sabato 7 settembre 2013

MOEBIUS

di Matteo Marescalco

Il regista coreano Kim Ki-duk sbarca per la quinta volta (dopo L'isola, Indirizzo sconosciuto, Ferro 3 e Pietà, con cui ha vinto il Leone d'Oro della 69esima edizione) alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, con il film Moebius, letteralmente massacrato dalla censura coreana per "la forte ed estrema violenza e le scene incestuose".
La pellicola è incentrata su una serie di evirazioni (che, nella mente del regista, dovrebbero portare ad un aborto simbolico favorevole ad una catarsi interiore, ma che in realtà appaiono nella loro cruda efferatezza, prive di intenti metaforici): la prima persona ad impugnare un pugnale è una donna che si scopre tradita dal marito e tenta di privarlo del pene. Non riuscendoci, evira il figlio che verrà ripetutamente preso di mira dai suoi coetanei. La donna va via di casa e gli uomini rimasti cadono in una spirale depressiva ed autodistruttiva che li porta a cercare ripetutamente su Google notizie riguardo il trapianto di organi genitali e la possibilità di provare piacere infliggendo dolore al proprio corpo. Il ragazzo tenta, quindi, di procurarsi la materia prima, strappandola allo stupratore della propria amata. Materia prima che, però, in una scena esilarante (che ha, tuttavia, la pretesa di essere drammatica), viene presa in pieno da un camion. Il padre, allora, decide di evirarsi e di far trapiantare il proprio pene nel corpo del figlio. Il ritorno a casa della madre getterà ulteriore scompiglio nella già complessa situazione familiare, orientando il film verso un finale inevitabilmente drammatico (finalmente, dopo 85 minuti di crasse risate, almeno il finale è drammatico, da tragedia greca).
L'ultimo film di Kim Ki-duk è un titolo destinato a dividere la platea e a far discutere di sè, per la forte carica di passionalità corporea e per il tema più che disturbante che porta in scena. Moebius è caratterizzato dalla totale assenza di dialoghi, da una notevole attenzione alle immagini e alla costruzione delle sequenze (girate con videocamera digitale), volutamente artigianali e tecnicamente agresti. Visto il tema trattato e la particolare messa in scena, le attese erano elevate, attese che, però, non sono state assolutamente rispettate. Quello che dovrebbe essere un dramma intimo ed intimista, rarefatto e privato, viene mostrato in tutta la sua carica shockante, con il solo obiettivo di colpire lo spettatore, in modo presuntuoso e autoreferenziale, puntando sulla provocazione gratuita, che trasforma il tutto nella sagra del pene evirato.
 


La maggiorparte delle sequenze drammatiche risulta grottesca e, paradossalmente, ironica, e l'eccesso stilistico e tematico finisce per sotterrare ogni possibile significato simbolico del film riguardante il complesso di Edipo e la natura ferina dell'uomo. Kim Ki-duk attinge a piene mani dal background psicanalitico di Laura Mulvey secondo cui, al cinema, i personaggi femminili possono incarnare una sessualità sovversiva e, per questo, vengono puniti con la morte. Inoltre, secondo la Mulvey, in particolar modo nel cinema classico, la figura femminile genera, con la sua mancanza (quella del pene), l'ansia di castrazione nel personaggio maschile che, punendo la donna, restaura il proprio dominio e l'ordine simbolico sotto l'egida della legge patriarcale. Ansia di castrazione che trova reale oggettivazione, in Moebius, nella donna che, da custode del focolare domestico, si trasforma in creatura ferina, punitiva e vendicativa, agendo, momentaneamente, da soggetto attante della vicenda e trasformando i personaggi maschili in macchiette grottesche e degne di pietà. Il suo fallimento, tuttavia, sembra essere inscritto nell'ordine simbolico e psicologico delle cose. Ecco che il pugnale si carica di una valenza fallica che attesta il rovesciamento del rapporto uomo-donna, e che finirà per amputare se stesso e il pene reale.
Le tematiche e le dinamiche che Kim ha portato in scena sarebbero potute essere interessanti, è un vero peccato che vengano risolte in un processo di messa in scena che tende verso un fin troppo facile e scontato utilizzo dello shock visivo che fa precipitare il film in una parodia della peggior specie.

Voto:★

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