martedì 24 marzo 2015

LO PSEUDO-FEMMINISMO DI HO UCCISO NAPOLEONE

di Matteo Marescalco
 
Si è tenuta al Cinema Adriano di Roma l'anteprima stampa del secondo film di Giorgia Farina, Ho ucciso Napoleone e la successiva conferenza, moderata da Piera Detassis, la plus chic madame de Rome

Micaela Ramazzotti interpreta Anita, single e brillante manager in carriera, la cui vita viene sconvolta nel giro di poche ore. Le inaspettate notizie della gravidanza e del licenziamento la spingono ad organizzare un formidabile piano di vendetta nei confronti degli uomini di cui è rimasta vittima. Algida e sempre sicura di sé, Anita si serve del timido e goffo avvocato Biagio (interpretato da Libero De Rienzo) per riconquistare il suo lavoro, la sua vita e la sua libertà di single senza figli. Ma l'imprevisto è dietro l'angolo e la donna senza scrupoli scopre che anche il «sofficino congelato» che ha al posto del cuore può gradualmente inteporirsi. 

Negli ultimi tempi, registi quali Ivan Cotroneo, Sidney Sibilia e Giorgia Farina sembrano incarnare le istanze rappresentative per una new wave italiana commerciale. Film (e fiction) quali La kryptonite nella borsa, Tutti pazzi per amore, Smetto quando voglio e, last but not least, Ho ucciso Napoleone, provano a porsi come esempi audiovisivi di buona cura formale che cercano una strada alternativa rispetto alla maggior parte dei corrispettivi prodotti. Caratterizzati da un'estetica pop e cromaticamente satura, da inquadrature sbilenche e particolari, questi film rappresentano un po' un unicum sul versante visivo. 

La settimana scorsa ha fatto la sua irruzione nelle sale italiane anche Fino a qui tutto bene, ultimo lungometraggio di Roan Johnson, che ha descritto, con qualche tocco di ingenuità, il periodo immediatamente posteriore alla laurea per cinque ragazzi che hanno vissuto insieme gli anni universitari. Ciò che rende il film realmente apprezzabile risiede, a detta di chi scrive, proprio nell'ingenuità, nello sguardo fanciullesco e privo di particolari fronzoli di chi ha raccontato la vicenda. Fino a qui tutto bene è un ritratto malinconico e nostalgico sugli anni più belli della nostra vita, probabilmente con qualche licenza di troppo, è un manifesto di un'intera epoca storica che vede nel giovane privo di punti di riferimento e da solo, in mare aperto in balia degli squali, la sua figura rappresentativa. 

Ciò che manca all'ultimo film di Giorgia Farina è questa ingenuità di sguardo. Il fatto che si tratti di
un'operazione pseudo femminista ricca di contraddizioni disseminate nel corso di tutta la diegesi e che finiscono per minare la tenuta stessa del lungometraggio è fin troppo palese e dichiarato.

La caratterizzazione stereotipata di tutti i personaggi cozza fortemente contro l'assunto di base sbandierato più volte dalla Farina: «Il mio obiettivo era quello di raccontare la vicenda di una figura femminile come non se ne vedono nel cinema italiano». Figura femminile che finisce, però, per incarnare i più standardizzati clichè di genere. Il twist ending che conduce alla conclusione non fa altro che confermare l'idea del sottoscritto secondo cui questa falsa invettiva nei confronti della famiglia tradizionale nasconde, in realtà, la più totale adesione a questa struttura organizzativa. 

D'altronde, trattasi pur sempre di film di interesse culturale (finanziato da sovvenzioni statali), che, in quanto tale, deve mostrare un'idea di cultura avanzata dallo Stato. 

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