venerdì 6 marzo 2015

BLACKHAT E LE DINAMICHE PERCETTIVE

di Matteo Marescalco


Dopo ben sei anni di assenza, torna sul grande schermo Michael Mann, con la sua ultima fatica, Blackhat.
Michael Mann è uno di quei registi i cui film sono attesi da critici e pubblico come un grande evento. Sarebbe superfluo nascondere l'elevato livello di aspettative che ha alimentato l'attesa, come sempre, enormemente ripagata.
Protagonista di Blackhat è Chris Hemsworth, che interpreta Nick Hathaway, criminale informatico arruolato dall'FBI per individuare l'autore di un cybercrimine che ha, nel giro di pochi minuti, causato l'esplosione di una centrale nucleare nei pressi di Hong Kong e l'improvviso aumento del prezzo della soia in seguito ad un attacco alla borsa di Chicago. Hathaway si troverà coinvolto in un'enorme rete di crimine che lo costringe ad intraprendere una battaglia personale per portare in salvo la sua vita.
Superficialmente, la trama sembra rispettare i più stantii e logori clichès di genere. Tuttavia, una lettura più attenta consente di cogliere la profonda riflessione intessuta da Mann attorno alla natura delle immagini, che fa della forma e della percezione filmica il proprio punto di forza. I film dell'autore americano ci hanno sempre insegnato che, al cinema, ciò che più conta non è quanto si racconta ma il modo in cui lo si fa. Ecco il motivo per cui il cinema di Michael Mann non si può e non si deve assolutamente etichettare come mero action.

Attento entomologo della vita metropolitana, tra masse di persone, luci al neon, cartelli e vie buie e fredde, Mann affianca il suo sguardo sull'ambiente artificiale a quello, altrettanto presente, che ha nell'uomo il suo oggetto. Non sono, infatti, pochi i momenti in cui il regista compie la scelta (suicida per un qualsivoglia film d'azione tradizionale) di soffermarsi sulla reazione e sulle espressioni dei suoi personaggi un attimo prima di una scena particolarmente concitata. La solitudine, le paure e le angosce, l'alienazione metropolitana caratterizza profondamente ogni singolo carattere manniano. Gli attimi di sospensione in cui Hathaway (o i protagonisti di Collateral e di Heat) deve prendere una scelta che potrebbe condannarlo per il resto della sua vita restano impressi nella memoria dello spettatore.
Il cinema di Mann è anche profondamente umanista. Gli uomini (e l'ambiente in cui vivono), pur essendo spesso defilati nell'economia del quadro visivo, sono il cuore pulsante di ogni suo film. 
 
Le prime sequenze del film di forte impatto sono un manifesto programmatico. Quello che il regista porta in scena è un mondo chiuso su se stesso, una scatola perfettamente e continuamente riproducibile, sempre uguale a se stessa. La base di questo universo informatico ipersemiotizzato, in cui ogni informazione rimanda ad un'altra senza, però, un corrispettivo oggetto fisico tangibile, è un semplice codice binario, di volta in volta estendibile. Ecco che gli eroi del film si trovano a combattere un nemico invisibile.
Capiamo, quindi, che la scelta di Mann di utilizzare il digitale e di realizzare riprese con videocamere ad alta definizione non è segnata da una volontà meramente estetica o formale. Alla base di questo suo gesto, è rintracciabile il desiderio di giungere all'ossatura stessa della realtà, di osservare, con sguardo quanto più realistico possibile, la società contemporanea. Il sistema numerico binario è la base, per l'appunto, l'ossatura della società digitale.
Nella società postmoderna ipersemiotizzata, le immagini rimandano di continuo a se stesse, in un meccanismo a scatola chiusa che richiama alla memoria il concetto di simulacro. Nel mondo informatico, le informazioni, a loro volta, non rimandano ad un universo tangibile, ma ad ulteriori informazioni. Ciò che si è perso, quindi, è il contatto con la realtà tout court.

Nello scontro finale, quello in cui Hathaway ha modo di affrontare fisicamente i cybercriminali, persino i loro movimenti sembrano ridotti a schematici e rettilinei “moti digitali”. Il corpo umano sembra lentamente informatizzarsi, seguendo traiettorie simili a quelle percorse dagli impulsi elettrici nelle prime sequenze. L'analogico diviene digitale.
L'elemento ponte tra i due statuti mediali è rivestito dall'atto del guardare, dalla vista. É la singolarità dell'immagine affezione a garantire il residuo dell'elemento umano nell'universo digitale.
Hathaway, che pure potrebbe essere il personaggio più lontano dalla realtà, è, in realtà, il più pratico, quello che riesce a vedere meglio la situazione globale. Le sequenze finali ambientate nel deserto (che consentono la risoluzione della vicenda) offrono un essere umano riplasmato e rinato nel suo sguardo.
Ciò che rende grande Michael Mann risiede nella lucida analisi delle dinamiche percettive, nel loro continuo innesto nella forma filmica ed, infine, nello sfruttamento delle più tradizionali dinamiche di genere che gli consente di realizzare un cinema sempre profondamente onesto e coerente. 

2 commenti:

  1. Ottima recensione! Mi hai tolto un gran peso... da grande estimatore di Mann tremavo per le pessime critiche ricevute dal film oltreoceano (dove è stato un fiasco colossale). Ora posso andare al cinema più tranquillo ;)

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  2. Grazie! Va' tranquillo, non te ne pentirai assolutamente!

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