità attraverso le quali il racconto classico (il genere codificato) rielabora se stesso in ottica digitale.

Il cinema è sempre stato una questione di corpi. Da Buster Keaton a Charlie Chaplin, dalla femme fatale, corpo fantasmatico per eccellenza, fino ancora al genere action, il corpo ha sempre subito un trattamento particolare.

Ed è in questo contesto che va letto l'ultimo film di Stefano Sollima, Suburra, tratto dall'omonimo libro di De Cataldo. A suo modo, quindi, è stato un corpo cartaceo ad aver dato i natali al film.
Ne è protagonista il corpo corrotto ed intaccato di un politico, foriero di colpe che trovano oggettivazione nel suo fisico bolso. Un unticcio PR fa del proprio fisico minuto una chiave distintiva del suo personaggio. Numero 8 è una perfetta rappresentazione del meccanismo cinematografico, l'unico personaggio in grado di produrre sogni che, tuttavia, non trovano mai la loro realizzazione fisica. La millenaria Chiesa, latrice di uno scandalo connaturato al suo apparato simbolico, secondo il parere di Zizek, che ha proprio nel corpo mondano la sua valvola di sfogo. Ed, infine, la città di Roma, corpus immaginario che racchiude in sé i due poli opposti del potere temporale e di quello spirituale.
La stessa operazione Suburra (come, ovviamente, innumerevoli altre) con la contemporanea distribuzione su Netflix sembra palesare, per coloro i quali usufruiranno del servizio on demand, l'assenza di un luogo/corpo classico eletto alla visione del film.
In tal senso, inquadrando Suburra in una più ampia ottica di rielaborazione di un immaginario di genere, si può ipotizzare quanto l'incessante pioggia che inghiotte la città di Roma non sia solo un artificio decorativo tanto caro al noir/gangster movie. Le parole di Roy Batty, che configuravano l'esistenza di mondi lontani che l'uomo non saprebbe nemmeno immaginare, si sono trasformate in una realtà digitale che, tuttavia, non disperde, come lacrime nella pioggia, il modo di raccontare analogico.
 
Gli inseguimenti, le sparatorie, gli scontri tra corpi vecchi ma ancora in gioco e quelli giovani e saturi
di capacità immaginativa sopravvivono e costellano il lungometraggio di Sollima, come a profilare l'attuale statuto del cinema.
Corpi che, infine, muoiono e delegano ad altri il proprio compito, sotto il peso di una pioggia che non ammette rane. La catarsi non esiste, nessuna situazione muta, il tempo è un evento ciclico che rielabora e conduce il nuovo sotto la propria egida.

Il Digital Cinema è appena nato ma, mai come in quest'ultimo periodo, affida il proprio cambiamento di natura ontologica ad appigli narrativi saldi, sfruttando corpi ancorati all'immaginario collettivo che, pur trasferendosi in una dimensione differente, continuano comunque ad esistere.

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