lunedì 13 giugno 2016

ALLA RICERCA DI DORY


di Matteo Marescalco
Ancora una volta, dopo Toy Story 3, The Brave ed Inside out, tocca ad un film Disney Pixar inaugurare la serata d’apertura del Taormina Film Fest. Alla ricerca di Dory di Andrew Stanton ha allietato la serata al teatro antico di migliaia di persone, venute per godere delle nuove magie offerte dai geni del gruppo Pixar.

Per diversi motivi, le aspettative nei confronti di questo film non erano delle migliori: si tratta di un sequel di un film del 2003 (Alla ricerca di Nemo) e la tendenza inconscia è quella di etichettare i sequel come mero prodotto economico volto al totale sfruttamento di un brand. Che anche i sequel possano avere una loro anima è una considerazione che, in genere, passa in secondo piano. Nel caso specifico dei Pixar Studies, l’esperienza di Toy Story 2 (inferiore al primo episodio ma ampiamente rivalutato alla luce del terzo e, quindi, di un giudizio complessivo sull’intera trilogia) e di Cars 2 (unico vero passo falso del team creativo di John Lasseter) gettava un’ombra anche su Alla ricerca di Dory. Mai giudizio preventivo fu più errato di questo applicato al lungometraggio animato di Andrew Stanton (tornato all’ovile, insieme a Brad Bird, dopo le esperienze nella live action). Dopo l’incursione nella matematica dei sentimenti, volta alla scoperta dei meccanismi logici (da catena di montaggio) dietro ad ogni processo creativo ed emozionale, ecco ritornare il famigerato binomio logica-sentimenti. Dory è il pesciolino che in Alla ricerca di Nemo aiutava Marlin in un viaggio di formazione alla ricerca del figlio. E ha un grande problema che ne mina la quotidianità: soffre di perdite di memoria a breve termine. In questo sequel, parte alla ricerca dei suoi genitori, in un viaggio che assume i contorni di romanzo di formazione, qual è, in effetti, l’intera produzione Pixar.

Dory non conosce il proprio posto nel mondo, è animata da forti sentimenti nei confronti dei suoi amici e dei genitori ma, al contempo, la logica e le ripetute perdite di memoria intervengono, riportandola ad una sorta di eterno azzeramento. WALL-E, Lotso, Jessie, Carl Fredricksen, Nemo e Dory sono tutti quanti dei diversi che cercano la loro vera identità, confrontandosi con un mondo esterno che potrebbe trasformarli in carne da macello, riuscendo a trovare una dimensione in cui trasformare la loro vita in un inno all’immaginazione. Dotato di un interessante e delicato sotto-testo dedicato alla disabilità, Alla ricerca di Dory è un viaggio-formazione nei film della Pixar, nonché un manifesto programmatico su cosa sia il cinema per il team creativo di John Lasseter. Oltre ogni costruzione logica e rigorosa, si affermano sempre e comunque emozioni e sentimenti contrastanti. Non esiste la gioia senza la tristezza, allo stesso modo in cui non esisterebbero le emozioni senza una seppur lineare e semplice struttura drammaturgica.

Per citare il dialogo finale tra Marlin e Dory: «È meraviglioso». «Indimenticabile». Alternando tra soluzioni narrative già sperimentate nei precedenti film, Alla ricerca di Dory è un tour sentimentale dentro noi stessi, ancor più di Inside out. Dentro ogni singolo bambino ed adulto trasformato irrimediabilmente dalla Pixar. E, ovviamente, è un gigantesco on the road all’interno del cinema, macchina creatrice di sogni che ci permette di nuotare verso nuovi sguardi e nuove avventure, senza mai dimenticare i nostri cari vecchi compagni di viaggio.

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