martedì 3 dicembre 2013

ONLY LOVERS LEFT ALIVE

di Matteo Marescalco
Tra gli autori americani che hanno operato distanti dalle tendenze del cinema hollywoodiano più standard ed omologato e hanno tentato di imprimere alla loro filmografia un carattere alternativo ed off-Hollywood, un ruolo di primo piano è rivestito da Jim Jarmusch, autore di pellicole quali Strangers than Paradise, Coffee and cigarettes, Daunbailò, Dead man ed Only lovers left alive, presentato in concorso alla 66esima edizione del Festival di Cannes e, di recente, all'ultimo Festival di Torino. Portavoce di uno stile moderno, antinarrativo, minimalista (la poetica dell'attenzione alla vita quotidiana) e non teleologico, incentrato su personaggi incompiuti, hipster, disfattisti, sui tempi morti, sui silenzi e sugli sguardi rivelatori delle emozioni umane, Jarmusch, come Wenders, in una perfetta coincidenza tra contenuto e forma, ha sempre dato particolare importanza all'architettura degli ambienti e degli spazi in cui sono immersi i drammi dei protagonisti dei suoi film, luoghi che sono espressione dello stato d'animo degli individui, incapaci (perchè nolenti o impotenti) di evolversi e di rinnovarsi, condannati ad un torpore cerebrale senza via d'uscita.

Only lovers left alive è una storia romantica, incentrata su Adam, musicista underground che vive a Detroit e che si nasconde dal mondo, conducendo una vita prevalentemente notturna, e su Eve, sua moglie, che vive a Tangeri. La loro storia d'amore dura da secoli, entrambi, infatti, sono vampiri che cercano nell'isolamento e nelle tenebre la salvezza da un mondo volgare che giudicano giunto al capolinea. 

Jarmusch, qui al suo dodicesimo lungometraggio, rilegge e rielabora il genere horror-sentimentale (come aveva fatto con il western in Dead man e con il gangster movie in Ghost dog), sfruttando una delle figure più icastiche ed inflazionate del cinema di questo genere, il vampiro, che, sul grande schermo e nella letteratura, ha sempre assurto al ruolo di entità corporea dotata di una particolare carica perturbante ed erotica, ed utilizzando il vampirismo come mero pretesto per accostarsi alla decadenza della civiltà contemporanea. A differenza del primo vampiro della storia del Cinema, il Conte Orlok, protagonista del Nosferatu di Murnau, individuo macchinico e statico, dall'aspetto privo di grazia, in preda ad una vera e propria regressione maligna, i vampiri di Jarmusch sono delle creature bellissime, eleganti, gli ultimi veri bohémienne, amanti, dell'arte, della letteratura, della musica, e, paradossalmente, soprattutto della vita. Il regista statunitense assegna al vampiro il ruolo di ultimo faro protettore della bellezza e della carica emotiva nel mondo, in un'umanità giunta alla fine, persa in una routine quotidiana omologante e standardizzata.
Fin dalla prima macrosequenza, lo spettatore è gettato nel vortice sinfonico seducente ed ipnotico del film. Only lovers left alive inizia con l'inquadratura del cielo stellato che, lentamente, comincia a ruotare (in pieno accordo alla teoria dell'entanglement quantistico che viene citata da Adam) e a lasciare il posto, grazie ad un'abile operazione di montaggio delle attrazioni e di dissolvenza incrociata, ad un vinile che gira, il cui movimento, infine, sfocia nel moto rotatorio della macchina da presa che presenta, tramite montaggio alternato, i due amanti, le due particelle che, anche se distanti, reagiscono entrambe a qualsiasi 

fenomeno fisico che abbia colpito una di esse, postulando il fenomeno della relazione a distanza. Ad innalzare ulteriormente il livello di perfezione formale del lavoro sull'immagine filmica concorrono l'attenzione plastica ai corpi dei vampiri che vengono, in genere, inquadrati in pose scultoree, e le differenti tonalità cromatiche della fotografia: si va dal melanconico giallo ocra che viene irradiato dall'atmosfera di Tangeri, ai colori più freddi e scuri di Detroit, in cui, comunque, permane una nota ocrata che destabilizza lo spettatore e contribuisce ad alimentare l'incubo onirico e regressivo in cui sembrano essere precipitate le due città. In tutto ciò vi è una piena identità tra forma e contenuto: alla figura perturbante e tradizionalmente "equivoca" del vampiro corrispondono, infatti, una serie di inquadrature ricercate e particolari, con l'occhio meccanico della macchina da presa che non si accosta mai al visibile da posizioni scontate ma lo fa scegliendo di relazionarsi con la realtà tramite una serie di piani a strapiombo e sequenze riprese dall'alto, come fosse un osservatore che commisera con pessimismo ed una punta di tenerezza la decadenza del mondo, insita nell'umana condizione. Fondamentale è il trattamento dei luoghi, siano essi esterni o interni. Il mondo esterno è in piena decadenza, Detroit è una città fantasma ripresa unicamente di notte (l'oscurità come supporto fantasmatico della luce, notte in contrapposizione al giorno, allegoria del periodo di massimo splendore e slancio culturale dell'umanità), popolata da zombie (con tale appellativo i vampiri definiscono gli umani, statici morti viventi in preda all'omologazione societaria romeriana, capaci di far decadere ciò che sono stati in grado di realizzare lungo i secoli); in questo contesto, gli unici mondi veramente vivibili sono le case in cui abitano Adam ed Eve (fari luminosi e numi tutelari nel

buio della notte), luoghi in cui collezionare le reliquie della Storia, oggetti fondamentali per chi ha vissuto (e, soprattutto, amato) attraverso i secoli. 

Persino il sangue umano non è più puro come una volta, rendendo quasi impossibile l'esistenza dei vampiri freaks e borderline rimasti in vita, in una corrispondenza tra vampirismo e arte, in cui gli esseri della notte si nutrono di cultura, linfa vitale (una volta) anche per l'essere umano. E non è assolutamente un caso che i due vampiri si chiamino Adam ed Eve: nonostante il nome che portano, tuttavia, è impossibile persino l'ipotesi di una redenzione da compiere per l'umanità, di una catarsi che restituisca a tutti l'age d'or del mondo. Vi è più vita nei vampiri che negli esseri umani, perchè i primi sono mossi da interesse, da furor erotico (nei confronti di qualcuno, dell'arte, della letteratura, della musica) che fa loro amare la vita. Ed è talmente forte l' attaccamento alla vita, da far loro subsumere la razionalità all'istinto (non per disinteresse, come per gli umani) e a spingerli a regredire e a compiere un'azione che verrà definita da XV secolo, pur di continuare a vivere. 
In nome dell'amore.

Voto: ★★★★★

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