martedì 24 novembre 2015

REGRESSION

di Matteo Marescalco
 
Siamo in una cittadina nel Minnesota degli anni '90. Strade desolate, pioggia onnipresente e scenario naturale che da solo basterebbe ad incutere timore. Le lunghe e strette carreggiate, circondate da (o)scuri laghetti, illuminate da lampioni che emanano una fioca luce giallastra e ricoperte, lungo i bordi, da fanghiglia e detriti, sembrano oggettivare la presenza del Male nel mondo, allo stesso modo in cui il trattamento riservato alle ombre dall'espressionismo tedesco sanciva la minaccia del suo fascino perverso.
 
In questo scenario poco rassicurante, si muove il Detective Bruce Kenner (interpretato da Ethan Hawke che si conferma a suo agio nei prodotti horror, dopo i due successi della Blumhouse, Sinister e La notte del giudizio), impegnato sul caso di una giovane di nome Angela, che accusa il padre di aver abusato ripetutamente di lei. Nel frattempo, viene a galla un dossier dell'FBI su un culto satanico in loco con presunti uccisioni di animali e neonati. L'intervento di un famoso psicologo porterà alla luce una serie di scioccanti verità.
 
Alejandro Amenabar, dopo aver viaggiato tra diversi generi, porta in scena Regression, che interrompe il suo silenzio di sei anni e che segna il suo ritorno alla suspense, dopo il debutto con Tesis nel 1996. -Il termine regressione significa, tra le altre cose, ritorno. Per me, questo progetto significa ritornare al genere che ha segnato l'inizio della mia carriera con Tesis, un film che esplorava il potere quasi ipnotico che la contemplazione dell'orrore può avere su di noi. Il mio cammino è proseguito, poi, con Apri gli occhi, allucinatorio e febbrile, in cui sogni e realtà coesistono e The Others, tentativo di recuperare il sapore dei vecchi film di suspense-.
Ispirato ad una serie di eventi realmente accaduti negli Stati Uniti durante gli anni '80, il film è una riflessione sul conflitto tra scienza e religione e un'esplorazione delle scorciatoie della mente. Un vero e proprio spazio labirintico in cui sogni e realtà scorrono come due binari paralleli che finiscono per intersecarsi di continuo.
Centro focale del lungometraggio è il conflitto tra Bene e Male. Entrambi non sono legati alla mera superficie delle cose ma è solo scavando in profondità che è possibile scovare le radici del modo in cui tali concetti vengono incarnati dall'essere umano. Esiste un bene (ed un male) assoluto e tangibile o soltanto un'idea sulla base della quale orientare il proprio comportamento? La scienza è in grado di risolvere i conflitti che abitano il gigantesco recipiente di follia che è il mondo e che riguardano la natura umana ed il trascendentale o trova un suo limite che può essere valicato unicamente dalla religione? Quanto la religione può essere considerata una credenza connaturata al serbatoio immaginativo di un dato popolo? Tutti elementi che vengono trattati da Amenabar che, oltre a costruire un film caratterizzato da un'attenzione estetica inappagabile (in cui, come si diceva, è lo stesso scenario naturale ad oggettivare la cattiveria dell'Uomo), si diverte a giocare con gli stereotipi del genere.

Ed ecco, quindi, arrivare telefonate notturne da parte di silenziosi interlocutori, gatti neri forieri di oscuri presagi, capannoni popolati da mefistofeliche presenze e femme fatale sui generis.
Pensare ad Il mistero di Sleepy Hollow sorge spontaneo. Nel film di Burton, la conclusione al grand guignol spezza una lancia a favore della credenza. I miti e le leggende possono esistere oltre ad avere un indubbio carattere fondativo. La scienza non spiega ogni cosa.
Amenabar, purtroppo, si tira indietro, lasciando che siano i lumi della ragione a mostrare la verità delle cose. Fa appello a Freud, al metodo della regressione, al lavoro sulla memoria e sulle esperienze trascorse. Peccato che la verve immaginativa sia debole (le sequenze del culto satanico lasciano a desiderare), che venga sopraffatta da un trattamento che tende eccessivamente ad ingabbiarla e che la scrittura smonti in pochi minuti tutto ciò che ha costruito durante il resto del film.

Ogni uomo si trova a convivere con una bestia che lo abita e che minaccia di renderlo un mostro. Il male esiste e vive dentro di noi, inutile cercare cause esterne e distanti. La visione materiale prevale e regola il mondo. La credenza precipita negli abissi e conduce alla follia. Insomma, nulla di nuovo sul fronte occidentale.

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