martedì 17 maggio 2016

LA PAZZA GIOIA

di Emanuele Paglialonga

Dopo essere stato applaudito a Cannes, nella sezione della Quinzaine des Réalisateurs, a tre anni da Il capitale umano, Paolo Virzì torna nelle sale: uscirà in 400 copie, infatti, a partire dal 17 maggio, il suo ultimo lavoro, La pazza gioia.
Protagoniste del film, Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti. La prima interpreta Beatrice Morandini Valdirana, sedicente contessa e chiacchierona; la seconda è invece Donatella Morelli, giovane donna, fragile e silenziosa. In comune hanno il fatto di essere entrambe ospiti di una struttura terapeutica per donne con disturbi mentali, sottoposte a misure di sicurezza.
Un bel giorno, di ritorno assieme alle altre pazienti, Donatella e Beatrice decidono di scappare: prendono il primo autobus che passa loro di fronte e danno inizio alla loro avventura. Si daranno, come dice la stessa Beatrice a un certo punto, alla pazza gioia.

Coadiuvato alla sceneggiatura da Francesca Archibugi, Virzì passa dai toni cupi e duri de Il capitale umano  a quelli colorati e sgargianti de La pazza gioia; da un nord-est Italia nuvoloso, freddo, notturno, a una Toscana calda e assolata. La genesi del film il regista la racconta in un interessante aneddoto:
-Il primissimo spunto per fare questo film nasce da un’immagine di loro due (Bruni Tedeschi e Ramazzotti, ndr) che camminano tra l’erba, il fango e la neve, che ho spiato da lontano. Eravamo sul set de Il capitale umano e Micaela era venuta in visita, il giorno del mio compleanno. Stavo girando l’ultimo ciak, prima di pausa, di una scena tra Bentivoglio e Gifuni. E vedo appunto, laggiù nell’area camper degli attori e della produzione, Valeria che conduceva Micaela verso il tendone del catering, la prima con addosso una specie di gualdrappa per coprirsi dal freddo sopra l’elegante e dorato abito di scena del personaggio, zampettando sui tacchi, mentre l’altra le arrancava dietro, con un misto, mi sembrava, di fiducia e di sgomento. E ad un certo punto, siccome il terreno era impervio e zuppo di neve sciolta, Valeria ha porto la mano a Micaela per aiutarla. In quel momento, ho avuto una voglia improvvisa di puntare la macchina da presa verso quelle due tipe interessanti, bellissime, buffe e forse un po’ matte, laggiù, trascurando la scena che stavo girando (non me ne vogliano Gifuni e Bentivoglio)-.

Il processo creativo dietro questo film, insomma, è senza dubbio interessante: è la prima volta che lui e la Archibugi collaborano insieme alla sceneggiatura di un film: amici da una vita, la seconda, nel suo ultimo Il nome del figlio ha addirittura filmato il parto vero della Ramazzotti, nella vita moglie di Virzì. Fino ad ora si erano “soltanto” aiutati e dati consigli l’un l’altro a proposito dei loro film. 
L’idea delle due donne che scappano e si danno alla pazza gioia, pur essendo un cliché, in questo film è stata declinata in maniera interessante: uno dei punti di forza della storia, infatti, è l’aver aggiunto il tema della malattia mentale delle due protagoniste, ed averlo trattato, soprattutto, con molto garbo. Virzì filma con grande sensibilità questi personaggi, diversi ma fragili, soli.
Attenzione però: la fuga delle due protagoniste non è descritta come fosse una favola. Il regista stesso, nella conferenza stampa a margine dell’anteprima romana diverse settimane prima di Cannes, ci ha tenuto a sottolineare che non era sua intenzione girare una favola, e che anzi molta cura ha speso per rendere più realismo possibile.

Non è una favola, quindi. E se non è una favola e si è voluti essere realisti, è realistico quello che succede alle due protagoniste nella seconda parte del film? Parrebbe più una falla di sceneggiatura, a questo punto: il film inizia, conosciamo Donatella e Beatrice, scappano, succedono un paio di cose non troppo eccezionali, e poi la fuga fugge a sua volta, si va verso altri lidi, a un certo punto si separano, poi una viene presa e l’altra no, poi ritornano insieme: c’è grande confusione sotto questo punto di vista.
Virzì apre sia la strada della fuga delle due protagonista, sia quella che affronta il tema della diversità e della pazzia, ma alla fine dei conti non decide da che parte stare. A Donatella e a Beatrice non capitano chissà quali avventure, quindi la fuga non prevale sui loro personaggi. Forse un po’ il contrario, ma neanche tanto. E può essere un bene, ma è più un’arma a doppio taglio.
Il grosso del film sta sulle spalle di Micaela Ramazzotti: alla sofferenza e alla back story del suo personaggio si crede e si prova empatia. Un po' meno per il personaggio della Bruni Tedeschi, non troppo diversa dalla Carla de Il capitale umano: qui è solo più pazza. Sul personaggio della Ramazzotti, invece, si è lavorato con maggiore attenzione: sul corpo tatuato e sulla voce: recita in toscano, come ne La prima cosa bella, pur essendo romana.
Forse stavolta, dopo l’estremo realismo de Il Capitale Umano, un po’ di favola in più avrebbe giovato. Sarà per prossima ispirazione.

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