giovedì 18 giugno 2015

LA DISTANZA: L'ON THE ROAD DI COLAPESCE E BARONCIANI

di Matteo Marescalco

«Le storie di questa casa vuota bastano a riempire una reggia. Quando eravamo dei nani impazziti, ricordi? Poi arrivò quel cane nero, non si dormiva la notte. Cicale e formiche facevano festa nel cortile. L'odore di pianta annaffiata, di cuoio e di carne montana, la mia bicicletta e i tuoi soldatini immersi nel fango. Ed una mosca che pareva sempre la stessa, ogni anno era lì. E insieme a quel geco, la cena e un pigiama e la sera veniva un po' prima».

Per una serie di motivi che spiegherò in seguito, ho scelto di affidare ad alcuni versi della canzone Bogotà l'incipit di questo mio articolo di presentazione ed approfondimento su La distanza di Colapesce e Baronciani.

Il primo, pseudonimo di Lorenzo Urciullo, è un cantautore siracusano, leader del gruppo Albanopower ed autore degli album Un meraviglioso declino ed Egomostro. Lorenzo ha scelto il suo pseudonimo in relazione alla leggenda di Colapesce secondo cui il figlio di un pescatore che, dopo le sue numerose immersioni in mare amava raccontare le meraviglie viste, si sarebbe fatto carico di una delle colonne, in via di disfacimento, su cui poggiano gli estremi della Sicilia.
Legare il proprio nome ad una leggenda del genere così ancorata alla propria terra natia è già, di per sé, una forte dichiarazione d'intenti.
Il secondo, Alessandro Baronciani, lavora come art director, grafico e illustratore ed è l'autore di tre libri di fumetti: Una storia a fumetti, Quando tutto diventò blu e Le ragazze dello studio Munari.
I due artisti hanno incrociato il loro percorso in occasione della realizzazione de La distanza, graphic novel illustrata da Baronciani e scritta da Colapesce che è stata presentata il 17 Giugno alla Feltrinelli di Catania.
 
LA DISTANZA
«Un viaggio in Sicilia fatto di amori interrotti, passioni indecise, appuntamenti mancati, canzoni appannate e la distanza che rovina tutto, come sempre» recita la copertina del libro.

La distanza fisica ed emotiva sembra essere il nucleo tematico di questa vicenda ambientata in una sognante Sicilia che vede protagonista Nicola, la sua ragazza, trasferitasi a Londra e due amiche indigene. Impossibile non pensare ad altri versi della già citata Bogotà le cui note volteggiano attorno al tema della distanza e della spensierata età infantile, ormai perduta, ma pur sempre presente come elemento distante, appunto, ed onirico: «La tecnologia ammortizza il rimpianto e l'attesa, partisti tamburo ed ombrello (…), adesso dispersi cerchiamo la pace nelle ombre degli altri. (…) I tuoi soldatini nel fango sorvegliano ancora il quartiere. Io la notte ancora sto sveglio a pensare al tempo che ho perso e ne accumulo altro».


LA STASI SOGNANTE
L'immobilità, unita ad un contraddittorio dinamismo, in realtà mortifero, sembra essere il carattere peculiare dello stivale della nostra penisola che versa, soprattutto durante le lunghe nottate estive, in uno strano torpore, come una moderna Aurora in attesa del bacio del principe che possa risvegliarla ed amarla nel profondo, con tutte le sue contraddizioni. Terra ormai stanca di amori passeggeri consumati in una notte con uomini vittime del suo fascino fantasmatico e misterioso come tanti Ulisse in preda al canto delle Sirene. Citando lo stesso Colapesce: «La Sicilia è come una femme fatale, basta guardarla negli occhi una volta e sei fregato, le perdoni tutto. Anche se fa la stronza e ti fa soffrire, sei sempre lì ai suoi piedi».
 
«La volontà di sparire è l'essenza esoterica della Sicilia. Poichè ogni isolano non avrebbe voluto nascere, egli vive come chi non vorrebbe vivere. La storia le passa accanto con i suoi odiosi rumori. Ma dietro il tumulto dell'apparenza si cela una quiete profonda».
L'atmosfera descritta da Manlio Sgalambro ben si accorda alla «spiaggia semideserta, solo l'odore di una primavera che muore sotto i tuoi occhi» cantata da Colapesce in Satellite e a stelle, fantasmi e alla luce d'Agosto che viola il nero del cielo, accompagnato dal sempre presente odore di «cannella misto a gelsomino e tela».
 
