mercoledì 27 luglio 2016

GHOSTBUSTERS

di Matteo Marescalco

Negli ultimi anni, il grande cinema americano ha visto la più totale proliferazione di remake, reboot e spin-off, alla ricerca di modalità attraverso cui sfruttare quanto più possibile un marchio che è stato in grado, in passato, di fidelizzare un’ampia fetta di pubblico, e, al contempo, provando a scostarsi dal modello originario proponendone una rilettura o una destrutturazione del genere. Niente che faccia urlare al demonio per gli elevati standard di un’industria culturale che ha fatto delle copie differenziali il proprio modello creativo.
Tuttavia, schiere di puristi della creazione ex-novo si lamentano indignati per l’assenza di creatività che rischia di livella l’arte cinematografica. Tra i reboot più discussi degli ultimi anni si situa, senza dubbio, Ghostbusters di Paul Feig, inondato di critiche aprioristiche da milioni di sostenitori dell’originale del 1984 diretto da Ivan Reitman che, nel corso degli anni più rimpianti e nostalgicamente amati dalla cultura contemporanea, sanciva la definitiva legittimazione della comicità televisiva, trasformandola in avanguardia comica da grande schermo. I protagonisti del Saturday Night Live si apprestavano a sfornare un film che avrebbe segnato i decenni del cinema a venire, imponendosi come fenomeno di massa e dando vita a colossali sfruttamenti nell’ambito del merchandising. Rifarsi ad un evento culturale di tale portata che, nel corso degli anni, è riuscito anche ad affermarsi presso le nuove generazioni, non può essere visto di buon occhio dalla massa di persone che ha amato l’originale e che vede in questo prodotto di Paul Feig un tentativo di lucro su un simbolo imperituro.
Il primo capitolo di un ipotetico nuovo franchise (di seguito il resoconto della conferenza stampa romana) è costruito sulla base di un terzo episodio mai portato a termine ed è segnato dal tocco del regista inglese che, da Le amiche della sposa a Spy, ha riletto diversi generi attraverso la chiave della parodia. E questo Ghostbusters, fondamentalmente, è una parodia meta-narrativa che riflette sul dispiegarsi della sua storia, omaggiando il vecchio capitolo, e ponendo l’attenzione sui personaggi alienati che danno vita alle vicende. Il punto di forza risiede nei corpi da slapstick di Melissa McCarthy e di Kristen Wiig e nel rapido scambio di battute da commedia sofisticata. I primi due atti dell’impianto narrativo si scostano dall’episodio del 1984, risultando originali e dotati di vita propria. Peccato per un terzo atto che segue da vicino lo sviluppo del film con Bill Murray e Dan Aykroyd, rischiando di perdere l’originalità che contraddistingue tutta la prima parte. L’ultima mezz’ora si muove in modo eccessivo lungo il solco tracciato da Ivan Reitman.
Considerando il film come un mero omaggio videoludico ad un fenomeno culturale di portata mondiale da tenere in secondo piano, ne viene fuori una rispettabile commedia fantascientifica che intrattiene e che diverte, più semplice da accettare tenendo a bada i fantasmi scatenati a partire dal 1984.

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