mercoledì 13 aprile 2016

THE SEA OF TREES (#perchèno)

di Egidio Matinata

Un film di Gus Van Sant. Con Matthew McConaughey, Ken Watanabe, Naomi Watts. Sceneggiatura di Chris Sparling. Musica di Chris Douridas. USA/JAP 2015. 110 minuti.

Il cinema è un'arte collettiva. La sua realizzazione si basa sull'unione di diverse individualità che tendono verso un fine comune. La visione di The Sea of Trees, ancora prima di portare a riflessioni sul significato del film, fa chiedere allo spettatore cosa debba essere un film. Purtroppo non ci troviamo di fronte all'esperimento di un film d'avanguardia, ma all'ultimo lavoro di Gus Van Sant, una delle pellicole più sconclusionate (anzi no, pasticciate è meglio) degli ultimi tempi.

La storia di Arthur Brennan, diretto verso la foresta dei suicidi del Giappone dopo una grave perdita, non pecca tanto in coerenza drammaturgica quanto, invece, nella sua realizzazione tecnica collettiva. Lo scarto tra ciò che la sceneggiatura di Chris Sparling vorrebbe raccontare e ciò che poi il film in realtà racconta si avverte già nei primi minuti, quando un Matthew McConaughey teso e rassegnato si aggira nel cupo verde della foresta, tagliata da flebili raggi di sole, accompagnato da una partitura musicale che più inappropriata non potrebbe essere: le immagini mostrano il dramma di un uomo che sta per suicidarsi, mentre i suoni raccontano "un'allegra passeggiata nel bosco". L'incontro con Takumi Nakamura (Ken Watanabe), forse un suicida pentito, è un espediente narrativo di cui è facilmente intuibile la funzione e, soprattutto, il significato al massimo dopo trenta minuti di film. Il tutto condito dalla piatta regia di Van Sant, senza guizzi, senza una precisa idea di fondo e senza una fondamentale verve allo stesso tempo intima e universale, fisica e metafisica di cui la pellicola avrebbe avuto certamente bisogno, data la storia e l'ambientazione.

Forse solo l'interpretazione di Naomi Watts esce indenne da una débâcle quasi totale. Il suo personaggio, protagonista dei flashback che si alternano alla vicenda principale, è forse di quanto più coerente si possa trovare in The Sea of Trees. L'incredulità che pervade alla fine della visione non è però superiore alla delusione: oltre alla delusione per le aspettative che si potevano avere per il film, si rimane delusi soprattutto perché ci si trova di fronte a una bella storia, ma purtroppo davanti anche a un brutto film; le due cose non vanno sempre insieme e non sono neanche scontate. Anche perché vogliamo credere a McConaughey quando afferma che -La Foresta dei Sogni era la miglior sceneggiatura in cui mi fossi imbattuto negli ultimi cinque anni- (insomma, negli ultimi anni ha avuto tra le mani le sceneggiature di True Detective e Interstellar, per citarne solo due). Peccato che il suo essersi affezionato così tanto al testo lo abbia portato certamente alla sua peggior interpretazione degli ultimi cinque anni: diviso tra apatia ed overacting, risulta, a tratti, persino fastidioso. Di questo film mi rimarrà certamente la scena in cui, stremato e infreddolito, emette un verso a metà tra un urlo e un lamento verso il cielo e la pioggia. Sublime. O quasi.

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