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lunedì 20 gennaio 2020

JOJO RABBIT

di Macha Martini

«Il mondo è così grande, così complicato, così pieno di meraviglie e sorprese, che ci vogliono anni affinché molte persone inizino a notare che è irrimediabilmente rotto. Chiamiamo questo periodo di ricerca “infanzia”». È così che Michael Chabon descrive la filmografia di Wes Anderson. Una constatazione che sembrerebbe anche cogliere appieno l’essenza di Jojo Rabbit, ultimo film di Taika Waititi.

A partire dal romanzo di Christine Leunens, Il cielo in gabbia, l’artista neozelandese, tramite una scrittura sia di penna che visiva, decide di immettere lo spettatore in un mondo pieno di ironia e di “meraviglie” pronte a spezzarsi irrimediabilmente nel percorso di crescita di Johannes Betzler, soprannominato Jojo. «Oggi diventi adulto» confessa ad alta voce a inizio film. 

Il bambino, infatti, sta per cimentarsi in una nuova avventura: l’ingresso al campus per piccoli nazisti, dopo il quale si diventa appunto degli adulti, ritenuti in grado di combattere per il proprio Paese. Jojo, fanatico nazista, non desidera altro che servire il proprio Führer, tanto da trasformarlo in amico immaginario. Questo Adolf fantoccio, qui interpretato dallo stesso Taika Waititi, che fornisce al pubblico una performance affascinante, rappresenta per il bambino l’unica possibilità di sopravvivere al suo sentirsi fuori posto in un mondo che sembra non cogliere quella poesia tipica dell’immaginazione di un bambino. Il piccolo Jojo, pieno di creatività e voglia di divertirsi, ma anche di umanità, sebbene non gli piaccia ammetterlo, si sente solo, incompreso e non integrato in alcun gruppo. Tale mancanza si presenta come un inizio di rottura e come elemento che, da una parte, nella creazione di un amico immaginario, lo rende più meraviglioso e più spumeggiante del normale, un personaggio alla “Wes Anderson”, ma che, dall’altra, lo fa sentire così tanto disagiato e brutto da non permettergli né di notare l’imminente disfatta della Germania nazista né le idiosincrasie di quel cieco credo, quello per Hitler, che sembrava essere l’unica via per una possibile integrazione. Esattamente come afferma Chabon per Wes Anderson, durante l’infanzia l’individuo, nella ricerca del proprio posto nel mondo, non riesce pienamente a cogliere come questo sia in frantumi. 

Jojo non può credere al male fatto agli ebrei. Può solo credere in un universo fantastico dove questi ultimi, caratterizzati da enormi corna, dominano le menti delle persone e dormono a testa in giù. Tale visione viene accentuata dalle persone che ruotano intorno a lui, come il Capitano Klenzendorf (alias un magnifico Sam Rockwell), il suo assistente Finkel (interpretato brillantemente da Alfie Allen) e da Fräulein Rahm (Rebel Wilson), ma anche dalle situazioni a cui si trova ad assistere o a partecipare, dall’esplosione nel primo plot point della bomba a mano fino a Yorkie (forse suo unico amico, ma non considerato da lui, Jojo, realmente tale in quanto “bambino”) alle prese, nonostante la giovanissima età, con un lancia missili per “salvare la nazione”. In tutto ciò entra in gioco Scarlett Johansson, madre del protagonista, che, per amore del figlio, recita nel mondo fiabesco e pieno di meraviglie da lui creato, senza però smettere di provare a fargli aprire gli occhi verso tutte quelle crepe che lo circondano e che, a fine film, in un’ottica ormai da adulto, Jojo vivrà in prima persona.


Tramite una regia pop ed eccentrica, coadiuvata da un montaggio sempre ritmato, da una fotografia accesa e da un cast artistico fuori dal comune, tra i quali spiccano per la giovane età Roman Griffin Davis (Johannes Betzler) e la Johansson, capace di incantare il pubblico grazie alla sua bravura nel passare da uno stile a un altro in accordo con un personaggio tutt’altro che scontato ma anzi magnetico, Jojo Rabbit, seppur con qualche pecca a livello di ritmo narrativo, si mostra come un film pieno di spunti e capace di incantare lo sguardo, soprattutto di chi è ancora perso in quel periodo di ricerca da alcuni chiamato “infanzia”, da altri “meraviglia”.

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