venerdì 12 dicembre 2014

LO HOBBIT-LA BATTAGLIA DELLE CINQUE ARMATE

di Egidio Matinata
 
Un film di Peter Jackson. Con Ian McKellen, Martin Freeman, Richard Armitage, Evangeline Lilly, Luke Evans, Benedict Cumberbatch, Cate Blanchett, Ian Holm, Christopher Lee, Hugo Weaving, Orlando Bloom. Durata 144 min. Fantastico, avventura. Nuova Zelanda, Usa 2014.

Dopo aver ceduto alla malattia del drago, Thorin Scudodiquercia, sacrifica amicizia ed onore nella ricerca della leggendaria Arkengemma. Incapace di aiutare Thorin, Bilbo viene costretto a fare una scelta disperata e pericolosa. Tutto ciò mentre Sauron, il Signore Oscuro, ha mandato in avanscoperta legioni di Orchi per attaccare la Montagna Solitaria. Le razze di Nani, Elfi ed Umani devono decidere se rimanere uniti o essere distrutti. Bilbo si ritrova a combattere per la propria vita e per quella dei suoi amici, mentre cinque grandi armate scendono in guerra. 
Anche la seconda trilogia di Peter Jackson sulla tolkeniana Terra di Mezzo giunge al termine. E non poteva farlo in modo peggiore. La causa che rende questi tre film deludenti non è tanto nel confronto con Il Signore degli Anelli, quanto nel fatto che tutto il progetto tendeva a voler creare un nuovo Signore degli anelli. 
L’adattamento cinematografico de Lo Hobbit non aveva certo bisogno di essere diviso in tre film. Il romanzo racconta una storia più contenuta, più ristretta. Era un antipasto per quello che sarebbe venuto dopo. L’aggiunta, in fase di sceneggiatura, di nuovi personaggi e sottotrame non presenti nel libro, nelle intenzioni tendeva a creare un maggior senso di coralità ed epicità. Purtroppo, la sensazione che si ha guardando il film volge all’opposto. Il brodo è stato allungato troppo, ed è diventato indigesto. La resa finale è  divisa tra sequenze che dovrebbero essere eroiche e memorabili, ed altre che risultano talmente rocambolesche da sfiorare la parodia. Tutta la saga crolla sotto il peso della sua ambizione, e nel peggior modo possibile: attraverso una parabola discendente. Se Un viaggio inaspettato sembrava promettere bene, La desolazione di Smaug, invece, cominciava a mostrare già tutte le falle del progetto. L’ultimo capitolo soffre di una piattezza e di una lentezza che si protrae durante tutto l’arco narrativo. Il problema non riguarda, però, il ritmo (che resta costantemente elevato), quanto il coinvolgimento. Lo spettatore rimane distaccato di fronte a tutto ciò che succede sullo schermo, ed è una cosa abbastanza grave in un film del genere. Nonostante ci siano battaglie, morti tragiche, amori e addii, il pathos non la fa mai da padrone. Anche dal punto di vista tecnico ci si aspettava molto di più. Scene altamente spettacolari si alternano con facilità ad altre che sembrano uscire direttamente da un videogioco. Cosa che, paradossalmente, non accadeva mai nella precedente trilogia. La sperimentazione dei 48 fotogrammi al secondo, poi, non ha avuto l’impatto rivoluzionario che ci si aspettava, e sembra rimanere qualcosa fine a se stessa.
Lasciamo questa trilogia con l’amaro in bocca, principalmente per due motivi. 
Il primo è Guillermo del Toro, che figura soltanto nelle vesti di sceneggiatore e produttore, e che inizialmente avrebbe dovuto dirigere il tutto. Chissà come sarebbe stato il mondo di Tolkien, visto attraverso gli occhi di uno dei registi più visionari degli anni 2000.
Il secondo è Peter Jackson. Dispiace che lasci la Terra di Mezzo (luogo in cui si è mosso abilmente e che, in qualche modo, ha plasmato e fatto suo) in modo impalpabile. Avrebbe dovuto passare il testimone molto prima. 
Sarebbe stato meglio per tutti.

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