venerdì 5 febbraio 2016

THE HATEFUL EIGHT

di Matteo Marescalco

Che ogni nuovo film di Quentin Tarantino sia un evento si sapeva già da tempo. Il regista di Knoxville è uno dei pochi al mondo a riuscire a fidelizzare, in maniera incondizionata, il proprio pubblico ad ogni suo nuovo film, indipendentemente da trama e cast. A Tarantino non serve necessariamente Brad Pitt o Leonardo Di Caprio per portare al cinema un ampio pubblico. Potrebbe anche utilizzare un gruppo di attori sconosciuto e raggiungere comunque notevoli risultati al botteghino. Attorno a The Hateful Eight, tuttavia, sono cresciute aspettative ancora più elevate a causa di una serie di motivi che analizzeremo presto.

Nel documentario Side by side diretto da Christopher Kenneally, l'attore Keanu Reeves intervista alcuni registi hollywoodiani tra cui Christopher Nolan, Martin Scorsese, Danny Boyle, David Lynch, Robert Rodriguez, Steven Soderbergh e David Fincher. Centro della discussione è il passaggio dall'analogico al digitale e la finalità del documentario risiede nel rendere più chiaro al grande pubblico differenze e continuità insite in questo passaggio epocale. Si parla di esperienza cinematografica, di democratizzazione del mezzo, di tecnologie digitali che, ormai, caratterizzano ogni step di produzione di un film. In questa fase di incertezza, sembra esserci un punto fermo: la pellicola appartiene al passato (la Kodak ha cessato la produzione nel 2012) e ad un modo sentimentale di fare e concepire il Cinema. Nel corso degli anni, il cinema ha sempre più abbandonato il grande schermo per recarsi nelle case dei singoli individui, a cui è data la possibilità di vedere film sui più disparati device, dalle TV agli smartphone, fino ancora ai tablet. Nel 2014, il servizio di Video on Demand Netflix ha raggiunto in tutto il mondo i 50 milioni di abbonati e promette di crescere a ritmi esponenziali.
Ma quanto un film, che perde il proprio supporto classico (la pellicola) e la possibilità di essere fruito su grande schermo da spettatori in religioso silenzio, può ancora essere definito tale? Alcuni studiosi sostengono come l'esperienza dello spettatore sia stata trasformata da TV e web, ponendo la questione in termini di scomparsa del film come oggetto estetico ben definito. Altri, invece, tendono a negare che il mutamento ontologico interferisca con la potenza dell'immagine perchè il cinema ha una tale forza di penetrazione sociale da riuscire ad esistere anche senza corpo.

In un contesto denso di incertezze e di rapidi cambiamenti come questo, Quentin Tarantino non ha mai mancato di far sapere la sua opinione: «Per quanto mi riguarda, la proiezione digitale è la morte del cinema per come lo conosco io. Guardare film stampati su pellicola vuol dire guardare un'illusione. E per me, quest'illusione è connessa ad un'accezione magica del film».
Tarantino sottolinea, quindi, l'aspetto più romantico e sentimentale della questione e meno quello legato alla praticità e ai costi della realizzazione e della proiezione digitale. Sta di fatto che il regista americano ha deciso di girare e proiettare il suo The Hateful Eight in 70mm, pellicola che rispetto al 35mm, consente di impressionare un fotogramma più grande, con una definizione ben sei volte superiore rispetto al formato tradizionale. Si tratta, insomma, della stessa pellicola utilizzata per Ben Hur e Lawrence d'Arabia.

In The Hateful Eight, in un periodo in cui digitale e schermi casalinghi imperversano, Quentin Tarantino esagera e non solo gira e proietta su pellicola ma addirittura in 70mm, con l'obiettivo di creare l'evento cinematografico per eccellenza e di far provare agli spettatori contemporanei le stesse esperienze, la stessa esperienza trascendente per i sensi, provate da chi, nei lontani anni '50 si recava in sala per vedere i sopracitati film.
L'ottava sinfonia visiva di Tarantino è un evento all'ennesima potenza.

