mercoledì 28 ottobre 2015

SPECTRE

di Matteo Marescalco

Ebbene.
Tra assessori e soubrettine, ex sindaci e pseudo autori, anche noi di Diario di un cinefilo siamo riusciti a prendere parte alla tanto agognata seconda premiere mondiale di Spectre, 24esimo episodio della saga dedicata al personaggio creato da Ian Fleming. Ma non preoccupatevi, non avevamo mica l'invito ufficiale! Diciamo che siamo riusciti a sfruttare una falla del sistema di sicurezza e a procurarci un coupon per entrare. Un po' come rubare ai ricchi per dare ai poveri, no?
La proiezione si è svolta in un saturo Auditorium della Conciliazione, durante una serata di pioggia. Clima perfetto per concludere il nostro viaggio nel mondo di James Bond che, da Marzo, ci ha spinti a tallonare il cast e la crew del film durante le riprese romane tra Eur, Nomentana, Lungotevere e Vaticano.

Breve e necessaria premessa: chi vi parla non è assolutamente fan né esperto di James Bond.

The Dead are Alive. Questo è l'esergo che dà la genesi alla prima macrosequenza del film, ambientata in un Messico folkloristico del giorno dei morti, in cui maschere dalla fattezza di scheletri sfilano lungo le vie principali. Tocca ad un dinamico ed adrenalinico piano sequenza gettare lo spettatore nell'universo cromaticamente saturo del lungometraggio (fotografato da Hoyte Van Hoytema e girato su pellicola 35mm Kodak. Il che basterebbe ad essere una sufficiente dichiarazione d'intenti sullo spirito del film). La macchina da presa si muove in un ambiente scenografico composito con un movimento fluido. Segue una donna e un uomo che camminano insieme e si dirigono in un hotel. Prendono l'ascensore ed entrano in una camera. L'uomo si toglie la maschera che indossa e lascia spazio al corpo di James Bond. La riemersione dell'immagine iconica passata e il recupero del suo corpo avviene tramite lo svelamento di un elemento di mediazione, la maschera, diaframma che aveva ridotto l'agente 007 ad un'ombra, a un fantasma. All'essenza dello stesso cinema.

La donna, inconsapevole di essere un mero (ulteriore) strumento tra le mani di Bond, attende qualcosa che non arriverà mai. L'agente segreto non ha tempo da perdere, si reca sul balcone della camera e, dopo, una serie di sparatorie e di inseguimenti, riesce ad uccidere Marco Sciarra, pedina che lo condurrà allo Spectre, organizzazione criminale che chiama in causa una serie di eventi passati. 

Stacco. Sigla. Trashata di dimensioni eclatanti con un polpo ed una serie di figure femminili che avvinghiano Daniel Craig e il sottofondo di Writing's on the wall di Sam Smith. E niente, Sam Smith non è Adele e Writing's on the wall non è Skyfall. Ma poco male.

Il ritmo è teso e dopo una serie di interessanti dialoghi sullo spettro della perdita della privacy, di un nemico invisibile contro cui combattere (senza andare troppo indietro, ricordate Blackhat di Michael Mann?) e della nanotecnologia genetica, Bond arriva a Roma. Ed eccolo muoversi a velocità sostenuta ma non troppo (eh si, le buche romane fanno oscillare la mitica Aston Martin con le leve in vecchio stile) e imbucarsi ad una riunione segreta dello Spectre in cui, appunto, i morti tornano in vita. Il tempo sufficiente per essere scoperto ed inseguito dallo scagnozzo di questo episodio, interpretato da Dave Bautista. Aggressivo, massiccio ma rapido, Bautista animerà le migliori sequenze di lotta del film. Meraviglioso l'arrivo in Vaticano sotto le luci soffuse di Via della Conciliazione e l'inseguimento sul Lungotevere.

E i primi 40 minuti circa sono stati archiviati, al ritmo teso e veloce di un treno che, prima di scovare il proprio futuro, deve necessariamente volgere indietro il proprio sguardo. E sarà proprio su un treno, una specie di Orient Express che porta nel deserto, che Bond riuscirà a crescere e ad abbandonare il proprio edipo, superando il trauma della morte di M. Torna ancora una volta lo spazio del deserto, dimensione liminale associata al problema dell'identità e della soggettività.
Peccato che il ritmo dell'operazione nostalgia si blocchi e precipiti tra le grinfie di Franz Oberhauser (interpretato da un dimenticabile Christoph Waltz), lui sì, vero morto che cammina. Incolore e sottotono, il villain, questa volta, non lascia minimamente il segno. Colpa di una scrittura che costruisce un personaggio monodimensionale e che riduce problemi e manie ad un episodio della sua adolescenza.

Sta di fatto che l'ingresso in scena di Oberhauser coincide con uno sfilacciamento della narrazione. L'egida di Spectre è insufficiente per proteggere e condurre a sé i lunghi e giganteschi tentacoli dei precedenti episodi che rischiano di avvilupparla e stritolarla. Lo spettatore inesperto ne risente e rischia di perdersi tra le vie di una Tangeri che avevamo visto più affascinante in altre occasioni (strizzatina d'occhio a Jarmusch) e all'interno di un palazzo che, esplodendo, rischia di far deflagrare l'intero tessuto narrativo del lungometraggio. Eccessive risultano essere le digressioni, più espedienti virtuosistici per nerd che elementi necessari allo sviluppo del plot.

Insomma, cosa resta di questo secondo episodio della probabile trilogia diretta da Sam Mendes? Le affascinanti scene d'azione, fluide come i balli sensuali dell'iniziale giorno dei morti, le luci soffuse e giallognole che gettano ulteriore inquietudine sulla destrutturazione di questo eroe giunto, probabilmente, al suo crepuscolo. E la crescita di un personaggio che si trova a diventare adulto, a superare il proprio trauma edipico e a trovare, dentro se stesso, la forza per andare avanti. Che, in fondo, è un po' la stessa cosa che accade al film (e al cinema tout court), fantasma che vive dei propri ricordi.

5 commenti:

  1. un mio collega mi ha costretto a vedere skyfall e ora vuole portarmi al cinema a vedere questo...

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    1. no...tu costringilo a restare a casa..

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    2. Più che altro mi secca spendere 10€ per un film di bond

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  2. Già Skyfall l'avevo trovato lungo e noioso, e, per dirti quanto mi sia rimasto impresso, avevo totalmente rimosso la morte di M.
    La tua recensione non mi fa sperare nulla di buono... :)

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