giovedì 19 ottobre 2017

IL MIO GODARD

di Matteo Marescalco

Parigi, 1967. Jean-Luc Godard, uno dei cineasti più adorati della sua generazione, gira La cinese con la donna che ama, Anne Wiazemsky, una ragazza più giovane di lui di 20 anni. I due sono venerati dalla critica, sono felici e si sposano. Tuttavia, l'accoglienza critica e del pubblico riservata al film non è all'altezza delle aspettative. La delusione, unita al Maggio '68, amplifica il processo di crisi che attanaglia Godard e che lo porterà ad un ripensamento su sé stesso ed alla messa in discussione delle sue idee sul cinema.

Il mio Godard di Michel Hazanavicius trova la propria genesi in questo momento ed intraprende un viaggio volto ad immortalare il cambiamento di Godard da cineasta star ad artista maoista fuori dal sistema, incompreso ed irascibile. Il ribaltamento di prospettiva avrà anche delle conseguenze sulla vita privata del regista e sul rapporto con la Wiazemsky. Presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes, il film di Hazanavicius è andato incontro ad un'accoglienza critica tiepida. Lo strumento maggiormente utilizzato dal regista transalpino nel corso della narrazione è quello della parodia e, al contempo, dell'omaggio garbato. Riprendendo, quindi, le stesse tecniche utilizzate nel 2011 in The Artist per (ri)semantizzare i film di Chaplin e Buster Keaton, simulandone le modalità di sviluppo del racconto e la forma filmica. Allo stesso modo, Il mio Godard è diviso in una serie di capitoli a cui Hazanavicius applica il linguaggio sperimentale degli anni '60: colori accesi in stile Pierrot le fou, cartelli e scritte in sovrimpressione, voci fuori campo che parlano in terza persona, scavalcamenti di campo e jump-cut. Tutto ciò viene messo al servizio di un racconto che si configura, in fin dei conti, come una semplice commedia sentimentale.

Come dichiarato dal regista, l'obiettivo non è quello di demolire un mito delle forze antiborghesi né di ricostruire il clima degli anni '60 mediato da uno sguardo nostalgico. In questo divertissment, emerge piuttosto una certa cialtroneria (che raggiunge livelli iperbolici nella rappresentazione di Bernardo Bertolucci e Marco Ferreri), una forza caustica che corteggia il nonsense e l'ironia più dinamitarda. Godard vuole cambiare, vuole uccidere il vecchio idolo che era ma finisce per essere soltanto miope nei confronti di un mondo che non riesce a decifrare (la metafora degli occhiali rotti è eloquente). Personaggio controverso, irritante, paranoico, in cerca di una donna oggetto che lo segua dappertutto e gli dia sicurezze. Dimenticate ogni problematizzazione fondata su una reale analisi di Godard uomo e personaggio. Questo film di Hazanavicius è soltanto un divertimento attraverso cui ingraziarsi il favore di un target di pubblico ben specifico, disposto a sorridere di una personalità così magmatica. E, in fin dei conti, di un target disposto a prendere in giro sé stesso.

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