IL VIAGGIO
Nel cammino che condurrà Nicola da un estremo all'altro della Sicilia passando per l'entroterra (le tappe sono Pantalica, Noto, Marzamemi, Siracusa, Catania, Castelbuono, Palermo e Punta Raisi), si scorge persino l'antropomorfizzazione della terra sicula, restituita dalle sfuggevoli figure femminili di Baronciani e dal refrain di Sottocoperta: «I tuoi vestiti bandiere di resa, ammiro in silenzio la tua bocca. La tua voce ricorda il vento nella stagione calda, come ombre di stelle sono i nei della tua pelle. Gemme deposte quei due tondini d'ebano profumano di cera. Ventre di perla, ti abbraccio, sento il mare. Racconto incompleto la tua bocca».
 
Oso affermare che (mi perdonino i lettori il paragone probabilmente blasfemo), allo stesso modo in cui On the road ed Easy rider, in letteratura e nel cinema, hanno descritto viaggi fisici dalla valenza simbolica in una terra ben definita e pronta per spiccare il volo verso quel sogno che si sarebbe rivelato solo un buco nero, La distanza rappresenta la dislocazione spaziale di anime fuori dal tempo. Gli Stati Uniti, patria di estremi rivolgimenti. E la Sicilia, caratterizzata da un moto perpetuo che, nella sua accezione più estrema, di moto protratto all'infinito, senza cambi di direzione, porta all'immobilità assoluta. «Mangio pesce azzurro come i tuoi occhi, guarda il cielo come l'acqua dopo la tonnara. Andavamo a piedi nudi per le strade, dei fachiri scalzi in rotta verso il mare, un mattone con i fori per pescare e se morde rideremo sovrastando le campane. (…) Talassa, con la vita che mi hai dato e la voglia di non cambiare il mondo». Tutto scorre, ma nulla cambia.

L'ASSENZA
«Devi avere voglia di abbracciare le mio ombre sui muri».
Hanno detto Colapesce e Baronciani che, senza L'avventura di Michelangelo Antonioni, molto probabilmente, La distanza non sarebbe esistita. Apologo sull'alienazione moderna e sui rapporti sociali, anche il viaggio dei protagonisti de L'avventura, probabilmente, non sarebbe esistito senza la Sicilia. Terra che fagocita chi vi mette piede.

LA MALINCONIA DELL'ADDIO
«L'Italia senza la Sicilia, non lascia nello spirito immagine alcuna. È in Sicilia che si trova la chiave di tutto. La purezza dei contorni, la morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, l'unità armonica del cielo col mare e del mare con la terra. Chi li ha visti una sola volta, li possederà per tutta la vita», scriveva Goethe dopo il famigerato grand tour novecentesco del viaggio in Italia. La morbidezza di ogni cosa, la cedevole scambievolezza delle tinte, la levigatezza della pietra bianca di Modica, le riviere cristalline, i cieli azzurri su cui si staglia una sfera infuocata. Il pantheon di colori saturi di emozioni con cui la trinacria accoglie le anime che vagano nel suo sogno, sono tutti elementi che l'autore dei disegni è riuscito a ricreare, abbracciando per la prima volta il colore ed abbandonando il bicromatismo delle sue altre opere.
 
La sensazione che emerge con prepotenza dopo l'ascolto di Un meraviglioso declino, soprattutto, ma anche di Egomostro è che l'orizzonte visivo si stagli netto e maestoso in una sinestesia di sentimenti tumultuosi di cui Bogotà si fa perfettamente foriera, restituendo quel mistero che soltanto i bambini sono in grado di penetrare in profondità.
 
Ed alla fine del viaggio, non resta altro che la malinconica sensazione di abbandono da parte di «una terra ca nun teni cu voli partiri e nenti cci duni pi falli turnari», che condanna chi vi abita ad una specie di sonno eterno ma che, forse, vorrebbe solo sentirsi realmente amata e che si deposita come tesoro prezioso nel cuore di chi vi soggiorna anche solo di passaggio percependo il segreto eterno ed inconfessabile di un «posto in cui non cresce» mai veramente «l'addio».

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