sabato 29 novembre 2014

MAGIC IN THE MOONLIGHT

di Matteo Marescalco
 
Anni '20. Sud della Francia. L'illusionista cinese Wei Ling Soo è uno dei più celebrati illusionisti della sua epoca, ma pochi sanno che sotto il suo costume si cela l'identità di Stanley Crawford (interpretato da Colin Firth), uno scorbutico ed arrogante inglese con un'elevata opinione di se stesso ed un'avversione nei confronti dei finti medium che dichiarano di essere in grado di realizzare magie. Convinto da un suo vecchio amico, accetta la proposta di smascherare la chiaroveggente Sophie Baker (interpretata da Emma Stone), impegnata a circuire una ricca famiglia in vacanza nella riviera francese. Crawford si presenta sotto le mentite spoglie di un uomo d'affari che accusa Sophie di essere una mistificatrice da quattro soldi. Ma, con grande sorpresa, la ragazza si esibisce in una serie di numeri di magia e di lettura della mente che lasciano sbigottito il gentleman inglese e che sfuggono a qualsiasi comprensione razionale. Crawford comincia a pensare che i poteri di Sophie siano veri. Se così fosse, Stanley si renderebbe conto che tutto sarebbe possibile e le sue solide convinzioni fisiche verrebbero a crollare.
Con l'incredibile media di 48 film realizzati in altrettanti anni, Woody Allen si conferma uno dei registi più prolifici del panorama cinematografico mondiale. Dopo aver ambientato il suo penultimo film, Blue Jasmine, nella sua cara New York che ha dato i natali, tra gli altri, a Manhattan e ad Io e Annie, Allen torna in Francia con una commedia romantica dal sapore agrodolce, incentrata sul mondo della magia. La cornice è, quindi, simile a quella di Midnight in Paris: la società della belle epoque pronta a godersi la vita dedicandosi al pettegolezzo e a questioni di poco conto.
Il personaggio protagonista è quanto di più alleniano possa esistere, un razionalista che cita Hobbes e Nietzsche e che pensa che la vita sia un'infinita sequela di eventi senza senso. Per lui, non c'è assolutamente spazio per la sorpresa. Centro focale del lungometraggio è il vecchio conflitto tra ragione e sentimento, realtà ed illusione.
Tra lunghe carrellate e piani sequenza fissi, dialoghi memorabili ed autoreferenziali e scambi al vetriolo, Woody Allen non perde occasione per autocitarsi e portare nuovamente in scena un personaggio che condensi tutte le sue idee pessimiste sulla vita. Questa volta, però, sembra esserci spazio per un lieto fine. 
Vale la pena abbandonarsi all'illusione dell'amore, consapevoli, tuttavia, che essa rappresenti soltanto un'illusione? Sembra essere questo il centro focale del film.
Alla direzione della fotografia torna il fedele Darius Khondji che illumina tiepidamente gli scenari della riviera francese ad alto tasso di romanticismo.
Magic in the Moonlight risulta essere vittima, tuttavia, della verbosa costruzione narrativa del suo regista e sceneggiatore: il film, infatti, alla lunga finisce per annoiare lo spettatore che si trova davanti, per l'ennesima volta, la solita sequela di idiosincrasie alleniane, qui trasformate in luoghi comuni. I personaggi stessi appaiono monodimensionali nei loro strambi cambi di comportamento senza un senso apparente.
L'impressione è quella di trovarsi davanti ad un autore narciso, vittima della propria cannibalistica magniloquenza creativa, la cui ultima opera svanisce come una bolla di sapone o ancor meglio, per restare in tema, come la conseguenza di un'illusione mal portata a termine.

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