lunedì 12 gennaio 2015

APPUNTI SEMISERI DI UNO SPETTATORE BISBETICO

di Matteo Marescalco
 
Ieri sera, a Los Angeles, si è svolta la Cerimonia dei Golden Globes. Circa un anno fa, nello stesso periodo, il giorno successivo alla Cerimonia, mi trovavo a difendere strenuamente La grande bellezza di Paolo Sorrentino e «gli incostanti e sparuti sprazzi di bellezza» del cinema italiano, «nascosti», questo si, «sotto il chiacchiericcio e il rumore». La scarica adrenalinica e l'eccitazione derivante dal folle tifo per un film italiano in nomination ha agito, in un certo senso, da anestetizzante ad un mio sguardo attivo. 
Sono rimasto molto colpito, in negativo, da due aspetti dell'evento di stanotte che, allargando il discorso, si potrebbero estendere a, più o meno, qualsiasi premiazione cinematografica americana. 
Sappiamo tutti quanti che non è, nel modo più assoluto, un premio assegnato da un'istituzione, da un'accademia o da una qualsiasi associazione del genere, a stabilire il grado qualitativo di un'opera d'arte o il valore di un singolo artista. Qui ci muoviamo in un campo ben noto, quello della mancata statuetta a Welles e a Lynch, ad Altman e a Scott, dei premi “contentini” dati ad Hitchcock e a Scorsese. E, giù ancora, negli ultimi anni con l'immeritata esclusione di Inside Llewyn Davis e The Master, con Terrence Malick, David Fincher e Roger Deakins continuamente relegati ai margini. 
Non riesco a capire quale sia la causa della puntuale esclusione dei registi indipendenti dalle categorie di Miglior Film e Miglior Regista. Perchè Spike Jonze e il duo Jonathan Dayton/Valerie Faris, Quentin Tarantino e Todd Haynes, Wes Anderson e Jim Jarmusch sono sottoposti ad un sistematico processo di ostracismo che consente loro, al più, di raggiungere la mera nomination per la Migliore Sceneggiatura? Sa tanto di un «Beccateve 'sto Premio e levateve dai cojoni». Per non parlare di Joaquin Phoenix, il miglior attore americano attualmente in circolazione, il più ferino e passionale. Eppure, ogni anno, vede soffiarsi il premio da primi della classe che svolgono il loro compitino alla perfezione interpretando geni colpiti da deficit fisici, presidenti talmente ingombranti ed importanti da non poter non essere premiati o ex uomini-pipistrello a cui basta farsi crescere la panza e pettinarsi con il riporto per ottenere una nomination.
Ebbene, la cerimonia di ieri sera si è rivelata una baracconata, un velo di Maya che nasconde il vuoto più assoluto, un'esibizione di mostri da circo tutti pailettes e sorrisi che, per certi versi, mi ha ricordato molto il concorso di bellezza per aspiranti Miss America di Little Miss Sunshine
A questo punto, sostengo che sia un privilegio che Wes e Paul Thomas Anderson vengano sistematicamente esclusi, penso che Fincher debba considerarsi fortunato a far parte della rosa degli esclusi illustri. Il fatto che Phoenix abbia ricevuto un solo Golden Globe mi sembra una garanzia assoluta del suo valore attoriale. 
Non c'è spazio per loro nel circuito ufficiale che apprezza solo storielle pedagogiche e pseudo-moraleggianti. Se realizzare film blandi o compitini autoreferenziali, inni sottocutanei alla vittoriosa America privi della benchè minima apertura visionaria e livellati verso il basso su tipologie di messa in scena e tematiche classiche fino al becero sembrano essere i presupposti fondamentali per vincere un Premio, miei cari Anderson e Anderson, Lynch e Fincher, Jonze e Tarantino...beh, vi auguro di non vincere alcuna Statuetta realmente importante!

1 commento:

  1. amen fratello...è ciò che penso dei premi in generale, e di quelli "artistici" ancor di più...purtroppo però la gente si fa infinocchiare facilmente, e son tutti "eh però ha vinto gli oscar, è bello!" e poi, come vedrai già da solo, su facebook si scannano per gli oscar, a menarla con statistiche (copiate da qualche sito straniero) nomination, vittorie e cazzi e mazzi...chissene, io ormai i premi non li seguo più, non mi importano; ignorandoli dò il mio peso al Cinema e non al gossip

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