domenica 18 gennaio 2015

BIRDMAN OR (THE UNEXPECTED VIRTUE OF IGNORANCE)

di Matteo Marescalco


Due soli piani sequenza (il merito di evitare interruzioni e di favorire l'apparente continuità è del montaggio) bastano ed avanzano al regista messicano Alejandro Gonzalez Inarritu per esaltare vizi e virtù della Hollywood contemporanea. Bagorda, fagocitante, disperante. Eppure terribilmente attraente. Queste sono le sensazioni sulla grande Casa del cinema americano che la terribile ego di Inarritu lascia trasparire dalla sua ultima opera fiume. Centro focale del film sembrano essere, quindi, i fiori del male del mondo dello spettacolo, il fascino debordante ed irresistibile emanato dalla patria del simulacro per eccellenza. 
Protagonista del lungometraggio è Riggan Thompson, star che ha raggiunto il successo planetario nel ruolo di Birdman, supereroe alato e mascherato cui è stata dedicata una trilogia di successo. Riggan, un po' come l'attore che lo impersona (Michael Keaton), è afflitto da un terribile problema: non riesce ad uscire dal personaggio e vuole dimostrare, a tutti i costi, di valere qualcosa al di fuori del supereroe che ha interpretato per tre volte. Ragion per cui decide di cimentarsi con la trasposizione teatrale di un racconto di Rick Carver, Di cosa parliamo quando parliamo d'amore, circondandosi di una crew composta da una serie di personaggi in cerca d'autore (o d'autista, come direbbe qualcun altro). 
Tra Mulholland Drive di David Lynch e Nodo alla gola di Alfred Hitchcock, Synecdoche New York di Philip Kaufman e Venere in pelliccia di Roman Polanski, Birdman è un viaggio nella città dei sogni e nella personalità malata e fragile di un individuo, oggettivazione simbolica di una condizione personale.
La macchina da presa manovrata da Emmanuel Lubezki pedina i personaggi che si muovono senza sosta in questo psicodramma d'autore sul retro di un palcoscenico di Broadway. Il sottofondo martellante di una batteria che continua a suonare imperterrita per tutta la durata del film scardina le loro più profonde convinzioni gettando delle ombre sulla loro intera esistenza. 
Jorge Luis Borges ha definito Quarto potere «un labirinto senza centro», per indicare la molteplicità delle chiavi di lettura applicabili per una esegesi del film di Orson Welles. É proprio la struttura del labirinto ad essere chiamata in causa per una eventuale lettura iconografica di  Birdman. Impossibile che non venga alla memoria anche il giardino-labirinto nel finale di Shining di Stanley Kubrick. Ciò che è in gioco nell'ultimo film di Inarritu, che volta completamente pagina rispetto ai precedenti lavori, è la psiche dei personaggi, intrecciata ad un pot-pourri di argomenti che si alternano senza soluzione di continuità, dalla critica alla società moderna fino alla funzione del critico teatrale e cinematografico, dai social network fino ancora al valore dell'immagine e dell'opera d'arte nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. 
Il maiuscolo Michael Keaton di Birdman, così come il Philip Seymour Hoffman di Synecdoche New
York, è alle prese con un allestimento bigger than life in cui prova a mettere in scena la propria vita. Oltre, però, alla stretta dialettica che si stabiliva tra arte e vita nel film di Kaufman, Inarritu innesta una serie di ulteriori moderni direttamente estrapolati dalla post modernità che ruotano attorno al potere della celebrità e dei simulacri.
Il finale, con il controcampo negato, è l'esempio più fulgido di massima libertà concessa allo spettatore.
Il risultato finale è un lungometraggio ribollente di emozioni, un fiume magmatico saturo di sensazioni, un torrente ridondante che colpisce con una tale forza di lasciare interdetto lo spettatore. Inarritu riesce a fondere le istanze opposte di formalizzazione e di realismo filmico in un'opera che, non ne dubitiamo, sarà ricordata a lungo. 

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