martedì 19 novembre 2013

SNOWPIERCER

di Matteo Marescalco

"Se vuoi un'immagine del futuro, immagina uno stivale che calpesta un volto umano, per sempre." (George Orwell)

Anno 2014. La razza umana, ormai al collasso a causa dell'eccessivo surriscaldamento globale, inventa un agente chimico per refrigerare l'atmosfera.
Anno 2031. Da 17 anni i pochi reduci al cataclisma atmosferico avvenuto a causa dell'errato comportamento umano (ancora una volta, dopo I figli degli uomini, il vero colpevole della propria fine è soltanto l'uomo) vivono su un treno, per l'appunto, lo Snowpiercer, che viaggia continuamente senza fermarsi mai, su rotaie ininterrotte che attraversano l'intera sfera globale, impiegando esattamente un anno intero a compiere l'intero percorso. La locomotiva, che si autoalimenta con il moto perpetuo e che è pienamente autosufficiente, è caratterizzata da un vero e proprio microcosmo umano: gli scompartimenti di testa sono occupati dalle classi sociali più agiate, a partire da Wilford il misericordioso (moderno Noè, genio creatore del treno salvatore), in un percorso a ritroso che arriva fino agli scompartimenti di coda, occupati dagli strati più poveri dei sopravvissuti, che vivono in condizioni di vita precarie e che sono tenuti strettamente sotto controllo dall'entità suprema, moderno Grande Fratello che tutto vede e tutto sente. La bestialità con cui i più poveri vengono trattati li spinge ad organizzarsi e a tentare più volte la rivolta, con l'obiettivo di raggiungere i vagoni anteriori della locomotiva e di tentare un dialogo con Wilford.
Snowpiercer è il primo film americano di Joon-ho Bong, il più costoso lungometraggio della storia del cinema coreano e vanta un cast di primo livello che comprende l'eroe Chris Evans, il suo fido agnello sacrificale Jamie Bell, un severo John Hurt e la straordinaria Tilda Swinton, che aggiunge uno dei personaggi più caricaturali, grotteschi e macchiettistici alla galleria dei villain cinematografici di tutti i tempi. Passato in sordina negli Usa e acquistato dai fratelli Weinstein che premono però per dei tagli considerevoli contro cui il regista sta combattendo una vera e propria crociata, Snowpiercer è stato presentato in anteprima internazionale all'ottava edizione del Festival del Film di Roma e si è meritatamente guadagnato il titolo di una delle migliori opere presentate durante quest'ultima edizione.
Ambientato in un futuro distopico, non lontano, per estetica granulosa, oscura e lurida, da alcuni

capisaldi del genere fantascientifico quali Blade Runner, Alien, Matrix e I figli degli uomini, Snowpiercer è un film di genere ad alto contenuto proteico, in cui il regista è riuscito a gestire pienamente il ritmo complessivo, inserendo una serie di accelerazioni e di momenti che bloccano il fiato, proiettando lo spettatore nell'universo filmico da lui creato e stimolando una piena identificazione con i personaggi che popolano la locomotiva a cui i fruitori sembrano unirsi, nella lotta che li condurrà dai vagoni posteriori alla testa del treno, alla ricerca di un riscatto sociale che porti la giustizia all'interno del microcosmo umano che vive in uno stato di stasi da ben 17 anni. Perché Joon-ho Bong non ha portato in scena sulla locomotiva semplicemente la tragedia dei sopravvissuti al disastro climatico ma, soprattutto, la storia dell'umanità condensata in 126 minuti al cardiopalma, in un contrasto dicotomico tra mondo dei ricchi e mondo dei poveri, in rivolta ed alla ricerca dell'eguaglianza sociale, mera chimera irraggiungibile perché la disparità sociale è il presupposto basilare su cui si fonda l'esistenza umana. Ecco che, in condizioni disperate, in questa corsa verso la testa del treno alla ricerca di un riscatto sociale totalmente laico da raggiungere in questa vita (Wilfred il misericordioso viene anche pregato dai passeggeri, ma non ha tempo per rispondere personalmente e per consentire un miglioramento delle loro condizioni di vita, moderno Dio in carne ed ossa), il percorso è strutturato secondo una serie di livelli in cui la difficoltà aumenta gradualmente, seguendo lo schema di un videogame, vale il concetto dell'"Homo homini lupus" in uno stato di natura più organizzato di
 

quello originario proposto da Hobbes, secondo cui la natura è egoistica e a determinare le azioni dell'uomo è il principio di sopravvivenza. Ognuno vede nell'altro un nemico da eliminare, in un continuo bellum omnium contra omnes, in cui non esiste la ragione ma solo il diritto di ognuno sul proprio simile. In questo stato di guerra perpetuo, l'unica modalità per placare le acque e portare la situazione in uno stato di calma (apparente) consiste nell'organizzazione della società in classi che, quanto meno, anche se basata su una serie inevitabile di ingiustizie sociali, assicura al mondo di andare avanti. E' questa l'idea di base che spinge il progetto di Wilfred, su cui si fonda l'equilibrio della sua locomotiva, buia caverna platonica da cui, prima o poi, l'uomo attende di uscire alla scoperta della copia differenziale dell'universo delle idee e di raggiungere un nuovo ma momentaneo status sociale a partire da un necessario tracollo del precedente ma che, inevitabilmente, porterà al ripristino della situazione passata, in una sorta di eterna struttura circolare in cui inizio e fine coincidono. Unica nota dolente è il finale che lascia trapelare un filo di speranza, in netta antitesi a quanto visto durante tutto l'arco del lungometraggio e che finisce per stonare un po'. Un difetto di poco conto in un film che potrebbe divenire, secondo la modesta previsione di chi scrive, uno dei pilastri della fantascienza distopica.


Voto: ★★★★

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