domenica 26 giugno 2016

FANTASTICHERIE DI UN PASSEGGIATORE SOLITARIO

di Matteo Marescalco


«La scrittura riesce a parlare la lingua di Dio, e a consolarci dei nostri dolori. A questo servono i sogni, del resto. Anche quelli brutti. Soprattutto quelli brutti».

Un libro, un’ossessione e tre linee spazio-temporali differenti. Sono questi gli ingredienti fondamentali di Fantasticherie di un passeggiatore solitario, diretto da Paolo Gaudio, uscito nelle sale poche mesi fa e selezionato tra i lungometraggi in concorso alla quarta edizione del LatronicHorror, dopo aver già vinto svariati premi in festival internazionali italiani ed esteri. La storia si basa su un ardito intreccio tra tre epoche diverse: quella di uno scrittore alle prese con un demone intrappolato, con il fantasma della sua sposa e con un libro bigger than life che dà il titolo al film; di uno studente di filosofia nella Roma dei nostri giorni che trova nei suoi amati libri una fuga dalla mediocrità della vita quotidiana; e, infine, il contesto atemporale e in stop-motion del protagonista del libro. Il montaggio sfrutta sapientemente l’accostamento delle tre situazioni, spingendo lo spettatore a partecipare attivamente alla narrazione all’interno della quale, tra l’altro, è possibile anche mettere in atto un’ulteriore suddivisione. Sorge spontaneo, infatti, pensare che l’ambiente contemporaneo equivalga allo stato di veglia, mentre il racconto in stop-motion che vede protagonista il personaggio principale del romanzo sia da accostare allo stato del sonno (e del sogno).
Tra echi burtoniani ed omaggi ad Edgar Allan Poe e a Friedrich Nietzsche, Fantasticherie è un bel viaggio verso la terra dei sogni, che vorrebbe puntare alle viscere, attingendo ai sacri archetipi così fondamentali per ogni nucleo culturale, rielaborandoli ed omaggiandoli. In questo film c’è molto dell’infanzia dei nati tra gli anni ’80 e i ’90 che avranno la possibilità di compiere un’immersione in un mondo che, a tratti, ricorda anche la fantasia artigianale di Michel Gondry e della sua arte del sogno. E il faticoso esperimento di Gaudio funziona per questo, nonostante qualche forzatura di troppo a livello di scrittura e di recitazione. Per il modo in cui si sporca le mani trasformando i sogni in realtà, le ombre del cinematografo in oggetti reali. La paura in un viaggio-rito di iniziazione sul potere salvifico delle storie. Che coinvolge ed attrae il suo protagonista. Ma che, probabilmente, lo rende anche sua vittima. In attesa del bacio di una sposa («Grazie per avermi salvato la vita, Story») che possa continuare ad alimentare la sua imperitura fantasia.

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