L'utilizzo del 70mm lascia presagire la presenza di abbondanti campi lunghi e/o comunque di numerose inquadrature panoramiche dedicate ad ambienti esterni. Ebbene, il più ciarliero (e spregiudicato) tra i registi contemporanei, dopo aver creato un universo alternativo fatto di violenza ultrapop, di esplosioni cromatiche e di schizzi di emoglobina, dopo aver ucciso Hitler in un cinema ed aver revisionato non solo la seconda guerra mondiale ma pure lo schiavismo americano della seconda metà dell'800, fa deflagrare i moduli del western classico anche in questo suo ultimo film.
Abbiamo avuto l'occasione di vedere il film a Cinecittà, nel formato originale pensato dal regista.

La prima inquadratura, dopo l'overture di Ennio Morricone, è un manifesto programmatico. La macchina da presa si allontana lentamente, con una carrellata all'indietro, da un crocefisso innevato. Nel frattempo, sullo sfondo, una carrozza avanza lentamente. Lo sguardo dello spettatore è portato ad osservare minuziosamente tutti i movimenti e le dinamiche che regolano gli spostamenti di attori e macchina da presa e a cogliere di continuo tutta la ricchezza decorativa dell'ambiente scenico. Questa prima inquadratura presenta due dei principali protagonisti del film: la carrozza che mette in moto la vicenda e si fa foriera del principale sviluppo narrativo del lungometraggio e la neve, agente esterno carico di cattiveria e di violenza. Il fenomeno naturale, unito all'onnipresente vento, sembra rispecchiare ed acuire la cattiveria degli odiosi otto protagonisti.

A differenza degli ultimi film di Tarantino, in cui le sole scene madri erano relegate ad ambienti interni, The Hateful Eight segna un ritorno ai primordi de Le iene, a cui quest'ottava fatica, in effetti, assomiglia di più. Qui è tutto affidato al potere delle parole, alla capacità dei personaggi di gestire dialoghi al limite del surreale che, in corrispondenza dei momenti più caldi (quelli in cui, appunto, la neve rischia di sciogliersi), lasciano il posto a pericolosi gesti. E così, l'emporio di Minnie, luogo di rifugio per otto viaggiatori bloccati dal grande mostro del film, diviene un meccanismo detonatore di conflitti storici mai sopiti e che trovano la loro piena realizzazione tra quattro pareti. La storia degli Stati Uniti e del cinema di Tarantino viene messa in scena (e riletta) in un luogo dimenticato da Dio, in cui perfino il sacrificio del Figlio sarebbe superfluo, appesantito da uno scenario che finirebbe per sopraffarlo.

Il circense del cinema gioca con i generi e con il montaggio, fa kammerspiel e commedia nera, bacchetta tutto e tutti, rilancia e devasta le icone dei suoi precedenti film e fa in modo che l'artificializzazione del reale raggiunga il suo culmine. L'emporio è sintesi di organizzazione totale, tutto è pensato per stare nel posto in cui si trova. Ma alcuni dettagli rischiano di far detonare la baracca prima del dovuto. Tarantino uccide il genere e le sue icone macellando tutto in una casa degli orrori ai confini del mondo. In questa summa del suo cinema, che tanto si distacca dal fumettistico e conciliatorio Django Unchained, divertissement personale, Tarantino conferma le sue capacità di sintesi e di fusione di elementi in netto contrasto tra loro. Il pulp e lo splatter si uniscono al manierismo, dando vita alla nazione americana, il cui destino, a giudicare dalla sua nascita, sembra essere destinato ad un bagno di sangue.

Nonostante la durata spropositata e i dialoghi infiniti, il film scorre che è una meraviglia ed instilla nello spettatore la rarissima sensazione di aver partecipato a questo scontro tra Nord e Sud, di aver aggredito la Storia, di aver morso la carne della pellicola. Di aver vissuto, veramente, il film.

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