giovedì 9 giugno 2016

CRISTIAN E PALLETTA CONTRO TUTTI

di Matteo Marescalco


Il primo film da regista di Antonio Manzini ha per protagonisti personaggi che sembrano usciti dai romanzi di Niccolò Ammaniti. E ciò non stupisce affatto, considerando le frequenti collaborazioni tra i due scrittori romani, a partire da quella alla sceneggiatura de Il siero della vanità, fino ai due racconti scritti a quattro mani, Giochiamo? e Sei il mio tesoro, convogliati nell’antologia Il momento è delicato. Nessuna sorpresa, quindi, coglie il fedele lettore di Ammaniti dinnanzi a freaks disperati che affondano le mani nelle zozzerie delle periferie romane, di fronte a costruzioni circensi gestite da un improbabile deus ex machina o, ancora, nei confronti delle dorate lande pugliesi, terreno in cui Cristian e Palletta vanno alla ricerca di un giaguaro tenuto come animale domestico da una mostruosa famiglia mafiosa. I due amici passano da una Roma da bar, fredda e distante, all’improvvisa accensione cromatica di una Puglia rappresentata essa stessa come un grosso fenomeno da baraccone, contenitore più di animali che di veri esseri umani.
La struttura narrativa è articolata in diversi capitoli, a seconda dei vari giorni della settimana e rispetta i tradizionali livelli organizzativi. Dopo un esordio ambientato nella vita quotidiana di Cristian, giovane sfaccendato che spera nella botta di culo, il primo plot-point è collocato dopo circa venti minuti e consiste nell’attraversamento di una soglia che condurrà in un “altro mondo”. La coppia Pietro Sermonti-Libero De Rienzo funziona perfettamente così come la parte più “fisica” del racconto. Ciò che manca è l’assenza di vero mordente, poche volte si spinge sull’acceleratore (in corrispondenza, infatti, delle sequenze più riuscite del lungometraggio) e l’atmosfera di amarezza che si vorrebbe costruire funziona solo parzialmente. Dispiace perché si tratta comunque di una rispettabile commedia indipendente che riesce a percorrere strade alternative rispetto a quelle tradizionali del cinema italiano ma che, puntualmente, si tira indietro. Sorgono anche seri dubbi sugli obiettivi dell’operazione produttiva. A che pubblico è rivolto il film? Più che essere stato girato per una platea quanto più ampia possibile o, viceversa, per un preciso e determinato zoccolo duro, Manzini sembra aver realizzato un film unicamente per sé stesso e per i suoi amici intellettuali romani. E, in conferenza stampa, le dichiarazioni di De Rienzo sul suo odio nei confronti della promozione nel mondo del cinema sembrano confermare le idee di chi vi scrive: becero quanto immotivato odio nei confronti del mercato e operazione artistica fine a sé stessa si equivalgono e non fanno assolutamente bene alla salute del cinema italiano.

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