giovedì 8 gennaio 2015

HUNGRY HEARTS

di Matteo Marescalco
 
Interno giorno. Angusta toilette di un ristorante cinese. I due protagonisti si incontrano per la prima volta. La porta d'ingresso del bagno è bloccata e Mina e Jude iniziano a fare conoscenza. Lei è italiana e lavora per l'ambasciata. Lui è statunitense e lavora come ingegnere. Ironizzano, sorridono e si preoccupano. Arrivano i soccorsi che consentono loro di uscire. Stacco netto. Interno giorno. Camera da letto. Mina e Jude si svegliano insieme.
Ancora una volta, il regista Saverio Costanzo effettua la trasposizione di un romanzo. Nel 2010, il figlio d'arte ha tradotto per il grande schermo La solitudine dei numeri primi di Paolo Giordano. Questa volta tocca a Il bambino indaco di Marco Franzoso. Allora, il risultato era stato notevole. Ancora una volta, Costanzo collabora con Alba Rohrwacher e torna in Concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Ed, ancora una volta, l'incipit di un suo film è immediato e ben costruito. Lo stacco netto suggerisce allo spettatore il tempo trascorso tra il primo incontro, con annesso il colpo di fulmine, il matrimonio tra i due e l'ingravidamento di Mina.
A differenza, però, dell'attacco de La solitudine dei numeri primi, che colpiva per la potenza orrorifica della rappresentazione teatrale messa in scena da una classe di scuola elementare, sulle favolose note dei Goblin argentiani, l'incipit di Hungry hearts sembra derivare la propria struttura dalla commedia screwball. La Rohrwacher e Adam Driver (il protagonista maschile) discutono amabilmente in uno spazio scenico molto ridotto, rivelando, fondamentalmente, le loro personalità. Entrambi, apparentemente, sembrano aperti e nulla lascia trasparire la drammaticità della situazione che la futura coppia si appresta a vivere.
La nascita del tanto atteso bebè precipita la coppia in un triangolo amoroso malato, in un vortice di colpe, rimpianti e paranoie. L'attenzione alle psicologie dei personaggi comincia ad emergere, e, con essa, Saverio Costanzo analizza quello che risulta essere il centro focale dei suoi lungometraggi: il malessere esistenziale.
Mina è convinta che suo figlio sia speciale ed è decisa a proteggerlo dalle impurità del mondo esterno. Ha detto Costanzo, in conferenza stampa: «Non è che voglio fa' l'americano. É che per raccontare l'isolamento avevo bisogno di una città più violenta delle nostre. Io ho abitato a New York, ho sofferto il suo senso dell'isolamento. Avevo bisogno che Mina combattesse una battaglia contro qualcosa che senti sempre nell'aria. L'ossessione per il cibo. Quella è una città dove se non hai mezzi, non mangi».
Ha inizio, così, un trip, il cui carattere onirico-immaginativo è esaltato dalle musiche di Nicola Piovani e da alcune scelte registiche legate, soprattutto, all'utilizzo del grandangolo che sembra dilatare nettamente lo spazio rappresentato, come frutto dell'ottica distorta di una soggettività malata, che porta la coppia fino alla separazione.
Giocando con gli stilemi dell'horror e riuscendo a gestire e ad utilizzare la contaminazione tra i generi a favore della compattezza del proprio racconto, Costanzo dirige un'opera adatta al mercato internazionale, che si discosta fortemente dal tradizionale film italiano.
Il finale sembra fuoriuscito da una tragedia greca: un deus ex machina irrompe ad equilibrare, nuovamente, la situazione.
In definitiva, Hungry hearts è un dramma familiare, che si concentra sul conflitto tra due anime, tra due cuori affamati di amore, per l'appunto, e che si risolve in un inevitabile vuoto dell'anima. Perchè, «l'amore», per citare Stephen King, «ha i denti; i denti mordono; e i morsi non guariscono mai».

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