sabato 12 marzo 2016

LA CORTE

di Matteo Marescalco

In barba agli svolazzamenti formali di Inarritu, allo sguardo da drone di un film senza punti di vista ed al puro virtuosismo (ego)mostruoso, questa mattina, a Roma, Fabrice Luchini ha presentato La corte, film già proiettato all'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia che, tra l'altro, gli è valso il premio come Miglior Attore.
Il prodotto di Christian Vincent (con cui Luchini torna a lavorare 25 anni dopo La timida) dimostra che, nell'epoca del digitale e dello sguardo biomeccanico, è ancora possibile che la regia sia assolutamente asservita alla sceneggiatura ed alla drammaturgia degli eventi.
La storia è semplice. Ne è protagonista Michel Racine (nomen omen), temuto Presidente di una Corte d'Assise, alle prese con un caso di infanticidio. La naturale freddezza del giudice viene sconvolta dalla presenza, in giuria, dell'unica donna che Racine abbia mai amato, quasi in segreto. Riuscirà questo tiepido raggio di sole a sciogliere il glaciale giudice?

Dopo un inizio di conferenza sotto le righe, Fabrice Luchini ha tirato fuori tutto il suo istrionismo, trasformando la sua noia per l'evento in divertimento per i giornalisti presenti in sala, variando da Nanni Moretti, incontrato la sera prima («Veste come un professore degli anni '80»), alla dittatura mediatica berlusconiana, e ancora dalla situazione del cinema francese contemporaneo fino ad ipotetiche lezioni di eloquenza da impartire a Hollande. L'attore è un fiume in piena e, tornando serio, si sofferma anche sull'umorismo: «Siamo ormai schiacciati ed imprigionati dall'umorismo. Tutti ormai ridono e devono fare ridere. Il vero humor è rottura degli equilibri. Oggi, invece, è istituzionalizzato, controllato. E quando l'umorismo è sotto controllo genera una risata meccanica e triste. L'umorismo è diventata una pratica per piccoli borghesi mediocri e la sua carica trasgressiva non esiste più».

Luchini indossa una sciarpa rossa, la stessa che porta sempre con sé Racine, il protagonista de La corte, l'unica nota di colore che concede alla propria vita austera, illuminazione cromatica che lascia presagire l'incontro con la donna amata e che getta un velo di speranza sul suo futuro affettivo. Ma, più che un giudice, Racine è un attore e l'aula giudiziaria è il suo palcoscenico.
A tal proposito, ha detto il regista: «Ho scoperto che la corte è un po' come un teatro, con il pubblico, gli attori, la sceneggiatura e le quinte. C'è un ordine prestabilito. Ma principalmente è il regno della parola, fondato essenzialmente sulla natura orale del dibattito».

Colpisce del film l'attenzione riservata alla trattazione dei dettagli e degli sguardi magnetici dei personaggi che svelano rapporti inaspettati.
«Angoscia umana, poetici voli della fantasia, lunghi momenti di noia, fugaci momenti di familiarità, rivali in campo ai ferri corti, bugie, verità che si contraddicono l'un l'altra e tante domande che rimangono senza risposta». Dopo la presentazione della situazione e la successiva costruzione della tensione, si raggiunge lo spannung e l'inaspettato coup de theatre, tanto amato da Racine. La situazione è capovolta, prestandosi a differenti chiavi di lettura. E la macchina da presa provvede ad intrecciare detection e sottotrama sentimentale, trasformando il processo in una sorta di (auto-) analisi del personaggio principale e del meccanismo filmico, che mette in scena se stesso.

Oltre ad essere un attore, il primattore, Racine è anche il regista, il direttore d'orchestra, il metteur en scene. Che ha, tuttavia, perso le coordinate della propria esistenza sentimentale.

How's it going to end? -recitava la spilletta indossata dall'unica donna che il protagonista di The Truman Show avesse mai amato. Come andrà a finire il processo? Verrà individuato il vero colpevole? «Non importa che la verità venga raggiunta o meno. Ciò che conta è far si che la giustizia venga applicata» precisa un fin troppo freddo e pragmatico Racine. Il giudice rivedrà le sue affermazioni? Al di là di un racconto magistralmente portato in scena dagli interpreti, oltre le parole su cui è innestato il cinema classico, risiede l'immagine, un delicato movimento di macchina che svela un'emozione. Uno sguardo puro e cristallino.


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